Marradi, inizio del '900

Marradi, inizio del '900

lunedì 28 gennaio 2013

Marradi nel 1892


Il paese descritto dall'abate
Giovanni Mini



Marradi, 1892



L’abate Giovanni Mini, di Castrocaro, è uno degli storici più documentati sulla storia di Marradi e della Romagna Toscana in genere. D’estate amava soggiornare alla chiesa di Valnera e veniva a Marradi spesso. 
Questa che segue è una documentazione storica diretta, un vero e proprio resoconto di quello che un visitatore poteva trovare a Marradi nel 1892. Qui accanto c’è la carta topografica del paese di quegli anni.


 
Via Talenti all'inizio del '900. 
Si intravede l'insegna 
della  Cassa di Prestiti Risparmi 
e Depositi dove ora 
c'è la Cassa di Risparmio di Firenze.


  “ … Oltre la sede dell’Ufficio Municipale e della Pretura mandamentale, ha Marradi l’Ufficio di Conciliazione, la Delegazione di Pubblica Sicurezza, la stazione dei Regi Carabinieri, l’Uffizio postale Telegrafico e il Dazio. C’è una stazione ferroviaria, una Cassa di Prestiti Risparmi e Depositi, una Società Operaia, senza scopi politici, istituita il 15 settembre 1872 che conta 300 soci effettivi e 40 onorari e ha un patrimonio di 19.000 lire, e la Società Fratellanza Militare costituita nel 1882".
 La Pretura
Il Giudice Conciliatore corrispondeva  all'odierno Giudice di Pace. Cercava di mettere d’accordo i litiganti per non arrivare al processo. Nella Pretura Mandamentale c’era il Pretore, un funzionario di Stato apposta per Marradi. Poi questo ufficio fu trasferito a Borgo S.L e ora c’è solo a Pontassieve.

"Ci sono molti Legati pii per la distribuzione annua di doti a varie zitelle povere che si marìtano, la Congregazione di Carità che amministra l’Ospedale per gli infermi, un’ elegante chiesa e un Convento di Monache Domenicane, a cui è affidata la Pubblica Istruzione delle fanciulle del luogo, mentre quella dei maschi è diretta da due maestri laici, a se­conda della legge sulla pubblica istruzione, cioè: uno di Ia e IIa, l’altro di IIIa, IVa, Va".

  
 Il Legato 
Il legato pio era un lascito, una rendita, che un benefattore lasciava al Comune o a qualche Associazione per uno scopo preciso. Legato significa appunto “vincolato” e “pio” indica il fine sociale. I più importanti erano i Legati Fabbroni, Torriani e Piani.

 La Confraternita
Le Confraternite di Misericordia (miseris cor dare) furono istituite in Toscana nel 1855–56 dopo l’ epidemia di colera. Il Mini ci dice anche che:
“…lo scopo di questa benefica istituzione è di soccorrere negli infortuni, e di trasportare i confratelli morti, gli affogati, ammazzati e precipitati dalle fabbriche; di sovvenire a domicilio con denaro e biancheria e di assistere gli infermi. Questa istituzione esiste pure alla Badia del Borgo, a Popolano, a S.Adriano e a Cardeto …”. 
 
A fianco: Il Molinone, la Centrale e la Filanda ai tempi d’oro.
Sotto: Piazza Scalelle, inizio del '900. La casa bianca a destra fu demolita nel 1928 per costruire il palazzo del Credito Romagnolo.



 

"C’è la Confraternita di Misericordia eretta nel 1855. L’Accademia filodrammatica Animosi eresse nel 1792 un pubblico ed elegante teatro a tre ordini di palchi. Ci sono tre medici, due per la campagna e uno per il paese e lo Spedale; tre levatrici e una Società filarmonica che riunita in corpo musicale rallegra e decora le feste sacre e popolari.
Vi sono anche alcune fabbriche industriali, fra cui l’importante e ben condotto Mulino a Cilindri (Il Molinone) e la Fornitura Luce Elettrica del coraggioso e filantropo ing. Lorenzo Fabbri; una fabbrica di paste alimentari, le Filande dei Signori Torriani e Baldesi; due farmacie ben fornite di farmaci e apparecchi moderni; antichi e vasti palazzi fra cui primeggiano il Comunale, quelli dei Fabroni, Torriani, Piani e Bassani – Visani, non che quello degli eredi del mons. Giovanni Fabroni; due ampie e belle piazze; un foro boario tre pubbliche fonti, vari alberghi e negozi; quattro caffè; insomma havvi tutto quello che, in mezzo a un popolo pieno di vita e affari può desiderarsi di comodo e confortevole al corpo e di sollazzevole e gradito allo spirito...”.

