Marradi, inizio del '900

Marradi, inizio del '900

martedì 19 aprile 2011

Palmerino Mercatali



Sindaco al tempo della Prima Guerra Mondiale
di Claudio Mercatali

Palmerino Mercatali nacque a Marradi il 23 febbraio 1862 e morì il 19 novembre 1933. Aveva una mescita di vino in via Fabroni (clicca sulla foto), accanto alla tipografia Ravagli, che nel 1914 pubblicò i Canti Orfici. Sua figlia Alpina aprì e gestì per tanti anni l’attuale Bar Sport, che in paese era chiamato appunto “Bar dell’Alpina”. Lì c’è ancora una sua fotografia incorniciata, sopra i ripiani dei liquori. Egli aveva un forte impegno sociale e fu per tanti anni cassiere dalla SOMS, la Società Operaia di Mutuo Soccorso, che dava aiuto a chi aveva avuto incidenti sul lavoro.
Il logo della SOMS
Di che partito era Palmerino? Era un socialista della prima ora. Prima del 1921 dentro il PSI c’erano molte correnti e il nostro Sindaco seguiva di più quella di Turati, che potremmo definire social democratica. Questo lo rendeva accettabile anche per i cattolici e infatti nella sua Giunta c’erano degli assessori che poi aderirono al Partito popolare di Don Sturzo, la futura Democrazia Cristiana. Il suo mandato cominciò il 25 maggio 1915, proprio all’inizio della Prima Guerra mondiale. Prima di lui a Marradi per un anno si erano alternati quattro commissari, perché il Comune era in crisi.
I SINDACI DAL 1900 AL 1920
04/1901 - 10/1901 Alessandro Salvatori (commissario), 10/1901 - 12/1902 Antonio Ghetti (sindaco), 10/1903 - 09/1907 Attilio Bandini (sindaco), 09/1907 - 08/1908 Giuseppe Cavina (facente funzioni), 08/1908 - 05/1910 Giuseppe Baldesi (sindaco), 06/1910 - 08/1910 Lorenzo Luti (facente funzioni), 10/1910 - 05/1914 Vincenzo Mughini (sindaco), 05/1914 - 05/1915 4 commissari prefettizi, 05/1915 - 04/1920 Palmerino Mercatali
Fu eletto con 14 voti a favore su 20 (5 schede bianche e un contrario) I suoi assessori erano: Guglielmo Ranieri, Giuseppe Meucci, Luigi Maestrini, Achille Consolini, Giovanni Ciottoli e Ciro Calosci. Il nuovo Sindaco ringraziò i consiglieri con queste parole: “…un cordiale ringraziamento ai consiglieri che riposero fiducia in me eleggendomi alla non facile carica di Sindaco, specie in quest’ora tragica e perigliosa … mentre in passato io fui contrario alla guerra, oggi che gli eventi sono compiuti mando un augurio al nostro Esercito e confido che la vittoria sollecita e completa arrivi presto …”.
Nel 1915 - 1918 era difficile amministrare, perché lo Stato spendeva per gli armamenti e dava pochi soldi agli Enti Locali. I Comuni dovevano arrangiarsi e nei Verbali dei Consigli si trovano soprattutto delibere su temi drammatici o tristi, come queste:
Il 23 giugno 1916 si decise di applicare il calmiere ai generi di prima necessità.
Il 12 dicembre 1917 vennero requisiti i cereali per le necessità della guerra (vedi il manifesto qui accanto).
Il 2 giugno 1918 si deliberò una cifra per assistere gli orfani dei caduti, da aggiungere ai contributi dello Stato e della Provincia: “ … un contributo continuativo, per un ventennio, in ragione di 5 centesimi per abitante, da ripartirsi in ragione del numero degli orfani. La spesa annua per il Comune è di 502,73 lire …
Il 1 ottobre 1918 Il consigliere Baldesi interpellò il Sindaco sul razionamento del cibo: “ … prima del tesseramento sorse in me il dubbio che non tutte le famiglie fossero egualmente provvedute e che vi potessero essere delle speciali concessioni e privilegi per alcune classi. Ora questo sembra eliminato con il sistema delle tessere ma richiedo un più sollecito razionamento de­gli approvvigionamenti e l’adozione di una nuova tessera a tagliandi …
Nei Consigli c’erano spesso tanti assenti, perché una parte dei consiglieri era al fronte, altri si erano dimessi e altri ancora anziani. Ecco il risultato dell’ appello al Consiglio del 14 aprile 1918, riconvocato il giorno 17 per l’insufficiente numero dei presenti (dieci su trenta).
