Marradi, inizio del '900

Marradi, inizio del '900

lunedì 26 marzo 2012

L'impronta delle canzoni dei migliori anni a Marradi è Musicaimpronta

di Rodolfo Ridolfi





I Tati, noto complesso marradese degli anni Sessanta. 
Dall'Alto: Enrico Gurioli, Flavio Bellini, Giorgio Casadio, 
Saverio Tagliaferri, Amos Fabbri.


Dino Campana scriveva: "Così conosco una musica dolce nel mio ricordo senza ricordarmene neppure una nota: so che si chiama la partenza o il ritorno". 

E’ stato anche per me un ritorno agli anni della gioventù ma le parole di quella musica dolce me le ricordavo tutte dopo pochi accordi accennati dalla chitarra di Amos.
Una serata indimenticabile quella della Cena Sociale dell’Associazione Musicaimpronta. Associazione musicale costituita per ricostruire la memoria storica musicale marradese e promuovere la cultura e l’attività musicale locale nel primo anniversario della sua costituzione. L’Albergo Ristorante Il Lago negli anni ’60 era il ritrovo di tutti i giovani del tempo, una sala da ballo che ospitava spesso gruppi e band.
All’imbarcadero del Lago in occasione della inaugurazione, ricordo come noi giovani e tutto il Paese assistemmo entusiasti al concerto del gruppo marradese del tempo che raggiunse vette di successo importanti non solo in Toscana: I Tati. Sabato sera 17 marzo il Presidente dell’Associazione, Amos Fabbri, intelligente e colto musicista, ha mirabilmente coordinato una serata che ci ha riproposto il sapore d’epoca. Eravamo in molti, i sessantottini della canzone, fra i Tati l’unico assente era Flavio Bellini (Trivilì) gli altri c’erano tutti: Enrico Gurioli (Cinto) alle tastiere, Giorgio Casadio (Celentano) al basso, Saverio Tagliaferri (Saverio) voce, Amos Fabbri (Amos) chitarra solista.


 








 
A sinistra: il ristorante Il Lago, negli anni Sessanta
A destra: il cosiddetto "imbarcadero" dove si noleggiavano i mosconi e le barche a remi per fare un giro nel lago dell'Annunziata.

 Dopo la cena tipica con tagliatelle e tortelli home made, musica dolce per il palato, ha preso il via il self made together che ha coinvolto proprio tutti da Gelly, batterista de la Filiale con Amos Fabbri, Angelino Cappelli ed il compianto Luciano Ravagli, a Franco Senzani che ha duettato con Amos Fabbri nella canzone Occhiali da sole, di Jonathan & Michelle (Cantagiro 1967) a Silva Gurioli che ha affrontato il microfono, non per parlare, ma per cantare Questo mio mondo (1968 I Giois), da Claudio Cappelli Maccherino che ha interpretato Una Miniera ( New Trolls 1969) fino alle eccellenze Angelino Cappelli, Pape Gurioli, Enrico Maria Papes dei veri e propri Giganti che hanno ricordato insieme i migliori anni della nostra vita: Tema (1966) e Una ragazza in due (1967), riportando alla mente quell’inizio degli anni ’70 quando il Gruppo di Enrico Maria Papes, Checco e Sergio inaugurava la Piscina Comunale con un indimenticabile concerto.

In conclusione le ultime leve di giovani talentuosi musicisti: Giovanni Vonella, batteria, Mattia Cappelli sax e Tommaso Scalini chitarra basso hanno dimostrato di aver raccolto il testimone di una tradizione musicale in piena espansione qualitativa e che grazie a Musica Impronta si arricchisce di un lavoro di ricerca, di testimonianze professionali e stimoli straordinari.


