Lanfranco Raparo, Marradi

Lanfranco Raparo, Marradi

mercoledì 28 gennaio 2015

Dall'album di Francesco Cappelli

Marradi ieri e oggi, ossia 
il tempo 
non passa invano


Il viale di accesso 
al paese dalla parte 
di Faenza era molto più squallido 
di oggi




Invece l'aspetto del viale d'accesso dalla parte di Firenze è ancora oggi come negli anni Cinquanta






A parte la "strana" marca della benzina e il modello antiquato di camion che esce dal distributore (un Dodge residuato bellico americano), qui non è cambiato molto.



Al distributore Aquila c'era anche il Centro Assistenza Piaggio, che riparava la Vespa e l' Ape, principali mezzi di locomozione degli anni Cinquanta, qui in paese.






La piena del novembre 1966 fu un vero e proprio collaudo per la diga dell'Annunziata, che era stata costruita da pochi anni.






La zona dell'Annunziata
è cambiata poco dagli anni Trenta agli anni Sessanta







Cardeto con il Castellone  sullo sfondo è un altro scorcio che sembra immutabile, 
però a guardar bene ...
manca via Francini






... La strada d'accesso
era larga la metà di 
quella attuale 
e finiva 
alla chiesa






Il ponte di Biforco fu bombardato dagli Alleati e quello che rimase fu minato dai Tedeschi. Non era doppio come l'attuale ma scavalcava il Lamone e  il Fosso di Campigno nel modo che si vede qui sopra.



sabato 24 gennaio 2015

Gli schiavi di Hitler

La prigionia di Adelmo Mercatali
nei ricordi di suo figlio

Mauthausen



Arrivarono alla stazione di Mauthausen e salirono il colle sospinti e bastonati, con il ringhio dei cani da guardia. Il lager in cima era una specie di fortezza con una grande aquila sopra la porta. Era già chiaro che sarebbe stata durissima ma ancora non sapevano quanto, perché una persona normale non può immaginare una cosa del genere. Con loro c'era un gruppo di ergastolani, perché i Tedeschi avevano sgomberato il carcere di Porto Azzurro, all'isola d'Elba. Uno di loro, silenzioso e preoccupato, aveva appuntito il manico di un cucchiaio di latta a furia di strisciarlo sul muro, per farne una specie di arma. Essendo pratico aveva capito che quello non era un carcere ma una macelleria. Remo Scalini, per gli amici Il Bigolo, lo prese in giro e l'ergastolano gli sferrò un colpo mancandolo di poco. Poi nei giorni successivi costoro furono trasferiti e non si videro più.

Ogni tanto passava un deportato spagnolo, che era stato catturato in Francia, dove si era rifugiato dopo la fine della Guerra di Spagna (1939). Vide che Adelmo era un "triangolo rosso" , numero 1782 cioè un detenuto politico e si fidò di lui e degli altri.


Il triangolo di Adelmo. Gli venne assegnato al campo di concentramento di Fossoli (Modena). Il triangolo si portava sul petto e sulla manica sinistra: rosso politico, nero zingaro, verde delinquente comune, rosa omosessuale ...

Essendo esperto del luogo lo spagnolo con il triangolo verde diede dei buoni consigli: "dichiarate di sapere un mestiere utile, perché i Tedeschi hanno un disperato bisogno di manodopera e vi manderanno ai lavori forzati. Se rimanete qui c'è poco da fare per voi".
Così Alberto Ciani disse che era un calzolaio e Remo Scalini un camionista mentre Adelmo che sotto le armi aveva fatto il radiotelegrafista disse di essere un tecnico radio e un elettricista. Fu assegnato a un kommando di forzati e preso dalla ditta Hans Hager di Bad Ischl dove si accorsero subito che di cose elettriche non si intendeva e lo mandarono nella squadra delle riparazioni idrauliche e dei danni dei bombardamenti. Per fare delle riparazioni capitò anche in casa del musicista Franz Lehar, che gli lasciò per ricordo questa foto con la dedica.



La ditta era quasi priva di operai validi perché tutti erano al fronte. C'era un ragazzino austriaco, Gustl, qualche anziano e i deportati. Era stata militarizzata e posta sotto il controllo delle SS. I deportati dipendevano dalla ditta durante le ore di lavoro e dopo passavano sotto sorveglianza dei kapò in un recinto di filo spinato percorso da corrente elettrica pieno di baracche sgangherate, fino al giorno successivo. Era uno dei tanti campi satellite di Mauthausen, un Kommando Arbeit di forzati, dove si rimaneva finché si aveva la forza per lavorare. Gli sfiniti, gli ammalati e quelli che creavano problemi tornavano al campo principale e ...

