Lanfranco Raparo, Marradi

Lanfranco Raparo, Marradi

martedì 30 luglio 2013

Giancarlo Ballerini



Memorie di guerra
Seconda parte   1941-1942

ricerca di Luisa Calderoni



La pagella del 1942


“ In questa atmosfera passò l’inverno 1941/1942: venne la neve e i giovanotti di Marradi, quelli che avevano gli sci, ne approfittarono quotidianamente.
Furono subito approntate due piste, una sopra la badia di fronte alla casa Liverani, l’altra a monte tra la Villa dell’Annunziata e la casa cantoniera rossa, e i fratelli Buccivini, mio cugino Vieri, Ermete Liverani, Caricato, Fabio Cappelli ed altri facevano a gara a superarsi in velocissime discese spesso terminate in terribili ruzzoloni. E ricordo che Fabio Cappelli ne fu uno dei protagonisti con dolorose conseguenze.

 



... venne la neve ...


Anch’io ebbi in regalo da mio cugino Vieri uno splendido paio di sci da ragazzo e, con immensa gioia mi cimentavo con i miei coetanei nella piccola pista che avevamo costruito per noi.
Il divertimento durò circa una settimana, poi arrivò la Corina, la neve si squagliò e noi si rimase con un palmo di naso.
Intanto l’inverno trascorreva lento e in febbraio venne in licenza mio cugino ch era sottotenente di artiglieria nella Divisione Friuli ed io rimasi affascinato dalla uova pistola d’ordinanza Beretta che mio cugino aveva in dotazione, e tante furono le mie insistenze che un pomeriggio andammo sul greto del fiume, sotto il ponte di Villanceto a sparare: alla fine raccolsi tutti i bossoli con grandissima gioia.”



... un pomeriggio andammo 
sul greto del fiume, sotto il ponte 
                     di Vilanceto a sparare ...




 “ Arrivò l’estate e il caldo ed un pomeriggio mi trovavo vicino all’ospedale quando vidi un soldato in tela kaki intento ad attingere acqua alla fontana: era biondo, non alto di statura, mingherlino, assai giovane e i indubbiamente un soldato  tedesco, vista l’aquila con  la svastica cucita sul petto. In seguito divenne amico di noi ragazzi. Si chiamava Karl.




La fontanella ai giardini del monumento
... mi trovavo vicino all'ospedale quando vidi un soldato in tela kaki intento ad attingere acqua alla fontana ...



Da quel momento in paese erano arrivati i  nostri alleati: in effetti si trattava di  un  piccolo contingente di circa 70 marinai tedeschi reduci quasi tutti dall’Africa settentrionale, gente che aveva combattuto, come apprendemmo poi, a Tobruk, Sidi El Barrani e Marsa Matruk.

Questo piccolo contingente di uomini ebbe anche il compito di  costruire un deposito di munizioni nel Mulinone, vicino alla stazione ferroviaria, e di custodirlo.
Infatti dopo pochi giorni dall’insediamento della truppa cominciarono ad arrivare per ferrovia treni merci pieni di tali materiali che venivano scaricati sui binari morti vicino alla Filanda.




Il Mulinone 
e la Filanda.



