Marradi, inizio del '900

Marradi, inizio del '900

sabato 28 giugno 2014

Il Convento delle Domenicane


La petizione a salvaguardia 
del giardino del convento 
delle Domenicane di Marradi
ricerca di Luisa Calderoni





Nel 1866 il Governo dell' Italia appena unificata, presieduto da Bettino Ricasoli, approvò la legge di confisca dei beni ecclesiastici.
Un' enorme quantità di beni della Chiesa, conventi, monasteri, poderi, edifici, mobili e arredi accumulati in secoli di donazioni passarono seduta stante al nuovo Stato italiano senza alcun indennizzo. Anche il convento delle Domenicane di Marradi fu espropriato e passò prima al Demanio e poi al Comune.


 




Verbale del passaggio del Convento
dal Demanio al Comune, nel 1888


Dal 1888 al 1898 l'edificio del convento fu di proprietà comunale e le suore ne abitavano una parte solo come usufruttuarie. L'Amministrazione comunale, nel 1894, mise all'asta il giardino del convento e successe che ...

I marradesi, guidati dal signor Cesare Torriani, nel 1894 fecero una raccolta di firme per salvaguardare il giardino del convento delle Domenicane che rischiava di essere venduto dal Comune di Marradi a beneficio della comunità. Quella che segue è la trascrizione della petizione seguita da un lungo elenco di firme.







A destra: la delibera del Consiglio comunale del 7 luglio 1894 per la vendita del giardino. Fu questo atto che provocò la lettera qui sotto.







“ Ill.mi Signori Consiglieri del Comune di Marradi

E’ a notizia di noi sottoscritti, o Onorevoli Consiglieri, che nella deliberazione del giorno 7 del corrente mese, vi siete al tutto determinati di togliere alle benemerite Religiose Domenicane il campo o resedio annesso al loro convento, ( lasciandone alle medesime soli 5 metri) coll’intendimento di costruire in quel lembo di terra un mercato.




Questa vostra deliberazione è al sommo disapprovata non solo da noi sottoscritti del paese, ma ancora da tutto il Comune. Imperciocchè essa tende a distruggere un Corpo morale, che, ( e Voi non lo potete negare) è benemerito di tutto il Comune e massime del nodtro paese. Ed in vero quel campo è, per così dire, la vita di quelle religiose e in ispecie delle insegnanti e delle
giovani studenti, poiché in quello nelle ore di sollievo respirano un po’ d’aria pura e si prendono un onesto sollazzo per ristorare le forze del corpo. Ma quando Voi, o Onorevoli Consiglieri, avete inalzato un muro alla distanza di 5 metri dalle loro celle non solo avete loro tolto un luogo di onesto diporto, ma altresì ( cosa incredibile a dirsi) avete tolta la luce e l’aria alle celle delle medesime. Questi elementi necessari alla vita si negano forse ad alcuna delle nostre famiglie? No certamente. Eppure Voi, onorevoli Consiglieri, volete colla vostra Deliberazione negare questi elementi necessarisssimi alla più numerosa delle famiglie, degna per tutti i conti di ogni rispetto. Da ciò non è egli chiaro che Voi distruggerete a poco a poco una gloria di questo paese, un luogo di sana educazione, che gli intelligenti nostri avi si edificarono con tanta cura?


Inoltre colla vostra Deliberazione ci togliete ogni speranza di collocare un giorno dentro quel recinto qualcheduna delle nostre figliuole per esservi educate. Imperciocchè tolti che siano a questo Istituto gli elementi più necessari alla vita, come verremmo a capo dei nostri desideri, se per vostra colpa esso addiviene meno salubre?



Ma supposto anche che fosse egualmente salubre, sarebbe nulladimeno turbata del tutto la pace di questo Convento e tornerebbe infruttuosa l’educazione, se Voi costruiste fin sotto quell’abitazione un mercato, da cui del continuo le bestemmie, il turpiloquio, le liti ed altre parole immorali andrebbero a ferire le pudiche orecchie delle giovani. Dal che Voi ben dovete comprendere nella vostra saviezza di quanto danno tornino quelle immoralità alle Religiose, e specialmente alle giovani, che con esse convivono per apprendere quella civile e religiosa educazione necessaria alle giovani che un giornodovranno reggere e governare la famiglia.






