Lanfranco Raparo, Marradi

Lanfranco Raparo, Marradi

venerdì 27 marzo 2015

Il Testamento Spirituale di Don Angelo Ferrini


Documento  ritrovato dalla Signora Anna Moffa


                                                Testamento 
Spirituale

 I
  
" Mentre sono ancora in possesso delle mie facoltà mentali, desidero esprimere per scritto le mie ultime volontà.
Prima di tutto rivolgo tutto il mio cuore a Dio dolcissimo Padre. Lo ringrazio con tutte le mie forze di avermi creato, di avermi fatto cristiano e di avermi voluto suo sacerdote.
Rinnovo il mio atto di fede, come mi ha insegnato bambino mia mamma e ripetuto tante volte insieme al mio popolo nella S.Messa.
Levo un inno di amore, di lode, di ringraziamento, di speranza alla Madonna dolcissima Madre, che ho amato e cercato di fare amare che mi ha sempre confortato, e che  vorrà lo spero e la prego di essermi presente nel supremo istante della mia vita terrena, e accompagni per l'eterno incontro al Padre, al Figlio nell'unità dello Spirito Santo.




Il Primo a destra: Don Angelo Ferrini, 
da giovane, nei primi anno Cinquanta, 
ad una recita nel teatro Animosi. 









Dichiaro il mio amore alla Chiesa, una, Santa, cattolica,  apostolica, al Papa, al mio Vescovo.


                                             La chiesa di S.Pietro in Casaglia, 
         dove don Ferrini 
     fu parroco da giovane 



II

Porto nel mio cuore un grato ricordo  di tutti i miei parrocchiani di Gamogna, badia e Casaglia, particolarmente al popolo di Badia del Borgo dove ho trascorso la maggior parte della mia vita voglio esprimere tutto il mio affetto.





La Badia del Borgo,
la chiesa più amata



Posso attestare pubblicamente che dappertutto ho sempre cercato la gloria di Dio e la salvezza delle anime, riconoscendo le mie innumerevoli miserie, le mie colpe, le mie debolezze. Spero che il Signore vorrà dare anche a me il suo perdono in quella misura di cui fu generoso verso la Maddalena, e posso dire di aver cercato sempre di fare tutto per il Signore.



Un particolare dell'altare maggiore 
della chiesa della Badia del Borgo, 
dove per tanti ani don Ferrini 
celebrò la Messa.


Certo il mio bene è stato dato molte volte con modi non convenienti, lo riconosco e chiedo perdono, mentre assicuro pieno perdono a chiunque possa avere recato dispiacere ed offesa. 
Raccomando l'anima mia all'infinita Misericordia di Dio, alle preghiere dei miei cari fratelli e di tutte le persone che mi hanno voluto bene.
Chiudo queste parole nel nome del Padre che mi ha redento, del Figlio che ha sofferto, dello Spirito santo che mi si è comunicato."

                                                   D. Ferrini Angelo 




domenica 22 marzo 2015

La Società TEAT di Crespino

Una vecchia  fabbrica  di tannino
 ricerca di Claudio Mercatali



Il tannino oggi in commercio
è un additivo del vino.


Il tannino è una sostanza estratta dai castagni, che favorisce la trasformazione della pelle in cuoio. Il fatto venne notato già alla fine del Settecento quando i conciatori si accorsero che le pelli degli animali lasciate a bagno nelle sorgenti montane vicine ai castagneti si trasformavano in cuoio più facilmente. Non si ha notizia di nessun vecchio opificio che lavorasse il tannino qui da noi e finché le campagne sono state abitate non c'era nemmeno la convenienza a farlo, perché il castagno era l'albero del pane e abbatterlo era quasi un sacrilegio.




Inoltre durante il Ventennio il Ministro dell' agricoltura e delle foreste, Acerbo, il ministro delle finanze, Mosconi e il ministro delle corporazioni, Bottai, prepararono una legge per limitare l'abbattimento delle piante di castagno:

"Conversione in legge del r.d.l. 18 giugno 1931, n. 973, recante provvedimenti per la tutela dei castagneti e per il controllo delle fabbriche per la produzione del tannino dal legno di castagno"