 
 

destra: I New Trolls 

A sinistra: Enrico Maria Papes



mercoledì 21 marzo 2012

Un trekking alle Spiagge

sul monte Carzolano
di Claudio Mercatali




Siamo già passati da queste parti, con questo blog, il 7 marzo 2012, con il racconto di un trekking a Ronchi di Berna. Ora ci torniamo, per una via diversa in tutti i sensi, aspra nel cammino e nella storia vera di vita che stiamo per leggere, in questo vecchio racconto di Pino Bartoli (1920 - 2004). Lo scrittore, da buon romagnolo, è diretto, duro, ma la vicenda che racconta non è da meno.  Leggiamo ... lentamente ....

da: Fuochi sulle colline:   L'ultima spiaggia

" ... Issata come una quieta catasta di sassi, la casa del podere "La Spiaggia" stava addolcendo i suoi contorni sgraziati sotto una coltre di neve alta come un uomo. "La Spiaggia" in quel lontano 19 .., era di proprietà dell'avvocato Galeotti, di Palazzuolo di Romagna, la Palazzuolo sul Senio di oggi. Ora che i moderni mezzi ne hanno infranto il secolare isolamento è stata trasformata dal nuovo proprietario, il Vescovado di Faenza, in colonia estiva per bambini. All'epoca dei fatti che racconteremo, La Spiaggia, posta su una vasta falda del monte Carzolano, a più di mille metri di altitudine, era costituita da un agglomerato scomposto di case tenute insieme più dal tempo, che aveva cementato i sassi, che da opere murarie vere e proprie.

 
... Issata come una quieta catasta di sassi, la casa del podere La Spiaggia  stava addolcendo i suoi contorni sgraziati ...

L'altipiano in leggera pendenza, caratteristica che probabilmente aveva dato il nome al podere, fa da spartiacque fra le vallate del Senio e del Santerno. Un terzo corso d'acqua, il torrente Rovigo, raccoglie per primo a gran fatica gli scarichi del disgelo rovesciandoli poi in un prepotente rigetto sul vicino Santerno. Sulle pareti che sovrastano il torrente, stanno pericolosamente aggrappati enormi macigni sputati nei secoli da tremende sbornie d'acqua ingerita dal terreno argilloso. Stanno lì frementi, offrendo la loro pancia deturpata dal muschio alle implacabili carezze delle fiumane che passano mordendo con baci furiosi. Attorno ad essi giovani grappoli di faggi contribuiscono a impedire la caduta di quei sassi sulle acque del Rovigo.
Ciuffi disordinati di ginestra fioriscono solo nella tarda estate in un giallo pallido rubato a fatica all' arida terra. Il torrente è ricco di trote e di gamberi saporitissimi che si annidano tenacemente entro gallerie che le purissime acque scavano nel letto di galestro.


... attorno ai massi giovani grappoli di faggi contribuiscono ad impedire la caduta di quei sassi sulle acque del Rovigo ...

E' interessante la tecnica usata per far uscire i crostacei dai loro nidi. Con un sasso o un bastone si batte sopra le lastre di galestro dove si presume siano annidati i gamberi. Infastiditi, o meglio impauriti dal picchiettio prodotto sopra le loro teste, gli animali scappano camminando, da bravi gamberi, all'indietro, finendo così fra le mani in agguato e non resta loro che vendicarsi azzannando con le formidabili chele le dita che incautamente si allungano per catturarli.


Gambero di fiume

La casa macerata dal tempo e dalle avversità atmosferiche che imperversano feroci, sprigionava un profumo di muffe stagionate in attesa di distruzione. Quell'anno il peso della neve sembrava succhiare, stridendo, l'ultimo pianto dalle decrepite travi.
La famiglia Lolli stava raccolta attorno al ceppo guardando silenziosa la fiamma che si inanellava lungo la cappa.
Fuori dalle narici del camino ormai sepolto sbuffavano faticosamente fiocchi di fumo nero.
Nessuno parlava.
I pensieri erano pietre pesanti che cadevano nello stagno di una attesa senza fine.
Ciò che restava per sostenere la famiglia, era ammucchiato in un angolo: marroni rinsecchiti, piccole pere volpine e il sacco della farina dolce appena bastante per le ultime polente.
Le due capre, che davano il latte giornaliero, erano state ammazzate da giorni perché non morissero di fame: il fieno era finito da tempo.
La mula sfogava la sua fame accanendosi sulle seggiole di paglia e sulle foglie di formentone strappate dai pagliericci.
I bambini si erano infilati dentro le seggiole ormai senza fondo e si trascinavano per la vasta cucina disegnando il pavimento di terra.
- E allora cosa facciamo?
E' Rico, il figlio maggiore, che rompe la catena delle ore sospese nel silenzio.
- Potremmo costruire una slitta e portarlo a Lozzole - rispose la moglie.
- Con questo tempo? Chi apre la "rotta"? Ma non vedi che la neve c'entra ormai in bocca? E i bambini? Chi bada ai bambini?
- La nonna
- La nonna? Ma non vedi che la poveretta sembra rimbecillita da quando se n'è andato quello là ...