Voi ci direte che il resedio per le religiose e il giardino, in cui possono respirare aria pura e andare a diporto lungi dalle occasioni di udire parole immorali. Ma vi rispondiamo che questo pure difetta assai d’aria, poiché, come voi ben sapete, è circondato d’ogni intorno dalle abitazioni.



E poi diteci a che pro volete voi fare un nuovo mercato mentre ora il commercio non ha più quell’abbondanza e quella floridezza dei tempi andati? Per la qual cosa sì pel vivo desiderio che noi abbiamo che resti in piedi questo Monastero fondato dalla pietà dei nostri avi, sì per dare attestato di gratitudine alle nostre ottime maestre, vi presentiamo questa riverente istanza pregandovi col maggior calore che tutti promettiate a queste Religiose il libero possesso del campo annesso al loro convento: Vi ricorda finalmente, Onorevoli Consiglieri, che voi non siete i rappresentanti di un partito, ma sibbene della maggioranza di un intero Comune: che siete gli interpreti dei nostri voti: questo fu il mandato che vi affidammo. Dunque a seconda dei nostri voti diportatevi in questo affare."

Marradi il dì Luglio 1894
Cesare Torriani 





 Come si legge nei fogli qui sopra questa petizione venne firmata da moltissimi marradesi e allora l'Amministrazione sospese la vendita.



lunedì 23 giugno 2014

Il Cinema Borsi

nei ricordi di Domenico Rossi 



Nella prima metà degli anni '50 la Curia di Modigliana, l' Arciprete Mons. Giuseppe Rossi e il fratello Dino iniziarono i lavori di costruzione del Cinema - Teatro " Giosuè Borsi".
Giosuè Borsi, livornese, fu scrittore, giornalista, poeta, attore, dicitore e soprattutto profondamente credente, morì il 10 novembre 1915 da sottotenente alla testa del suo plotone nella Grande Guerra. 

Per la costruzione del cinema era necessario eliminare una piccola Cappella, e ciò provocò non pochi malumori  in alcuni marradesi. Il funzionamento del Cinema Borsi, iniziò nei primi anni il sabato sera e la domenica pomeriggio e sera. Volendo si potevano prenotare i posti durante la settimana, al negozio "Caccia e pesca" allora di Dino Rossi.

Il riscaldamento era con due stufe a legna posizionate ai lati della platea  che venivano ricaricate anche durante la proiezione del film.

Poi si aggiunse il giovedì sera con una pellicola diversa. Dopo alcuni anni, con l' avvento della trasmissione televisiva "Lascia o raddoppia" di Mike Buongiorno, per ovviare alla scarsa presenza di spettatori, i gestori (Dino Rossi e Lina Farolfi) pensarono bene di installare un televisore in platea, rimandando a dopo la trasmissione, la visione dei film.
Successivamente fu inserita un' altra proiezione il martedì sera con pellicola diversa e la domenica pomeriggio con un film per i ragazzi.


... pensarono bene di installare
un televisore in platea ...






Le "pizze" contenenti le pellicole, divise in quattro o cinque scatole di ferro, venivano ritirate e riportate a Firenze in Via Fiume, tutti i martedì e venerdì. La programmazione veniva fatta da Dino Rossi mese per mese. Nella gabina cinematografica si sono succeduti diversi operatori marradesi, qui ricordiamo Biffi, Naldoni, e Gherardelli. Alla "cassa" era stabilmente Lina Farolfi con una Signora di nome Caterina. Al servizio bar e "maschera" si alternava la Sig.ra Giulia Naldoni.

  


I film ambientati nell'antica 
Roma erano di moda 
nei primi anni Sessanta



Naturalmente in quegli anni le macchine cinematografiche ogni tanto rompevano la pellicola, e gli spettatori se la prendevano a voce alta con gli operatori di turno: così, saliva in alto un coro di:  "Biffi!, "Biffi"!








Alla fine degli anni '70 un incendio causò svariati danni, tali da dover cambiare tutte le poltrone ed il rifacimento completo del solaio.
Con l' arrivo dell' Arciprete Don Ulderigo Nuvoli, la gestione e conduzione dell' intero Cinema passarono ad altri per pochi anni, diventando poi,  come è ancora oggi,  Sala Parrocchiale.
Il cinema "Borsi" funzionò sino alla fine degli anni '70, esattamente fino al 30 giugno 1977.
   