 La legge nel dopoguerra non venne più applicata, un po' perché era una "legge fascista" e un po' perché era cambiata la Società e i marroni non li voleva più nessuno. I marradesi ne avevano mangiati troppi e preferivano altri cibi. Negli anni Cinquanta al molino di Valbura aprì una fabbrica di tannino. La materia prima non mancava di certo perché c'erano in vendita centinaia di ettari di castagneti abbandonati. L'imprenditore era Ugo Dhò, un tedesco pieno di iniziative che trasferì a Crespino la fabbrica che aveva aperto vicino all'attuale ospedale di Borgo S.Lorenzo.
La ditta si chiamava TEAT (Tosco Emiliana Acido Tannico) e aveva sede legale a Firenze. L'edificio già esistente a Valbura era una ex fabbrica di coppi e mattoni, costruito nel 1880, e ben presto si rese necessaria una ricostruzione radicale che diede a tutto il complesso l'aspetto odierno.


 La preparazione dei tannini      

Ci sono diversi tipi di tannini, macromolecole derivate dal fenolo e quindi solubili in acqua.  L’estrazione avviene in cinque fasi e ancora oggi si fa come un tempo. Le illustrazioni seguenti vengono dalla fabbrica di San Michele di Mondovì, una delle ultime in attività 

1) la triturazione   2) l'estrazione   3) la concentrazione   4) la filtrazione   5) l'essiccazione


La triturazione è necessaria perché il tannino è solubile e si estrae dal legno per immersione in acqua.
L'estrazione avviene in un recipiente nel quale entra acqua dal basso e esce dall' alto, come si vede qui accanto. Questo recipiente si chiama estrattore e si usa in batteria assieme a diversi altri, in modo che l'acqua passi successivamente da uno all' altro.

La triturazione dei tronchi nella fabbrica
di S.Michele di Mondovì (Piemonte)







La concentrazione e la filtrazione si eseguono lasciando raffreddare la soluzione acquosa che si è formata negli estrattori. A freddo si depositano le sostanze insolubili e quindi si deve filtrare. Poi si concentra la soluzione residua facendo evaporare la maggior parte dell'acqua.






L'essiccazione si esegue in torri dove l'acqua ricca di tannino viene spruzzata sopra un soffio d'aria calda. La sostanza solida così ottenuta è il cosiddetto tannino commerciale, quello usato nella concia delle pelli. 

LA FABBRICA DI VALBURA

Valbura aveva le caratteristiche giuste per una fabbrica di questo tipo: i castagni non mancavano, c'era l'acqua della cascata per fare l'elettricità e azionare i motori delle trituratrici, tanta legna per scaldare l'acqua da usare negli estrattori e per seccare il tannino.





 A quanto si dice Ugo Dhò passando in treno aveva notato il posto e gli era venuta l'idea. Acquistò Valbura, demolì mezzo edificio e lo ricostruì in modo da ottenere gli spazi necessari per la nuova attività.







La domanda per la ristrutturazione 
della ex fornace e una sezione tipo.



Così cominciò questa avventura industriale, che durò diversi anni, producendo molto tannino e moltissimo inquinamento, perché la fabbrica scaricava l'acqua di scarto nel Lamone, che si tingeva spesso di un colore scuro fino a Marradi. Nelle macine di Valbura finirono tanti castagneti che molti oggi rimpiangono, però in compenso qui lavorarono tanti crespinesi.

Alla fine degli anni Cinquanta la fabbrica entrò in crisi per uno o più di questi motivi: 1) i chimici avevano messo a punto il procedimento per fare il tannino sintetico, 2) nuove sostanze avevano cambiato i metodi di concia 3) era più conveniente il tannino ricavato dal quebracio, una pianta argentina.

Il quebracio, pianta ricca
di tannino.


Così Ugo Dhò chiuse la fabbrica e tornò a Borgo S.Lorenzo. Il pallino per gli affari gli era rimasto, nel Mugello aprì un laboratorio di adesivi, ma a Crespino non si fece vedere più.
Il ricordo rimase a lungo nei crespinesi, perché era stata un' esperienza di lavoro diversa dal lavoro nei campi o nel bosco. A qualcuno rimase anche il ricordo di un certo numero di stipendi non riscossi, quando la fabbrica chiuse.   
 
Che cosa rimane a Valbura 
della fabbrica del tannino?

 Per trovare i pochi resti giunti ai nostri giorni occorre scendere fino al piano inferiore dalla scala vicino alla madonnina della fabbrica, uscire da questo corridoio a volta, imboccare un'altra scala ripida per arrivare nello strettissimo corridoio delle vasche dell'acido tannico, che ci sono ancora.