Hans Hager non era un nazista e trattava umanamente i prigionieri che lavoravano nella sua ditta.



Hans volle mettere le cose in chiaro per non avere guai con le SS e fece firmare ad Adelmo questo contrattino, mezzo in tedesco e mezzo in italiano, nel quale mio babbo si impegnava a non scappare, a impegnarsi nel lavoro ...


"... e se non dovessi attenermi alle dovute prescrizioni che devono essere attese da me, posso contare a una durevole permanenza nel campo di concentramento".




Così Adelmo e gli altri personaggi di cui parla nel suo libro, che dipendevano da altre ditte dello esso Arbeit Kommando, vissero per tutto l'inverno 1944 come coatti, al lavoro per rimediare in qualche modo ai danni devastanti dei bombardamenti nella fine apocalittica della guerra.


La ditta Hager fece fare i documenti di riconoscimento ai deportati, perché le squadre giravano per riparare i danni dei bombardamenti e i controlli erano frequenti.
Questo fu importante, perché con questi documenti Adelmo poté poi dimostrare che era stato un lavoratore coatto.

Dopo la fine della guerra i rapporti con la famiglia Hager non si interruppero e nel 1950 Adelmo, in Austria in viaggio di nozze, passò da Bad Ischl.


... Délmo, gli disse commosso Gustl, il ragazzino che lavorava con lui nella squadra, sei tornato? Vieni anche tu a dire qualcosa a quelli ... Adelmo si schernì e Gustl lo rimproverò un po' :
 ...     non ti ricordi più che cosa ti hanno fatto? Era diventato comunista e odiava profondamente chi era stato nazista. Hans Hager lo capiva e spiegò che le sofferenze l'avevano segnato dentro e si era incattivito. Con il tempo forse sarebbe tornato il ragazzo dolce che era ...



Fra le carte di mio padre c'è ancora una lettera di Franz Hager che dimostra che non tutti gli austriaci furono nazisti e c'era anche chi non si lasciò coinvolgere nella follia della dittatura.

Caro Adelmo
 mi conceda di usare questo modo di rivolgermi a Lei che era consueto durante la sua permanenza a Bad Ischl. Mi scusi per il fatto che io solo adesso rispondo alla Sua lettera del 20 agosto che fu persa e che dovette essere ricercata diligentemente dopo il ricevimento della sua premurosa cartolina del 26.12.1949.
Io, mia moglie e i bambini che due anni e mezzo fa sono aumentati di un maschio ci rallegriamo di poter salutare il sempre gentile e amabile Adelmo nel 1950 con la sua apprezzata fidanzata come ospiti assolutamente benvenuti di tutto cuore. Per la perdita di suo padre accetti le mie più sentite condoglianze. Nel 1948 abbiamo perduto il padre e poche settimane fa la madre di mia moglie. Nel marzo 1950 andrò a Roma con il club dell'OVP, Sezione dell'Austria superiore (Osterreichische Volkspartei, Partito Popolare Austriaco) di cui dal 1945 faccio parte e porterò con me mia moglie.
Per il prossimo suo matrimonio accetti i miei più sinceri auguri di felicità; sono convinto che la sua fidanzata sia una cara e buona persona, altrimenti Lei non le sarebbe piaciuto. Mi darebbe una particolare gioia poter ricevere sue notizie ...   Franz Hager



Nel 1999 il Governo Austriaco varò il cosiddetto Piano di Riconciliazione, ossia  un riconoscimento finanziario e soprattutto morale per tutti quelli che potevano dimostrare di essere stati ai lavori forzati in Austria. Dopo una settimana anche la Repubblica Federale Tedesca emanò una legge per indennizzare i deportati nei campi di sterminio.

La legge approvata dalla Camera Alta del parlamento tedesco, il Bundesrat, prevedeva indennizzi per le seguenti categorie di lavoratori schiavi:
"deportati in ghetti chiusi, campi di concentramento e di educazione al lavoro, in prevalenza ebrei, che avranno l'indennizzo individuale più alto, e lavoratori forzati, costretti a lavorare per le imprese tedesche e detenuti in campi sorvegliati".
Il Fondo tedesco venne finanziato con 10.000 miliardi di lire, versati per metà dal governo e per metà dalle imprese.

Ricordo che nel 2004 accompagnai mio babbo alla Cassa di Credito Cooperativo di Faenza per riscuotere l'assegno del rimborso tedesco e il cassiere lo guardò stupito e gli disse: "un bonifico con una causale come questa non l'avevo mai pagato".


















