Marradi, inizio del '900

Marradi, inizio del '900

domenica 27 aprile 2014

L'Acquedotto Romagnolo e il fonte pubblico

Tante buone ragioni 
per costruire
l'Acquedotto degli Allocchi
ricerca di Silvana Barzagli



L'imbocco della galleria
degli Allocchi


Nel 1888 e nel 1889 a Faenza ci fu un gran discutere su come rifornire d'acqua la città, che andava crescendo e aveva bisogno di risorsa. I progetti furono due: l'ing. Tramontani pensava di attingere dal Lamone e dalle sorgenti delle ultime colline faentine, invece l'ing. Zannoni pensava di attingere alle sorgenti degli Allocchi, che erano scaturite dalla galleria omonima scavata in quegli anni lungo la ferrovia Faentina, sopra a Crespino del Lamone.

La Gazzetta di Faenza, un periodico che si stampava in città in quegli anni, riportò i pareri dei due tecnici e queste che seguono sono le ragioni dell'ing. Zannoni, che alla fine prevalsero.
Ci sarà abbastanza acqua dentro la Galleria degli Allocchi? E se dopo qualche anno le sorgenti smettessero di sgorgare?

Dalla Gazzetta di Faenza del 17 marzo 1889

Per debito di imparzialità e perché ci piace la più ampia discussione sopra questioni che, come questa, interessano vivamente il pubblico, diamo posto, di buon grado, alla seguente, inviataci dal nostro concittadino Ing. Comm. Antonio Zannoni,

Bologna 14 luglio 1895

Ebbi i numeri 20 e 21 del suo Periodico; il 1° "L' Acquedotto Romagnolo" che mette innanzi osservazioni sull' alimentazioni e dell' Acquedotto Romagnolo da me progettato; il 2° "Il pubblico Fonte", che fa conoscere il progetto Tramontani per dotare di acqua potabile Faenza.
E ringraziando la S.V. dell' esteso riassunto della mia Conferenza costì tenuta il 3 u.s. Febbraio, riportato nel suo N. 18, e della cortese ospitalità accordatami, io dico:
E' opposto in ordine all' alimentazione dell' Acquedotto da me progettato, che desse alimentazione, attesa dalle scaturigini della Galleria degli Allocchi, può dubitarsi venga col tempo notevolmente diminuita, e quindi, che si farà sentire la necessità d' altri allacciamenti, e prese di acqua; opere di conseguente grave costo.

 

Le vasche di decantazione
dell'acquedotto



Ora io osservo: i Municipi non si preoccupino delle temute possibilità di diminuzione di acqua della Galleria degli Allocchi: la Società accennò in genere ad un quinquennio di garanzia e ci sentiamo sicurissimi del volume dell' acqua, che deve alimentare l' acquedotto? I casi fortuiti, che temonsi nella Galleria degli Allocchi se avverranno, avverranno a rischio, e pericolo, e quindi a carico di noi concessionari: le opere, che diconsi necessarie per supperire in caso alla deficienza temuta della Galleria predetta, se occorreranno, staranno ad esclusive nostre spese.
E' a tutto questo, che si è già pensato e provveduto con tale un largo concetto di presa di acqua fuori della Galleria, da potersi avere la più rassicurante garanzia di un inalterabile e sufficientissimo volume di acqua.
Dunque a questo riguardo dichiariamo esplicitamente di assumere, ed assumiamo noi la più ampia responsabilità: i Municipi pagheranno il canone, cioè pagheranno l' acqua, e quando avranno l' acqua: diversamente nò, e continueranno ad averla assicurata per tutta la durata del pagamento del canone; durata, che come premisi, esser può dai 50 ai 60 anni; dopo di che l' acquedotto passerà in proprietà dei Municipi.


E allora che azzardano oggi, per siffatta lunga durata di tempo, i Municipi? E scorso questo tempo essi non saranno sufficientemente fatti sicuri, che l' Acquedotto si sarà reso normale, cioè inalterabile nella sua portata d' acqua.
Parmi, che con mezzo secolo si possa fare a sicura fidanza!



Il Sindaco di Faenza invita il suo collega
di Marradi a un incontro  (27 luglio 1891)