 







A sinistra: il corridoio del piano inferiore 
della fabbrica.









 A destra: il soffitto a volta 
della vasca dell'acido tannico.




























A sinistra: i forni per scaldare l'acqua degli estrattori del tannino
A destra: l'imbocco murato della galleria dell' acqua.


Lì vicino ci sono ancora i forni per riscaldare gli estrattori del tannino che erano nel piano superiore.
  




Tutto questo finì circa nel 1960 ma la fabbrica di Valbura non chiuse e venne acquistata da un imprenditore faentino che la trasformò in una industria elettromeccanica che costruiva termo convettori per impianti di riscaldamento. Però questa è un'altra storia.




Fonte: foto degli interni per gentile concessione di Franco Perfetti, attuale proprietario.
Planimetrie: per concessione dell'Ufficio Tecnico del Comune di Marradi, geometra Alessandro Ravaioli. Informazioni dalla Maestra Giovanna Pieri.
Nell'archivio del blog: La fabbrica Kalter di Crespino del Lamone 04.07.2014



martedì 17 marzo 2015

Il palazzo pretorio di Marradi


Indagine sul nostro palazzo comunale
ricerca di Lucia Dalle Luche





Chi è Lucia Dalle Luche? Oggi è una dottoressa in Storia dell' Arte, laureata nel 2014 alla Università di Pisa con una tesi che parla anche del nostro Palazzo Comunale.
Quando venne qui da noi era ancora studentessa, in cerca di documenti del nostro Archivio Storico Comunale. E' nata a Viareggio il 22/05/1985 e vive a Camaiore (LU).

Come si capirà leggendo qui di seguito ha tratto profitto da quanto le abbiamo dato, per sé e anche per noi, ampliando con molti altri documenti; così ora apprendiamo delle cose che ci riguardano e che non conoscevamo. Leggiamo:




Estratto dalla tesi di laurea

Allo stato attuale delle ricerche, niente si conosce circa l’origine del palazzo pretorio di Marradi. Nel 1892 l’abate Giovanni Mini di Castrocaro, assiduo frequentatore della cittadina, descrivendo le fabbriche principali, accenna alla presenza di “antichi e vasti palazzi fra cui primeggia il Comunale”, senza tuttavia fornire alcuna informazione aggiuntiva a tale presunta quanto vaga antichità (4).
Certo è che, quando nell’agosto 1772 l’ingegnere Agostino Fortini visita l’edificio, trova una struttura in pessime condizioni, con le mura “tutte piene di squarci, scollegazioni, e spanciature, con esservi una parte della loggia fuori di piombo […] dal che ne viene che detta loggia si tira dietro il muro maestro che è pure strapiombante e sciolto (5) […], una fabbrica inoltre “molto umida, e quasi fradicia”, “malandata di palchi, mattoni, tetti, che sono cattivissimi intonachi, impostàmi, e vetrate che non vi è stanza che non abbia bisogno di essere risarcita” (6).






La descrizione, oltre all’evidente trascuratezza di cui doveva aver sofferto l’edificio fino a quel momento, lascerebbe facilmente pensare a una certa antichità della struttura, composta da murature molto vecchie e per questo assai malandate dal tempo e dall’incuria.
Nel 1428 i Fiorentini riescono a strappare Marradi agli antichi proprietari, e il territorio viene aggiunto al Vicariato di Palazzuolo, costituendo il capitanato di Marradi e Palazzuolo. Il giusdicente, che è un cittadino fiorentino, risiede per sei mesi in una città e per sei mesi nell’altra. Nel 1540 le due circoscrizioni vengono separate e istituiti due capitanati distinti, tuttavia già nel decennio seguente il capitanato viene riunificato.







Nei documenti dell’Archivio storico comunale di questo periodo si legge che il Consiglio comunale generale si raduna “nel solito palazzo del capitano di Marradi” (7). L’edificio a cui ci si riferisce è senz’altro il palazzo pretorio in piazza delle Scalelle, per cui se ne potrebbe ipotizzare la costruzione all’inizio del secolo precedente, in occasione della conquista fiorentina e dell’instaurazione del Capitanato.
Non si conosce l’aspetto del palazzo in quel periodo, ma si sa della presenza di un orologio collocato sopra una torre, attestata a partire dal dicembre 1583, sotto il quadrante è affrescata l’immagine della Madonna e al di sopra un tettuccio assicura la protezione dalle intemperie (8). Il dipinto e il tetto sono ancora presenti nel 1639, quando entrambi vengono fatti riparare. Nel 1736 il congegno dell’orologio viene rovinato dall’imperizia del temperatore e non si riesce più a farlo funzionare a dovere tanto che nel 1766 si stanziano 100 scudi per farne costruire uno nuovo e sistemare la torre; tuttavia il provvedimento non ha seguito (9).