Pino Bartoli, di S.Cassiano, scrittore e poeta dialetale.


Quello là è il nonno Nandone, morto due giorni prima, alleviando sì, con la sua dipartita, il problema della comune sopravvivenza, ma ponendo quello della sua sepoltura.
Il primo camposanto è quello di Lozzole, distante non solo mezza giornata ma ora praticamente irraggiungibile a causa della neve alta che continuava a cadere in una tormenta accecante ...
- E allora? ...
- E allora ... allora sai cosa facciamo? E' da stanotte che ci penso. Lo mettiamo sopra al tetto. Qui non possiamo più tenerlo. Lo mettiamo là sopra e quando Dio vorrà lo porteremo giù a Lozzole ...
E' leggero il nonno, eppure i due fanno fatica a issarlo sul materasso di neve, che si chiude subito come una morbida ciambella di piume sul corpo rigido del vecchio "azdòr".
Lo "seppelliscono" nudo perché la nonna non ha voluto che lo vestissero con l'abito buono, l'abito nero che ha servito per il loro matrimonio, per andare a messa a Natale e a Pasqua e che naturalmente doveva servire anche per l'ultima grande cerimonia ...
- Si sarebbe sciupato subito ...
E la nonna rimette con cura il vestito già preparato dentro la cassapanca.
Fuori il volto di Nandone sembra già scolpito nel ghiaccio. Deve durare finché dura la tempesta; dormire senza morire, anche se guarda già l'eternità attraverso una fessura aperta nella sua Notte.
La neve intreccia aspidi d'argento confidando i suoi segreti ad un buio disperato.
L'aria calda della cucina sembra dissolvere la soglia di luce fredda che si schiaccia sulle finestre cieche. Gli occhi stregati dalla neve sono palle di vetro immobili nel tempo.
Fuori qualche ramo d'abete si rompe sotto il peso, in un canto d'erba strangolata.
Eppure nell'aria imbottita di morte qualcosa di vivo è lì che si aggira nella casa raccogliendo le rare sdrucide parole imbastite d'angoscia.
Nonno Nandone è presente come se l'antinotte del mondo non l'abbia ancora del tutto trascinato sull' implacabile sponda.
Tutta la notte la famiglia Lolli ha dondolato i suoi pensieri al limite del sonno.
E un incubo che dura da giorni.
Spesso si sorprendono a guardare il soffitto come se dalle crepe del tetto sbirciasse l'occhio accusatore di Nandone. Si tenta di dimenticarlo, di non parlare di lui, ma La Spiaggia è pregna del suo ricordo e allucinanti pensieri s'infrangono come spicchi di sole o d'ombra sulle pietre che rinserrano secoli di vita.
- Avrà freddo ... Quanto freddo deve avere il mio vecchio ...
Rico s'arrabbia, non vuole che si parli di lui, diventa cattivo, vuole distruggere perché non può piangere, non gli è permesso di piangere ...
- Nonna state bona per carità! Cosa volete che abbia freddo! Avrà freddo come quella volta che lo trovaste nudo sopra la pecoraia di Vagnella. Allora si che dovevate piangere! Mica adesso ...
- E quella volta che si fregò tutti i soldi con quella puttana di Marradi? Vi ricordate nonna? Venne a casa senza sale e senza petrolio per il lume. Mangiammo scondito e restammo al buio per un mese. Al buio, nonna! E la sposa che rincara la dose.

