Lanfranco Raparo, Marradi

Lanfranco Raparo, Marradi

martedì 27 ottobre 2015

La Sagra delle Castagne nel 2015

Sono tornati i Marroni Buoni


I Cinipede e le sue
"galle" (dove crescono 
le larve)




Il 25 ottobre a Marradi si è svolta l'ultima delle quattro Sagre delle Castagne e si può stilare un primo bilancio. Com'è andata la stagione per i castanicoltori?


Come ognuno ha potuto constatare sono ricomparsi i marroni, a Marradi e in tutta la fascia appenninica circostante. Il temibile Dryocosmus Kuriphilus Yasumatsu, noto come Cinipide galligeno del castagno quest' anno si è visto poco e i germogli dei castagni hanno prodotto il loro apprezzato frutto.

Chi è costui? Lasciamo ai biologi il compito di descriverlo e leggiamo le due schede qui accanto.





Gli anni scorsi qui da noi il Cinipede in primavera aveva aggredito le piante con un accanimento tale da far temere la fine della castanicoltura tradizionale. 
A vederlo non si direbbe così vorace e distruttivo e gli stessi agronomi cinesi, richiesti qualche anno fa di un parere, erano rimasti sorpresi. Da loro questo insettino era un parassita fra i tanti e produceva danni limitati.

Evidentemente qui da noi non aveva trovato nemici naturali e poteva spadroneggiare. Gli altri insetti lo ignoravano, gli uccelli non lo consideravano un cibo appetibile e il clima appenninico tutto sommato faceva per lui.

In questi casi si cerca di rimediare per via biologica a quello che la natura non fa da sola. Scartata subito l'idea di irrorare i castagneti con insetticidi e pesticidi, che lo avrebbero ucciso assieme a tutti gli altri insetti impollinatori, alle api, ai funghi, ai tartufi e alle erbe officinali del sottobosco, si è cercato di introdurre nell'ambiente qualche suo antagonista.



Queste qui accanto sono tre organizzazioni qualificate per la lotta biologica al Cinipede



Il primo tentativo venne fatto abituando un certo numero di uccelli in gabbia a mangiare le sue larve, per poi liberarli nei boschi. Non è chiaro in che misura questo abbia contribuito a limitare la sua diffusione.

Un secondo tentativo fu fatto importando dalla Cina il Torymus Sinensis, un insetto che nel paese d'origine era un suo nemico naturale. Deve essere stata una brutta sorpresa per il Cinipede, abituato a fare un po' troppo i suoi comodi nei nostri boschi.

E' possibile che anche qualcuno dei nostri insetti abbia trovato di suo gusto la ciccia delle larve di questo dannoso imenottero. Solo fra qualche anno i biologi capiranno come hanno concorso questi fattori e magari anche altri che per ora non abbiamo notato.

Fatto sta che quest' anno, inaspettati, sono maturati i marroni come una volta.
Anche la Sagra ha ripreso vigore e il paese si è attivato come da tempo non si vedeva. Marradi già alle prime ore del mattino, quando non era ancora giorno, era già pronto per l'evento.



Sono le 6.30 del mattino, è ancora buio
e gli operai della Pro Loco
e del Comune hanno già
finito i preparativi
... fra poco si comincia ...





Anche quelli delle bancarelle sono 
mattinieri. Si prevede una sagra affollata 
e ... chi tardi arriva male alloggia ...





Via Fabroni è 
un punto centrale della sagra.
C'è una bella differenza fra
le sette di mattina e il mezzogiorno.








Le due Sagre dell' 11 e del 18
ottobre hanno fatto registrare
10 - 15.00 presenze










Comincia la salita
di via Talenti
















 Il parco giochi
del cosiddetto Chiuso 
(E ciùs)



Di ritorno da via Fabbrini.











giovedì 22 ottobre 2015

La luce elettrica a Marradi

1888 Si costruisce la centrale
sul fiume Lamone
ricerca di Vincenzo Benedetti



 Nel 1887 - 88 l'imprenditore Ferruccio Busato, di Lucca, assieme all'ing. Lorenzo Fabbri di Marradi pensarono che si poteva dotare di luce elettrica il nostro paese, sfruttando l'acqua del fiume Lamone al salto d'acqua oggi detto della Lontria.
Busato aveva comprato da poco il molino Presia, che sorgeva dove ora c'è la Centrale Elettrica, con l'intenzione di trasformarlo per fornire la luce a quello che poi sarà detto il Molinone e il 1 giugno 1888 scrisse al Cav. Francesco Scalini della Scala, allora Sindaco:



 
All' Illmo Sig. Cav
Francesco Scalini
Sindaco di Marradi

Il sottoscritto ha l'onore di rivolgersi alla S.V. Illma per una cosa che porterà qualora venga benevolmente accolta, vantaggio e decoro a questo paese. Avendo il sottoscritto acquistato il molino Présia per impiantare un grande stabilimento meccanico che andrà illuminato a luce elettrica e sembrandogli opportuno che anche nelle vie di questo paese la luce elettrica possa vantaggiosamente essere sostituita alla pubblica luce del petrolio con poca differenza di spesa penso fare alla S.V. la seguente proposta:

Il sottoscritto si propone di fornire la luce elettrica al paese di Marradi per lire 1500 impiantando circa 30 piccole lampade da distribuirsi nei vari punti del paese e tre grandi lampade per le maggiori piazze - e ciò entro otto mesi da oggi.
Nella fiducia che la proposta sarà dalla S.V. trovata degna di considerazione, il sottoscritto attende un cenno di riscontro e ha l'onore di segnarsi.
 
Marradi, 1 giugno 1888     
Devotissimo  Busato Ferruccio di Lucca

  
Il Sindaco gli ripose il giorno stesso:


 Marradi 1 giugno 1888

Questo Consiglio Comunale, al quale ho comunicato la proposta sua, ha accolto in massima la di lei proposta per l'impianto della luce elettrica all'interno del Paese, ma prima però di addivenire a una formale accettazione della proposta, desidera dalla S.V. un dettagliato progetto in proposito.
Nel pregarla di una sollecita risposta le dichiaro la mia distinta stima.

Il Sindaco    firmato F.Scalini


Il progetto fu presentato nel giro di pochi mesi e realizzato subito. Fu così che Marradi nel 1889 ebbe la luce elettrica nelle strade, come pochi altri paesi in Italia.

Com'era la Centrale alla fine dell' Ottocento? E nel primo Novecento? Ne possiamo avere un'idea da queste fotografie.




Sopra: La Centrale (è la casetta bassa in primo piano).
Dietro c'è l'edificio del grande Molinone, alimentato 
dalla Centrale e sullo sfondo lo stabilimento 
della Filanda Guadagni - Nati - Vespignani




Il regolatore di velocità
delle Industrie S.Giorgio,
costruito nel 1921
(ora si trova nel museo ENEL
di Bagni di Lucca)








Il personale della Centrale negli anni Trenta.
Da sinistra: Angelo Paganotto, Andrea Vizzani, Pietro Bandini e uno sconosciuto. 











La dinamo 
della ditta Ercole Marelli
di Milano
Era uno dei meccanismi
più moderni





Clicca sulle immagini
se le vuoi ingrandire






Il generatore 
attuale

La scheda di registrazione 
della Società Busato, Fabbri e C.
 alla Camera di Commercio di Firenze

Da questa si vede che Busato 
si ritirò dalla società dopo poco 
tempo e l'ing. Fabbri
rimase l'azionista di maggioranza.








Nel 1923 fu fondata la Selt Valdarno, una grande Società elettrica controllata dai gruppi industriali e finanziari Bastogi, Orlando, Cre­dito Italiano, Banco di Roma e Banca Com­merciale. La Selt in breve tempo acquistò le società elettriche della Toscana e del Lazio. La piccola Impresa Fabbri non poteva certo resistere a questa concorrenza, e anch’essa venne inglobata, il primo marzo 1927. La Valdarno applicò a tutti i marradesi il contatore dei chilowattora, che era un sistema più moderno ma anche meno romantico del pagamento un tanto a lampadina, usato dalla Società Fabbri e C.


Una bolletta di Egidio Bassetti di Popolano

E' traforata per poter essere letta da una apposita macchina. Questo sistema è l'equivalente della nostra lettura con il codice 
a barre.

La centrale elettrica di Marradi dal 1962 è dell’ENEL, funziona ed è stata automatizzata. La sua potenza non basta assolutamente per le necessità del paese, però è una fonte di energia abbastanza economica.



Fonte: Documenti della raccolta di Vincenzo Benedetti. 



sabato 17 ottobre 2015

Andromeda

Una costellazione 
e una galassia
 ricerca di Claudio Mercatali


Il mito di Andromeda
Joachim Wtewael (1611)


Alla metà di ottobre nelle prime ore della notte la costellazione di Andromeda è abbastanza alta in cielo e si può osservare agevolmente.
Secondo il mito la bellissima regina Cassiopea fece ingelosire le stizzose ninfe del mare, che per invidia si rivolsero a Nettuno accusandola di aver detto male di loro.
Nettuno mandò un mostro marino a devastare il regno di Cassiopea e chiese che fosse sacrificata a lui Andromeda, la figlia della regina. Ma giunse l'eroe Perseo che uccise il mostro e tutto ebbe un lieto fine, Andromeda e Perseo si sposarono e fecero tanti figli.
Questa favola ha ispirato molti quadri antichi, come questo qui accanto, del pittore olandese Joachim  Wtewael (1611) dove si vedono tutti i personaggi della storia.
   