Il contingente aveva preso presidio nella  Villa Bassani, di fronte al giardino del Monumento ai Caduti e  a mezzogiorno e sera usciva inquadrato, comandato da un sottufficiale,  per andare a mangiare alla trattoria Visani
Il comandante del reparto si chiamava Reipert ed i due ufficiali in sottordine, uno Antonius e l’altro Sigfrid. Antonius era molto riservato mentre Sigfrid più allegro e gioviale, e noi ragazzi facemmo subito amicizia e anche i due marinai Karl e Canio simpatizzarono con noi.
Inutile dire che il gruppetto aveva libero accesso alla Bassani e che spesso con Sigfrid andavamo a fare il bagno al pozzo dell’Annunziata, e sempre, prima di tuffarci nel Lamone, Sigfrid ci faceva la ginnastica preparatoria ed in acqua ci insegnava il corso di salvataggio e a nuotare con stile e noi ragazzi eravamo entusiasti.
Il libero accesso alla Bassani ci consentiva di fare nuovi scambi e nuove collezioni coi pacchetti vuoti delle sigarette tedesche Moeve, R6 ecc, e di bottigliette vuote di birra.”
Così arrivò l’autunno e di nuovo l’inverno: Antonius era stato trasferito in zona operazioni ed era stato sostituito da un nuovo ufficiale che si vedeva poco in giro, erano comparsi anche due strani figuri in borghese, sicuramente tedeschi, visto che stavano spesso coi marinai e  parlavano con loro correntemente e uno di questi, quello basso e grasso e senza capelli, girava vestito con un voluminoso cappotto di pelle nera. ( Erano agenti della Gestapo? Noi non l’abbiamo mai saputo…)
Una sera, era da poco trascorso il Natale, Karl mi comunicò che dopo  cena un certo numero di marinai sarebbe andato a fare un po’ di festa nella trattoria di Barberina (Ndr: questa trattoria era in via Razzi e cucinava solo pesce) e se volevo esserci anch’io. Naturalmente accettai anche se non avrei avuto il permesso di fare tardi.
All’ora stabilita tutti i tedeschi erano seduti a tavola sulle panche cantando e bevendo birra. Io in mezzo a loro, che si dondolavano ritmicamente  con precisione teutonica, non capivo nulla di quel che dicevano … Dopo un po’ di tempo entro trafelato nel locale un graduato che, imposto il silenzio, fece delle comunicazioni che ovviamente io non capii: tutti si zittirono ammutoliti, e io naturalmente chiesi a Karl che parlucchiava  l’italiano, che cosa fosse successo: triste mi annunciò la scomparsa in mare, in combattimento di Antonius e che poi le cose non andavano bene in Russia. Tutti si alzarono e uscirono ed io filai a casa.



... tutti si zittirono 
ammutoliti ...



Fonti
L'immagine all'occhiello viene dalla collezione Manieri,
 www.pagelle-italiane.blogspot.it

giovedì 25 luglio 2013

Un concerto con la luna piena



C'è musica 
questa notte
alla chiesa di Lozzole.
di Claudio Mercatali


La luna vista da Viliano di Sopra

(un podere lungo la via)


Oggi è il 20 luglio, notte di luna piena. Assieme a due compagni trovati per strada salgo alla chiesa di Lozzole per un trekking. Partiamo da Fantino alla luce del crepuscolo e saliamo verso Stabbia. Alla chiesa c'è una serata musicale, suonano I Pezzi Sparsi, band composita, come si capisce dal nome, ma con componenti di notevole abilità individuale.

 

Gioia Gurioli: voce
Samuele Tesori: flauto
Sabrina Frassineti: clarinetto
Gianni Iadarola: Sax tenore
Luca Santandrea: chitarra
Luca Laghi: basso
Matteo Camporesi: batteria

La via è chiara, anche dentro il bosco, la compagnia è piacevole e quindi il tempo scivola via senza che ce ne accorgiamo. Ci vogliono due ore di cammino per arrivare lassù, ma non ci sono pesate per niente. Da Fintomorto si sente già la musica e il sax tenore crea un'atmosfera insolita in questi monti.


     



Sono le dieci e facciamo appena in tempo a prendere le ultime fette di pane e companatico qui, nel porticato della chiesa. Tutte queste persone sedute nel prato sono estimatori di musica raffinata, ma anche delle discrete forchette e hanno ripulito tutto.





La chiesa è aperta e una vista si impone. Tanti secoli fa venne ricavata da un fortilizio e si vede.



Il grande crocifisso rende l'atmosfera solenne. Venne fatto da un albero che aveva i rami a croce e quindi è stato scolpito in un solo pezzo. Fu un problema farlo passare dalla porta. In una nicchia sulla destra c'è anche il Gesù bambino che la signora Angela Maria Mugnai trovò fra le macerie della chiesa negli anni Cinquanta e che portò con sé alle Hawaii quando andò ad abitare là. La storia è su questo blog alla data 10.09.2010. Assieme al Gesù c'era anche una statua della Madonna, che ora è nella chiesa di Casaglia.

    



 
L'interno 
è di grande suggestione.