Però è Marradi, e con Marradi la vallata da Crespino a Marradi, che, dicesi, alzerà un grido di allarme, temendo di vedersi sfuggire la speranza di un miglioramento economico.
Ognuno si rassicuri nella seguente enunciazione, che io fò - vale a dire, che coll' attuazione dell' Acquedotto Romagnolo, l' industria da Crespino a Marradi, ed a Marradi in specie, eleverà grandemente il suo sviluppo, quello sviluppo, che, senza l' attuazione dell' Acquedotto, spererà sempre invano. E qui mi taccio perché è troppo prudente che "chi fa il gioco non l'insegni".
Dunque via, via il timore, che sia per diminuire, od anche per mancare all' Acquedotto la alimentazione: l' acqua a ciascun Municipio (Articolo 5. delle mie proposte) è garantita a volume giornaliero dai 50 ai 60 anni, e più ancora, se vuolsi, dalla società concessionaria: via altresì l' impressione sfavorente, già sorta che rimanga danneggiata l' industria da Crespino a Marradi, ed a Marradi; perché anzi l' acquedotto è destinato appunto a generare lassù una produzione industriale.
La montana vallata del Lamone, per la cui ferrovia, sebbene disgraziatamente male riuscita, combattei, saluti adunque con gioia l' Acquedotto Romagnolo, e ne acceleri coi più ardenti voti la più sollecita attuazione!
Ma che dirle del progetto studiato dal Signor Ingegnere Tramontani per cotesta fonte di Faenza. L' alimentazione dell' acquedotto Tramontani è proposta a farsi da sorgenti, e con derivazione dal canale della Chiusa mediante filtri; il Signor Ing. proponente calcola di raccogliere in massima siccità mc. 200 al giorno, ossia per 20mila abitanti, che tanti ormai siamo a Faenza, litri 10 (dieci) per testa al giorno; la spesa preventivata per l' opera L. 189.311.
Ora io domando, la tenue potenza (strato) della terrazza quaternaria, che si distende a piedi del contrafforte dell' Olmatello e la sua limitata estensione, e speciale inclinazione quale garanzia può dare, riguardo al suo strato bibulolatente?
Ossia quale sarà per essere oggi, ed in avvenire la portata, cioè il volume di acqua giornaliero delle sorgenti, che il Tramontani progetta di aprire in esso?
Si interroghi il Paramelle, e se ne avrà una risposta memorabile.  Sono poche le acque chiamate dal foro della galleria, entro la galleria, tanto è vero che talune di esse sorgenti sono scomparse, quale maggiore timore di depauperamento non è a nutrirsi per le sorgenti dell' Angioletta, e dell' Orto di Sotto additate per alimento del suo acquedotto; Dal Signor Ingegner Tramontani, massime di fronte al fatto, che già si constata, del rilevantissimo depauperamento, che tutto dì si avvera dell' acqua della fonte nostra? Io ritorco adunque a fortiori, ed ella ne converrà con ben più sode ragioni, l' argomento.






Ma si dice: - Il Tramontani ricorre altresì ad una derivazione delle acque del Canale della Chiusa, vale a dire all' acqua del Lamone.
Io rispondo subitamente “ e chi non sa oggi, quanto sia pericoloso, per la pubblica igiene, il derivare l' acqua potabile da corsi di acque, che scorrono sugli alvei dei fiumi, segnatamente se defluiscono in questi gli scoli di luoghi abitati? La storia delle recenti propagazioni del cholera è troppa fresca, ed ha insegnato a tutti, che l' acqua bevuta dai corsi d' acqua, (torrenti e fiumi) è appunto il veicolo della propagazione del morbo: Spagna, ed Italia informano sciaguratamente. 
Né vale il dire, che l' acqua sarà filtrata, perocché la scienza, malgrado anche il costosissimo processo Anderson, non può oggi pronunciarsi con piena ed assoluta sicurezza sugli effetti innocui della filtrazione: e ad onta dell' ottimismo dell' Ingegne Devonshive, manca, la dimostrazione, che anche con tale processo i germi patogeni saranno rimossi.
Che sarebbe adunque per avvenire a Faenza, bevendo, secondo, che propone il Tramontani, l' acqua del Lamone, in cui scolano non solo Crispino, sibbene e Marradi, e Fognano, e Brisighella?

Oh! che Faenza non correrà il rischio di Venezia che ne fece doloroso esperimento, oggi abbandona le derivazioni delle acque di fiume, ed ha comprata la sua salute attingendo a sorgenti, pagando così la sua salute con altri 2 milioni per l' esproprio delle sorgenti medesime.
E poi io chiedo: e delle acque progettate a derivarsi, si fecero tutte quelle analisi, che la scienza oggi impreteribilmente vuole? Si è, e si sarà quindi sicuri, a lavoro eseguito, dell' assoluta potabilità dell' acqua in progetto, mentre l' acqua da noi progettata è migliore ancora, per istituita analisi del Prof. Casali, dell' acqua dell' antico mio acquedotto riattivato di Bologna?
Se è pur vero che ottima cosa è l' acqua, non è meno vero, che non averla ottima, è pessima cosa. E quale spesa annua siano per importare i filtri chi lo ignora?
quale la spesa di manutenzione dell' acquedotto proposto?
Ma è sul volume dell' acqua calcolata dal progetto Tramontani, e quello da noi assicurato giornalmente, della sua e della nostra spesa che conviene instituire un parallelo: discendiamo a questa, colla quale non si patteggia, l' aritmetica, unica stregua sicura in mezzo alle fantasmagorie dei pubblici bilanci.