 

A sinistra: Via Talenti a fine Ottocento 
o nei primi del Novecento. 
         Sulla porta della farmacia il dr. Ciottoli.





 


A destra: Il Rio Salto, dalla Chiesa delle Monache Domenicane al Lamone, era scoperto e le scuole elementari non c'erano. Il fosso fu coperto nei primi anni del Novecento per motivi di igiene.



Il nostro storico si lamenta perché l’igiene non era un gran che:

“ … Sarebbe a desiderarsi che il provvido Municipio togliesse il brutto acconcio di far macellare le bestie nelle varie botteghe, che sono entro la Terra, costruendo fuori dal paese un apposito macello, per non avvezzare i giovani ai delitti di sangue e per provvedere saviamente all’igiene pubblica e alla pulizia urbana. Anzi il Municipio, per approdare efficacemente a questo intento, dovrebbe nominare uniformandosi in ciò alle veglianti leggi, un Dottore veterinario che tanto è reclamato dagli amministrati”.

Alla fine dell’Ottocento la costruzione del macello era uno degli argomenti più dibattuti nel Consiglio comunale. Dai verbali risulta che una parte dei consiglieri lo avrebbe voluto alle Case nuove di Vilanceto e altri alla Concia. Ad un certo punto, fra molti malumori, prevalse quest’ultima ipotesi e il Comune deliberò di acquistare l’edificio della Concia per trasformarlo. Poi per fortuna non se ne fece nulla e alla fine fu costruito vicino al passaggio a livello.

A sinistra: il mercato al Foro Boario, fotografato da una finestra dell'Ospedale 
(qui negli anni Venti furono costruiti 
i giardini del Monumento).


Il mercato settimanale fu concesso dalla Signoria di Firenze nel Quattrocento, dopo la conquista del paese:
 “ … ogni lunedì havvi grande mercato di bestiame e di ogni fatta e grande traffico di generi, che vengonvi portati dai paesi del Mugello e della Romagna; e nel corso dell’anno vi si fanno più fiere alle quali il concorso è oltre ogni dire straordinario, fino alla sera  …”.

 Le fiere
Per antica concessione del Granduca a Marradi le fiere tradizionali erano tre:
La prima nel lunedì dopo la seconda domenica di luglio, la seconda l’ 11 agosto,
  l'altra nel terzo lunedì di novembre.

lunedì 21 gennaio 2013

La ricerca dei documenti su Dino Campana


Ricordo del mio “incontro” 
con Dino Campana
di Francesco Cappelli


Dino Campana e, sullo sfondo
 il manicomio di Castelpulci 
(del pittore Graziano Martino)




 In una lettera datata 11 Aprile 1985 Francesco Cappelli, al tempo impiegato dello Stato Civile e responsabile dell’Archivio Storico del Comune di Marradi,  racconta del suo “incontro” con Dino Campana e di come abbia scoperto i numerosi documenti riguardanti il poeta  che erano  custoditi nell’Archivio Storico. Quella che segue è la trascrizione della sua lettera.