Qui accanto: il bonifico e la causale: Programma Tedesco di indennizzo per gli ex lavoratori forzati sotto il regime nazista. Decisione: per lavoro forzato in condizione di schiavitù.



lunedì 19 gennaio 2015

Ricordi di Vitaliano Mercatali- parte seconda







 

 ricerca di Luisa Calderoni ( seconda parte )
La liberazione e il ritorno a casa

Dopo la liberazione di Marradi, Vitaliano tornò  in paese con la madre e il fratello Mauro. Partendo da Ponte della Valle,  la famiglia raggiunse Monte Rotondo e poi scese verso Marradi passando per San Bruceto dove, nei campi sotto la strada,  c'era una batteria di cannoni. Qui incontrarono  gli indiani  che donarono a tutti cibo e cioccolata e, solo  ai grandi,  le sigarette.



Il paese era nel caos più totale e ovunque, da Villanceto alla Stazione Ferroviaria,  erano parcheggiati mezzi militari. In ogni luogo agibile erano alloggiati i soldati e  il traffico di mezzi militari era così intenso che, per superare il paese, parte di esso era stato deviato sulla linea ferroviaria, e  attraverso la galleria degli Archiroli, raggiungeva direttamente il fondo del paese. 



 I negozi erano stati saccheggiati, la merce sparsa per la strada,e ogni bottega traboccava di vettovaglie che gli alleati distribuivano generosamente alla popolazione....

 
Panchetto del Bar Commercio, già Bar Cantoni, che fu gestito da " Schiaccione", cioè Betti, durante la guerra e anche negli anni successivi. Sopra il panchetto c'è una statuina di bronzo che raffigura Minerva, la dea della Sapienza, che stava sopra la macchina del caffè, che era verticale,


 La famiglia Mercatali  potè rientrare nell’abitazione di Via Talenti, luogo chiamato popolarmente “ Veriolo”, che non aveva subito danni, al contrario di larga parte dell’abitato, che, fuori del centro storico, era andato  completamente distrutto.

Sulla terrazza nel  palazzo di Ottavio Ravagli, in via Tamburini. Vitaliano è il bambino seduto accanto a Elena Barzagli..... Da sinistra Ezio Poggiolini, Adele Vinci, la moglie,  madre di Elena , Emma Montevecchi,  madre di Vitaliano,  (...) Enzo Barzagli e Lello Campana. Sullo sfondo le montagne sopra Coltreciano
  Al primo piano del palazzo dove viveva Vitaliano  c’era il ristorante Mercatali detto "Gigi", la cui figlia Teresita era famosa per la sua bellezza, e che era stato trasformato in  mensa per gli ufficiali inglesi. Un indiano, che era al servizio alla mensa degli ufficiali, sapeva che la madre di Vitaliano aveva contratto il tifo e andava a curarla :  doveva essere una specie di stregone,  perché,con l'uso delle mani,  stringendole la pelle delle mani tra pollice e indice,  premendole le tempie e esprimendo delle strane formule, riuscì a guarirla. 
Per difendere le ragazze del palazzo da eventuali insidie degli indiani, la madre di Vitaliano chiese aiuto  agli ufficiali inglesi. Questi collocarono un segnale rotondo, nero, con degli strani segni,  all’inizio della rampa di scale che andava ai piani superiori. Il cartello avvertiva che la zona indicata era “infetta” e così non ci furono problemi con gli indiani. Questi però avevano una cattiva nomea e si diceva che violentassero le donne. Nel paese si mormorava che   al podere “ La Capanna” un giovane contadino che voleva proteggere le proprie sorelle dagli indiani,  fosse stato accoltellato e ucciso.


La Mariola, Maria Andreani, matrigna di Bertina Gurioli in Gigli,  rientra a Marradi   sul ponte Bailey sul Lamone

 A Marradi, racconta Vitaliano, c’erano diversi  gruppi etnici di indiani tra cui i sich, caratterizzati dal turbante, e i Gurkha, col tipico codino.
I Gurkha erano piccoli di statura ma molto pericolosi . Infatti erano armati di scimitarra  e ad essi erano riservate  operazioni ardite e bliz notturni. Non erano molto numerosi, non socializzavano con i marradesi e risiedevano nell’ex bottega di Gentilini, in cima a Via Razzi.
I sich avevano i capelli lunghi che arrotolavano nel tipico turbante, mentre la barba veniva arrotolata sotto il mento. Freddolosi ma igienisti, andavano a lavarsi nelle fredde acque del Lamone,  perché quello tra il 1944 e il 1945 fu un inverno particolarmente  lungo, freddo  e nevoso.  Si nutrivano con piadine di farina dette ciapati cotte sulle lastre calde e condite con zenzero, Il ristorante " Il Lamone", in Piazza Scalelle, era destinato alla preparazione di una  gran quantità di gnocchi che venivano fritti in grandi caldaie piene d’olio bollente e che gli indiani distribuivano anche ai ragazzini del paese. Furono loro ad introdurre il D.D.T, allora sconosciuto in Italia, che servì a liberare case  e persone dalle pulci e altri fastidiosi insetti.