Palmerino alla fine degli anni Venti
IL CONSIGLIO COMUNALE DEL 14 APRILE 1918
Presenti: Mercatali Palmerino, Calosci Ciro, Maestrini Luigi, Consolini Achille, Ferrini Angiolo, Bandini Pietro, Baldesi Giuseppe, Ranieri Guglielmo, Mercatali Emilio, Ciottoli Dario.
Assenti: Malavolti Angiolo, Cappelli Giovanni, Zacchini Francesco, Ciottoli Giovanni, Pieri Carlo fu Giovanni, Pieri Carlo fu Angelo, Bernabei Romano, Galli Giovanni
Dimessi: Gigli Dante, Cappelli Silvestro, Vanni Attilio. Defunti: Bandini cav. Alfredo, Squarcini Emilio, Tricca cav. Fosco. Al fronte: Zacchini avv. Filippo, Liverani Bruno, Cantoni Giovanni, Scalini Attilio, Fabroni Leonardo, Meucci Giuseppe.
Finalmente nel novembre del 1918 si respirò aria di festa. L’esercito austriaco era stato sconfitto a Vittorio Veneto, si ritirava rapidamente e la guerra era alla fine. Al Consiglio del 12 novembre 1918 il Sindaco invitò il Regio Prefetto di Firenze, il deputato del Collegio e il Presidente della Provincia per celebrare la Vittoria e pronunciò un discorso per la conquista delle “terre irredente” (Trento e Trieste):
“ … Signori Consiglieri, alla trepidazione, alle speranza di giorni migliori, tutti avvinti dallo stesso sentimento, esultammo di gioia all’ annuncio della vittoria. La pagina più bella, pagina storica delle vicende della guerra fu scritta, in una sintesi meravigliosa, dal generale Diaz. Tutti l’avranno letta e la ricorderanno con sentimento di viva riconoscenza verso i nuovi fattori della più grande Italia … A nome della Giunta municipale invito il Consiglio ad associarsi all’ unanime esultanza della Nazione e a voler intitolare il Piazzale dell’Ospedale al nome di Trento e Trieste. Propongo che la seduta sia tolta in segno di esultanza…”.
IL BOLLETTINO DELLA VITTORIA
La “sintesi meravigliosa” di cui parla Palmerino è il Bollettino della Vittoria del generale Diaz, che nei punti salienti diceva così:
La guerra contro L'Austria Ungheria che, sotto l'alta guida di S.M. il Re, l'Esercito Italiano, infe­riore per numero e per mezzi, iniziò il 24 vmaggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore con­dusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta. La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso mese è finita. … L'Esercito Austro - Ungarico è annientato: esso ha subito perdite gra­vissime nell'accanita resistenza dei primi giorni e nell'inseguimento ha perduto quantità ingentis­sime di materiale di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi. Ha lasciato fi­nora nelle nostre mani circa trecentomila prigionieri con interi stati maggiori e non meno di cin­quemila cannoni. I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disor­dine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza. 4 novembre 1918, ore 12, il generale Diaz
Il Consiglio approvò per acclamazione e il consigliere Giuseppe Baldesi (che era stato sindaco) propose di costruire un obelisco con i nomi dei caduti accanto all’Ospedale. I tempi cupi della guerra erano fi­niti e tornò la normalità. L’immancabile Baldesi continuò con le sue interpellanze, però su temi più leggeri, come questa del 21 gennaio 1919: “ … il paese è sempre al buio o quasi. E’ ne­cessario ripristinare il servizio dell’illuminazione pubblica per il comodo di tutti … e togliere la ge­stione alla Società Adriatica … per i tanti inconvenienti avvenuti e per aver lasciato il paese quasi nell’oscurità la sera che Marradi ebbe l’onore di ospitare il Regio Prefetto …
Nel 1919 il Sindaco e la sua Giunta ritornarono ai problemi quotidiani:
L’arciprete chiese 1422,88 lire per rifare l’altare maggiore, ci fu qualche discussione in Consiglio e alla fine gli furono promesse 1200 lire. Silvio Cappelli, moderatore dell’orologio pubblico (ossia addetto alla sua carica quotidiana) ottenne un compenso di 150 lire all’anno ed Enrico Masi, cu­stode del carcere, un aumento di 120 lire. Rosa Benini, maestra elementare in pensione con trent’anni di servizio, scrisse al Sindaco “… chiedo un sussidio trovandomi in miseria… ” e il Comune le concesse 100 lire una tantum. In maggio il consigliere Baldesi, inviperito, spedì un telegramma alla Direzione delle Ferrovie: “… protesto a nome di queste popolazioni contro superiori autorità ferroviarie che trascurano interessi nostra regione anche nel considerare Faenza – Firenze cenerentola delle linee toscane …
Nel Consiglio del 17 giugno 1919 il Sindaco Palmerino comunicò che aveva finanziato la Ditta Ruggero David, di Bologna, con 600 lire annue per 10 anni, perché effettuasse il “servizio automobilistico” Palazzuolo - Casola - Riolo e così iniziò il regolare collegamento con la corriera (una corsa al giorno e due d’estate). Lo Stato ricominciò a finanziare i Comuni e quindi si “rispolverò” il piano di lavori pubblici sospeso nel 1916, che prevedeva la costruzione delle case operaie a Villanceto, i marciapiedi nel viale della stazione, i lavatoi pubblici, la pavimentazione del vicolo Tintoria, la sistemazione del macello e dell’acquedotto di S.Adriano.
La tranquillità durò ben poco. Nell’estate del 1919 i forti contrasti fra il Partito popolare e il Partito socialista si manifestarono anche a Marradi e la Giunta si dimise.
Il 15 settembre una parte degli assessori ritirò le dimissioni “ …per mantenere salda la compagine amministrativa nei momenti attuali che richiedono la concordia di tutti per il bene del paese …” Così il sindaco Palmerino sostituì gli assessori dimessi e concordò un programma minimo da portare avanti. Però il 29 settembre la sezione socialista “Spartaco” di Biforco, in cui c'era una forte presenza di socialisti massimalisti, cioè i futuri comunisti, votò un ordine del giorno contrario alla partecipazione alle amministrazioni locali e l’assessore Luigi Maestrini si dimise di nuovo “ … in quanto socialista iscritto e rispettoso delle decisioni del partito …”.
L’Amministrazione non cadde subito perché la Lega Operaia, una forte cooperativa marradese, intervenne facendo presente che l’arrivo di un Commissario avrebbe provocato l’arresto dei lavori pubblici, una delle poche fonti di lavoro per la mano d’opera del paese. Però il tempo della politica per Palmerino era finito e si dimise il 13 aprile 1920. Le motivazioni delle dimissioni sono uno sfogo amaro in cui parla “ … del clima di agitazione di diverse classi sociali e della poca fiducia che si coglie in paese nei confronti dell’ Amministrazione…” ma anche dei disastri prodotti dall’ inflazione. Infine lamenta che l’ Amministrazione annonaria di Firenze ha diminuito la quota di grano spettante ai Comuni e lui non sa come soddisfare le richieste della gente, visto che il 1919 è stato un anno di carestia.
Nei cinque anni del suo mandato Palmerino Mercatali dovette tener conto della Prima guerra mondiale, del terremoto del 1919, dell’epidemia detta Spagnola e del clima turbolento del dopoguerra nel quale cresceva il fascismo. Un record di situazioni drammatiche in mezzo alle quali però se la cavò abbastanza bene e, in quanto ex sindaco, ottenne il titolo di cavaliere. Come si può leggere nell’articolo di giornale qui accanto, il 25 giugno 1919 gli amici e i suoi compagni di partito fecero festa, perché era arrivato il decreto della sua nomina a Cavaliere della Corona. Il rinfresco si svolse “nel giardino del nuovo locale di Luigi Maestrini” e cioè in viale Baccarini, all’ incirca sul retro dell’attuale bar 8 marzo o nel piazzale della casa del sig. Lollini. Questo posto non esiste più perché fu distrutto da una bomba d’aereo nel 1944.