“ Ricordate che se Marradi è conosciuto oltre i confini d’Italia, questo lo si deve al suo grande ed infelice figlio, Dino Campana !” Così dicendo sembrava che l’Ufficiale dello Stato Civile, Giovanni Buccivini Capecchi volesse ammonire tutti noi dipendenti del Comune di Marradi. Egli spesso ripeteva con enfasi questa frase scrittagli negli anni 1946-47 dal Professor Federico Ravagli.
Io allora ragazzino, avrò avuto 14, 15 anni, interessato più alle vicende del grande “Torino” appassionato ai duelli ciclistici di Coppi e Bartali, fui incuriosito da questa frase. Chi era mai questo personaggio marradese famoso? Che cosa aveva fatto di importante per essere ricordato?
La mia curiosità fu ben presto appagata, il suo nome era Dino Campana, uno scrittore che aveva fatto stampare a Marradi un libro intitolato “ Canti Orfici”, una raccolta di poesie e di brevi racconti.

A quell’epoca in Comune c’erano contrasti per dedicargli o meno una strada. (Marradi ha, a mio avviso, una bellissima tradizione, quella di titolare le sue vie a personaggi locali). Ricordo che il Buccivini raccontava le sfuriate di Dino nel suo ufficio, quando dettava i suoi versi ad un certo Gino Mughini. Il fatto di aver permesso al Poeta di recarsi nel proprio Ufficio a dettare i suoi versi lo inorgogliva. Chissà, forse si sentiva un protettore, un precursore, qualcuno che aveva dato credito al talento di Dino, mentre altri cercavano di schivarlo. Narrava aneddoti curiosi. Il personaggio in questione suscitava in me tanta curiosità ed una simpatica tenerezza. Volevo conoscerlo meglio, con chi aveva vissuto il suo periodo, leggere il suo libro.

Quest’ultimo desiderio fu appagato da mia nonna Florinda, che costudiva gelosamente un’edizione dei “Canti” stampati dalla locale Tipografia Ravagli. Quando nel 1979 ho avuto la possibilità di mettere piede in Archivio per poterlo riordinare, non nascondo che avevo già in mente di ricercare qualcosa che parlasse di Dino. Quando dalla montagna di carte ammassate in malo modo estraevo fascicoli legati alla meno peggio con lo spago, ho sempre sperato di trovare qualcosa su di lui. La mia idea era quella di trovare un passaporto ritirato o magari riconsegnato con foto inedita, oppure qualche ritaglio di una poesia.

La cosa non era semplice come pensavo, ma un giorno mentre rassettavo una cartella intitolata “Assistenza-Beneficenza 1909”, scoprii una comunicazione di ricovero degli “Ospedali Riuniti di Livorno” riguardante il “Pittore” Dino Campana, così era indicata la professione del malato. (Stranezza di poeta oppure l’impiegato capì male




Il ricovero fu di sette giorni e la causa: “taglio ad un piede”. Una volta trovata la prima traccia, mi sono accanito nella ricerca al fine di scoprire qualcosa di più ed ecco che man mano vengono alla luce i moduli di ricovero negli ospedali psichiatrici: Imola 1906 e San Salvi 1909, un referto dei carabinieri di Borgo San Lorenzo, fogli di via obbligatori dai quali si deducono i vari passaggi del poeta. Ma molto interessante a mio avviso rimane la prima grande fuga (1906) che indica qualche passaggio, anche se Dino ne aveva rivelato a grandi linee l’itinerario
Alla fine ho rinvenuto un passaporto per l’interno con firma autografa con inchiostro verde, assieme ad un foglio di Leva, maltenuto. Dino personaggio emblematico, a cui diversi hanno dato le più varie definizioni.
Una cosa è certa, che amava il suo paese, i suoi monti, i suoi fiumi e qui dove ha trascorso parte della sua vita, qui ha lasciato nell’archivio comunale tracce della sua vita, del suo girovagare, e qui spero che siano conservate gelosamente queste carte che parlano di lui.