frammento dell'aereo alleato caduto a Pian delle Fagge
 Gli indiani rimasero a Marradi per circa un anno dopo la liberazione del paese anche per recuperare i corpi dei  loro compagni morti che erano stati collocati in sepolture provvisorie e superficiali.
Per questo triste lavoro fu reclutata anche una squadra di marradesi tra cui Ivano Credari, marito della cugina di Vitaliano, Caglia, padre di Orazio e un certo Italo Montuschi che abitava alla “Torre”. Questa squadra provvedeva anche a prelevare i morti provvisoriamente sepolti  nelle varie zone del fronte.
 Una volta levati dalla terra, i corpi venivano avvolti in una coperta militare e caricati su un camion scoperto per essere trasportati a Faenza. Vitaliano e suo fratello Mauro  avevano bisogno di recarsi là per acquistare materiale per l’officina. Poiché  era molto difficile trovare un mezzo di trasporto, non si facevano scrupolo di salire sul cassone del camion insieme ai morti, ma avevano l’accortezza di stare in piedi sui corpi più vicini alla cabina del camion, con la testa fuori, per non sentire l’odore della  decomposizione.
 I ragazzi, e Vitaliano tra questi, si recavano alle funzioni religiose degli indiani che si erano ricavati un proprio luogo di culto nella Casa Biagi, dopo la chiesa. Qui, tra le numerose candele accese e il fumo dell’incenso,  i ragazzi, dopo essersi tolti le scarpe,  assistevano ai  riti dei sich. Gli indiani erano consapevoli delle loro risatine e dello scarso interesse per il rito ma  quando i ragazzi se ne andavano, venivano comunque ricompensati con cioccolate e caramelle. All’uscita c’era talmente tanto fango nelle vie  che una volta,  l’amico di Vitaliano, Enrico Beppetti, perse una scarpa e non la ritrovò più. Infatti tutto il paese era ricoperto da uno strato  di fango rossiccio alto anche 10 centimetri,   portato dai numerosissimi mezzi militari e dai cingolati che passavano in continuazione. Questi tritavano e rimuovevano  fango, calcinacci e frammenti di coppi,  colorando di rosso la sede  stradale. 







La chiesa arcipretale poi era diventata un ricovero per i muli e gli inglesi, vicino alla pila dell’acqua santa, facevano il fuoco, bruciando tutto ciò che trovavano, compreso i mobili antichi. Per molti anni, finché non è stata rifatta la pavimentazione, è rimasto ben visibile il segno lasciato dal fuoco.

 Al di là  della disperazione per i morti e per le distruzioni,  tra la gente c'era anche tanta voglia di riprendere a vivere: si ballava in ogni luogo, davanti al Forno Sartoni, nel teatro Animosi, nella Villa Ersilia.
E i ragazzi trovavano sempre un'occasione per divertirsi...
Anche il ponte Baily che gli inglesi avevano gettato tra le  due sponde del fiume Lamone in sostituzione dell'antico "Ponte Grande"fatto crollare dai tedeschi in ritirata, poteva diventare un mezzo di divertimento: Vitaliano e gli altri ragazzi infatti scendevano  nel fiume e dallo sbancamento di terra  sbirciavano le gambe delle ragazze che si intravedevano tra le assi del ponte..


Intanto era  iniziato il tempo della ricostruzione e della rinascita. Gli inglesi avevano organizzato delle squadre di lavoro composte da volontari per riparare le strade  liberarandole   dallo spesso strato di fango e dal materiale scartato dai negozianti. Tutto veniva ingoiato dalle botole del voltone di via Fabroni.
 I ragazzi, tra cui  Vitaliano, cercavano di recuperare il salvabile dalle macerie. I mattoni venivano accuratamente puliti per essere venduti a chi doveva ricostruire:  tre mezzi mattoni venivano pagati come un intero. I calcinacci venivano vagliati per  recuperare la sabbia. Si recuperavano tutti i metalli, tubature, ringhiere, rame, bossoli di proiettili e qualche volta, chi era particolarmente fortunato trovava anche dei gioielli in oro.