17 maggio 1903 I Socialisti aprono il Circolo Unione. E' probabile che Palmerino sia il secondo da sinistra, nella fila di mezzo (da Tarabusi).


Fonti Documenti dell'Archivio storico del Comune e notizie fornite dalla famiglia.

sabato 16 aprile 2011

IL "CANTO del CIGNO" di MOZART

Quest'articolo è uscito sul Piccolo di Faenza n. 14 di venerdì 15 aprile 2011.

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Al teatro degli ANIMOSI il “CANTO del CIGNO” di MOZART:
La sera del sabato santo la Corale S. CECILIA e l’Orchestra Opera IN-STABILE eseguiranno il REQUIEM, ultimo capolavoro del sublime AMADEUS, ricco di suprema densità musicale, di mistero e leggenda.

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Quando il direttore di un’antica banda musicale incontra il direttore di una prestigiosa corale, può nascere un’idea artistica a beneficio degli amanti della grande musica.
Un incontro di tal genere è avvenuto lo scorso dicembre fra “l’ascoltatore” Eolo Visani, maestro della Banda di Popolano e Andrea Sardi, giovane direttore della corale S. Cecilia di Borgo S. Lorenzo, in occasione della “prima” del Requiem mozartiano in Mugello. Il prof. Visani colse subito l’alto livello artistico dell’esecuzione. Molti marradesi avevano già apprezzato la Corale a Crespino del Lamone nell’estate del 2010. C’erano tutte le buone premesse per proporre al sig. Sardi un’esibizione a Marradi e il nostro “Eolo” non si fece scappare la stimolante occasione.
Il prossimo sabato santo il teatro degli Animosi potrà rivivere gli antichi fasti, accogliendo un organico d’alto livello che eseguirà l’ultimo lavoro di Mozart, ricco d’intensità religiosa e densità musicale. Ci auguriamo che l’evento dell’anno coinvolga tutti i marradesi e gli amanti della grande musica dei dintorni. L’arciprete di Marradi ha spostato l’orario delle funzioni serali del Sabato Santo per assicurare al concerto la totale autonomia di tempo: di questa iniziativa la cittadinanza marradese è grata a don Patuelli.
Le attese non sono frutto d’iperboli promozionali ma di concrete valutazioni artistiche: il teatro degli Animosi garantisce un’acustica perfetta perché è un canone architettonico settecentesco ancora insuperato e il lavoro in programma è la forma musicale più idonea per fare risaltare le voci soliste, il coro e gli strumenti previsti dalla partitura mozartiana. Al riguardo è doveroso ricordare alcune note storiche, aneddotiche e musicali.
Il lavoro fu commissionato al grande salisburghese in Vienna nel 1791 da un misterioso personaggio e Mozart si mise al lavoro con febbrile impegno, dedicandovi gli ultimi giorni e le ultime notti della sua vita. Il Requiem lo colse in punto di morte (nomen omen), forse mentre stava dettando alcune battute ad Antonio Salieri, dominus musicale di Vienna e rivale di Amadeus. Mozart morì il lunedì 5 dicembre 1791 e nei suoi appunti mancavano completamente le seguenti parti: Sanctus, Benedictus, Agnus Dei e Communio; esse furono completate dall’allievo Süssmayr, che utilizzò molto materiale già impiegato dal Maestro.
Nonostante quest’operazione a più mani, il capolavoro risulta unitario e perfetto nella forma e nell’emozione del drammatico tema.
La morte di Mozart, secondo una tradizione fantasiosa causata da avvelenamento per opera di Salieri, ma smentita dalle più recenti indagini d’archivio, ed il Requiem sono stati oggetto di lavori letterari (Puskin), teatrali (Shaffer) e cinematografici (Forman).
Nel 1964 lo studioso Otto E. Deutsch, curatore del ponderoso catalogo di Schubert, scoprì il misterioso committente del Requiem. Era il conte Franz von Walsegg che pagò totalmente quanto pattuito poiché Susssmayr, d’accordo con la vedova di Mozart, Costanza, ricopiò l’intera partitura, imitando la grafia di Mozart, compresa la firma e datando il tutto 1792 (!), cioè l’anno dopo la morte del genio; un clamoroso falso. Tutto ciò risulta dalle carte ritrovate dal già citato studioso.
Quanto sopra porta ad una conclusione in due punti:
1) Mozart è l’immortale genio insuperabile, ma rimane figlio del ‘700, secolo in cui il musicista è ancora musico, cioè servitore di prelati, nobili e case reali. Beethoven, il suo più illustre erede, sarà il primo musico a ribellarsi ed a conquistare il prestigio e la statura del musicista in senso moderno.
2) Il “canto del cigno” mozartiano ha in sé la potenza corale bachiana e i semi fecondi dell’imminente romanticismo che Beethoven formalizzerà 13 anni dopo (1804) nella grandiosa e rivoluzionaria 3^ sinfonia.
Antonio Moffa