Marradi, 11 aprile 1985




sabato 12 gennaio 2013

Le costellazioni invernali



Il cielo sopra Marradi
di Claudio Mercatali



L'inverno è una buona stagione per osservare il cielo. In questo periodo sorgono delle costellazioni famose che poi tramontano e fino all'anno dopo non si vedono più.
Per vedere Orione, la più importante, e poi il Toro, Le Pleiadi, Sirio del Cane Maggiore e Procione del Cane Minore non servono telescopi ma un posto buio, lontano dalla luce dei lampioni. Qui da noi ci sono diverse possibilità e praticamente basta uscire dal paese e alzarsi un po' in quota. Se è freddo è meglio, perché l'aria gelida è meno umida e più limpida.
Per l'astronomia visuale, che stiamo per fare, dobbiamo tornare al tempo degli antichi Greci, perché furono loro a stabilire le regole e da allora nel cielo non è cambiato niente. Le stelle sorgono e tramontano oggi come duemila anni fa. Occorre dunque ragionare con la logica di un greco antico, che è del tutto diversa dalla nostra, però ogni tanto fa bene mettersi nei panni di un altro dal punto di vista culturale.
Il riferimento fondamentale è la costellazione di Orione, un complesso di diverse stelle di cui sette ben visibili formano una figura che assomiglia ad una tunica o un vestito con la sottana. A metà tre stelline in fila marcano i fianchi, più stretti, e formano la cosiddetta Cintura. La figura qui sopra chiarirà meglio delle parole.

Se il cielo fosse completamente buio, con un po' di fantasia si potrebbe vedere non solo il vestito ma una figura dalle sembianze umane, con testa, piedi e arco. Orione, il cacciatore dagli occhi celesti, è un personaggio mitologico  descritto come bellissimo, ma crudele con le prede e violento con le donne. Diana si innamorò di lui ma venne rifiutata in modo spicciativo e si offese. Secondo il mito gli dei irati diventavano vendicativi ... più avanti ne riparleremo ...


Orione, da Uranometria di Johann Bayer (1603)
wikimedia commons


Gli antichi greci non descrivevano le singole stelle, non avevano i mezzi per farlo, ma si limitavano a indicarle con le lettere del loro alfabeto (alfa, beta, gamma, delta ...) a partire dalla più luminosa. Furono gli Arabi, nel Medioevo, a dare un nome agli astri più luminosi e ora useremo il nome arabo per parlare delle stelle che ci servono.

Betelgeuse (Alfa Orionis) è una supergigante rossa, cioè una stella che sta diventando vecchia, con una luminosità variabile in un periodo di sei anni. La sua distanza è grande, 620 anni luce, e nonostante ciò è una delle stelle più luminose. Perciò gli astronomi pensano che abbia delle dimensioni colossali e sia mille volte più grande del Sole.
Questa stella si trova spesso nei racconti di fantascienza. Il romanzo "Il pianeta delle scimmie" dal quale venne tratto un famoso film con Charlton Heston, è ambientato nell'immaginario pianeta Soror, che dovrebbe essere da queste parti.
Rigel  (Beta Orionis) è una  supergigante blu molto calda, distante 775 anni luce e circondata da una gran quantità di gas interstellare, che fa aumentare molto la sua luminosità. Anche ad occhio nudo, mettendola a confronto con Betelgeuse si coglie una differenza di colore. Sebbene abbia la lettera greca beta, è la stella più luminosa della costellazione, perché Betelgeuse ha una luminosità variabile.


Le Pleiadi


Secondo il mito Orione si invaghì delle Pleiadi, le sette figlie di Enopio, re dell' isola di Chio e divenne violento con loro. In particolare maltrattava Merope e alla fine il re, per difenderla, lo fece accecare. Così ridotto vagò nell' Egeo finché Eos, la dea dell'aurora, mossa a pietà gli ridonò la vista.
Orione diventò ancora più cattivo, e alla fine sfidò anche Diana: "Sono un cacciatore migliore di te, dea, mandami l'animale che vuoi e io lo ucciderò". Diana, già offesa per i motivi detti prima, gli mandò un animale che lui non si aspettava, e cioè uno scorpione velenoso, che lo beccò e lo uccise. Per questo quando a primavera compare nel cielo la costellazione dello Scorpione, le stelle di Orione tramontano.