Le commedie musicali furono un altro
filone cinematografico di successo
negli anni Sessanta





 


Agli inizi degli anni Settanta 
vennero di moda i cosiddetti 
"western all'italiana"
girati a Cinecittà, cioè a Roma.



Relativamente al Teatro degli Animosi, si ricorda che, nell’anno 1954, il teatro era gestito dal Club Sportivo Culturale Marradese per conto dell' ENAL (Ente Nazionale Assistenza Lavoratori). Limitandosi il CSCM ad organizzare feste, commedie e veglioni, per un utilizzo completo della struttura si affidò a Dino Rossi, dietro pagamento di un affitto, la conduzione del Cinema e la sua programmazione.
Marradi per diversi anni ebbe così il cinema sia al "G. Borsi" che agli "Animosi", compreso il lunedì pomeriggio, giorno di mercato.

  

L' Animosi alla fine degli anni '60 era talmente malridotto che le porte dei palchetti, in corso di deterioramento, lanciavano a tratti "spifferi" e "botte" tanto che, nel corso della visione del "Il pozzo ed il pendolo" tratto dal testo di E. A. Poe, fra le paure che suscitava il film, il rumore della pioggia scrosciante fuori ed il vento che faceva sbattere le porte dei palchi improvvisamente, i pochi spettatori sparsi per comodità nell' intera platea, alla fine del film si trovarono impauriti uno vicino all' altro!

Di contro ed in positivo, molto positivo per gli innamorati e fidanzati, era ritrovarsi chiusi a chiave a guardare (!?) il film nel palchetto.
Al riscaldamento del teatro si provvedeva con una grande caldaia a legna.
Alla "Cassa" si alternava tutta la famiglia di Dino Rossi ed in gabina ruotavano gli operatori del G. Borsi.
La gestione Dino Rossi terminò con la chiusura del Teatro che, dopo essere stato acquisito dal Comune di Marradi fu ampiamente restaurato a partire dal 1968.


... i pochi spettatori alla fine del film si trovarono
 impauriti uno vicino all'altro!








mercoledì 18 giugno 2014

Le elezioni amministrative del 1914




       Si rinnova il Consiglio 
Comunale
ricerca di Claudio Mercatali




Nel giugno 1914 si tennero le elezioni amministrative generali. A Marradi finiva il mandato dell'ing. Vincenzo Mughini, che aveva amministrato nei quattro anni precedenti. Si ripresentò come candidato consigliere in una lista di liberali e soprattutto cattolici, capeggiata dall' avvocato Giuseppe Baldesi, che aveva fatto il sindaco prima di Mughini, con scarsi risultati. Il Prefetto Cioia comunicò il giorno delle elezioni al sindaco di Marradi con questa lettera:


Prefettura della Provincia di Firenze
divisione 2
Firenze, 26 maggio 1914

OGGETTO: Elezioni generali amministrative

All'Ill.mo sig. Sindaco di Marradi

Con decreto 20 maggio corrente ho stabilito per il giorno 14 giugno le elezioni generali amministrative in codesto mandamento. Prego la S.V. di voler provvedere per gli ulteriori adempimenti avvertendo che il manifesto di cui all'art.60 della Legge Provinciale e Comunale dovrà essere pubblicato non più tardi del giorno 29 corrente.

attendo assicurazioni
Il Prefetto Cioia


Le liste concorrenti erano due, una di cattolici e una laica e socialista, che si contendevano i trenta seggi del Consiglio Comunale. Gli elettori erano 2600, solo maschi perché le donne non avevano diritto al voto. Marradi contava allora circa 10.000 abitanti.





Le liste dei candidati


Lista dei cattolici 
(30 candidati)

Baldesi Giuseppe, Bandini Attilio, Bernabei Romano, Fabroni Leonardo, Ceroni Francesco, Bandini Luigi, Ghetti Antonio, Bernabei Pio, Luti Lorenzo, Mughini Vincenzo, Fabbri Luca, Casoni Fortunato, Caiani Giovanni, Pieri Carlo, Gonnelli Lodovico, Ulivieri Vincenzo, Monti Pietro, Montefiori Giuseppe, Zacchini Filippo, Matulli Alessandro, Neri Amedeo, Catani Beniamino, Cavina Pratesi Antonio, Bandini Giuseppe, Catani Arturo, Tramonti Vincenzo, Pierantoni Pietro, Ciottoli Dino, Tricca Iseo, Barbieri Domenico.