martedì 12 aprile 2011

DA UN MANOSCRITTO DEL XVIII SECOLO



Ricordi marradesi

di Felice Antonio Fabroni
Luisa Calderoni


Il manoscritto da cui sono tratti questi “Ricordi” è conservato nell'Archivio Storico del Comune di Marradi. Felice Antonio scrive le cose qui di seguit
o un po' per sé ma anche per i posteri. Sua madre era Isabella d'Innocenzio di Fabio Fabroni, che oltre a lui ebbe altri quattro figli e cioè Carlo, Dorotea e Giuseppe e Carlo Antonio. Il primo Carlo morì a sei anni e Giuseppe morì a due mesi. Felice Antonio si definisce “fratel cugino” di Monsignor Angiolo Fabbroni in quanto con lui imparentato per parte paterna.

  • I danni delle piene del Lamone e del Rio Salto
...Settembre 1764 Ricordo come la mattina sul far dell'alba suddetto dì venne una grossissima piena al nostro fiume l'Amone che s'alzò sopra del principio dell'arco del Ponte grande più d'un braccio e diede grandissimi danni, tra i danni dati dirò che portò via il mulino della Polvere, le Valchiere, la casa di Gaetano Sartoni, e poi rovinò tutti due i Mulini della farina, quali diedero da 40 e più giorni a lavorare e portò via la casa dell'osteria di Crespino.



Il molino della polvere (sopra) e l'arco sotto palazzo Fabroni



... A dì 12 Settembre 1765 Ricordo come il d.o dì et anno a ore 21 venne una piena al Rio di Salto che passa sotto casa nostra, che d.a piena quasi copriva l'arco del Ponte delle Monache, e portò via più pezzi di muraglione lungo la nostra strada, e l'onde di detta aqua arivava sulla strada dalla nostra porta. Al fiume Lamone gli venne un'altra piena quasi come quella della notte del dì 6 settembre 1762 sichè unita questa con la sudd.a vol credere chi legerà il presente ricordo come fu copiosa la d.a piena; e dirò che verso Codignone di Sopra che aveva recato del danno a più sig.ri più di 30.000 scudi, dico trentamila scudi (e questo lo fo per quelli che non sapranno leggere i numeri)
  • La costruzione della chiesa del Suffragio
... Maggio 1730 Ricordo come fu il d.o dì et anno dato principio alla Chiesa d.a Il Suffragio di Marradi posta vicina alla casa del Cap.no Gio. Fran.co d'Inocenzio Fabroni mio zio materno e dall'altra parte la scala con la porta principale sulla Piazza dirimpetto agli Ubaldini. Il benefattore di detta d.a Chiesa fu Alessandro Bandini di Galliana ma domiciliato in Marradi e il costo di fabbrica più di tremila scudi, e i direttori furono Don Sebastiano di Jacopo Fabroni, dove ci guadagnarono due poderi cioè Castelletto e Mandria che li comprarono da (….) e Jov Pietro Toriani e poi giù nel cantone verso settentrione giù nel fondamento di d.a chiesa vi è una pietra grossa un braccio e larga il simile che nella quale ci sono incastrate a guisa di un chiusino varie reliquie agnius dei Io Felice Antonio del fu Dottor Ettore Fabroni ci fui presente in età di anni sette a testimoniarlo.