Che cosa c'entrano tutte queste favole con l'astronomia? Il fatto è che da Orione, tracciando a mente gli opportuni allineamenti, si trovano le altre costellazioni invernali. Così, se con lo sguardo tracciamo una riga in cielo da Mintaka, la stella più alta della Cintura, arriviamo in breve ad Aldebaran, nel Toro, e poi, proseguendo, al gruppetto delle Pleiadi.
Durante la notte sorgono prima le Pleiadi, poi il Toro e infine Orione, che è come se inseguisse le sue vittime. Dunque anche nella fantasiosa mitologia dei Greci c'è una logica.

... se con lo sguardo tracciamo 
delle righe nel cielo ...


Aldebaran (Alfa Tauri) è una stella del Toro. Dista 65 anni luce, è una gigante arancione, che si stima 500 volte più luminosa del Sole e molto più grande. Il suo nome deriva dall' arabo al Dabarān, "l'inseguitore", perché sembra seguire le Pleiadi. Secondo gli antichi portava fortuna, ricchezza e onori.
Le Pleiadi sono un complesso di stelle giovani, che non si distinguono una ad una a occhio nudo. Però le maggiori sono sette, come le sorelle dalle quali prendono il nome. Il tutto è avvolto da una luce diffusa. Il posto è molto particolare, perché gli astronomi dicono che le nebulose a luce diffusa sono la culla delle stelle, cioè il posto dove stanno appena nate, perché le stelle nascono e muoiono, secondo un ciclo di cui parleremo un'altra volta.

Torniamo a Orione e prolunghiamo la Cintura dalla parte di Alnitak, la stella più bassa. Così facendo attraverseremo una parte del cielo dove ci sono solo delle stelle deboli e poi arriveremo ad un astro molto brillante, che è Sirio del Cane Maggiore.

Sirio (Alfa Canis Maioris) o Stella del Cane è bianca e brilla più di tutte, anche perché dista solo 8,6 anni luce, cioè "solo" 82.000 miliardi di chilometri. E' visibile per tutto l'inverno e anche in primavera, fino a maggio - giugno. I Greci pensavano che il suo scintillio danneggiasse i raccolti e preannunciasse siccità; il suo nome deriva infatti dal greco antico Σείριος (Seirios), che significa splendente, ma anche ardente.


A fianco: il cielo attorno a Orione. Perché tutto sia chiaro bisogna tracciare i vari alllinenmenti.



Se tracciamo una retta dalla parte superiore di Orione, da Bellatrix a Betelgeuse e oltre arriviamo ad un'altra stella molto brillante, che si chiama Procione del Cane Minore.

Procione del Cane Minore è l'ottava stella più luminosa del cielo. Assieme a Sirio e a Betelgeuse forma il Triangolo invernale, contrapposto al Triangolo estivo, formato da Altair, Deneb e Vega, che d'inverno non si vede.

In ordine di comparsa, nel corso della notte, le costellazioni dei Cani da Caccia sorgono dopo Orione ed è come se lo seguissero. Ecco dunque che la scenografia mitica degli antichi greci si compie: Le Pleiadi e il Toro fuggono il cacciatore mentre i cani da caccia seguono il loro padrone.


mercoledì 9 gennaio 2013

La Guerra di Liberazione

Cippo commemorativo dedicato ai partigiani morti 
collocato tra il Paretaio e la Faggiola

dal Paretaio al Monte Battaglia 
con i partigiani…
di Luisa Calderoni




La zona dell’ Appennino che va dal Paretaio al Monte Battaglia, descritta in un precedente articolo apparso su questo blog, ha fatto da scenario alla guerra partigiana combattuta per ostacolare l’estrema offensiva  tedesca durante la Seconda Guerra mondiale. Qui infatti passava la Linea Gotica, ultimo baluardo difensivo tedesco volto a contrastare l'avanzata degli alleati sbarcati nel sud d'Italia.

Mentre gli Alleati faticosamente risalivano le vallate e le giogaie dell’Appennino passando dal Mugello, su queste montagne operò la 36a Brigata Garibaldi “ A. Bianconcini” che sul finire del giugno 1944 contava su circa 400 effettivi, diventati quasi mille ai primi di agosto. Gli uomini provenivano da varie zone dell’Emilia e della Romagna ma anche da Palazzuolo e Marradi. Divisi in sette compagnie di 33-35 uomini, contrassegnate dallo pseudonimo dei rispettivi comandanti, operavano su un fronte lungo circa 16 chilometri. Il loro comando era a Cà di Vestro.