Perché io ragiono così: - Il Tramontani calcola, ed i suoi calcoli potrebbero d' assai diminuirsi, a mc. 200 (dugento) in massima siccità il volume di acqua giornaliero che fornirebbe con il suo progetto alla pubblica fonte, cioè litri 10 (dieci) per abitante, ed è tale volume scarsissimo, insufficiente, inferiore, appena 1/6 (un sesto) di quanto è voluto dalla scienza igienica, e dalle esigenze della vita, né vale il pretenderne di allargare il concetto, derivando maggior volume di acqua dal Canale, perché £ 288,000 oppure un canone corrispondente a tale somma per un determinato tempo, dai 50 ai 60 anni, pagabile unicamente ad acqua data.

Dunque quale si è, se non questa, la conclusione, cioè che noi diamo, ed assicuriamo un volume di ottima acqua sei volte tanto maggiore, ossia il sestuplo dell' acqua calcolata dal progetto Tramontani, e la diamo per una somma pressoché eguale a quella del progetto di lui, esonerando, per la durata della concessione a canone, il Municipio di Faenza da ogni manutenzione dell' Acquedotto.
Ora al pubblico, al Municipio nostro il giudicare tra i due progetti, quello del Tramontani, ed il mio. E pongo fine con un augurio, l' augurio di poter attuare un opera al mio paese ed alla Romagna non meno utile, che sommamente dal lato igienico, necessario.

Obbl.mo suo       A. Ingegner ZANNONI




Fonti: Archivio storico del Comune di Marradi 

martedì 22 aprile 2014

La stele di Calesterna

Storia di un nome 
o di un soprannome
di Claudio Mercatali e
Luisa Calderoni



La stele di Calesterna è una lapide tombale di età Romana rinvenuta a Marradi nel Settecento o forse prima, e descritta per la prima volta nel 1743 dall'archeologo Antonio Francesco Gori. Per tutto l'Ottocento se ne perse traccia e venne rinvenuta per la seconda volta nel 1892 nel fosso degli Archiroli, dove serviva come pietra da lavatoio. Oggi è murata lungo le scale di una casa in via Fabbrini, a Marradi.
Si tratta di una lastra d'arenaria alta 1,50 m e larga 0,74 m per uno spessore di 8 cm sulla quale è  questa epigrafe:

VIV
C.Calesternae. C.F.
Patri
Trabenniae. L.F.
Tanniae Matri
Sex Calesternae. C.F.
Fratri
C.Calesterna. C.F. fecit.

La lettura delle lapidi romane non è sempre univoca, per le frequenti abbreviazioni e le sigle. Secondo una regola con molte eccezioni,  la prima riga è una sorta di titolo e VIV sta per "Ai vivi" e l'ultima riporta il nome di chi la fece fare, che era Caia Calesterna. Oggi noi diremmo:

"Per i vivi: Caia Calesterna fece (questa lapide) per il padre Caio Calesterna  (o di Calesterna), per la madre Trabennia Tannia, per Sesto (di?) Calesterna, fratello".



Sopra: la prima descrizione della lapide fatta dall' archeologo Gori in Inscriptionum Antiquarum, 
un catalogo del 1743.

La lapide è importante perché è l'unica ritrovata nel Comune di Marradi e prova che la zona dove ora sorge Marradi era abitata anche in età romana. In particolare interessa la parola Calesterna, che è insolita nell' onomastica latina.
  
L'archeologo Francesco Orioli nel 1855, in un articolo pubblicato nel Giornale Arcadico (vedi qui accanto) avanzò l'ipotesi che la parola etrusca Caletra o Calestra non fosse un nome di persona ma significasse "città, paese". Dunque Calesterna sarebbe il nome di un antico insediamento, più vecchio di Marradi, di cui non è rimasta traccia né ricordo. Se le cose stanno così Calesternae significa "di Calesterna" cioè di questo paese di cui si è persa memoria.

Nel 1892, dopo il secondo ritrovamento della lapide nel fosso degli Archiroli, l'archeologo Gian Francesco Gamurrini in "Notizie di scavi di antichità" riprese questa idea motivandola a dovere. In particolare egli escludeva che Calesterna fosse un nome di persona, perché non si trova in nessuna delle migliaia di lapidi tombali che ci sono giunte.
Invece ci sono tanti nomi latini di località, con la stessa terminazione, derivati dall'etrusco, per esempio, Claterna, Literna, Cluserna ....