  • Nel 1765 finì il periodo della Reggenza del Granducato e il nuovo Granduca, Leopoldo I, arrivò a Firenze. Da allora i Fabbroni non furono più i referenti del Granduca, come al tempo dei Medici, perché i Lorena governavano alla tedesca, con funzionari propri e senza delegare niente ai nobili
... A dì 14 ottobre 1765 Ricordo come il d.o dì et anno venne in Firenze come sovrano e Granduca di Toscana Pietro Leopoldo I Casa di Buglione, Fratello dell'Imperatore Gius.e II e figlio del Imperatrice Maria Teresa di Casa d'Austria. Il governo del sud.o Principe riesce pessimo.

  • Come nacque la fortuna della Famiglia Piani
... 22 agosto 1773 Ricordo come Francesco di Gio. Piani, Picicagniolo in sua bottega in Piazza di Marradi, e verdura e faceva il pane, vendeva acciughe, salsiccia e faceva il sarto, come suo padre, e Felicita, sua sorella, quale andava a opera per sarta e così faceva i (…) il suddetto Francesco Piani si mise a fare traffico sul grano assieme con Pietro Baldini del Borgo San Lorenzo di modo tale che nel spazio di 20 anni fece un avanzo di otto in nove milla scudi, dove comprò la spezieria di Orlando Pescetti e spese sopra ottocento scudi, e comprò il Poggio di Sotto dal Sig.r Francesco Fabbri Lastrucci di Imola per prezzo di scudi 550 e detta compra seguì del 1770. E la sera del dì 31 marzo 1773 a ore 24 si partirono i suddetti Piani dalla casa sua di Piazza, e andarono a stare nella casa suddetta del Poggio. Il sud.o Francesco Piani ha due figli maschi, Gaetano, già speziale, e Gio che a forza di regali fu fatto prete, ma non sa leggere il suo nome e pure arrivò a esser Parroco di Val Nera e questo per pecunia fatta sinora hanno un capitale di 20 milla scudi finora che siamo al dì 22 agosto 1773.

Villa Piani, al Poggio

Ed ecco fatto la storia di costoro che dal nulla son divenuti in bon auge, e di già se ne pavoneggiano, ma non vi maravigliate, o miei posteri, perché è il proprio di tal gentaglia, e così va le cose del mondo.

  • Lavori di ampliamento di palazzo Fabroni, in Piazza Scalelle
... A dì 10 9bre 1777 Ricordo come Jacopo e Luca e Francesco, fratelli Fabroni rinnovarono e alzarono la loro casa che hanno in Piazza con farci un altro piano di sopra, tutte le finestre nove di pietra nova con l'arme e di dentro buttarono giù tutti i palchi e fecero tutte volte alla volterrana. Vi principiarono a lavorare il dì 14 marzo 1777 e in un anno la resero abitabile, circa spesero da due milla scudi e perchè non li avevano gli trovarono scambio in qua e in là, e di già ne avevano altri tre o 4 milla tolti avanti da' Cantoni di Faenza.
  • Una nevicata fuori stagione
31 maggio 1793 Ricordo come la sera del detto dì a ore cinque oltremattina venne la neve e si imbiancò il monte delle Scarabattole, monte Colombo e i monti di …… e seguì la ghiacciata alla Pozze di detti laghi e il dì 1 giugno alla istessa ora ritornò una nuova neve con ghiacciata la notte seguente e sui detti monti si siede la neve bianca per più di 24 ore. La campagna ora non si vede che abbia patito.
  • Il testamento
... A dì 2 marzo 1766 Ricordo come io Felice Antonio di Ettore Fabroni feci il testamento come per rogito di Pietro Agnelozzi in oggi di Marradi.

Casa Vigoli e monte Colombo



Fonti
: Documenti dell' Archivio storico del Comune di Marradi.

domenica 3 aprile 2011

DAL MURAGLIONE A BOCCA DI RIO



Diario di una tappa di un lungo trekking sulla dorsale appenninica
di Giuseppe Meucci


... il Sole posa gli ultimi raggi sul tavolo, con
i bicchieri di birra, sui funghi che hanno ancora forte l'odore del bosco ...


Questo è il diario di una tappa di un viaggio a piedi durato diversi giorni, dal Passo del Muraglione fino al santuario di Bocca di Rio, che si trova oltre la Futa, in provincia di Bologna. A compiere l’impresa è un gruppo di amici ben allenati, non nuovi a questo genere di sortite (clicca sulle foto se le vuoi ingrandire).