Un'immagine di un ignoto partigiano 
della Brigata Bianconcini

La presenza dei partigiani in questa zona diede problemi molto seri alla Wermacht facilitando con le sue molteplici azioni l’avanzata alleata.  L'obbiettivo della 36a era avanzare con gli alleati verso Imola ed entrare da liberatori  nella città insieme all'esercito americano,  abbreviando i tempi della guerra in Italia. 
Proprio sulle barriere naturali dell’Appennino centrale la Wermacht stava approntando l’ultima linea difensiva, la cosiddetta Linea Gotica, la cui tenuta aveva un ruolo decisivo per impedire lo sfondamento alleato verso la pianura padana. 
E proprio in questa zona, nel settore più delicato della Gotica, nel punto di congiunzione tra la 10° e la 14° armata tedesca, operava la Brigata Garibaldi. 





La scelta dell’alto comando tedesco fu quella di annientarla, ma senza successo, nelle due battaglie della Bastia del 9 agosto e della valle superiore del Rovigo dal 10 al 13 agosto.




Tessera Anpi (Associazione nazionale partigiani d'Italia) per il riconoscimento della partecipazione alla Guerra di Liberazione. 


Man mano che gli Alleati avanzavano conquistando Firenzuola, situata all’imbocco della valle del Santerno, aumentavano anche le azioni dei partigiani che ricevevano, seppur lentamente e faticosamente, le direttive e i rifornimenti di armi dagli Alleati stessi. Le “banden” come le chiamavano i tedeschi, seminavano paura tra le truppe nemiche perchè potevano essere ovunque e non se ne conosceva la reale entità numerica. Esse erano oggetto di grande preoccupazione per i comandi tedeschi e a ragione perché “proprio nella giuntura tra le due armate tedesche e nel momento decisivo di quelle fatidiche giornate stava entrando in gioco il III Btl della 36a …“Preoccupava soprattutto il 350° regt. del col. Frey che, occupata la Faggiola il 23 settembre e presi il giorno successivo i monti della Croce (m.742) e Acuto ( m.735), si proponeva come punta di diamante in vista di Valmaggiore, l’antica chiesa situata su un’altura a m.698 di quota sul crinale principale”.Superate le asperità appenniniche e sfondata la Linea Gotica, niente più poteva ostacolare il dilagare degli alleati nella pianura Padana, se questo fosse stato l' obbiettivo delle nazioni alleate impegnate nella cosiddetta " campagna d'autunno".

Il monumento ai partigiani




                                    



Racconta Nazario Galassi nella sua opera “ Partigiani nella Linea Gotica:”

Quella straordinaria vicenda che cominciò sul Monte Carnevale per poi svolgersi attorno al grosso rudere di castello medievale dai muri spessi a prova di granata sulla cima di Monte Battaglia non è la più intensa e drammatica fra quelle sostenute dalla 36a, ma assume di gran lunga la valenza maggiore sia militare, sia politica per il ruolo svolto nell’ambito dello scontro decisivo della campagna d’Italia, che un autore ( Ingersoll, Segretissimo) indica come “la più amara, sanguinosa, dura, noiosa e nauseabonda di tutta la seconda guerra mondiale”. I partigiani della 36a consegnando agli americani quelle alture, comprese fra le valli del Senio e del Santerno, tennero aperto un varco, attraverso il quale le truppe alleate avrebbero potuto raggiungere rapidamente Imola e di qui le valli di Comacchio, annientando l’esercito tedesco per arrivare in poco tempo alle Alpi e risolvere in quei giorni la guerra d’Italia, che invece continuò fino al maggio dell’anno successivo (…) Fu un’occasione irripetibile, che purtroppo non si volle afferrare.”