Anche il ponte di Villanceto della linea ferroviaria Faentina, era stato gravemente danneggiato durante la guerra. L'arcata centrale sulla strada era crollata ed era rimasto su solo il tubo che convoglia l'acqua dell'acquedotto, sostenuto da un ponteggio provvisorio.. Ciò che rimaneva dell'arcata, nell'immediato dopoguerra,  fu smontato per opera di Vitaliano e di Lino Marolli mentre i lavori di rifacimento furono affidati ad una impresa esterna. Successivamente fu ripristinata la linea ferroviaria, prima la  tratta Fognano-Marradi, cui lavorò anche Vitaliano, poi la tratta Marradi- Borgo San Lorenzo.









GIOCHI PERICOLOSI
 Vitaliano è sempre stato un ragazzino vivace e a volte spericolato, come raccontano questi  episodi della sua infanzia.
Dopo l'8 settembre i tedeschi iniziarono a requisire tutte le armi presenti nel paese portandole  nella caserma dei Carabinieri in via Palazzuolo.
Era uscita infatti un'ordinanza severissima,  affissa in  tutto il paese, che avvertiva che chi fosse stato trovato con delle armi sarebbe stato fucilato sul posto. Erano proibiti anche gli assemblamenti e per assemblamento si intendeva un gruppo formato anche da sole tre persone.
 Ma i bambini  si disinteressavano di quella ordinanza, anzi se ne facevano beffe...Un giorno videro un barroccio carico d'armi che, trainato dagli operai del Comune,  risaliva via Razzi. Era diretto alla Casa del Fascio dove dovevano essere scaricate   in una stanza d'angolo sul lato di Villa Ersilia. La finestra della  stanza era munita di sbarre abbastanza larghe attraverso le quali poteva passare un bambino. E così fu: Walter Piccini, figlio di un banchiere proprietario del palazzo oggi di Farolfi in via Fabbroni, riuscì ad entrare e  passò agli altri ragazzi cinque o sei pistole. Ogni pistola recava attaccato nel calcio un cartellino con il nome del proprietario e a Vitaliano toccò quella di Giuseppe Pierantoni, direttore del Credito Romagnolo e proprietario dei " Cancelli" verso Palazzuolo. E così questi spericolati ragazzini giravano per il paese con la pistola in tasca!!! Racconta Vitaliano: " L'ultima Befana Fascista, noi eravamo in teatro, palco numero 6, secondo ordine, con la pistola in tasca..."
La pistola che Vitaliano  nascondeva nel comodino, fu trovata e sequestrata dai suoi genitori. Nascosta tra le travi della soffitta, non fu più ritrovata. 



Manifesto informativo che negli anni '50 era affisso in tutte le scuole, per informare sui rischi che si correvano maneggiando materiale esplosivo
                                          
In un'altra occasione Vitaliano e il cugino Enzo  trovarono un fucile rotto senza spallatura e lo portarono in soffitta, nascondendolo, con alcune cartucce, sotto la brace che serviva per accendere il fuoco domestico. Quando la madre di Vitaliano andò ad accendere il fuoco utilizzando la brace del solaio, una cartuccia esplose e ferì al volto la zia Dina che portò per tutta la vita la cicatrice della ferita riportata.
Un luogo di intensa attività per i ragazzi del paese era il fiume ed era "normale" andare nei pozzi a buttare le bombe  a mano per far venire su i pesci. La polvere da sparo poteva esssere usata anche per caricare le cartucce da caccia o per accendere il fuoco. Molti marradesi si erano trasformati in improvvisati artificieri e questo poteva essere molto pericoloso....
Walter Piccini, di cui abbiamo detto sopra,  aveva un fratello, Vinicio. La famiglia Piccini era sfollata a Corella e i due ragazzi morirono entrambi mentre cercavano di smontare una bomba trovata tornando da scuola. A ricordo degli amici, Vitaliano ha battezzato con il nome Vinicio il suo figlio primogenito.

scheggia di bomba da cannone, scheggia di bomba d'aereo  e  proiettili di fucile mitragliatore, rinvenuti negli sbancamenti.





















giovedì 15 gennaio 2015

L'emigrante reduce del 1859

e i contributi 
per i volontari
 da una ricerca di Mario Catani







Le Guerre di Indipendenza furono un'epopea della storia d'Italia. Molti giovani si arruolarono volontari nella Prima (1848) che perdemmo, nella Seconda (1959) e nella Terza (1866), che vincemmo. Anche Lorenzo Alpigini si offrì volontario nel 1859 e nel 1866 e negli anni seguenti emigrò in America. Là le cose gli andarono un po' bene e un po' male, soprattutto negli ultimi anni dell' Ottocento, quando il mercato americano della manodopera entrò in crisi e i lavoratori, specialmente quelli anziani come Lorenzo rimasero disoccupati.