Negli anni settanta del XVIII secolo il palazzo, particolarmente degradato, viene completamente ristrutturato; nella stessa occasione si delibera la costruzione di due torrette laterali con funzione di torre dell'orologio e torre campanaria, tuttavia il progetto non viene realizzato a causa delle difficoltà costruttive e degli alti costi (10). In occasione delle ristrutturazione viene prodotta la planimetria del palazzo nello stato in cui si trova nel 1772 (tav. XV), nella quale si nota che al di sopra del porticato del pianterreno esiste una terrazza, affacciata sulla piazza e coperta da una tettoia, affiancata da due locali anch'essi a tetto; di conseguenza il piano superiore consta di una metratura ridotta, arretrata rispetto alla piazza.
L'ingresso principale al piano nobile è garantito da una scala esterna, addossata al fianco sinistro del palazzo, mentre l'accesso al secondo piano è costituito da una scala che parte dal primo piano.





Nel 1775 anche l'orologio viene rinnovato, con spesa di 200 scudi, dandone incarico all'orologiaio fiorentino Giuseppe Bargiacchi, che termina il suo lavoro nel giugno 1776 (11).

Alcune riproduzioni fotografiche della facciata del pretorio, risalenti fra la fine del XIX secolo e gli inizi del XX secolo, dimostrano l'aspetto dell'edificio, sostanzialmente come uscito dalla ristrutturazione della fine del secolo precedente (fig 36 - 37). La differenza più evidente con il palazzo odierno sta nella presenza di una loggia a sole cinque arcate, contro le sette attuali.
L'ampliamento del portico, con conseguente aggiunta della porzione di corpo di fabbrica soprastante, risale alla prima metà del XX secolo (12). A seguito di un forte terremoto avvenuto nel 1919, il palazzo subisce alcuni danni strutturali per cui si rende necessario un intervento di consolidamento. 





La relazione del 1924 dell'ingegner Enrico Vallini (13) include le planimetrie e una sezione del palazzo (fig. 38 - 41) nelle quali si nota qualche cambiamento rispetto al progetto esecutivo della ristrutturazione del XVIII secolo (tav. XVI) in particolare le tre carceri, affacciate sul cortile, sono collocate nella parte tergale del palazzo su tre piani sovrapposti e sono raggiungibili attraverso una scala di servizio (14).



Anche la scala esterna, addossata al fronte laterale del palazzo lungo l'odierna via Fabroni, non è più presente.
Inoltre nelle planimetrie novecentesche si nota che l'ingresso dell'edificio è collocato in posizione centrale rispetto alla loggia, proprio in corrispondenza della scala principale interna a due rampe, mentre i due piani superiori caratterizzati da due ampie sali prospettanti sulla piazza, sono pressoché collimanti.
Nel corso dell'intervento del 1924 il fabbricato viene ampliato nella parte destra e la loggia allungata di due arcate (fig. 35); l'ingresso viene spostato di conseguenza, fino a raggiungere la posizione attuale.
Dopo l'unità d'Italia a Marradi viene istituita la Pretura. Le carceri, umide e poco illuminate, sono affidate alla custodia di un guardiano e gestite da una commissione di quattro membri nominata dal Consiglio comunale (15).
Attualmente il palazzo è sede del Comune e la maggior parte degli ambienti è stata adattata ad ospitare gli uffici, altri contengono archivi e magazzini.


Fonti delle notizie
4 Marradi nel 1892, Blog della biblioteca, 28.01.2013
5 e 6 Archivio di Stato Firenze Camera di soprintendenza comunitativa, affari diversi, 398 Marradi
7  I Consigli comunali di Marradi, Blog della biblioteca, 07.01.2012
8 - 9 - 11 L'orologio del Comune di Marradi Giorgetti, 1999, c/o Archivio storico del Comune.
10 Archivio di Stato di Firenze. Per esteso nei paragrafi 3 e 4 della tesi.
12 - 13 - 14 - 15 Da ricerche dell'archivista Mario Catani, Archivio storico di Marradi.