36a Brigata "Bianconcini" Garibaldi
Foto della 36a Brigata Garibaldi scattata nell'estate del 1944 a Molino Boldrino, tra Casola Valsenio e Brisighella. Si riconoscono: il comandante della Brigata Luigi Tinti "Bob" (a torso nudo), alla sua sinistra il comandante di Battaglione Guerrino De Giovanni e (accasciato a destra) Roberto Gherardi, Vice Commissario. Foto donata dal CIDRA di Imola




In particolare Monte Battaglia, occupato e difeso dagli uomini della 36°, fu facilmente raggiunto dagli Alleati che, dopo aver preso Valmaggiore, vi furono guidati dai partigiani stessi lungo un percorso al coperto sul lato sud- orientale del crinale: la più importante delle alture che bloccavano la strada per Imola era stata presa senza combattere grazie alle azioni dei partigiani. 




I ruderi del castello di Monte Battaglia e, 
in primo piano, il monumento ai caduti 
(un corpo a pezzi).






Il monte Battaglia in una foto d'epoca
La controffensiva tedesca non tardò ad arrivare ma trovò la feroce opposizione di partigiani e “blue davils “ americani che tenendo Monte battaglia tolsero ai Tedeschi l’ultimo baluardo difensivo della Linea Gotica. Entrambe le forze in campo continuarono a dissanguarsi, gli Alleati nella difesa di monte Battaglia, i Tedeschi nella riconquista di una postazione ormai militarmente inutile essendo già stato deciso dai “vertici” che qui si arrestavano sia la campagna d’autunno sia l‘offensiva alleata sulla Gotica. Da quel momento, in attesa della primavera, gli Alleati, secondo gli accordi politici precedentemente intercorsi, dovevano limitarsi ad impegnare le armate tedesche immobilizzandole per impedire che fossero spostate su altri fronti di guerra.


Il monte Battaglia, il cui nome,  probabilmente di origine longobarda, non fa riferimento allle battaglie della II guerra mondiale che lo ricoprirono di cadaveri, nella sua vicenda di estremo, inutile baluardo tra due agguerritissimi schieramenti, sembra essere un' ulteriore simbolo dell’assurdità della guerra in tutti i suoi aspetti eroici e retorici: prima ricoperto di cadaveri di varie nazionalità, ora ricoperto di lapidi plurilingue a memento della trasversale follia umana.
Altre lapidi,  in altri monti della,  zona ci ricordano con i loro tristi elenchi di morti questo passato doloroso... 
















A sinistra: una formella in ceramica con il monumento ai partigiani del Passo della Faggiola e, a destra, la lapide con i nomi dei partigiani caduti al Passo della Sambuca.



Fonte: Nazario Galassi: “ Partigiani nella Linea Gotica”, University Press Bologna, 1998.




venerdì 4 gennaio 2013

L'arte del ricamo

Elena Barzagli
Elena Barzagli, ricamatrice in Marradi
di Silvana Barzagli







Antichi strumenti per il cucito e il ricamo: forbici, ditali 
e un vecchio porta-aghi in legno












All’ inizio degli anni ‘20 Adele Vinci nei Barzagli, residente a Marradi in Via Razzi, era una vedova della Grande Guerra,  con una bambina del ’10 e tre bambini rispettivamente dell’ 11, del ‘14, del ’16. Il Governo Fascista ospitò, con retta a suo carico, i primi due maschi, in uno dei Collegi di Don Facimbeni di Prato dedicato agli “orfani di guerra” . Elena, la primogenita, entrò bambina, nel 1919, all’ Educandato Femminile di “Montedomini” a Firenze, ove finì le elementari, compresa la classe “sesta”, imparò a suonare il violino e cantò nel coro di Santa Croce. La Superiora di quel collegio le propose di intraprendere gli studi da “maestra”, ma lei rifiutò perché troppo presa da un’ attività manuale che le piaceva di più: il ricamo


Particolare di un finissimo ricamo su lino
Tutte le ore di giorno in quel collegio furono dedicate ad imparare quest’ arte………..
Raccontava di aver ricamato perfino i riccioli di un Bambino Gesù in collo alla Madonna per uno degli altari di destra della Basilica di Santa Croce a Firenze.
Diciottenne rientrò in famiglia a Marradi e si dedicò al ricamo dei corredi delle Signorine delle famiglie più importanti del nostro Comune (cito a memoria Luticao e Zacchini). Imparò dalla nonna Adele che era “camiciaia” a tagliare e cucire i tessuti “fini”, come diceva lei. Soggiornava anche sei mesi in una famiglia, pranzava a tavola con i padroni di casa in guanti bianchi.
 