Lista laica e socialista (17 candidati)

Mercatali Palmerino, Maestrini Luigi, Vanni Attilio, Bandini Alfredo, Ranieri Guglielmo, Consolini Federico, Bandini Odoardo, Ciottoli Vito, Fabroni Gastone, Nati Ettore, Torriani Giuseppe, Mercatali Vincenzo, Mercatali Sabatino, Bombardini Federico, Ravagli Ottavio, Bellini Primo, Consolini Achille.

Vinse la lista dei cattolici, nella quale c'erano 5 ex sindaci (Baldesi, Bandini A, Ghetti, Mughini, Luti) ma per dissapori personali i consiglieri non riuscirono a eleggere il sindaco e il comune fu commissariato, di tre mesi in tre mesi, per un anno. Nel maggio 1915 fu eletto sindaco Palmerino Mercatali, il capolista concorrente.

Dino Campana andò a votare? Dal registro delle presenze al voto risultano assenti lui e suo fratello Manlio, mentre votarono il padre Giovanni e lo zio Torquato.




Dov'era Dino nel giugno 1914? Di certo a Marradi, perché il 7 giugno aveva firmato il contratto per la stampa dei Canti Orfici e seguiva il lavoro tipografico del suo libro, in continua lite con il tipografo Bruno Ravagli.


Sulla destra, l'insegna della tipografia 
F.Ravagli, in via Fabroni, che stampò
i Canti Orfici nell'estate 1914
  



Fonte: Documenti dell'Archivio storico del Comune di Marradi,
trovati dall'archivista Mario Catani.





sabato 14 giugno 2014

I ponti di Marradi

Come collegare 
le sponde
se un fiume 
ti attraversa
ricerca di Claudio Mercatali


 Il ponte Bailey (di ferro) montato dagli Inglesi sul Lamone in sostituzione di quello minato dai Tedeschi (1944)




Marradi è l'unico paese della valle del Lamone ad essere attraversato dal fiume. Gli altri paesi, fino a Faenza, hanno il Lamone accanto ma non all'interno. Questo fatto è una conseguenza della ristrettezza della valle in corrispondenza dell' abitato e giustifica anche l'esistenza stessa di Marradi, che appunto sorse alla confluenza di diverse valli laterali.
La presenza di un fiume condiziona l'urbanistica e in genere la migliora o la rende più suggestiva perché l'acqua è vita, rende rigogliose le piante tutto attorno e dà un senso di movimento all' ambiente. Però impone anche una serie di vincoli e di costi, per la gestione del territorio e i collegamenti. In questa ricerca le immagini mostrano come vennero risolti, nei secoli passati, i problemi di collegamento fra una sponda e l'altra dei corsi d'acqua all'interno del circuito urbano di Marradi.     


A voler essere precisi non è esatto dire che il nostro paese è "attraversato da un fiume" perché in realtà i corsi d'acqua dentro il perimetro di Marradi sono diversi. Si comincia subito a Biforco che, come il nome lascia intendere, è alla confluenza della valle di Campigno e della valle del Lamone.



Sopra: il ponte di Biforco nel progetto della strada granducale Faentina (1820 - 1830)

Accanto: il ponte effettivamente costruito 
nel 1830 circa e distrutto nel 1944.

Sotto:  il ponte Bailey montato dagli Inglesi in sostituzione di quello minato dai Tedeschi.



Nei primi anni dell' Ottocento, o forse prima, il problema venne risolto con un ponte a due arcate, una di seguito all'altra, come si vede qui sopra. Era il tempo della costruzione della strada granducale Faentina, l'autostrada per la Romagna a quei tempi, e la soluzione rimase valida fino al 1944, quando  i Tedeschi in ritirata minarono tutto. La ricostruzione del 1946 portò alla situazione attuale, con due ponti distinti, uno sulla strada principale e uno verso il Castellaccio.  