Cà di Vagnella

- Però io stavo bene con lui ... Mi teneva caldo, mi portava le caramelle di menta quando tornava dal mercato ... e guarda sospirando il pagliericcio vuoto, sgonfio come il suo sogno ...
- Fatela finita nonna! Fatela finita se no porca della M .... vado su e lo porto qui il vostro Nandone! Oppure andremo presto tutti con lui se non finisce di nevicare ...
S'inginocchia, batte i pugni per terra, bestemmia Rico con tutto l'ardore di uno che prega.
Le faville del fuoco scoppiettante impolverano di cenere la ghirlanda colorata dei bambini in ginocchio attorno all' uròla  (il focolare). Il vento caldo di scirocco si mangiava la neve a vista d'occhio. Vene turgide d'acqua nascevano improvvise pulsando fra la terra. Sotto la coltre di neve se ne sentiva il chiacchierio pettegolo scivolare verso il fondovalle ...

 Le Spiagge

Il Rovigo, il Senio e il Santerno spalancavano il loro letto, abbracciando le acque in un ruggito di animali in amore.
Gli abeti rialzavano superbamente le loro cime disseminando di piccole tende aguzze il deserto.
Qualche ramo sfrondato reclinava sul grembo materno.
Dalle ferite lacere la resina sgorgava giù in un lacrimare caldo sulla polvere fredda della neve.
A volte il rumore cupo di una valanga percuoteva le falde delle vallate scoprendo tracce di fieno di un biondo stinto.
Sarebbe stato il primo boccone per le bestie ancora vive. La neve era stata spazzata via in pochi giorni. Anche il tetto della casa era ormai libero. Nel fondo valle completamente sgombro, il vento sprecava inutili litanie fra i rami affacciati sugli argini del Rovigo. La fiumana vergine lucidava il letto di galestro rendendolo saponoso.
Rico salì sulla scala e cominciò con una mano a togliere l'ultima neve che copriva il nonno, così, piano piano, per non fargli male.
Tutti erano corsi all'aperto ad assistere alla "resurrezione".
Il corpo di Nandone era intatto, bellissimo. Gli occhi spalancati guardavano il cielo, fino ad allora chiuso, ostile.
Rico si abbassò fino a sfiorare il volto del vecchio che tornava fra di loro.
Si rialzò.
Adesso stava a lui fare l'azdòr (il reggitore, il conduttore del podere)
- Nonna, preparate il vestito ... Il nonno è pronto.

Prese Nandone per le spalle e lo alzò contro il cielo. Il primo sole di marzo ricamava lacrime d' argento sul morto. Era arrivata la primavera







E ora andiamo. Siamo all'inizio della primavera. Passerò di lì, da Cà di Vagnella, poi su fino a Ronchi di Berna e giù fino a Le Spiagge, lungo un sentiero duro da fare, come il ricordo di chi visse in questi posti. Il trekking è bello, quasi tutto oltre i mille metri. Si parte dal ponte sul Rovigo, sotto Le Spiagge e si sale verso Ca' di Vagnella.


Il trekking comincia dal sentiero 
che è proprio dietro 
al cartello che indica l'inizio 
del Comune di Palazzuolo.

  

 Ceppaia di un faggio
In pratica si tratta di ripercorrere la vecchia via della Sambuca, dismessa cinquant'anni fa, quando venne costruita la strada odierna. Qui il tempo scorre lento, come l'acqua che cola fra i sassi.
La massicciata c'è ancora tutta e non rimane che seguirla. Si guada il torrente nel punto che si vede qui sotto e comincia la salita verso Cà di Vagnella.
Siamo a circa 900m di quota nel regno dei faggi. Di fronte a me si apre una delle Vallette del Carbone, dove un tempo i carbonai facevano la carbonella con il legno di questi alberi. L'acqua del torrente è limpidissima, e invita a bere. Non lo dovrei fare, perché anche gli animali selvatici si abbeverano qui e può darsi che abbiano lasciato nel torrente qualche resto organico. Un tempo i boscaioli e i carbonai di Marradi, che non avevano di certo l'acqua minerale nello zaino, "disinfettavano" i fossi con una scaramanzia che diceva:  " Acqua corrente, la beve il serpente, la beve Iddio, la posso bere anch'io".  ... Per questa volta farò così ...   
                                              