A fianco: Gamurrini parla
di Calesterna  in "Notizie
di scavi di antichità" (1892).


per cui, secondo Gamurrini, Calesterna era il nome di un posto abitato che doveva essere circa all' incrocio delle due valli del Lamone e di Campigno, cioè a Biforco. Questa conclusione venne accettata e ripresa da quasi tutti gli archeologi e gli storici successivi, però oggi ha dei punti deboli. Il fatto è che i campi attorno a Biforco, negli ultimi cinquanta anni sono stati scavati tutti, per costruire il paese attuale e non è mai stata trovata nessuna traccia antica. Al Castellaccio è stato sbancato addirittura il fianco del monte per costruire il campo sportivo e il palazzetto dello sport, senza incontrare resti archeologici o cimiteri. In più gli scavi di S.Martino in Gattara, nel corso degli anni Sessanta dimostrarono che l'alta valle del Lamone era abitata dai Galli Boi e si trovano facilmente toponimi come Galliana, Galliata, Boesimo, ma non ci sono nomi etruschi.
Per questo alcuni grecisti pensano che Calesterna non fosse un nome di località ma il soprannome del padre della donna che fece fare la lapide, e anche il suo e di suo fratello. La radice sarebbe greca, secondo l'uso romano di derivare da quella lingua i vezzeggiativi e i soprannomi più raffinati: kallìste significa bellissima e stèrnon è il petto.
Dunque Calesterna sarebbe un nomignolo che vuol dire "dal bel petto". La prova? Secondo i sostenitori di questa ipotesi è nel posto più ovvio, cioè nel vocabolario del greco antico, dove si trovano le parole "callìsternos", dal bel petto, e "callìsteuma", di eccellente bellezza.

Il vocabolario del greco antico

La prima ipotesi, quella del paese chiamato Calesterna è quella più accreditata, però anche l'altra non è male. Quando Caia di Calesterna, o dal "bel petto" fece fare la lapide di certo non immaginava che dopo ventuno secoli ci sarebbe stato ancora qualcuno interessato a lei ... ma tant'è.


Fonti: Giuseppe Matulli, La via del grano e del sale, 1988. Atti degli Accademici dei Lincei.



La  stele agganciata ad una parete  della casa di via Fabbrini

Relazione del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali


....Considerato che la stele funeraria, sagomata a trapezio ( h cm.148, largh. cm 74, spess. cm 8), in pietra arenaria grigia, con qualche scheggiatura lungo i margini, recante l'iscrizione latina, non incorniciata, su 8 righe:
VIV (is) / CCALESTERNAI.C (ai) F(ilio)/ PATRI/ TRABENNIAE L(uci) F(iliae)/ TANNIAE. MATRI/ SEX.CALESTERNAE. C(ai) F(ilio)/ FRATRI/ C.CALESTERNA. C(ai) F(ilius) FECIT./,
databile nella seconda metà del I sec. A.C, in possesso del Sig. raffaele Becherucci, Casignano, Scandicci (FI), riveste interesse particolarmente importante ai sensi della citata legge, perché unica attestazione conosciuta della famiglia Calesterna, gens di origini umbro etrusche, e perché si configura, grazie alle sue peculiarità toponomastiche e per i suoi riferimenti topografici, come documento di grande importanza nell' individuazione del tracciato della via antica ricalcante l'odierna Via Faentina e nella definizione dell' omogeneità sociale ed economica dei due versanti appenninici già in età preromana, (...)

DECRETA
Art.1 - La stele funeraria, descritta nelle premesse è dichiarata di interesse particolarmente importante ai sensi della legge 1-6-1939 n. 1089 e come tale è sottoposta a tutte le disposizioni di tutela contenute nella legge stessa.

Il Ministro
Il Sottosegretario F.To Astori


 Roma, lì 22 Giugno 1991





giovedì 17 aprile 2014

ll frassino e la quercia

Una previsione del tempo
con lo sbocciare delle gemme
ricerca di Giuseppe Meucci








La filza

Nei secoli passati prevedere il tempo era una necessità, perché il buon raccolto dipendeva anche da questo. Un primo tentativo di previsione si faceva con il germogliare delle piante. In effetti non c'è creatura tanto meteopatica quanto una pianta in primavera. Il problema però è che le piante non si regolano con il tempo che farà ma con le condizioni meteo del presente e in base a quelle si attivano o ritardano.



Palazzuolo, chiesa di S.Stefano


Pietro Tedeschi, parroco della chiesa di S.Stefano in Palazzuolo di Romagna alla metà dell' Ottocento, non era del tutto convinto di questo, come ci spiega in un manoscritto:



Ricordo:
Adì p:° Maggio 1847.