  
Il ponte successivo, scendendo verso il capoluogo, è quello dell' Annunziata ed è dei primi anni Sessanta. In quegli anni il Consorzio di Bonifica di Brisighella aveva costruito la diga dell' Annunziata e il Comune chiese e ottenne che le due sponde fossero collegate. L'ing. Bubani del Consorzio sfruttò la muraglia della diga stessa per fondare i pilastri del ponte, che è quello odierno.







Il Lamone prima e dopo gli anni Sessanta
nella zona dell'Annunziata. 









Dai tempi più remoti fino agli anni 1854 - 1858,  il Rio Salto correva a giorno, lungo l'attuale via Fabroni, come si vede in questa cartina. Per passare da una parte all'altra c'erano tre ponti e di ognuno è rimasto l'arco principale sotto la volta della galleria che corre al centro del paese.


Il centro di Marradi nel 1833 
(Catasto del Granduca Leopoldo)







A fianco: La volta del Ponte del Magazzino, 
ancora esistente sotto via Fabroni, in corrispondenea 
del palazzo che oggi è sede 
della Banca Popolare id Ravenna















A sinistra: l'arco del Ponte della Vasca, visibile 
solo se si scende nel greto del  Rio Salto



A questi bisogna aggiungere il Ponte della Vasca, tuttora agibile e nascosto fra le case di via Fabbrini che danno sul Rio Salto e il ponte degli Archiroli. Questo è il ponte più vecchio, perché non fu minato dai Tedeschi in ritirata nel 1944 ed è ancora come lo rappresentò il Giani in una sua stampa della fine del Settecento.






Tocca ora al Ponte Grande, che unisce il centro del paese con la periferia, un tempo detta Marciana.
E' il ponte storico di Marradi, raffigurato a schiena d'asino nelle stampe antiche e poi con l'arco fra le case prima del bombardamento del 1944.
Quello attuale, costruito subito dopo la guerra, è stato modificato diverse volte, come si vede qui accanto.



Il Ponte Grande dopo il 1944: 

1) senza i muri laterali lungo il fiume
(anni Cinquanta) 
2) con i muri lungo il fiume 
(anni Sessanta)
 3) oggi, con la ringhiera.








Subito dopo c'è un altro ponte, sul Fosso della Cappellina, proprio nella strettoia accanto alla casa di Dino Campana. Era detto Ponte dei Solaini, dal nome di una antica famiglia di esattori del dazio. I Solaini  avevano avuto l'ottima idea di piazzare qui il punto di riscossione del balzello, visto che questo era un punto d'accesso obbligato al paese, anche per chi veniva da Palazzuolo, perché la strada attuale non c'era e si doveva scendere dal Poggio.


Il Ponte dei Solaini








Sempre su questo fosso al tempo della costruzione della strada per Palazzuolo,  (1866 - 1870) fu costruito il ponte di Collecchio, a mio parere, il più brutto di tutti.


A destra:
Il ponte di Collecchio








Sotto: il Ponte del Vivaio





L'ultimo ponte dell'abitato è il cosiddetto Ponte del Vivaio, che permette di scavalcare il fosso di Gamberaldi. E' della fine dell' Ottocento, ai tempi della costruzione della Ferrovia.
Prima, per andare a Faenza,  si doveva passare da Casa Carloni e scendere alla Fornace di Marcianella,  passando dal podere che si chiama appunto La Strada. Là c'è ancora un muro dell' erta che portava giù nel fosso e lo stampo delle fondazioni del ponticello antico.







Il Ponte di Popolano, nel progetto 
del Granduca Leopoldo (1840) 
e com'era prima del 1970.


Se nel perimetro urbano di Marradi comprendiamo anche Popolano, come abbiamo fatto per Biforco, allora dobbiamo considerare il ponte sulla statale, che prima del 1944 era così come si vede qui accanto. Anche questa era una realizzazione fatta al tempo della costruzione della Strada Granducale Faentina.

Prima dove si passava per andare a Faenza? L'antico tracciato non attraversava il Lamone a Popolano ma seguiva la via ancora oggi nota come Strada della Dogana, fino a un ponticello di cui esiste ancora l'arco, pericolante, sepolto fra la vegetazione, accanto al viadotto della ferrovia. Si chiama Ponte di Vasculla.