 


Clicca sulle immagini se le vuoi
ingrandire


Le cifre di Elena











Agli inizi degli anni ’50, con la madre Adele,  aprì un laboratorio di ricamo a Marradi, collaborando con quello delle Suore Domenicane. In questo laboratorio si sono succedute tante delle lavoratrici marradesi che poi hanno continuato a casa propria. Ricordo come lavorante fissa Adele Gentilini da noi bambine chiamata “Adele zucchero e miele”, e strano ma vero, c'è stato anche un allievo maschio ad imparare il disegno, Alberto Vigna, autore di incisioni a fuoco e odierno gestore di un negozio di calzature a Faenza.
Campionavano per lei da casa, Ede Cappelli, Pia Scalini e Alda Marolli.

Elena i iscrisse  al neonato “Artigianato del Ricamo” ed assieme alla madre entrò in rapporto con le più importanti ditte di ricamo a Firenze e Montecatini ( la RAF sui Lungarni e lo Studio Donnalice a Careggi).
Ma la filiera del ricamo partiva e si concludeva tutta nel laboratorio di Via Razzi....




la casa - laboratorio di Elena Barzagli in via Razzi a Marradi
   
Se si portava alla Signorina Elena la tazzina del servizio di ceramica, lei velocemente rilevava il motivo principale (generalmente si trattava di un fiore) e su questo motivo, con mano da artista, costruiva un quarto del disegno della futura tovaglia tonda o quadrata.
Il disegno veniva riportato su carta velina  con una piccola macchinetta elettrica traforatrice.


il disegno sulla carta velina preparatoria al ricamo

Una volta traforato, il disegno veniva appoggiato sulla stoffa, fermato con sassi ai bordi, e stampato con petrolio ed una miscela di colore in polvere, generalmente blu, mescolata alla cera calda.
Sul disegno Elena indicava la denominazione dei vari “punti”(catenella, ombra, sabbiolina, erba, etc..) e la tovaglia campionata a Marradi, con il filo necessario, veniva spedita per posta ai laboratori nelle Puglie intorno alla zona di Lecce ed in Sicilia a Salemi
Una volta all’ anno la zia Elena si recava in queste due regioni per cercare nuovi laboratori e anch'io nella lontana estate del 1966, ho avuto il piacere di accompagnarla  in uno dei suoi viaggi  in treno  e precisamente sino alla città di Lecce.
Nel 1958/59 mio padre Enzo le si affiancò  nel disegno ed assieme inventarono  “nuovi motivi” e arricchirono  i vecchi.  Poi lui si specializzò con la seconda moglie Carla Benedetti, eccellente ricamatrice, solo su “tovagliati”. Nacque  così una  nuova azienda artigianale intestata a  Carla Benedetti Barzagli,  con un suo laboratorio in via Dino Campana (cito a memoria come lavorante fissa per tanti anni “zia Annini” la moglie del fu Giuseppe Tarabusi, Sindaco di Marradi).
Elena continuò sino a tarda età a fare di tutto col ricamo.

Vari punti di ricamo in un motivo floreale

 Molti dei suoi lavori  sulla biancheria intima da donna  sono stati esposti, nell’ estate del 2010, a Crespino, nella Sala espositiva adiacente la Badia Vallombrosiana mentre  alla Mostra del Ricamo del 2008, nella Chiesa della Misericordia in Piazza le Scalelle di Marradi. si sono potuti ammirare i suoi centrini, le tovaglie e le lenzuola  accuratamente ricamati.

La tradizione del ricamo a Marradi è stata portata avanti da Marisa Barzagli, figlia di cugino da parte di nonno Domenico, che onora Marradi e Brisighella,  con Mostre di Ricami della scuola dal lei diretta nella vallata del Lamone.