Chi ne vuole sapere di più può consultare la tesi di laurea completa, che è conservata presso la Biblioteca Comunale di Marradi.



L'eclisse di Sole del 20 marzo 2015

Il Sole si oscura 
(in parte) 
all' equinozio 
di primavera
ricerca di Claudio Mercatali




Siamo al secondo appuntamento astronomico del 2015 (il primo era il passaggio della cometa Lovejoy per l'Epifania e il post è nell'archivio tematico).
L’eclisse di Sole è un oscuramento del disco solare dovuto alla Luna. E’un evento raro, che qui da noi non capitava da 16 anni. Perché ci sia l'eclisse, il Sole, la Luna e la Terra devono essere perfettamente allineati e questo non succede ogni mese, perché l’orbita lunare ha un’inclinazione rispetto al piano dell’orbita terrestre.

L'ultima eclisse totale per l'Italia fu quella del 15 febbraio 1961, che era nella prima pagina di quasi tutti i quotidiani nazionali, come si vede qui accanto.


Ricordo che il maestro Giuseppe Biagi ci portò alla Sassogna per vederla e si raccomandò perché fossimo provvisti di un pezzo di vetro affumicato o una pellicola fotografica usata. Il fotografo Giuseppe Meucci, che aveva bottega nella Strada Nuova (via Razzi) fu paziente e ci accontentò tagliando pezzi di pellicola.
Però non avevamo capito bene che cosa dovevamo guardare: il fatto si chiarì di colpo alle nove del mattino del 15 febbraio, perché il Sole scomparve e per qualche minuto calò la notte. Un vento freddo ci diede un senso di inquietudine e ricordo che le galline, stupite del fatto, si incamminarono meste verso il pollaio, credendo che fosse calata la sera.


L'eclisse dell'agosto 1999 sulla prima pagina del quotidiano
 La Stampa


Invece l'ultima eclisse parziale visibile dall' Italia fu l' 11 agosto 1999 e meravigliò molti a Marradi, perché era il giorno della fiera di S.Lorenzo e per un paio d’ore ci fu un’ insolita luce sui banchi del mercato e un calo di temperatura, tanto che fu necessario un maglioncino. Non mi era mai capitato di mettermi una maglia verso mezzogiorno nella settimana di ferragosto, ma tant'è. Una donnina del paese, che aveva accettato il fatto un po' perplessa commentò : " E va bèh! Basta con venga zo gnint!".

Ora ci risiamo, speriamo che il 20 marzo 2015 sia un giorno sereno, così potremo goderci il fenomeno, che è meno intenso di quello del 1999, perché questa volta il Sole sarà oscurato per il 60%  dalle 9.30 alle 11.30. La prossima eclisse totale visibile dall'Italia sarà il 2 agosto 2027.








IL GIORNO DOPO
Oggi è il 21 marzo, primo giorno di primavera e l'eclisse è avvenuta ieri. Com'è andata?
Al Liceo Scientifico Giotto Ulivi di Borgo S.Lorenzo (la mia scuola) ci eravamo attrezzati nel parco, con un buon telescopio piazzato dall' astronomo Daniele Migliorini, che è il signore che si vede qui accanto, microfonato per dare spiegazioni agli studenti,





I telescopi rifrattori sono corti e tozzi, molto diversi dai telescopi classici che può immaginare chi non è avvezzo all'astronomia.
Però le prestazioni ottiche sono eccezionali e anche le fotografie:

Fotografie di Tommaso Stefanacci, ex allievo del Liceo, oggi studente universitario.










giovedì 12 marzo 2015

Felice Giani: L'album di viaggio da Faenza a Marradi

Viaggio da Faenza a Marradi


" Era certo un itinerario inconsueto, quello compiuto da Felice Giani ed i suoi amici nella primavera del 1794. Da Faenza a Marradi, dalla Romagna alla Toscana, risalendo il fondovalle del Lamone fino ai bacini montani dell'Appennino, lungo l'antica strada romana. (...)
Ventidue fogli da disegno accompagnarono Giani e i suoi amici lòungo le antiche strade che congiungono Romagna e Toscana, attraverso pievi e ruderi, orizzonti distesi e pareti scoscese, boschi."