 








Sopra: Quello che rimane della vecchia strada per Palazzuolo

A destra: la Strada Comunitativa  da Borgo a Palazzuolo nella carta del Catasto del granduca Leopoldo (1830).

La vecchia via per Palazzuolo è qui davanti a me. E' vecchia di secoli, cartografata in modo preciso già nel Catasto Leopoldino, che si vede qui accanto. I Palazzuolesi l'hanno percorsa per generazioni intere, perché era l'unica via per la Toscana. Negli anni Cinquanta, dopo decenni di richieste inascoltate, la Provincia di Firenze costruì la strada che porta al Passo della Sambuca e ora questa è la via dei passi perduti, dove non transita più nessuno.
Dopo venti minuti di cammino si arriva a Cà di Vagnella, una grande poderale in mezzo ai pascoli. La via prosegue e con lo stesso tempo si arriva al crinale.
Il Passo di Ronchi di Berna è abbondantemente sopra ai mille metri di quota e la visuale si apre a dismisura. Si vede un panorama unico, ampio e profondo decine di chilometri.
Per goderselo al meglio conviene venire qui all' inizio della primavera, quando i faggi non hanno ancora la foglia. Dopo il passo la via scende a rotta di collo verso la Croce della Sambuca, dove si innesta nella strada asfaltata. La percorro per un po', alla ricerca di qualche scorcio di panorama, e si rivela per quello che era: una strada tremenda, agibile solo con bestie da soma e barrocci.

Per chiudere l'anello di questo trekking bisogna tornare al passo di Ronchi di Berna e imboccare il sentiero giusto. Sembra impossibile ma questo posto isolato e spazzato dal vento è un crocevia importante per la viabilità della zona. Se si va a destra si imbocca la mulattiera per la chiesa di Lozzole, quella sepolta dalla neve che, nel racconto di Pino Bartoli, Rico non poteva percorrere con il corpo del nonno.

Se si sale per il ripido sentiero a sinistra si arriva in cima al Monte Carzolano, a 1150m, al Gran Premio della montagna per il trekking di oggi. Qui una brutta antenna per i telefonini mi ricorda che sto tornando verso il mondo civile.




Sopra a sinistra: i vari sentieri a Ronchi di Berna: 1) a sinistra si va al Carzolano 2) in avanti si va alla Croce della Sambuca 3) a destra si va a Lozzole (clicca sulle immagini per ingrandirle).

Ora è tutto semplice e si scende comodamente verso l'agriturismo Le Spiagge.














Sopra: Il ponte sul Rovigo (in giallo) è il punto da cui sono partito. il sentiero innevato a sinistra è la vecchia strada per Palazzuolo, che ho percorso per arrivare qui. Dietro e a sinistra di questo monte, che sembra un cuscino, ma in realtà è coperto di faggi, ci sono le Vallette del Carbone.

A destra: la neve non si è ancore fusa del tutto e sotto questi faggi spuntano già i primi fiori di Crocus, di un bel colore viola. Le cose vanno come devono andare, in fondo in questi giorni comincia la primavera.


lunedì 12 marzo 2012

1915 La rivolta per il pane

Le accuse e il processo
di Claudio Mercatali




Il 2 e 3 febbraio 1915 a Marradi circa trecento disoccupati protestarono vivacemente per il prezzo del pane e gli animi si scaldarono parecchio, tanto che intervennero i Carabinieri e un reparto dell' Esercito. Il racconto di questi fatti è nell'  articolo " La rivolta per il pane" che si trova nell' archivio di questo blog alla data 24 gennaio 2012.
Adesso ci interessa la conclusione di questa vicenda. Chi erano gli arrestati? Di che cosa furono accusati?
Leggiamo la relazione del Commissario prefettizio dott. Soldati, che spiega ogni cosa

NOTA: Per leggere i documenti originali li devi ingrandire. Clicca sopra le immagini e, a seconda del computer che hai lo schermo: 


 1) diventa bianco e l'immagine appare da sola. 
Clicca sopra e si ingrandirà
2) diventa scuro e se clicchi con il tasto destro compare il menu 
"visualizza immagine" ... Clicca lì .