“ … Guardo le foto del nostro viaggio a Bocca di Rio. Le scelgo, le correggo, le metto in ordine, scrivo un titolo per ciascuna; così, nei ritagli di tempo, mi sembra di prolungare le emozioni di quell’avventura così bella. Di foto ne ho fatte anche troppe, ma non riesco a buttar via se non quelle proprio venute male, perché ognuna mi riporta qualcosa che alle altre manca. Si è fatto tardi, è ora di chiudere il computer; ma prima voglio rivedere ancora una volta una di quelle foto, che mi è rimasta in mente più di tutte. Ventisei Agosto, Colla di Casaglia: la sera ci trova seduti intorno a un tavolo, davanti al bar. Il sole posa gli ultimi raggi sul tavolo con i bicchieri di birra, sui funghi che hanno ancora forte l’odore del bosco, sugli zaini e i bastoni appoggiati un po’ dappertutto, sulle facce stanche e sorridenti dei compagni di viaggio. Sembra indugiare, quasi non sapesse decidersi a chiudere una giornata che non tornerà più uguale: una giornata lunga e particolarmente ricca, perché abbiamo fatto molta strada, visto molte cose.

L'eremo dei Toschi

Partiti al mattino dall’ Eremo dei Toschi, non lonta
no dal Muraglione, dove avevamo passato la prima notte del viaggio, avevamo raggiunto il crinale alla Colla della Maestà e poi percorso tutto il nostro Appennino Marradese fino lì, al Passo della Colla di Casaglia. Passando dal Giogo di Corella, dal Giogo di Villore e dall’Alpe di Vitigliano senza quasi incontrare anima viva, avevo pensato che quei valichi, fino a non molto tempo fa, erano stati delle importanti vie di comunicazione fra Toscana e Romagna e mi era sembrato di vedere il via vai di boscaioli, vetturini, pastori diretti in Maremma, commercianti e altra povera gente che si dava daffare. Dall’alto della dorsale, come da un aereo, lo sguardo si era aperto sui paesi del Mugello e della Val di Sieve ancora avvolti dalla foschia, e sui monti che stavano di fronte: la mole del Monte Giovi, dove avevamo tentato di distinguere Barbiana, la parrocchia di Don Milani che era stata la nostra meta tre anni fa; Monte Senario con la sagoma nitida del convento; e poi, più avanti, Monte Morello, la Calvana con sotto il lago di Bilancino, i monti del Pistoiese.









La val di Sieve vista dalla Colla della Maestà
... dall'alto de
lla dorsale, come da un aereo, lo sguardo si era aperto ...

Sull’altro versante, la terra di Marradi: la vetta del Lavane davanti a noi che domina la valle di Campigno; il grande prato di Monte Filetto e, sopra, Poggio della Frasca e la Femmina Morta; l’enorme casa degli Ortacci, ormai difficile da riconoscere attraverso il fogliame dei faggi cresciuti addosso al crinale. E quando, dopo il Poggio degli Allocchi, si era spalancata davanti a noi la parte più alta della Valle del Lamone, con i prati di Casaglia e in mezzo il paesino che sembrava quasi di poterlo toccare, ci eravamo emozionati anche se ce lo aspettavamo proprio così. E poi i funghi, di tutti i tipi, che erano dappertutto e faceva male al cuore lasciarli lì: porcini, mazze di tamburo, rossole, per non parlare del barbicino gigante che un uomo incontrato sul sentiero si era caricato sulle spalle. Ogni tanto lungo il crinale un avvallamento profondo, una trincea non ancora riempita dai detriti, ci ricordava che quella possente muraglia costruita dalla natura, quella catena di monti che da sempre aveva tagliato l’Italia in due, era stata una gigantesca fortezza militare. L’ultima volta nell’estate 1944 era servita ai tedeschi in ritirata, contro gli Alleati che avanzavano verso nord. Per molti di quei ragazzi in divisa, e per molti civili inermi di tutte le età, era stata anche tomba.
I compagni di viaggio seduti al sole che tram
onta parlano del più e del meno, delle cose viste e delle impressioni della giornata; ma hanno bisogno di poche parole per intendersi, perché hanno già condiviso esperienze, fatica, aspettative. Il desiderio di arrivare senza inconvenienti a destinazione e trovare accoglienza, da mangiare e da bere, un letto per dormire.