 Attraverso i disegni risaliamo la Val Lamone mentre il paesaggio sempre meno antropizzato ci offre immagini di boschi, guadi,cascate, anfratti in  una natura mitica e intatta dove il fiume diffonde il fragore delle sue acque.

Il fiume Lamone sotto le mura del convento delle Domenicane di Marradi

"Dalle ampie e tranquille visioni della pianura, via via che si addentra verso la montagna, Felice Giani penetra sempre più, coi disegni del suo viaggio sentimentale, entro la natura sublime che sarà dei romantici d'Europa. (...) Disegnatore esuberante "d''istinto e di foga", trasforma le immagini di un'antica strada italiana in un capolavoro della pittura di fine Settecento.(...)



Il fiume Lamone verso Spedina

Oggi molti dei paesaggi disegnati da Giani nel 1794 sono cambiati. Ma c'è un luogo, più di tutti, dove il rapporto tra le suggestioni reali e l'ispirazione dell'artista reca l'incanto di un miracolo, della natura e dell'arte.
E' la cascata di Valbura, che ispira a Giani la  " Caduta del fiume Amone nella strada di Marradi". Dopo Salta cavallo...la salita diventa scoscesa. Il fiume cade con fragore dai fianchi delle montagne coperte di castagni e supera una casetta quadrata di pietre che veglia, dall'alto, le voragini d'acqua. " ( 1)



il fiume Lamone presso le cascate di Valbura

1-Tratto dall' introduzione a " L'Album di viaggio da Faenza a Marradi", a cura di Beatrice Buscaroli Fabbri. Ricerca a cura di Luisa Calderoni.

I Canti Orfici, edizione 1962

Una dedica di Lello Campana, cugino del poeta, all'amico  Ceccherini, padre di Lally e Manuela





 

Marradi 20/7/63

Al caro Ceccherini, anima generosa e nobile, cuore grande più del torace che lo ospita; con lo stesso spirito generoso e libero con cui avrebbe dedicato mio cugino.
                        
                         Lello Campana
                                                                 

sabato 7 marzo 2015

Le foto di Gloria Donatini: Marradi nei primi anni ' 50


Le foto di Gloria Donatini




Gloria, a sinistra, con
Laura Mazzoni










Gloria, la più piccola,
alla fontanina di Casa Vigoli 
(che non c'è più)
.







La piccola  Fiorenza Santoni con  i nonni
...e la capretta. La bambina al centro è Gloria















Assieme a tanti altri in via Talenti quando venne Gino Bartali.







Si riconoscono: Mauro Sartoni, a sinistra e Fulvio Sartoni, dietro a Bartali. Riconoscete qualcun altro?
Fateci sapere.



Alberto Donatini, babbo di Gloria, era un convinto comunista.
Questo comizio in Piazza Scalelle fu evidentemente di suo gradimento ...







... visto che lo fotografò dalla piazza e dalla finestra della sezione del PCI.








La guerra era finita da poco e si commemoravano spesso i caduti. 
Questi sono i reduci della Prima Guerra mondiale al monumento.








La famiglia Donatini aveva 
un' edicola sotto le logge 
del Comune.













Anche Gloria ogni tanto
aiutava sua mamma ...















lunedì 2 marzo 2015

Quando andammo a Bengàsi

I Marradesi alla guerra di Libia (1912)
ricerca di Claudio Mercatali









Negli anni 1880 - 1890 il nostro governo cominciò a mettere gli occhi sulla Libia, che allora era una provincia dell'Impero Ottomano. Con la scusa della missione commerciale il nostro Ministero degli Esteri spedì là alcuni esploratori, che in realtà erano degli agenti, perché documentassero i siti e fornissero delle informazioni. La fotografia era una tecnica ancora agli albori che dava risultati scarsi e quindi i nostri agenti portarono in Italia soprattutto dei disegni di luoghi e città, anche pregevoli come fattura come questi qui sotto, che stuzzicarono ancora di più i nostri appetiti coloniali.


Clicca sulle immagini se le vuoi ingrandire


Il tutto avveniva un po' per spirito colonialista e molto perché all'epoca i piroscafi erano stracolmi di emigranti per l'America e sarebbe stato importante trovare uno sbocco per la nostra mano d'opera.
In realtà la Libia era una enorme distesa di sabbia che difficilmente avrebbe potuto assorbire un nostro flusso migratorio, però era anche l'ultimo lembo d' Africa conquistabile, perché l'Impero Ottomano era decrepito, sull' orlo del tracollo e nei suoi confronti avevamo la forza di compiere qualche atto di prepotenza. 