 Clicca sulle immagini 
se le vuoi ingrandire

  


 

Per approfondire su Lozzole:
10 settembre 2010 Un regalo dalle Hawaii per don Antonio Samorì
3 ottobre 2011 Lozzole antica rocca
8 aprile 2012 A Lozzole a mezzanotte












La luna sopra gli alberi 
di Fintomorto
(un podere sotto Lozzole)




Scendiamo da Fintomorto verso Fantino lungo la strada rinnovata di recente e il chiarore della luna piena rende agevole il passo e inutili le lampade. Addio chiesina, ci rivedremo a Natale, per la messa di mezzanotte.  




domenica 21 luglio 2013

I tabernacoli



Tracce di fede e di ricordi
                        ricerca di Claudio Mercatali




La Madonna del tabernacolo
degli Archiroli 
(di Barbara Briccolani)







Tabernacolo, diminutivo di Taberna, dimora, è il mobiletto dove in chiesa si conservano le ostie consacrate.
Però la parola è anche sinonimo di edicola sacra, posta a devozione della Madonna o di qualche santo.
Ormai non se ne costruiscono più, ma un tempo erano la manifestazione più spontanea della fede popolare e nel Comune di Marradi ce ne sono ancora diverse decine. Alcuni sono molto belli e meritano il restauro o la pittura di una immagine nuova, se quella originaria è scomparsa.

Come si fa a pitturare un tabernacolo? Seguiamo il lavoro di Barbara Briccolani, una brava restauratrice che ha ridato colore e vita a tanti affreschi qui in paese e altrove. Il tabernacolo è quello degli Archiroli, vicino al ponte che dà accesso ad uno dei quartieri più vecchi di Marradi.
Se l'immagine originaria non si vede più se ne può disegnare un' altra, rispettando la dedica del tabernacolo, che in questo caso era alla Madonna e la forma del medesimo, che condiziona le proporzioni.

Dopo questi preliminari si provvede alla "stesura del disegno dell' immagine" cioè del bozzetto impresso a spolvero nel muro. Lo spolvero è una tecnica antica: si disegna il bozzetto su carta, si traforano i contorni delle figure e poi si stende la carta sul muro. Con un batuffolo cosparso di polvere di carbone si batte e così nell'intonaco rimane la traccia della figura da pitturare.

 

 

Sopra: la stesura 
del disegno dell'immagine



Così si ottiene la posa giusta della figura e le sue corrette proporzioni, che dipendono anche dal punto di visuale del futuro osservatore.
Ora è il momento di dipingere, ma non è come un profano immagina, perché si procede per fasi, cioè nel modo illustrato qui sotto. Insomma l'immagine, più che essere pitturata, viene fatta comparire per gradi nel muro, con interventi successivi di colore.

  


Dove sono gli altri tabernacoli?
In giro per le vecchie strade comunali e vicinali ce ne sono di diverso tipo. Qui da noi la maggior parte sono dedicati alla Madonna.
Uno dei più belli è a Casa Carloni, sulla attuale strada comunale per Gamberaldi. Nel Settecento la strada maestra Faentina passava di qui e poi scendeva a Filetto dal podere che per l'appunto si chiama La Strada. Poi il Granduca Leopoldo fece costruire la strada attuale. Il tutto è chiaro nella carta del Catasto Leopoldino, come si vede qui sotto.
Quindi questo era il tabernacolo beneaugurante per il viandante che andava a Faenza. 


 



Clicca sulle immagini
se le vuoi ingrandire
















A Gamberaldi il tabernacolo vicino alla chiesa di S.Michele segnava il punto d'inizio della processione di Primavera che si snodava fino al podere Pianello, dove un' altra edicola uguale indicava il punto del ritorno (vedi la foto a destra).

C'è anche tutta una serie di tabernacoli ex voto per grazia ricevuta o per ricordo di un fatto successo nel luogo in cui si trovano.
I più noti sono quelli del guado vicino al fosso delle Chiesine (Campigno) costruito dal bisnonno di Feriano Ferrini per ricordare che lì fu travolto dalla piena mentre guadava il torrente a cavallo  e la formella della strada della Dogana, (Popolano) ex voto per la caduta da un albero di Luciano Benericetti.