 
A sinistra: "... si sono radunati in piazza Scalelle circa trecento disoccupati reclamanti con schiamazzi e con gridi di "affamatori del popolo" all' indirizzo dei fornai, la diminu- zione dei prezzi delle farine e del pane ...".

 
A destra: 
" ... cercavano di trattenere la folla inferocita che tentava di invadere il Municipio e di abbattere il portone ...".



 

A sinistra: " ...verso le ore 9 nonostante le misure di prevenzione adottate squadre di vigilanza cercavano di ripetere le violenze del giorno avanti, recandosi presso i negozi per ottenere di nuovo la chiusura ...".



 
A destra: "... furono assodate specifiche responsabilità, come partitamente porto a conoscenza della S.V. (Il Prefetto) qui appresso ...".



 

 
A sinistra: " ... e in ispecial modo conto il maresciallo Mancin Primo che colpì con un pugno alla testa ...".



A destra: " ... i su elencati individui devono rispondere di attentato alla libertà del lavoro ...".



  

A sinistra: "... Quercioli Angiolina nei Gargani, di anni 26 capeggiava e incitava la folla in piazza Le Scalelle e nelle strade del paese facendosi notare per la violenza del lin- guaggio e la trivia- lità dei modi...".

A destra: " ... di aver visto Nati Pietro, detto il Matto, pregiudicato, dare forti colpi di spalla alla porta del Municipio, mentre i Carabinieri asseragliati dentro si sforzavano di resistere alle violenze ...".


Dal Resto del Carlino apprendiamo che il processo si tenne a Firenze il 7 aprile 1915. L'articolo è qui sotto. I cognomi sono quasi tutti sbagliati ma si possono correggere facilmente: Mercatelli = Mercatali, Taranti = Talenti, Vizani = Visani eccetera ...


















Fonti: Archivio storico del Comune. Si ringrazia il sig. Mario Catani per l'indispensabile aiuto dato e Antonella Visani, responsabile dell'Archivio storico.



mercoledì 7 marzo 2012

Da Prato all'Albero a Ronchi di Berna

Un trekking oltre 
i mille metri 
di quota sul crinale 
dell'Appennino



Stefania, unica donna del gruppo,
avanza con passo felpato.


Questa è la descrizione di un trekking duro, lungo la dorsale appenninica tosco romagnola, sopra al Passo della Colla e della Sambuca. Siamo al confine fra i comuni di Palazzuolo, Firenzuola e Borgo S.Lorenzo, vicino al comune di Marradi. Per intenderci si tratta di percorrere 8 km, sempre oltre i mille metri di quota, su neve fresca di un metro di spessore, a 10°C sotto zero e nel pieno di una nevicata. Chi fa questo ha esperienza e allenamento e corre pochi rischi, tutti gli altri è meglio che non facciano cose di questo genere.

I componenti del gruppo sono: Francesco Barzagli, Stefano Bentivogli, Ermanno Cavina, Stefania Ghetti, Atanasio Kostis, Luciano Maurizi, Gianni Perfetti, Roberto Serasini, Marco Solaroli.

Il cammino su neve fresca moltiplica la fatica. Le ciaspole non reggono del tutto il peso del corpo e si affonda per più della metà dello spessore del manto. Oggi qui la neve oltre che essere fresca è anche farinosa e in certi tratti si affonda fino alla cintura.
Per procedere in queste condizioni si va "a cingolo": il primo della fila fa 30 -40 passi, poi si mette da parte e i successivi passi li fanno il secondo, il terzo della fila e così via. Chi non ne può più sta "al gancio" in fondo al gruppo e spende molte meno energie, perché trova la neve già pigiata e ha "la rotta" aperta.