Il nostro emigrante, che era rimasto in contatto con i suoi famigliari di Marradi, fece sapere della sua precaria condizione e così apprese che lo Stato riconosceva un contributo ai volontari delle Patrie battaglie. Perciò prese carta e penna e scrisse al Sindaco di Marradi ...


















da Philadelphia, 10 novembre 1896
Stimatissimo signor Sindaco

Tempo fa mio fratello mi scrisse una lettera dicendomi che il Municipio di Marradi riteneva una certa somma di denari da distribuire a tutti quelli che erano andati Volontari alla guerra dell'Esercito Italiano in difesa della patria nel 1859.
Siccome io trovandomi in quel numero non solo di essere stato Volontario nel 1859 ma bensì (come deve risultare dagli archivi di detto Comune) come servente alla guerra del 1866.


Attualmente come ben saprà per mezzo dei giornali Europei qui in America da circa tre anni va molto male, vi è una gran miseria e pochissimo lavoro, nel negozio dove io ci lavora da 18 anni in questi ultimi tre anni ragguagliatamente non ho lavorato tre giorni alla settimana per non averci lavoro, e se non avessi mio figlio Lamberto (incisore) che ci somministrasse il necessario per vivere, io alla mia età e poco lavoro, non potrei mantenere la famiglia. Si spera all' Anno nuovo che gli Affari vadino meglio a motivo che è stato eletto il nuovo presidente Repubblicano che anderà al potere il prossimo marzo.


E per questo motivo sono a pregare la S.V. Illustrissima a volermi spedire quel denaro che mi spetta.
Giovanni Neri mi scrisse che io gli mandassi il mio certificato che io non posseggo nulla (... certificato di povertà), e lei mi avrebbe spedito il denaro, il detto certificato lo troverà qui incluso.

Resto con salutarla e mi farà il piacere di salutare i suoi fratelli.
Intanto con distinta stima e rispetto passo a segnarmi e sono il suo devotissimo
Lorenzo Alpigini

Il mio indirizzo è il seguente: 2227 North Street  Philadelphia  Pa (Pennsylvania)  America


Il "certificato di povertà" di Lorenzo Alpigini è questo qui di seguito. Si tratta di un bel documento di un notaio di Philadelphia con la testimonianza di alcuni conoscenti, firmata e vidimata con un timbro dorato.






Clicca sulle immagini
se vuoi 
una comoda
 lettura














Il caso fu discusso nella Giunta del Comune di Marradi e si decise di accogliere l'istanza di Lorenzo Alpigini:



Delibera di Giunta



Disse il vero Lorenzo Alpigini? Secondo i documenti dell' Archivio storico del Comune i volontari delle patrie battaglie furono questi:

1859 Angelo Betti, Lorenzo Catani, Andrea Consolini.
1859 – 1860 Nestero Fabroni, Umberto Fabroni, Domenico Lama, Desiderio Moretti, Fortunato Mercatali, Giovanni Neri, Agostino Rossi, Francesco Ravagli, Alessandro Solaini
1860 Antonio Moretti, Lorenzo Alpigini, Francesco Ciani, Ferdinando Monti, Antonio Monti, Michele Mariani, Pietro Mercatali.
1859 –1861 Maggiore Antonio Agnolozzi, Sebastiano Fabroni, Paolo Meucci, Angelo Gurioli.



Fonte: documenti dell'Archivio storico del Comune di Marradi,
e illustrazioni di Claudio Mercatali



sabato 10 gennaio 2015

La cometa Lovejoy

Un batuffolo di cotone 
nel cielo di gennaio
ricerca di Claudio Mercatali



Lovejoy è una cometa della famiglia delle Radenti di Kreutz, cioè quelle che passano molto vicino al Sole. Fu scoperta il 27 novembre 2011 dall' astronomo australiano Terry Lovejoy e quindi a lui spetta il diritto di darle il nome.
In quell' anno la cometa entrò nella corona solare transitando vicino alla stella e rischiando la distruzione.
Però sopravvisse all'evento, e continuò il suo giro. Ora è tornata e il 7 Gennaio 2015 è passata nel punto più vicino alla Terra. Gli astronomi prevedono che per un mese forse sarà visibile a occhio nudo, ma non facciamoci troppe illusioni perché le comete sono corpi del cielo profondo, prevedere la loro luminosità è un problema e non assomigliano per niente alla stella di Natale.

La comparsa di una cometa è sempre stata indizio di sventura. Successe così anche nel 1899, quando passò Tempel - Tuttle, una sorella di Lovejoy.  In quella occasione i veggenti, gli indovini, i pronosticatori e i profeti di sventura amplificarono la notizia prevedendo lo scontro e il disastro.
Secondo Olindo Guerrini, un poeta romagnolo duro e ribelle, fra costoro c'erano anche i preti, che secondo lui avevano sparso timori a piene mani perché la gente pregasse di più e andasse a confessarsi. Poi non successe niente e Olindo scrisse sul periodico faentino Il Lamone questa ironica poesia non tanto lusinghiera per le donne.