 
 A sinistra: 
tre tabernacoli 
ex voto o di ricordo



Il più triste è forse il tabernacolo di Casa Parigi, a ricordo di un vecchio travolto dalla piena del Fosso della Cavallara. La dedica scolpita dice: "Qui Giovanni Fabbri fu rapito da una piena d’acqua. Fu ritrovato a Fognano. Io suo figlio Carlo faccio questa memoria il 19 novembre 1870”.


 




  

Poi ci sono quelli a capo dei ponti, beneauguranti per chi passava di lì e il tabernacolo degli Archiroli di cui abbiamo detto prima è uno di questi.


Dunque queste costruzioni hanno tutte una precisa simbologia e se si riesce a leggerla  ti raccontano la loro storia o ti portano il ricordo di episodi di varia umanità.






martedì 16 luglio 2013

Giancarlo Ballerini

Memorie di uno sfollato
di guerra a Marradi
Prima parte 1941-1942

ricerca di Luisa Calderoni


                                                                  La pagella del 1941


 

“ Correva l’anno 1941 ed eravamo ormai in autunno: io andavo a scuola alla Demidoff di Firenze dove frequentavo la terza elementare con la scocciatura che il sabato dovevo recarmi a scuola vestito da Balilla, cantare più o meno per l’intera mattinata le solite canzoni e inni patriottici e nel pomeriggio presto, quando “consigliato” all’adunata di rito alla Casa del Fascio di Ricorboli per accoglier, schierato con gli altri Balilla, il federale di turno che veniva o non veniva se ne aveva voglia o meno.






Gli inglesi, i nostri acerrimi nemici secondo la propaganda, avevano accentuato negli ultimi tempi le incursioni aeree sulle nostre principali città e sui centri di produzione bellica e di conseguenza Mussolini, in un comunicato radio, aveva esortato quelle famiglie giovani e con figli piccoli che ne avevano la possibilità a sfollare nelle campagne o in siti più sicuri per evitare i bombardamenti aerei che la perfida Albione ci somministrava quasi quotidianamente.



I miei genitori, essendo vissuti a Marradi saltuariamente e avendo lì parenti e amici, ottennero in affitto, in qualità di sfollati, la casa dei signori Mughini, al primo piano di uno stabile con giardino sito in Piazza delle Scalelle, di fronte alla Cappella del Suffragio, a fianco dell’Albergo Lamone.



Marradi - Piazza delle Scalelle negli anni '30


Quindi in quattro e quattr’otto, arredato l’appartamento, partimmo armi e bagagli e ci stabilimmo in paese: il babbo partiva in Littorina il lunedì mattina per Firenze, dove rimaneva a lavorare per tutta la settimana, ed il venerdì sera col treno, ritornava da noi.








Analogamente anche la famiglia dello zio Gino, fratello del babbo si era trasferita da Genova a Marradi e si era insediata nella casa di sua proprietà in Piazza Celestino Bianchi. (…)


Tornai a scuola alle elementari a Marradi e la mia maestra era Suor Maria Amata; un amico che conobbi nella circostanza fu Paolo Chiari di Firenze, anche lui sfollato con il babbo e la mamma e le tre splendide sorelle maggiori, la Fufi, la Jone e l’Ornella, tutti abitanti nella Villa dell’Annunziata dopo le Case Operaie.

Paolo che era mio coetaneo, tutte le mattine mi veniva a prendere a casa e insieme andavamo poi a scuola dove fortunatamente non c’erano l’obbligo di divise, adunate o Federali da ricevere.

Purtroppo però eravamo in  guerra e la vita non era facile: se si voleva, avendone la possibilità, mangiare un po’ meglio e vestirsi, bisognava rassegnarsi a comprare di nascosto al mercato nero dove, pagando profumatamente, si trovava di tutto. Purtroppo le tessere imposte dal Regime erano ben poca cosa per levarsi la fame e vestirsi.



Intanto noi ragazzi avevamo formato un bel gruppo di amici e nei miei ricordi ci sono Romano di “ Casa della Volpe”, Sergio e Enzo Mercatali, Vinicio e altri. I nostri giochi e le nostre passioni erano ovviamente le riviste di guerra, specie quelle con gli aerei nemici e amici con relative figurine, i gradi e i distintivi che qualche parente militare ci regalava in occasione della “rinfrescata” della vecchia divisa o del cambio del berretto e dei bossoli delle cartucce sparate in occasione delle esercitazioni che, con tanti soldati in giro, non era facile reperire.