Si legge nei giornali agrarj, o di commercio dei mesi scorsi, che in Inghilterra per un corso di molti anni è stata fatta un' osservazione mediante la quale si viene a pronosticare la cecità, o umidità che deve essere in quel dato anno, cioè hanno osservato, che quando nella primavera si sbozzola il frassine prima della Quercia è segno, che l'Estate deve andare, e correre alida, e quando si sbozzola la quercie prima del frassine deve andare umida: dunque si osservi questa cosa, per vedere se anche in Toscana corrisponde questo fatto:

Frattanto in questo corrente anno 1847. ho osservato, che il frassine è un tantino più avanti della quercia, cioè il frassine ha sbozzato il primo, e però questa Estate dovrebbe essere piuttosto alida: eh vedremo!


Il ponte della Badia di Susinana

Adì 2 Dicembre 1847.
dico, che l'Estate decorsa del 1847. non andò così arida, giusta l'osservazione, che sopra, non andò nè alida, nè umida, ma tenne una via di mezzo, perché qualche pioggia si ebbe: andò però caldissimo, e senza esempio, tutto il mese di maggio, mese che fu sempre caldo, come se fosse stato il mese di Luglio; nel d:° maggio non piovve, che un forte rovescio il dì sei; e qualche gocciola negli ultimi giorni; ripeterò sempre gran caldo, anzi il dì 24. mag:° alle ore 23, e tre quarti il caldo era a 22 gradi: si disse, che ildì 22. giorno di Sabato fosse sentita cantare la cicala a Valdelrìo: I Contadini pigri, che non avevano seminato il Formentone a tutto il dì 10 d:° non potevano più seminarlo, perchè la terra era così arida, che non erano bastanti i colpi della Zappa a romperla, e chi volle seminarlo in così terreno arido, non nacque, e se nacque qualche pianta non fece la spiga: Fu però in quell'anno abbondanza di Uva, di Formentone seminato presto, e bastantemente di grano; di biade poi zero, zero: La raccolta poi delle Castagne è così piena, pienissima, che non c'è memoria d'uomini di una simile, e così ubertosissima:




La filza degli scritti
di don Pietro Tedeschi



Adì 17. Aprile 1848.
dico, che anche in quest'anno il frassine è un poco più avanti della quercie: Vedremo.
Adì 30 . 7bre 1848. Sebbene il caldo non sia stato eccessivo, pure è stata alida l'Estate, ed ha corrisposto il sud:° pronostico.
Adì 19. Aprile 1849.
Anche in questo sud:° anno il frassine è un tantino più avanti della quercie, e però dovrebbe essere segno di siccità piuttosto che umidità:
Adì 31. Agosto 1849. Il caldo del 1849. è stato quasi più forte d'anno, e però ha corrisposto il pronostico =
  
Adì 19. Aprile 1850.
Anche in quest'anno 1850. il Frassine è un tantino più avanti della quercie, ma è assai più addietro d'anno, perché la brocca tutta è addietro più d'anno da otto, in 10 giorni.
Adì 31. Agosto 1850. Il caldo non è stato così forte, come si aspettava, anzi è stato moderato; meno, che due, o tre giorni della prima, e seconda settimana di Luglio in cui si è fatto sentire, ma insomma il pronostico non ha corrisposto:

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Dunque non rimane che provare.
A Marradi al podere Colombaia ci sono due piante di frassino e di quercia vicine, esposte al sole allo stesso modo. Alla metà di aprile chi ha "sbozzolato" prima?






Se con la parola "sbozzolare" il parroco intendeva lo sbocciare delle gemme quest'anno ha vinto la quercia, per pochi giorni. Dunque l'estate 2014 sarà meno calda?
Eh! vedremo.








Nota: Oggi è il 21 settembre 2014, primo giorno d'autunno. Non si ricorda a memoria d'uomo un' estate piovosa come quella di quest'anno. Che abbiano "visto" giusto la quercia e il frassino?


Fonte: Giuseppe Meucci, Osservazioni di un parroco dell' Ottocento sugli eventi climatici dell'Alta valle del Senio, in Quaderno di studi e Notizie di Storia Naturale della Romagna, dicembre 1998.

La "riprova" è stata fatta da Claudio Mercatali.







sabato 12 aprile 2014

Un trekking da Valnera a Monte Romano

Per vedere i monti 
e le stelle
ricerca di Claudio Mercatali




La chiesa di Monte Romano
negli anni Trenta



Nell' Alto Medioevo Monte Romano era abitato dai Longobardi. Il nome in romagnolo è "mont ermàn" e la traduzione corretta sarebbe "Monte Ermanno" dal tedesco herman = fratello. I prefissi "mont" e "val" sono longobardi e indicano "un posto in alto, un poggio" e "un posto in basso, una buca". Dunque il nome significa "poggio dei miei fratelli, della mia tribù" e i Romani non c'entrano. Ora saliremo da Valnera e percorreremo il crinale sopra Valgrande, secondo il percorso mostrato nella mappa qui sotto. I Longobardi non ci interessano, però il sito dimostra che i nomi hanno un preciso significato e, se si riesce a ricostruire la loro origine, raccontano la loro storia. A proposito di storie, ecco che cosa dice lo scrittore Pino Bartoli su Valgrande:

Una manciata di tenebre (da Fuochi sulle colline)

"Correva l'anno 1836. In quell'anno si era rapidamente sparsa la voce che il Granduca di Toscana si apprestasse ad aprire una strada che dall'altipiano di Casaglia raggiungesse Marradi e Brisighella. Il Consiglio della Comunità brisighellese fissò in duecento scudi il contributo, tassa di passo, così la chiamò il Granduca, che avrebbe concesso ai fini della concretizzazione del progetto. Solo una famiglia non volle saperne di pagare ulteriori imposte: la famiglia Ceroni di Valgrande.
Il podere Valgrande, posto verso Monte Romano e precisamente nella parrocchia di Grementiera, costituiva allora come oggi, l'estremo lembo della Romagna incuneato fra i contrafforti dell' Appennino Tosco - Romagnolo. Oggi è uno dei tanti poderi abbandonati dell'alto brisighellese, ma nel 1836, Valgrande con l'appendice di altri piccoli poderi, era considerata residenza padronale tanto da giustificare, in quei tempi di sapore feudale, il rango di signorotti della zona che i Ceroni avevano assunto nei confronti dei villani.




Quello che rimane della casa
poderale di Valgrande



I Ceroni di Valgrande davano un' interpretazione eccessiva al prestigio di cui credevano di essere investiti, con l'aggiunta di una arroganza e una prepotenza senza limiti. Erano cinque fratelli, scolpiti in modo uguale dal tempo, impietriti dalla solitudine e da un orgoglio smisurato.
Quando il gabelliere Gandini si recò ad esigere il nuovo balzello, i padroni di Valgrande non solo si rifiutarono di pagare ma stracciarono l'intimazione dicendo che "le tasse per una strada che a loro non serviva non le avrebbero pagate". Il gabelliere non osò protestare e non protestò neppure quando uno dei cinque energumeni lo invitò, anzi gli ordinò di mettersi a tavola con loro.
- Non si esce da casa Ceroni senza prima aver mangiato -
Il poveretto si accartocciò sulla sedia e sebbene vedesse la fame girare sui muri per i venti e più chilometri che aveva dovuto sorbirsi a piedi per portarsi a Valgrande, non toccò quasi per niente l'enorme scodella di maccheroni che una delle donne di casa gli aveva messo sotto il naso. Il buon odore della minestra infiorata da uno spesso strato di ragù teneramente abbracciato ai funghi, faceva ballare il suo stomaco vuoto, ma la paura di quei cinque che lo guardavano come un porcellino alla grassa, gli aveva tappato il gozzo.
Lasciò che i padroni di casa finissero i loro piatti, poi fra mille scuse e poveri sorrisi volse i suoi passi verso Brisighella. Otto giorni dopo, in compagnia di due carabinieri il messo gabelliere Gandini tornò a Valgrande. Lasciarono i cavalli legati a una croce di legno che fino a pochi anni fa segnava il bivio della mulattiera che porta a Montusco, podere nascosto alla vista dei Ceroni, e proseguirono a piedi con l'intento di sorprendere gli abitanti di Valgrande nella loro tana e procedere quindi alla riscossione o al sequestro. I Ceroni invece sembravano attenderli.



... lasciarono i cavalli al bivio della mulatiera che porta a Montusco ...






La tavola era apparecchiata anche per loro, per la "forza" come si diceva allora per chiunque portasse una divisa.
- Siamo venuti per quelle tasse - e stavolta il sorriso del gabelliere era coperto da un buono strato di sfottitura e autorità - non crediate di comprarci con due maccheroni ... Questi spilorci non pagano le tasse e vorrebbero magari anche farci morire di fame - finì col dire il Gandini rivolto ai suoi angeli custodi.
I Ceroni non dissero niente.
Sul fuoco un paiolo enorme stava arricciando con gli ultimi bollori una catasta di maccheroni.
- Stavolta - pensò il gabelliere - mi rifaccio. Non ho mica paura stavolta ... e guardò di nuovo la "forza" che messa lanterna e fucile in un angolo, si era già sistemata a tavola. I piatti che arrivarono di lì a poco sembravano covoni di grano.



I Carabinieri pontifici.