Per approfondire: i ponti del Settecento, disegnati nelle stampe di Giani e Fontani
sono in archivio all' 8 novembre 2013.





lunedì 9 giugno 2014

La vita a Palazzo Torriani

I ricordi di Maria Gentilini Cavina.


Maria Gentilini è nata il primo  gennaio 1913 e ha la bellezza di 101 anni.
Suo padre si chiamava Angelo e  molto presto rimase orfano, prima della mamma e poi del babbo. Il padre di Angelo, che lavorava per i Signori Torriani, rimase vittima di un incidente: fu infatti trascinato da un cavallo da Villanceto, dove si era recato presso alcuni contadini del Torriani, fino al palazzo stesso, dove arrivò ormai moribondo. I due bambini rimasero a Palazzo Torriani presso il Signor Cesare, bisnonno dell'unica erede della Famiglia Torriani, Signora Anna Maria Tagliaferri.
Angelo stava sempre con il Signor Cesare e ne divenne l'uomo di fiducia, di fedeltà assoluta e assoluta onestà, tanto che aveva le chiavi del palazzo e si recava personalmente dai numerosi contadini che lavoravano per la ricca famiglia marradese.




Dopo la morte del Signor Cesare avvenuta nel 1915, Angelo mantenne le stesse funzioni anche presso il Signor Giuseppe, l' unico figlio di Cesare e della sua sposa Emilia Strigelli, morta a soli 20 anni in seguito al parto prematuro del figlioletto Giuseppe. La sorella di Angelo, Giulia,   divenne invece  la "Dama di Compagnia" della sposa di Giuseppe.

Giuseppe aveva preso in moglie  Clementina Morosini, di origini venezianee da lei ebbe tre figli: Carlo, Emilia e Cornelia. Clementina era una donna bellissima che si recava molto spesso a Firenze per far prendere lezioni di equitazione alle due figlie Emilia e Cornelia.

Carlo, nato nel 1907, si era sposato con la figlia del marradese Pedulli che abitava nel mulino  di fronte all'Ospedale, ancor oggi di proprietà della famiglia ma morì molto giovane, nel 1957,  in seguito ad un incidente con un trattore.
Cornelia, la seconda figlia,, nata nel 1911 e morta anch'essa giovane nel 1946, aveva sposato Giacomo Lazzarotto.

Emilia, la terza figlia , nata nel 1909, aveva sposato Leopoldo Tagliaferri. Le nozze si tennero  a Premilcuore il 24 settembre 1949.  Emilia morì nel 1959 quando la piccola figlia Anna Maria aveva appena 7 anni.

Questa era la composizione  della famiglia Torriani.

Nel palazzo, oltre ad Angelo e alla sorella, lavoravano  molte persone. 
C'era l'addetto ai cavalli le cui stalle si trovavano nei locali sottostanti la filanda adiacente al palazzo, c'era l'addetto ai cani da caccia, l'addetto alla cantina e il giardiniere, nonno di Rosanna Cappuccini.
 Due donne erano addette al guardaroba e si occupavano del  bucato, della stiratura  e del rammendo.
 I locali della filanda, una volta cessata l'attività dell'opificio, erano usati come magazzini per il grano, per la frutta e i prodotti provenienti dai numerosissimi poderi dei Torriani.


Il retro del palazzo Torriani e la Filanda



Documenti che attestano l'attività della filanda di Cesare Torriani


 Le auto della famiglia venivano collocate in una rimessa nel palazzo adiacente, anch'esso di proprietà dei Torriani, dove in seguito il marito di Emilia, Leopoldo Tagliaferri, avrebbe aperto un'oreficeria.