Naturalmente tutto questo portava a uno scambio di oggetti e il nostro tempo libero passava in questi trastulli.


Capitava poi che in certe sere, dopo cena quando noi ragazzi si doveva andare a dormire, arrivasse in casa qualche amico del babbo e che tutti, con una certa aria da cospiratori, accendessero la radio per captare, quasi in un sussurro, le notizie proibitissime della nemica radio Londra, trasmesse dal famoso Colonnello Stevens e che noi ragazzi ci si alzasse in punta di piedi per non farci sentire e si andasse ad origliare dietro la porta del salotto.






Tali notizie divergevano sempre in modo evidente dai roboanti bollettini delle Forze dell’Asse trasmessi dall’EIAR e tutto ciò ci procurava una sensazione di dubbio e insicurezza perché, che diamine!  Le adunate e le mascherate in divisa potevano essere una scocciatura, ma molti babbi, fratelli maggiori, cugini e parenti, erano purtroppo al fronte e noi ragazzi non potevamo non tifare sinceramente per loro."



Fonti
L'immagine all'occhiello viene dalla collezione Manieri, www.pagelle-italiane.blogspot.it






giovedì 11 luglio 2013

La storia secondo Sibilla



La relazione con Dino Campana
raccontata dalla Aleramo
ricerca di Claudio Mercatali



Sibilla Aleramo lasciò per testamento al Partito Comunista Italiano la raccolta delle sue lettere, che ora sono custodite all'Istituto Gramsci di Roma. L'Archivio Aleramo comprende migliaia di lettere, manoscritti, appunti, il testamento e una rassegna stampa di quanto è stato scritto su di lei.
In uno di questi documenti essa racconta la sua relazione con Dino Campana:



[...] A Firenze, settimane prima, avevo sentito parlare, forse da Franchi, di uno strano volumetto: Canti Orfici, pubblicato in veste meschina a spese dell'autore Dino Campana. L'avevo portato con me in campagna. Lo lessi, ne rimasi abbacinata e incantata insieme, tanto che scrissi al poeta alcune parole d'ammirazione. Egli mi rispose, una bizzarra cartolina. Abitava anche lui in quel momento nel Mugello, nel suo paese nativo, Rifredo (... Marradi). Vi fu uno scambio epistolare, dopo di che ci incontrammo a Barco, un gruppetto di case ad un valico dell'Appennino Toscano. 
L'amore divampò, in un delirio selvaggio. Campana era già pazzo, già stato rinchiuso due volte per qualche settimana in manicomio, ma io non volevo crederlo tale, e nei primi tempi, per tutto il mese anzi che passai con lui lassù, in una località detta Casetta di Chiara (... Tiara), egli fu, pur in mezzo a mille stravaganze, molto tranquillo, dolcissimo innamorato come un bimbo.
Diceva di non esser più capace di scrivere, ma non pareva soffrirne. Progettava, per l'inverno, di impiegarsi, di lavorare, di vivere con me e per me. Eravamo felici. Scrissi "Fauno".

 
Ma appena sceso a Firenze, a settembre, incominciarono a manifestarsi segni gravi di squilibrio. Tutto il mio passato lo ingelosiva atrocemente. Volle che andassimo a nasconderci a Marina di Pisa; presi a nolo tra la pineta e il mare una villetta ("ove si disse vi che aveva abitato anche G. D'Annunzio"), ove si rimase solo pochi giorni, egli cominciò a dare in escandescenze, a far scene violente, sino a battermi e a sputarmi in viso. Spaventata, disperata, fuggii a Firenze, dalla Castiglione, dove venne a trovarmi Emilio Cecchi, che mi vide con un occhio pesto, e mi scongiurò di rompere ogni rapporto con Dino, se non volevo perdermi. Ma io l'amavo troppo ancora. Tornai a Marina di Pisa, si andò assieme ai Bagni di Casciana, dove io iniziai una cura di acque calde, ma anche là egli ebbe manifestazioni paurose sin che lo persuasi a partire, ad aspettarmi presso Firenze, da un'amica svedese che affittava stanze, presso Settignano. Là lo raggiunsi, e si visse sino al dicembre, in una alternativa quotidiana e notturna di violenze e disperazioni, che mi rendevano a mia volta folle. Tornai in città, presi una stanza sopra al Ponte di Santa Trinità, chiesi aiuti di denaro per lui a gente ricca. Egli giungeva, ripartiva, scriveva pentito, implorava perdono e amore. Giunsi ad un tale stato d'esaurimento e di panico, pur col cuore gonfio di pietà e di passione, che mi rifugiai, senza dargli l'indirizzo, presso un'altra amica mia ch'egli non conosceva. Gli scrissi supplicandolo di eseguire il progetto di recarsi in montagna, un luogo delle Alpi piemontesi ov'era già stato, mi pare, e lá cercar di ritrovare salute e calma.