 








 A sinistra: Il palo del cartello stradale dà un'idea 
dello spessore della neve.
A destra: siamo partiti. Gli alberi innevati creano 
un paesaggio da favola.

Ecco il racconto dei partecipanti:
"Siamo partiti alle 10 di mattina del 5 febbraio da Prato all'Albero. C'è tanta neve, che seppellisce quasi del tutto i pali dei cartelli stradali.
Abbiamo percorso la strada forestale fino alla capanna Sicuteri, che prende il nome da una vecchia famiglia di pastori che portavano il bestiame quassù all' alpeggio. Dopo la capanna si arriva al crinale in corrispondenza del monte La Faggeta. Siamo esattamente sopra al Passo della Colla e andiamo verso il bivio dell' Archetta.

 








Sopra: La neve cancella i sentieri e spesso c'è il dubbio 
di aver sbagliato strada.

Questo è un bivio in tutti i sensi, perché da qui in poi non c'è più spazio per i ripensamenti e, a meno di grosse difficoltà, non conviene tornare indietro. I rami degli alberi sono chini per l'abbondante nevicata  e non è tanto chiaro dove sia esattamente il sentiero. L'emozione cresce, assieme all'apprensione e allo sconforto di non potercela fare.
In questi casi basta poco per mandare a monte l'impresa. E' sufficiente un disaccordo nel gruppo, una forzatura nel passo, una mancanza d'intesa nei cambi e ci si ferma. E' il caso di dire che in queste situazioni è proprio vero che "l'unione fa la forza".




Percorriamo i campi innevati di Frassinello, che non pendono tanto e danno respiro. Il "cin- golo" funziona e andiamo avanti. L'emozione posi- tiva dà conforto e bilancia la fatica. Il dubbio di non potercela fare rimane ancora, ma cala via via che ci avviciniamo a Ronchi di Berna, un passo a quasi 1100m che è anche svincolo di numerosi sentieri.

Clicca sulle foto per ingrandirle

Il senso di sicurezza viene dal fatto di sapere che dopo il passo sentiero va in discesa, fino al podere di Cà di Vagnella, e all' ex podere Le Spiagge, che ora è un ristorante e un agriturismo, dove arriviamo alle 14.00.




Siamo in cima! Questa è la valle del Senio.



 


 
A sinistra: 
Dopo tanto salire la strada che scende dà conforto. L'ambiente è incredibile. 

A destra:  
Alla fine siamo arrivati all' agriturismo Le Spiagge, dove avevamo prenotato per il pranzo. In tutto abbiamo camminato per quattro ore. E' nevicato sempre.






venerdì 2 marzo 2012

Con i “ Canti Orfici” nello zaino,
                               salir per le valli,
                                          dominare le creste,
                                                              farsi acqua…

A Marradi il 1° Concorso Studentesco di poesia nel nome di Dino Campana.





Lo studioso romagnolo Federico Ravagli, amico e conoscitore del grande poeta marradese che

“ebbe col Campana cordiale amicizia durante gli anni beati dell’Università”, e che su quegli anni pubblicò “ Dino Campana e i gogliardi del suo tempo”, nel lontano 1949, in una lettera all’impiegato comunale Giovanni Buccivini, si doleva del fatto che l’Amministrazione Comunale di Marradi non avesse ancora provveduto ad intitolare una via a Dino Campana, che egli definiva “poeta cosmico”di cui si poteva già pienamente affermare che era veramente un “ cittadino del mondo”.
Ma erano anni difficili: la guerra era finita da poco, le sue ferite ancora da sanare, altro che titolar strade…mancavano ancora le case da ricostruire sulle fondamenta sbriciolate e non mancavano neppure considerazioni di opportunità politica nell’ ambito Consiglio Comunale di Marradi.