Il Mugello e la sagoma di Monte Morello


La speranza che tutt
o a casa vada bene nonostante la nostra assenza (o magari proprio grazie alla nostra assenza). Il dolore per la perdita improvvisa di un amico, avvenuta in questi giorni a Marradi. La voglia di condividere anche con altri le esperienze di questa avventura. Il timore che la vecchiaia, o qualche altro accidente della vita, ci tolgano la possibilità di farne ancora. Il desiderio di ripartire presto per un’altra meta, portando con noi anche quei compagni degli altri viaggi che questa volta non sono potuti venire, e che ci mancano. In quella foto io ci sono, anche se non mi si vede (giusto: sono io che scatto la foto). Ho la stessa faccia assolata degli altri, gli stessi pensieri; e poi immagino le giornate che ci attendono, anche se non posso prevedere le sorprese che hanno in serbo. Certo non posso ancora sentire sul viso la nebbia fredda che ci accoglierà domattina quando riprenderemo il cammino e che avvolgerà la faggeta con un incantesimo di bianchi veli luminescenti.
Né prevedere l’incontro che faremo poi, in tarda mattinata, con un signore che spesso si trova a Marradi e che ha vissuto la propria infanzia a Brancobalardi.

La piazzola di una carbonaia


Non è un post
o qualunque, Brancobalardi: un podere arrampicato sulle pendici toscane della Giogana oltre gli ottocento metri, poco sotto il Poggio degli Allocchi. Sta fra due alture con nomi che non lasciano dubbi sull’antica funzione difensiva di quei luoghi: Poggio Castellina a monte e, di fronte, Castelpotente. Domina la valle di Fornello che si allunga, nel silenzio dei suoi boschi, fino al lontano paesino di Gattaia prima di aprirsi verso Vicchio e la pianura. Brancobalardi era un podere di montagna dove la vita doveva essere molto dura, sui grandi pascoli con le pecore per produrre in quantità formaggio e burro. Uno dei pochi fra i poderi dei nostri monti a essere dotato di una burraia: una costruzione di pietra, quasi del tutto interrata in un pendio ombreggiato, per conservare i latticini senza frigoriferi né corrente; di solito all’interno scorreva l’acqua di una sorgente, che aiutava a mantenere l’ambiente fresco anche d’estate.



Casaglia vista dalla Giogana
... con i prati e in mezzo il
paesino che sembrava quasi di poterlo toccare ...

Neppure, ancora, posso sapere che due giorni dopo, quando saremo sulle
pendici del Monte Gazzaro verso la Futa, sbaglierò sentiero. Mi capita spesso di rimanere indietro per fare foto, soprattutto quando la via è ben segnalata, e a volte perdo il contatto con il gruppo: allora allungo il passo e raggiungo gli altri, che ormai conoscono le mie abitudini e sopportano. Questa volta però, invece di seguire il sentiero di crinale (che svolta bruscamente, ma questo lo imparerò più tardi) mi lascerò attrarre da una larga carrareccia che scende nel bosco davanti a me. Non vedendo i compagni, comincerò a correre per riprenderli – accidenti, sono rimasto indietro più del normale – mentre la carrareccia, scavata dalle ruote dei fuoristrada, diventerà una specie di fosso che scende a precipizio. Quando finalmente mi renderò conto di essere sulla strada sbagliata, solo in mezzo al bosco, senza più fiato e almeno cento metri sotto la quota giusta, allora un po’ di sgomento mi prenderà, ma durerà poco. Per mandarlo via basterà pensare al traffico della città, al cemento, alle incombenze burocratiche che mi aspettano da lì a qualche giorno: all’improvviso avrò chiaro che quel bosco solitario e sconosciuto mi mancherà. Perfino la fatica di risalire il canalone la farò volentieri, sapendo di poter contare sulle mie gambe, anche se divenute piuttosto pesanti”.

Molte altre esperienze ci saranno offerte, belle e inattese, dai giorni che seguiranno. Gli
amici, compagni di viaggio seduti intorno al tavolo, discorrono ancora mentre il sole posa gli ultimi raggi sui loro visi. Io invece devo proprio chiudere, perché si è fatto tardi davvero.