Così finalmente fece, e io tornai alla stanza sull'Arno, ma ero disfatta da quei brevi eterni mesi di martirio. Passai tutto l'inverno cosi, squallidamente, attendendo le rade lettere di Dino, aggrappandomi alla speranza d'una guarigione che nel fondo di me stessa sapevo impossibile ormai. Lavoravo alle traduzioni per l'Istituto Francese meccanicamente, e a qualche strofa del Passaggio (v. il cap. Il silenzio e qualche brano inserto nel II).

In aprile ebbi da mio padre l'annunzio della morte di mia madre, avvenuta nel Manicomio di Macerata, dopo oltre vent'anni di reclusione.
La guerra continuava. Franchi era anche lui partito per il fronte. Franchi che aveva sopportato con infinita abnegazione l'esser sacrificato all'amore per Campana, e portò la ferita in sé per innumerevoli anni. Vedevo qualche volta la de Blasi, la Castiglione, Padre Pistelli, i Luchaire. Tutto è avvolto in una nebbia dolente nel ricordo.
A giugno andai a Milano, per qualche settimana. (Credo m'abbia raggiunta là la notizia della morte di Boine. L'estate prima in Mugello avevo avuto quella della morte di Boccioni soldato). Mi trovavo con i Tallone, non ricordo se Teresa si era già sposata con Somarè.


Cesare Tallone, pittore, 
e alcuni suoi quadri.


Vidi i Gonzales. (Michele e Rebora erano al fronte). Ebbi da essi l'indicazione d'un alberghetto alpino ove passar l'estate: Ca' di Janzo, in Val Sesia. Arrivai là, sola, per San Giovanni. Tutta questa fine di giugno fu soleggiata e dolce. L'alberghetto era vuoto, io sola pensionante. Trovai finalmente un po' di distensione ebbi un po' di requie.




Cà di Janzo


Scrissi la fine del capitolo Le carovane, e tutto quello della Favola. Leggevo Sofocle e Pindaro. Campana non mi scriveva più, doveva aver lasciato le Alpi ed esser ridisceso in Toscana. Cominciavo a rinunciare alla speranza di rivederlo e riaverlo e agire sul suo destino.
Verso la metà di luglio l'alberghetto si popolò di gente tranquilla. Poi ad agosto giunse Luchaire, con la sua seconda moglie, un'italiana, e il loro bimbetto di tre anni. Si fecero gite assieme (una al Col d'Olen, dinanzi al Monte Rosa, dove pernottai e scrissi la breve lirica Orgoglio). Poi essi ripartirono e io tornai a settembre a Milano.
Là, all' Hotel Manin, ebbi un telegramma di Campana, da Novara, che mi supplicava di andarlo a visitare alle Carceri di quella città. Sgomenta, mi feci dare dall'avv. Gonzales una lettera di presentazione per il Procuratore del Re di Novara e accorsi. Campana era stato arrestato per vagabondaggio e insufficienza di documenti, ecc. Il suo aspetto l'aveva fatto prendere per un tedesco.
Ottenni di rivederlo attraverso le sbarre. Egli singhiozzava, mi chiamava Rina, Rina, mi baciava le mani fra i ferri. Fuggii. Ebbi dal Procuratore la promessa che sarebbe stato liberato. Qualche mese dopo seppi da Cecchi che era tornato in Toscana, e là rinchiuso in manicomio, dove morì 14 anni dopo [...].