Incominciarono.
E per far vedere che proprio proprio non aveva nessuna paura, Gandini finì per primo la sua parte nettandosi con le mani i baffi impregnati di sugo.
- Non si va in giro a dire che in casa dei Ceroni si muore di fame ... e Sabèn, l'azdòr (il reggitore, del podere, il capo famiglia) riempì di nuovo la scodella dell'esattore.
Sembra, così mi raccontò il vecchio Nannini, ultimo proprietario di Valgrande, che il gabelliere il mercoledì, giorno di mercato a Brisighella, avesse spiegato a suo modo le scontro con i Ceroni, dicendo che "i maccheroni di Valgrande erano buoni ma pochi, e sono arrivato a casa morto di fame". E questo in fondo era vero.
Il gabelliere fece un debole tentativo per rifiutare e poi abbassò la testa sul piatto, visto che anche i carabinieri si sforzavano di finire la loro porzione, intimoriti dalle pesante, fastidiosa presenza di tre fratelli che come ad un segnale convenuto si erano portati alle spalle di ognuno dei convitati.
L'azdòr era sparito. l'altro fratello intanto, aiutato dalle donne, riempiva i piatti posandoli con fare imperioso sotto il naso dei malcapitati.
- Mangiate! Avanti mangiate! Sono pochi? Coraggio, ce ne sono degli altri! -
Con lo sguardo ormai spento, tutti sbracati a causa dei bottoni che saltavano via come tappi di bottiglia, i tre cercavano faticosamente d'alzarsi. Prontamente erano rimessi a sedere senza tanti complimenti dai rispettivi "camerieri" appostati alle spalle. Nessuno parlava più. Una poltiglia di tenebre era scesa sulla cucina dove stava per avvenire un delitto atroce, ripugnante.
Mentre i carabinieri pontifici ad un certo punto furono lasciati liberi di trascinarsi nella buca del letame a vomitare l'inferno che era in loro, Gandini incapace ormai di qualsiasi reazione veniva ingozzato a forza. Nella bocca tenuta aperta i maccheroni gli furono spinti in gola con il mattarello.
Con gli occhi schizzati fuori dall'orbita, Gandini morì soffocato nella maniera più schifosa e orripilante. Lo gettarono nella buca del letame come "un sacco di merda" così dissero i Ceroni. Poi presero a braccio i due gendarmi e si recarono ai cavalli.
La terribile vendetta di quelli di Valgrande, che ancora oggi non si racconta senza rabbrividire d'orrore, non si era fermata con la barbara  morte inflitta al gabelliere.
Sabèn, che si era allontanato un'ora prima, aveva tagliato le labbra ai cavalli che impazziti dal dolore mostravano i denti in un ghigno spaventoso.
- Anche loro ridono, vedete come ridono! Ridono come ridiamo noi ... - e la risata dei Ceroni sembrò un'onda pazza di violenza che andava a schiantarsi su quel mondo così semplice, così arcaico di allora, lasciando un segno che ancora oggi ti fa restare con il fiato sospeso.
La sera stessa i Ceroni, lasciata Valgrande nelle mani delle loro donne, si rifugiarono nel confinante Granducato di Toscana. Nessuno seppe più niente di loro ...".

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E ora andiamo. Il tracciato del trekking non è difficile. Si tratta di percorrere per intero l'orlo della valletta dove di trova Valgrande. La mappa qui accanto è chiara quanto basta.
 Si parte da Cà di Pedù, un podere lungo la strada per Valnera ben riconoscibile e mostrato qui sotto.
L'imbocco della nostra strada è alle spalle rispetto al punto di scatto di questa foto.
  
La strada sale costantemente e si percorre con poca fatica. La zona è bella, con grandi spazi, campi di grano e, in giugno, una gran fioritura di ginestre e altro.
Il primo podere, Il Casotto, si intravede nella foto qui accanto ed è già nella parrocchia della Grementiera, che comprende tutta questa valletta.
La pianta in primo piano è il finocchio selvatico. Se viene stropicciato fra le mani libera delle essenze profumate, che svaniscono dopo poco ma lasciano addosso una nota bassa di odore gradevolissimo.


Dopo aver faticato un po' si arriva a Pedù, un podere disabitato, a mezza costa.



Pedù




Il panorama è già interessante, ma per goderlo appieno bisogna guadagnarselo, salendo una ripida erta lunga quasi un chilometro, che porta al Crinale delle Salde.
Uno dei modi per ingannare la fatica è quello di non guardare continuamente avanti, perché il pendio ripido scoraggia. Così, guardando a terra, scopro che questo posto è ricco di erbe commestibili, che non mi sarei aspettato di trovare.
Ci sono quasi tutte le compagne del finoccchio selvatico, cioè le monocotiledoni che vivono a solame, nei terreni basici e siccitosi, con poca terra e molto galestro.
Ecco qui accanto il tarassaco a foglia roncinata, la plantaggine a nervatura parallelinervia e i vitalbini, cioè le punte di vitalba. Mescolando queste tre con un 60% di radicchio selvatico si ottiene un' insalata amarognola appetitosa. Però bisogna arrivare qui a metà primavera. Terrò a mente per un prossimo trekking.





Ora più delle parole contano le immagini, perché da qui si vede mezzo mondo.