L'occasione capitò nel 1911 perché l'Impero Ottomano era minacciato nei Balcani dalla Grecia e la Bulgaria e non poteva difendere a dovere la Libia. Le sorti della guerra volsero quasi subito al meglio per noi e dopo qualche mese cominciarono i rimpatri anche se le ostilità non erano del tutto finite. Il 13 aprile 1912 giunse a Marradi il treno dei primi reduci che furono accolti in paese con tutti gli onori.

Quando la locomotiva a vapore addobbata di coccarde e nastri tricolori sferragliò sul Ponte della Lontria la banda di Marradi intonò la Marcia Reale e la gente cantò:

Viva il Re, viva il Re, viva il Re
le trombe liete squillano
Viva il Re, viva il Re, viva il Re
con esse i canti echeggiano ...




Chi vuol sapere il resto può digitare "Marcia Reale" su Internet e sentirà una musichina non sgradevole, che è l'inno nazionale di allora.
Quel giorno c'erano 4000 marradesi per le strade del paese (su un totale di 9000 abitanti) che gioivano per la vittoria e per il ritorno dei reduci. Per sapere esattamente come andarono le cose è meglio leggere il resoconto fatto il 21 aprile 1912 dal corrispondente del Corriere Mugellano, un giornale che si stampava a Borgo S.Lorenzo ...

La vittoria fu molto sentita dalla gente, anche se non si capiva bene che cosa avessimo conquistato. I Nazionalisti gioivano perché questa era una sorta di rivincita dopo i disastri della guerra d'Abissinia nel 1896, i Socialisti erano contenti perché era finita presto e i Marradesi anche perché non era morto nessun compaesano.



L'anno seguente il bravo milite Enrico Graziani venne insignito della medaglia di bronzo, consegnata dal sindaco Vincenzo Mughini il 15 giugno 1913. Ce lo ricorda questo manifesto conservato nell'Archivio storico del Comune di Marradi, che invitava la popolazione a partecipare alla cerimonia, di fronte alle scuole elementari. 


Fra i reduci della Guerra di Libia c'era anche mio nonno Attilio Piazza, che è questo qui accanto con l'elmetto coloniale rivestito di sughero contro il sole africano.
In casa c'è ancora il quadernino del suo diario "Ricordi e Pensieri della Guerra Italo - Turca, 7.1.1912, 3° Genio Telegrafisti, Bengasi". Non era fra i rimpatriati di cui abbiamo detto prima e tornò a Marradi con un altro gruppo nei mesi successivi. Sentiamo  come racconta i fatti:



L'assalto di notte      Bengasi, 17.2.1912

Ancora sotto l'impressione in me vivissima del combattimento terribile di questa notte famosa. Che notte d'inferno! Che colpi! Che scene e che strazi! Una simile notte non la passai mai dacché mi trovo in guerra e non mi succederà più e più non la scorderò campassi cento anni. Stavamo sotto la tenda a dormire quand'ecco si sentirono le vedette gridate "All'armi" e giù colpi di moschetto. Le nemiche si fanno sempre più vive invomitando qualche colpo di cannone. Non passarono tre minuti che si sentì "tetterete tetterete" grido all'armi con la tromba e allora noi tutti via il cappotto, su in piedi moschetto in mano, le tasche piene di caricatori e giù in trincea. Lo scompiglio che successe e quanti colpi abbiamo sparato non ve lo saprei dire. Si sentivano urli e grida strazianti, pallottole fischiare, i colpi dei cannoni, granate che scoppiavano da una parte shrapnel dall'altra e i colpi della marina facevano traballare tutto e quando scoppiavano tutta la massa nera e facevano dei vuoti immensi. C'era la luna e i riflettori che illuminavano tutto, ma che scene, che notte terribile. Accidenti quanti colpi!






... c'era la luna e i riflettori
che illuminavano tutto ...

Il colmo fu verso mezzanotte quando cercarono di passare i reticolati. Figuratevi che scariche! Il combattimento durò fino alle due del mattino e quando videro che man mano che si avvicinavano cadevano morti pensarono bene di scappare. Dopo tutto tornò silenzioso, solo qualcuno sparava quando vedeva qualche arabo che strisciando cercava di scappare. Alla mattina verso le 8 si poté vedere bene qua e là dei mucchi di cadaveri e feriti. Fu una bella lezione per loro; fra morti e feriti furono 200.