Clicca sull'immagine 
se la vuoi ingrandire



Che cos'è di preciso una cometa?
E' un corpo celeste di natura ormai ben nota: un nucleo ghiacciato che sublima vicino al Sole e forma una vistosa coda di cristalli di ghiaccio.
Poi si allontana e la coda solidifica e scompare. E' un corpo orbitante che tornerà visibile dopo un giro, quando il Sole la scalderà di nuovo.

Non dobbiamo avere dei rimpianti,  il 7 gennaio 2015 non era una buona data per osservare questa cometa, perché c'era ancora il plenilunio. Però ora siamo all'ultimo quarto e si può tentare.
I "cacciatori di comete" sono astrofili accaniti,  che scrutano a fondo il cielo nelle notti fredde e terse, non temono il freddo pur di ottenere il loro scopo ...

Dove sarà?
Conviene cercare la Costellazione di Orione, che nel cielo invernale dovrebbe essere facile da trovare. Ha l'aspetto mostrato qui accanto.
Congiungete con una riga immaginaria Alnitak con le altre due stelline in fila (la cintura di Orione) e prolungate. Così vi avvicinerete alla posizione della cometa alla metà del mese.
Sappiate che in gennaio verso le undici di sera Orione è a Sud Est.
Nella cartina la traccia gialla è il percorso che farà la cometa e i numeri sono le date di gennaio dove si prevede che sarà

Siete di pianura? Allora dovete salire almeno in collina, per allontanarvi dal riverbero dei lampioni.

Siete di Marradi? Allora Orione rispetto al paese sta sulla Colombaia e dovete cercare nel cielo sopra l' Antenna. Non aspettatevi niente di eccezionale, perché Lovejoy vi apparirà come un batufolino di cotone, se scrutate bene in una sera fredda  e avete dieci decimi. Un binocolo 8 x 50 vi farà comodo senz'altro.

L'avete trovata ma non siete sicuri? A metà mese vicino a lei ci sono Le Pleiadi.
Non l'avete trovata? Vi ho fatto patire freddo invano? Per farmi perdonare vi lascio una poesia in romagnolo, pubblicata dal settimanale faentino Il Piccolo ...

... Siamo nel 1899. Due donnine parlano fra loro del passaggio della cometa Tempel - Tuttle, che era stata preannunciata in collisione con la Terra, e decidono che ...









Fonte: Emeroteca della Biblioteca Manfrediana di Faenza




mercoledì 7 gennaio 2015

Gli affreschi del palazzo Ceroni Bernabei


In casa di una antica famiglia marradese


Il  palazzo
 nei primi anni del '900





Il palazzo che stiamo per vedere è una delle antiche residenze della famiglia Ceroni e la prof. Antonella Bernabei, attuale proprietaria, ha gentilmente concesso di fotografare gli affreschi del primo piano.

I Ceroni nei secoli passati erano un vero e proprio casato, formato da diverse famiglie imparentate. Commercianti e proprietari terrieri, hanno sempre avuto una posizione di rilievo a Marradi. Nel Cinquecento erano già tanto ricchi da rivaleggiare con i Fabroni.
Nel 1563 a seguito di una lite alcuni dei Ceroni uccisero Pelinguerra Fabroni e la famiglia dovette fuggire nello Stato Pontificio, esiliata dal granduca Cosimo I e diffidata dal tornare a Marradi. A quei tempi la consorteria dei Ceroni non era di solito tanto incline al compromesso, però questa volta il fatto era stato grave e si doveva patteggiare.
Siccome i Ceroni non potevano rientrare nel Granducato e i Fabroni non si fidavano ad andare nello Stato Pontificio, l’accordo si fece nel febbraio 1569, a Campora di Popolano, sul confine, appena fuori dal Granducato. L'esilio durò sedici anni, e solo nel 1577 il nuovo granduca Francesco I permise il rientro, visto che la pace fra le due famiglie era stata durevole. Dai documenti dell’ Archivio Mediceo citati dallo storico Giuseppe Matulli risulta che:



“ … Il 13 febbraio 1569 si fece questa utilissima e santa pace con allegrezza e soddisfazione delle parti, che si ridussero alla Badia di Campora, nel terreno del Papa ove concorse un popolo infinito a veder la cosa …”.


Di queste storie ce ne sono molte altre e chi vuole saperne di più può cercarle nella bibliografia in fondo a questo articolo.




Il palazzo di via Talenti era già completo nel 1820 - 1830, come si vede nella planimetria del Catasto del Granduca Leopoldo che è qui accanto.