sabato 6 luglio 2013

Prigionieri alle falde dell'Himalaya


I ricordi di Enzo Barzagli
ricerca di Silvana Barzagli



L'Italia entrò in guerra il 10 giugno 1940 quando ormai la Francia era stata invasa dai Tedeschi e sconfitta. Pareva che il conflitto dovesse durare solo poche settimane e Mussolini ordinò un' avanzata dalla Libia verso l'Egitto, per poter vantare qualche successo al momento dell' armistizio. 
Però gli Inglesi non avevano la benché minima intenzione di arrendersi, passarono alla controffensiva e travolsero l'armata italiana d'Africa guidata dal generale Rodolfo Graziani facendo 130.000 prigionieri che furono spediti nei campi di prigionia in India, dove rimasero cinque o sei anni.



Fra questi c'era Enzo Barzagli e sua figlia Silvana ricorda così il racconto di suo padre:



"Mi piacerebbe scrivere un libro sulla mia prigionia, ma farei un doppione di "Reticolati sotto le stelle" di Omero Taddeini, il mio compagno di baracca a Yol in India, alle falde dell' Himalaya."



Poi cambiò discorso, sino a che eravamo adolescenti ci raccontava, diventati tutti adulti non ne fece più parola. Quando nel 2000 ci ha lasciato, a me toccano le "carte" incartate per una decina di anni sino a poco tempo fa.

Scarto articoli di "Gente", ritrovo cartoline delle principali città libiche Derna - Barce - Tobruk - Tripoli.




Qui accanto: Un marabutto (una tomba a cupola di un uomo venerabile) 
  A destra: Il palazzo del governatore 
italiano della colonia, a Tripoli.



 
 





L' attestato di Capitano arrivato nell' 1988, la foto del suo Battaglione (sotto), della sua batteria (a sinistra), e la motivazione per la croce al merito di guerra. Dal suo Stato Matricolare il 16 marzo 1939, (foto qui sotto) risulta imbarcato a Napoli sottotenente, sbarcato a Bengasi al 158° Rgt.Ftr "Liguria" sino al 01.09 1939.



 

 
Trasferito all' VIII Btg. Libico Porto Bardia. Tenente dal 1/10/1940, l' 11.12.1940 viene catturato prigioniero dagli Inglesi a Sidi El Barrani, e rimpatriato il 30.11.1946.
 Questo è tutto quello che appare dallo Stato Matricolare, ed unito a questo, di suo pugno, un elenco di "Ricordi" che vado a trascrivere testualmente:
 

- 1940 Cattura (P.O.W) - dentro una gabbia.
- 1941 Egitto: Bardia  e Tobruk.
- 1942 Traversata in nave (Suez - Mar Rosso - Golfo di Aden).
- 1942 Arrivo in India al porto di Bombay.


 
 

 
















Poi in treno, il "Cashmir Express (foto qui accanto) - fermate: Bangalore - Dharhansala - Kugnara - Kasba - Yol, campo con reticolati e baracche piene di avvoltoi.







1942/1943/1946 prigionia al Campo di Yol, (foto) alle falde dell' Himalaya.
- 1946 partenza per Pathankot nel Punjab per il rimpatrio.
 - 1946 arrivo a Napoli il 30.11.1946 accolti da risate e sputi!!!!
- Arrivo a Marradi il 6.12.1946.

 







Sopra: le baracche del campo 
di concentramento

A sinistra: la scuola per i bambini 
indiani gestita dai prigionieri italiani



Ora i miei ricordi dai suoi racconti al Campo di prigionia di Yol: "un milione di eroi armati solo di speranza"

"Io ero nel campo degli ufficiali ed i generali avevano deciso d' intesa con gli inglesi che ci saremmo autogestiti, e così fu, sino a costruirci la radio clandestina ed ad aprire un Centro studi con gran parte dell' Università italiana prigioniera"


 

"Ci perquisivano continuamente, ci perquisivano anche gli animi"


"Lo sport ci aiutò a sopravvivere"
"Un esile filo ci legava all' Italia: la posta".