I Torriani in auto alla loro fattoria di Galliana

Il paese di Marradi, prima della guerra, era pieno di famiglie nobiliari e di signori e palazzo Torriani era sempre pieno di gente. In particolar modo la grande cucina era un luogo molto attraente grazie all'enorme camino dentro e intorno al quale molta gente poteva star seduta a riscaldarsi e ad asciugarsi, specie i cacciatori al ritorno dalle battute di caccia. La stanza, molto alta, era soppalcata e protetta da una ringhiera. Nel soppalco c'erano 4 letti e qui dormiva Angelo insieme ai lavoranti della casa, ma capitava anche che vi dormissero alcuni cacciatori ospiti della famiglia. Angelo e la sua famiglia  abitavano a pochi passi dal palazzo, nella casa vicina al muro del giardino cui si accedeva, come oggi, da un grande cancello. Finchè visse, Angelo dormì quasi sempre nel palazzo, lontano dalla moglie Ginevra, ma ciò non gli impedì di avere   numerosi figli e precisamente 7, di cui due morti alla nascita, poi Mario, Giovanni e Domenico e infine l''unica femmina,  Maria.

Ginevra, la moglie di Angelo Gentilini
Maria, a causa delle assenze del padre,  ha pochi ricordi di lui ma  non ne ha dimenticato  il carattere duro e autoritario  di " padre padrone". 
Maria era quasi coetanea della piccola Cornelia Torriani e quando la chiamavano, passando dal grande cancello del giardino, si recava nel palazzo a giocare con lei. Cornelia, pur appartenendo ad una ricca famiglia, aveva pochi semplici giocattoli e il gioco preferito delle due bambine era quello con la bambola di Cornelia. Maria ricorda che nel palazzo c'era una sedia a dondolo su cui lei si sedeva  ma con grande paura così che le sue urla provocavano le risate della padrona. Maria e Cornelia passarono insieme alla Prima Comunione nella Chiesa di San Lorenzo di Marradi e la Signora fece a Maria un bellissimo vestito con un'elegante cintura ornata di roselline. Così anche Maria si sentì una signora, almeno per un giorno.




In realtà la sua famiglia era molto povera anche perché Angelo, nella sua illimitata dedizione al padrone, non chiedeva mai un aumento di paga mentre Ginevra osava lamentarsi col Signor Cesare perché aveva molte difficoltà a mantenere i 4 figli.
Per aiutare la famiglia, spesso Maria, su richiesta della madre, si recava nel palazzo con un tegamino a prendere i fondi del caffè che, una volta ribolliti, producevano una sorta di surrogato. Ma il padre Angelo non voleva e brontolava la bambina cui rifiutava tutto, persino la frutta marcia che veniva buttata via nel fiume.
La situazione, già difficile della famiglia, peggiorò notevolmente dopo la morte di Angelo avvenuta quando Maria aveva solo nove anni.
Angelo fu trovato morto nella cantina nei sotterranei del palazzo, caduto dentro un tino. Gli altri aiutanti del palazzo dicevano che era ubriaco e così era caduto nel tino, ma giravano anche voci che gli uomini avessero litigato con Angelo, gelosi della sua posizione di uomo di fiducia del padrone. Portato in ospedale, i medici riscontrarono che Angelo aveva una botta in testa e che questa era stata la causa della morte. Ma più tardi cominciò a circolare un'altra versione: il colpevole, sul letto di morte, lasciò detto che voleva morire con la coscienza sgravata dal peso della colpa e di riferire a Ginevra che era stato lui a spingere Angelo nel tino...

Con la morte di Angelo si interruppero i rapporti tra la famiglia Torriani e la famiglia di Maria che, a 14 anni e per quattro anni consecutivi, andò a lavorare alla Filanda Guadagni, come addetta al riempimento delle bacinelle e al passaggio della bava dei bozzoli alle filandaie.


Nel giardino del " Monumento":  in alto a destra, Maria con la cognata. Seduta, a sinistra , la sorella del Dottor Zacchini

 La famiglia Torriani, dopo la seconda guerra mondiale,  lasciò la grande dimora danneggiata dal passaggio del fronte per trasferirsi nel palazzo accanto di loro proprietà, dove i Torriani morirono uno dopo l'altro, lasciando come unica erede la Signora Anna Maria, unica figlia della Signora Emilia.

Quando Maria si sposò con GiulioCavina, ,  si trasferì agli Archiroli

Maria in un prato sopra i "Moratelli"


Maria col marito Giulio Cavina e il  figlio Francesco


Maria e il marito ( i primi due a sinistra), ad un veglione nel Teatro degli Animosi.

Il figlio Francesco...da notare che posa tranquillo accanto ad una bomba....

e il piccolo Paolo, in un passeggino che farebbe la gioia di un collezionista!!!