Nel corso dell'Ottocento non pare che vi siano state grandi modifiche, perché la planimetria del Catasto del Regno d'Italia (1891) è sostanzialmente la stessa del 1830.
Però cambiò la viabilità di fronte al palazzo, perché nel 1830 - 1840 fu aperta via Razzi (la Strada Nuova) e furono costruiti tutti i palazzi di via Talenti.

  



Negli anni Venti la facciata era da rifare, come si vede in questa foto, scattata prima del 1928 perché sullo sfondo non c'è ancora il palazzo del Credito Romagnolo.




  



Il signor Antonio Ceroni spese un bel po' di soldi per rifare la facciata e le porte al pianterreno, e nei primi anni Trenta il palazzo era così. La foto è stata scattata prima del 1933, perché sulla sinistra non c'è la Cassa di Risparmio di Firenze ma la Banca di Credito e Sconto, che fallì in quell' anno.





  


Entriamo.
Si sale una bella scala e si arriva in una sala affrescata nel soffitto.



 














Il motivo del decoro è un cielo stellato, contornato da un bordo decorato. Lungo questo, in tre lunette sono raffigurati i tre colli di Brisighella. Qui accanto si vede La Signora del Tempo, ossia la torre dell'orologio, che fu costruita nel 1865. Dunque questi affreschi sono della seconda metà dell'Ottocento.
  



La Rocca di Brisighella si riconosce benissimo, invece la terza lunetta, dove dovrebbe esserci la chiesa del Monticino, è sciupata da una chiazza d'umido e lascia intravedere solo alcune forme. 



  








Questi soggetti si spiegano con il fatto che la famiglia Ceroni, oltre alle terre di Casaglia e ai poderi della vallata della Badia del Borgo e di Marradi, aveva anche grandi poderi a San Cassiano di Brisighella.












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Negli angoli ci sono 
dei pregevoli motivi floreali.







  


   


  


  
La stanza attigua è un elegante studio contornato da un fregio dorato di stile liberty. Alle pareti le foto di famiglia.

 


















 
 Molti ancora ricordano Antonio Ceroni, questo distinto signore seduto nel giardino di casa sua con la moglie, Giovanna Bassani.




















Le sorelle Erminia e Teresa Ceroni furono le ultime ad avere la residenza in questo palazzo. Ora l'appartamento al primo piano è una seconda casa per i fine settimana della prof.ssa Antonella Bernabei, figlia di Erminia Ceroni.


Qui accanto le due sorelle da bambine (nella fila in alto, sono la seconda e la terza da sinistra) stanno per partire in treno dalla stazione di Marradi per una gita scolastica, in divisa e con il gagliardetto, come usava negli anni Venti nei primi anni del Fascismo.






Invece qui stanno ascoltando Radio Londra, la radio degli Alleati, nel 1944, di nascosto e al lume dell' abatjour.









E i Bernabei?

Erminia Ceroni sposò Filippo Bernabei, ed ebbe due figlie, Antonella e Gabriella, entrambe professoresse. I Bernabei erano una famiglia di proprietari terrieri e allevatori originaria di Campigno. Qui vediamo i loro figli in fila in una foto degli anni Trenta.




 


La casa di famiglia dei Bernabei rispetto a quella dei Ceroni è centro metri più avanti verso Biforco, e ha un magnifico giardino che dà sul Lamone.

Da una porticina si arriva al fiume, dove è stata scattata questa fotografia. Sullo sfondo si vede il centro di Marradi e il Monastero delle Domenicane.






Proseguiamo.
Nella sala accanto allo studio il motivo della decorazione cambia. Il soffitto è affrescato con motivi floreali e simbolici, ricchi di particolari.


Questa sala è stata probabilmente affrescata da Galileo Chini. L'organizzazione generale dell'affresco, la simbologia, il dettaglio parlano abbastanza chiaro.

 




Spesso, ma non sempre, questo artista murava in qualche angolo una piastrella di ceramica, fatta da lui in stile liberty, con la dicitura "questa stanza è stata decorata da Galileo Chini", però qui non c'è.

In compenso ci sono dei dettagli, come questi qui di seguito, che sono quasi una firma.







Attorno al lampadario una elegante serie di volti femminili rivelano l'espressione diversa di ognuno se si osservano con attenzione.




























Fonti
Articolo "La Consorteria dei Ceronesi", Archivio del blog alla data 20 luglio 2011
Le cartoline di via Talenti vengono dalla collezione Sergio Zacchini.
La foto alla stazione di Marradi è di Francesco Cappelli.
Le planimetrie del Catasto sono documenti dell' Archivio di Stato di Firenze.