... il colmo fu verso mezzanotte quando cercarono 
di passare i reticolati ...











La messa di Pasqua    Bengasi  7.4.1912

Il giorno 7 giorno di Pasqua, si passò discretamente, se non bene, un po' meglio degli altri. Il nemico ci aveva fatto avvertire per mezzo dei nostri informatori che in quel giorno solenne per gl'Italiani avrebbero tentato un attacco generale in tutta la linea di difesa con la speranza di tornare in Bengasi abusando così della nostra grande festa credendoci in tale giorno tutti ubriachi. Magari si fossero provati; i nostri ufficiali avevano preso tutte le misure e precauzioni per essere pronti in caso di attacco. La giornata era bella e magnifica proprio di quelle primaverili. Noi intanto per tale giorno si era preparato un piccolo teatrino per recitare poi alla sera e in verità improvvisato così era riuscito benissimo. Alcuni giorni prima essendosi presentato al nostro capitano l'onorevole padre Geroni per chiedere quando poteva venire a celebrare la messa per noi soldati con il capitano pensò di farla celebrare il giorno di Pasqua e precisamente sul nuovo teatrino.



Geroni Francesco 
(padre Gioacchino)
di Firenzuola (Firenze)
 sul cammello, a Bengasi.
Era un frate al seguito 
delle truppe.

Sotto: la copertina del diario
di Attilio Piazza








La domenica mattina noi soldati in attesa alla pulizia generale dell'accampamento a prepararsi così a festeggiare quel giorno solenne. Il padre Geroni quando credette opportuno, stando però sempre ai comandi del capitano, incominciò la S.Messa. Si suonò l'attenti, tutti si tolsero il berretto e fermi così in un silenzio profondo un suono melodioso ruppe il silenzio; era il suono gentile di un mandolino. Fu un'improvvisata anche per il padre Geroni e rimase proprio contento Questo fu un momento veramente magico che commemorava e mentre noi con la più squisita devozione assistevamo a questo sacrificio io nelle mie preghiere pensavo che di là dal mare tutti gli sguardi vostri erano rivolti verso di me, pensavo che di là dal mare per me palpitavano tanti cuori. Fui altero di trovarmi anch'io in quelle gloriose file d'esercito pronto a difendere in caso di bisogno con tutte le mie forze l'onore della patria sacrificando così la vita anche per la Religione. A metà della messa il Reverendo Padre ci rivolse belle e commoventi parole, ci rammentò soprattutto la madre lontana, la bella Italia i parenti e infine la guerra. Alla consacrazione ci fecero sentire ancora una volta quelle note gaie dell'Ave Maria del Gounod note gaie e molto sentimentali da commuovere anche l'uomo più duro del mondo. Nessuno pensava al nemico che da un momento all'altro poteva interrompere la nostra festa. Ma no, il nemico era lungi, ben sapendo che se si fosse avvicinato sarebbero stati pronti a respingerlo. Così in mezzo alla fragranza e alla più squisita devozione dei soldati ebbe fine la S.Messa ...  



Il ghibli,    Bengasi 21 giugno 1912

Ieri notte imperversava il ghibli, come mai finora. Sotto il soffio impetuoso della bufera ululavano i palmizi e ad ogni raffica le case di Bengasi tremavano. Il vento spostava le imposte rabbiosamente e i nuovi colpi facevano gemere le baracche degli accampamenti come navi in tempesta.

 Il mare furioso levava il suo gran ruggito lontano, nella vastità profonda, con calore di incendi senza fuoco passava nell'aria. E' questo soffio ardente che dà al ghibli qualche cosa di pauroso e di vivo soprattutto alla notte quando la tempesta vicina e il vento pieno di voci possenti, prodigiosamente caldo, fa pensare ad un alito mostruoso.

Dalle ridotte non era possibile vedere un mestìo lontano prima che la luna sorgesse. Quale ora propizia per il nemico! Io stavo di sentinella. Dal comando un fonogramma circolare aveva fatto avvertire tutti i forti: "si faccia buona guardia".

La ridotta di Sidi Dakis





Fonti delle illustrazioni:
Cirenaica e Tripolitania, Giuseppe Haimann 1886
Settimanale Il Corriere mugellano, tipografia Toccafondi, Borgo S.Lorenzo