Al Crinale delle Salde la visuale si allarga. Per andare a Monte Romano bisogna imboccare verso destra la strada campestre che si vede qui accanto nella prima foto in alto, altrimenti si va a Gamberaldi, un posto dove siamo già stati con questo blog il 13 ottobre del 2010 (vedi nell' archivio).  



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Si arriva così alla Chiesiuola di Monte Romano, che è questa. Qui c'è un altro bivio, al quale bisogna girare a destra, lungo una strada piana che passa poco sopra a Valgrande, il podere del fattaccio descritto prima.


 La Chiesiuola di
Monte Romano






I Longobardi saranno stati anche dei rozzi barbari, ma questo posto l'avevano scelto proprio bene.



L'Osservatorio di Monte Romano
ha una sala vetrata per le comitive.











Da qui si vede anche una gran parte del cielo e infatti c'é un osservatorio astronomico gestito dal Gruppo Astrofili Antares di Romagna, al quale si può accedere come specificato al sito www.osservatorioastronomico.info.


E così sono passate piacevolmente tre ore, e cinque o sei chilometri.





lunedì 7 aprile 2014

Imo il Borgo

Un oratorio alla Badia
di Claudio Mercatali



I proprietari di una torretta medioevale con un oratorio affrescato nel Cinquecento non sono molti. Due di questi sono il signor Benito Briccolani e sua moglie Lorenzina Bravi, della Badia del Borgo, e la loro figlia Barbara valente restauratrice di dipinti antichi, mi ha invitato a visitarla.


La torretta di mo il Borgo


Già diversi anni orsono il maestro Giuseppe Biagi, passando di qui nel corso di un trekking rimase meravigliato e scrisse questo articolo per il settimanale Il Piccolo, di Faenza.


Il posto preciso si chiama Imo il Borgo, antichissimo sito accanto alla Badia omonima, che appunto in rapporto a quella era "humilis, humus" ossia "jum" nel dialetto del profondo medioevo. 
Dietro queste case, per mille anni sono passati i contadini che scendevano in paese e solo nel Novecento la via è stata dismessa e sostituita dalla attuale strada Marradi - S.Benedetto. 
La carta topografica del Catasto Leopoldino (1830) è molto chiara in questo. Dunque le torretta era sulla via principale e da una porticina al piano superiore si entrava nell' oratorio.      



Estratto dal Catasto Leopoldino.


Qui siamo nel cuore del Comune di Marradi, perché i monaci vallombrosani della Badia sono stati per tanti secoli i veri padroni del paese.
A loro si doveva una parte del raccolto, un buon numero di tasse e balzelli e i primi documenti che parlano di Marradi sono proprio dei contratti di vendita, affitto o concessione di terre fatti presso il monastero.



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All'esterno della torretta in una pietra d'angolo c'è una vecchia iscrizione scolpita.
Forse la lapide era a ricordo di un bambino caduto di sotto: Girolamo (il bambino) di Sandro  (il padre), di Bartolo (il nonno) cadde (demengi = demersit). La data è sottrattiva, MD = millecinquecento, XIIIIC = cento meno quattordici = ottantasei e quindi  era l'anno 1586.



La Lapide
nella pietra d'angolo






Dentro l'oratorio l'ambiente è spartano, con il muro di sinistra affrescato. Un delicato lavoro di restauro ha fatto comparire la figura di un santo o di un monaco benedicente, con la croce in mano.
Non si sa quale santo sia, forse san Giovanni Gualberto, monaco benedettino secondo la Regola Vallombrosana, ma può anche darsi che sia un Abate della Badia del Borgo.


 





Un affresco antico
restaurato
da Barbara Briccolani





Sulla parete destra c'è una Annunciazione di pregevole fattura dipinta da Barbara Briccolani e in alto la scritta "Questa maestà è stata restaurata negli anni 1992 - 1995 per volere dei proprietari Benito Briccolani e Lorenzina Bravi. Il restauro dell'opera pittorica originale è stato eseguito dalla figlia Barbara autrice dell' Annunciazione voluta dal padre Benito in ricordo della madre Annunziata".







L'Annunciazione














Il tetto a quattro spioventi sormontati da una croce aveva una copertura in lastre d'arenaria che è stata mantenuta durante i lavori di recupero.







All'interno il tetto si presenta a volte di mattoni mezzanini, murati con cura e di sicuro fu messo in opera da un capomastro che sapeva il fatto suo.












mercoledì 2 aprile 2014

Il Teatro degli Animosi: decori e stucchi (1977)

Questa è la classificazione dei decori e degli stucchi del Teatro degli Animosi di Marradi, nelle schede della Sovrintendenza ai beni artistici della Toscana. Si tratta di opere di pregio che nel 1977 furono messe sotto vincolo.
ricerca di Luisa Calderoni

































Fonte: Documenti dell'Archivio storico del Comune di Marradi