Poi le cose sono cambiate, molto è stato fatto nel nome di Dino Campana e oggi il Ravagli sarebbe contento di sapere che, nell’ottantesimo anniversario della morte del poeta, il Centro Studi Campaniani “ Enrico Consolini”, dopo aver indetto il 1° Concorso Studentesco di poesia riservato agli alunni di Marradi, Palazzuolo e Firenzuola, ne ha premiato i vincitori nel corso di una cerimonia tenutasi nel Teatro degli Animosi di Marradi.





Il tema del concorso era molto suggestivo: Il paesaggio e la natura in “ questa linea severa e musicale degli Appennini” e i 152 alunni che hanno fatto l’impresa sono quelli di tre paesini montani, arroccati sui monti o annidati nei fondovalle di quegli Appennini che Campana tanto amò e tante volte percorse nel suo vagabondare inquieto ma non privo di mete.





Dopo le presentazioni e i saluti di rito da parte della Presidente del Centro Studi, Dott.ssa Mirna Gentilini, del Sindaco Paolo Bassetti e della Preside Dott.sa Marisa Mordini, gli studenti hanno assistito con attenzione alla proiezione di un video sulla vita del poeta, realizzato nel 2008 dagli studenti della classe III media di Marradi sotto la guida dell’insegnante Mirna Gentilini. È’ seguito un breve intermezzo musicale su parole di Campana e poi la premiazione molto attesa dai numerosi studenti che gremivano il teatro.

Ecco dunque i nomi dei vincitori premiati con orologi, sveglie, cronometri e copie dei “ Canti Orfici” e opere a Campana dedicate, che, con voce commossa hanno letto le loro poesie:

1° premio: Ilaria Mexai ( III Elementare - Marradi) e Enrico Monti ( I Media - Marradi)

2° premio: Giacomo Bellini ( V Elementare-Marradi) e Emanuele Tatti (II Media - Palazzuolo)

3° Premio: Yuri Scalini “( III Elementare-Marradi) e Ester Gazzella (II Media - Palazzuolo)

4° Premio: Mirco Birindelli ( IV Elementare - Firenzuola) e Lorenzo Gigli ( I Media - Marradi)
Alle tre scuole è stato inoltre rilasciato un attestato di partecipazione al concorso, la prima di una serie di iniziative culturali promosse dal “ Centro Studi Campaniani Enrico Consolini” e che vedranno prossimamente impegnate le scolaresche in attività legate alla figura e all’opera di Dino Campana.

La mattinata si è conclusa con un momento musicale in cui Barbara Briccolani , accompagnata alla chitarra da Amos Fabbri, ha cantato, con voce calda ed emozionante, alcune liriche di Campana coinvolgendo tutti gli alunni che, in una “ola” festosa, hanno chiesto più volte il bis….

Nel complesso abbiamo assistito ad un evento culturale interessante e veramente partecipato, la scelta dei vincitori è stata laboriosa proprio per la qualità degli elaborati prodotti tanto che i premi da tre sono passati a quattro, e, in ultima analisi, si può ben affermare che hanno vinto tutti gli studenti partecipanti.

Ma soprattutto, oggi, ancora una volta, ha vinto Dino sull’oblio e sulla barbarie della nostra “inciviltà” che a volte deturpa quel paesaggio silente da lui mirabilmente cantato. Ha vinto Dino che mi ha riportato alla mente le emozioni di una scarpinata alla scoperta della sua poesia,  mi ha fatto sentire “poeta” per un momento.

Con i “ Canti” stretti in una mano,

ti ho portato lassù nel fiume di Campigno,

a cercare Dino ,

a darti la libertà…

Ho cercato l’artiglio di pietra e l’ho trovato,

Ho cercato la vela bianca e sotto di lei mi sono smarrita,

Ho cercato la “ Regina del paesaggio”

E ho sentito i tuoi tonfi nell’acqua di diamante

Ora Dino non c’è più

Tu, Inky, non ci sei più

Resta l’eco dei tuoi tonfi felici,

Resta la vela tesa sulla “barbara” barriera di cemento

che imbriglia la Regina.





Luisa Calderoni