Lanfranco Raparo, Marradi

Lanfranco Raparo, Marradi

mercoledì 20 luglio 2011

LA CONSORTERIA DEI CERONESI

 
Breve storia della Consorteria
dei Ceronesi dal Trecento
al Cinquecento
di Claudio Mercatali

 La torre di Ceruno


I Ceroni della nostra zona sono originari della valle del Sintria e del Senio, e avevano grandi proprietà nella zona di Zattaglia e Casola. Da quelle parti c’è anche una bella casa - torre che si chiama Torre di Ceruno, ristrutturata di recente.
Le notizie sulla famiglia sfumano nelle cronache dell’alto medioevo e diventano sempre più fantasiose e leggendarie via via che si va indietro nel tempo. In casa Ceroni prevaleva di gran lunga un'invidiabile abilità nel fare. Nelle antiche notizie storiche i Ceroni si trovano spesso descritti con le armi in pugno per difendere i propri interessi o perché mercenari, ma la loro forza era anche nell’abile maneggio del denaro. La maggior parte delle notizie si ricava dal De Ceroniae gentis, di don Domenico Mita (1627), che però è uno storiografo un po' di parte, essendo lui stesso un discendente di un ramo dei Ceroni.
Pare che da Baldassarre Ceroni abbiano preso origine i Baldassarri, da Laulo Ceroni i Loli, da Rinaldo i Rinaldi Ceroni e da Ravaleo i Ravagli. Uno dei rami più citati nei vecchi documenti è quello dei Ceroni Ficchi, che si formò quando i Ficchi, ricchi commercianti perugini, nel 1225 fuggirono in Romagna dopo una delle tante lotte fra guelfi e ghibellini e poi ottennero dai Manfredi, signori di Faenza, la proprietà di Calamello, nell'alta valle del Sintria, dove c’era una torre che oggi è ormai rasa al suolo ma è segnata come sito archeologico nelle carte topografiche.
L’intreccio delle parentele era fitto e in più quelli che abitavano vicino alla torre di Ceruno erano chiamati Ceroni anche se non imparentati. Per questo la “Consorteria dei Ceronesi” era una vera e propria associazione di fatto fra famiglie diverse accomunate da interessi fortemente condivisi. La maggior parte dei Consorti abitava sopra Casola Valsenio, in una zona detta Settefonti, allora isolata come si conviene per i siti abitati da gente con molti nemici, ma ora raggiungibile con una comoda strada asfaltata (vedi qui accanto). Le vicende di tutti costoro sono secolari e non è possibile riassumerle qui. Ora conviene limitarsi ad alcuni gustosi episodi, che riguardano soprattutto i Ficchi e i Ceroni di Marradi. Chi vuole ampliare può leggere i testi citati nella bibliografia o cliccare sul sito dei diretti interessati, all'indirizzo www.Consorteria dei Ceroni.

L'imbocco della Strada dei Ceronesi
(Casola Valsenio) ... Clicca sulla foto.

Dalla Cronichetta Ceronia citata dallo storico Francesco Maria Saletti (1660 circa) apprendiamo che nel Trecento la Consorteria era già forte e in grado di aggregare gente armata per difendere la collina romagnola e quindi anche le loro proprietà, e infatti:
 “…250 cavalieri prodi e valenti, 300 masnadieri, tutti di montagna, gente bellicosissima …” furono messi in campo su richiesta del Papa per difendere Imola dalle pretese dei Visconti di Milano. Il clan era in frequente e duro contrasto con i vicini e i concorrenti e questa litigiosità raramente si risolveva in un accordo, ma sfociava in accanite dispute e prove di forza.

Da Saletti apprendiamo che il 28 ottobre 1525 Guido Vaina, capo dei ghibellini di Imola e amico di Ramazzotto de' Ramazzotti, signore di Tossignano:
“ ... per prostrare e reprimere i Ceroni, radunò più di duemila armati e se ne venne alla volta della Torre dei Ceroni, dove si trovava il capitano Raffaele, che fattosi anch’esso forte della famiglia sua, vi aspettò l’insulto della contraria fazione, ma prima rinchiuse nella torre le donne dei Ceroni e sotto di essa fece porre fasci di legna, col pensiero che se la fortuna fosse stata adversa, di attaccarvi il fuoco, perché se il nemico avesse prevaluto non si potesse vantare con la vita d’avergli levato anche l’onore …”
Non si sa cosa dissero le donne della famiglia quando furono chiuse nella torre, ma la battaglia fu vinta e non successe nulla. Probabilmente le signore non rischiarono più di tanto, perché da altre fonti (Le Memorie di Luigi Angeli, 1828) sappiamo che la moglie del capitano Raffaele era la figlia di Ramazzotto.
Però, come in ogni clan che si rispetti, le liti violente e autentiche non mancarono. La disputa fra i Ceroni Lancieri e i Ceroni Ficchi nel 1530 fu drammatica. I Lancieri a Casola Valsenio uccisero due Ficchi mentre uscivano dalla chiesa e dopo due o tre anni i Ficchi uccisero un parente dei Lancieri vicino ad Imola. Insomma era scoppiata una fàida che si preannunciava lunga. Fu così che una parte dei Ceroni Ficchi decise di rifugiarsi a Marradi presso i Fabroni e gli altri Ceroni che risiedevano da tempo qui in paese, ma questo non bastò a placare gli animi.

L'ambiente attorno 
alla torre di Ceruno

Tutto questo ce lo racconta lo storico Antonio Metelli, e ci dice anche che:
“ … I Lancieri temevano che andando quelli lontano scappasse loro di mano l’occasione, e camminando di notte si ricolsero chetamene in un bosco, che sovrastava la via non molto lungi da Biforco, e ivi celati fra le fronde li aspettarono al varco. Non appena albeggiava il giorno, i Ficchi movendo da Marradi incapparono nelle insidie e furono da archibugi e balestre fulminati. Il loro capo Tempronio Ficchi anch’esso versava sangue per un giavellotto infissogli nella schiena, e si ricondusse cogli altri a Marradi, ove poi per quella ferita, da tutti riputata lieve, se ne morì non senza sospetto che la punta fosse stata aspersa di veleno …”.

I Ceroni di Marradi, grandi proprietari terrieri e commercianti di carbonella, legna, granaglie e sale, erano arrivati in paese nel Quattrocento. Essendo originari della valle del Sintria, è probabile che una parte dei loro traffici prendesse quella direzione, per vie traverse in modo da evitare la dogana granducale e quella pontificia. Alla metà del Cinquecento erano così ricchi da competere con i Fabroni, che però furono sempre i preferiti dai Medici. L’inimicizia esplose nel 1563 quando il vecchio Pelinguerra Fabroni fu ucciso dai Ceroni mentre andava in chiesa. Il Granduca Cosimo I, informato del fatto, mandò a Marradi una schiera di armati che distrussero le case dei Ceroni e uccisero diversi di loro. I più fuggirono nel Sintria e a Casola Valsenio, dove le truppe del Granduca non potevano inseguirli, perché la zona era nello Stato Pontificio. Allora si studiò quello che oggi definiremmo un “blitz oltre confine”, che avvenne nel settembre del 1563.


La distribuzione attuale
del cognome Ceroni


Sentiamo come racconta il fatto lo storico romagnolo Francesco Maria Saletti (1660):
“ … La famiglia dei Ceroni avria molto coraggio, ma il dimicare con manifesto svantaggio con quasi infiniti inimici non è coraggio ma pazzia. Cosimo dunque incolerito per gli omicidij commessi nel suo dominio, col consenso del papa Pio IV, mandò nella valle del Senio Angelo Guicciardini con otto bande di soldati e altre duemila persone, per pigliare e ammazzare alcuni dei Ceroni che non  curavano di giustificarsi davanti al Granduca perché non erano suoi sudditi. Anche i ministri del Papa mandarono mille fra soldati e sbirri ma pigliarono solo il capitano Lorenzo di Broccolo e Bartolomeo di Africa detto Saulino, tutti e due dei Ceroni e li condussero a Firenze dove furono decapitati. Stette il Guicciardini a Casola per cinque giorni e li soldati saccheggiarono e rubarono ogni cosa in quella valle e quello che non potettero portar via lo ruppero e lo tagliarono, come viti, alberi e altro.
Bruciarono 120 case e produssero un danno di centottantamila scudi e allora i Ceroni mandarono a Roma il monsignor Babbino Ceroni per dire l’infelice caso successogli ma solo l’anno 1577 furono ricevuti dal nuovo Granduca Francesco de’ Medici, che li liberò da tutti i bandi…”.

Dunque la famiglia Ceroni di Marradi fu bandita dal Granduca per sedici anni e riabilitata solo dopo la morte di Cosimo I. A quanto pare anche i Ceroni di Marradi tenevano in poco conto i compromessi e sembra proprio che fossero l’opposto dei diplomatici e inaffondabili Fabroni. Però questo fatto era stato grave e si doveva patteggiare. Siccome i Ceroni non potevano rientrare nel Granducato e i Fabroni non si fidavano ad andare nello Stato Pontificio, l’accordo si fece nel febbraio 1569, a Campora di Popolano, sul confine, appena fuori dal Granducato. Dai documenti dell’ Archivio Mediceo citati dallo storico Giuseppe Matulli risulta che:
“ … Il 13 febbraio 1569 si fece questa utilissima e santa pace con allegrezza e soddisfazione delle parti, che si ridussero alla Badia di Campora, nel terreno del Papa ove concorse un popolo infinito a veder la cosa …”.
Il confine di regione alla Badia di Campora

Bibliografia
I Commentari di Francesco Maria Saletti; La via del Grano e del sale di Giuseppe Matulli; De Ceroniae gentis ... ecc ... di don Domenico Mita (discendente di un ramo dei Ceroni); La storia dei Ceroni, del mons. Giancarlo Menetti, arciprete di Casola Valsenio (1998); Cenni storici sulla valle del Senio, di Pietro Salvatore Liguerri Ceroni (1829); Il potere di una Consorteria: I Ceroni nella valle del Senio, di Cristina Baroncini; Storia della Val d’Amone di Antonio Metelli; sito www La consorteria dei Ceroni.

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