Come si fa a trovare Andromeda? Se si tracciano due segmenti da Cassiopea, che è una "vu doppia" facile da trovare, Andromeda rimane compresa nello spazio sotto al loro incrocio, come si vede qui accanto.  Si tratta di una lunga serie di stelle in fila.

Se si punta la stella beta di Andromeda con un binocolo e si sale verso Cassiopea, ad un certo punto si vede una zona chiara, un insieme di stelle all' interno del quale non si distingue nessun dettaglio. Questa è la galassia di Andromeda (M31), gemella della Via Lattea. E' un oggetto celeste molto lontano.


Con un buon telescopio si vedrebbe per quello che è: un turbine di miliardi di stelle che formano una spirale.
Gli astronomi dicono che è gemella della Via Lattea, un vero e proprio mondo vicino al nostro. Al telescopio è spettacolare, ma con il cannocchiale ci dobbiamo accontentare di vedere una specie di nuvoletta bianca e ovale. Un tempo, quando in cielo non c'era il riverbero dei lampioni, si poteva vedere a occhio nudo e forse in qualche posto d'alta montagna o nel deserto si può fare anche oggi.
  
La galassia M31 (foto NASA)





In compenso da Marradi si vede bene la sequenza delle stelle che formano la costellazione e quindi con la carta del cielo che è  qui sopra si può provare a cercare M31.
Il gioco è più piacevole se si ha la pazienza di lasciare entrare in scena i personaggi del mito uno alla volta: da est prima sorge Cassiopea, la regina, poi Andromeda sua figlia e Perseo che giunge a salvarla. A volte anche le favole hanno una logica.

   
La costellazione di Andromeda
sta sorgendo nel cielo
di Marradi (da est, sopra a Monte Gianni)
I lampioni che si vedono sono quelli del viale della
stazione. La foto è stata scattata circa all'altezza
dell'Asilo Infantile Scalini.





lunedì 12 ottobre 2015

Due piante spontanee particolari

Alla riscoperta 
di vecchie ricette
ricerca di Claudio Mercatali




I fiori del finocchio 
selvatico



Oggi parleremo del finocchio selvatico e del topinàmbur, due piante erbacee del nostro appennino che danno una fioritura gialla, a fine settembre e fino alla metà di ottobre. Il colore del fiore è l'unica cosa che hanno in comune, e per tutto il resto differiscono come più non si potrebbe. 
La prima preferisce gli ambienti siccitosi, la seconda vive lungo i fossi. Una produce dei fiorellini piccoli, a ombrello e l'altra delle margheritone vistose e singole. Soprattutto, per quanto interessa ora, una ha un delicato saporino che assomiglia all'anice e l'altra un sapore a metà fra il carciofo e la patata lessa.

IL FINOCCHIO SELVATICO

Il finocchio selvatico e' una pianta erbacea perenne della famiglia delle Ombrellifere che cresce spontanea su suoli basici e siccitosi, cioè qui da noi sulle pendici a solame, con poca terra e molto galestro. Si trova anche nelle scarpate delle strade di campagna.
Il fusto, eretto e ramificato, e' alto fino a un metro circa, i fiori sono piccoli e gialli, riuniti a ombrello e formano i semi (che in realtà sono i frutti). Se avete dei dubbi nel riconoscimento della pianta prendete i semi, stropicciateli fra le dita e sentirete un odore delicato, che assomiglia un po' all'anice.



E' volatile e dopo qualche minuto non lo sentirete più. Alla fine di settembre i semi si raccolgono facilmente dagli ombrelli fioriti. Si conservano senza additivi, se sono stati seccati per bene, però in barattoli chiusi, al buio. Si usano per preparare alcuni insaccati, come la finocchiona, il tipico salame del Mugello. Però questo è un lavoro da salumieri esperti e noi non lo possiamo fare.


I semi del finocchio selvatico





I semi di finocchio entrano in tante ricette, quasi sempre a base di carne, come queste:

1) Fate delle polpette con il pan grattato, impastato con acqua e uova, salate, aggiungete olio d'oliva, e parmigiano grattugiato, latte. Aggiungete i semi di finocchio, meglio se tritati o macinati. 
Amalgamate bene il tutto, mettete le polpette nel forno a temperatura media (180°) fino a che non le vedete indorate. Più in generale con il finocchio selvatico si ottiene un buon sapore nelle polpette, qualunque sia la ricetta che usate di solito, specialmente se sono fatte di carne.

2) Prendete una padella e soffriggete dell'aglio nell'olio. Aggiungete una bistecca e cospargetela di semi di finocchio. Quando è quasi cotta aggiungete il vino e fatelo consumare quasi tutto. Li potete mettere anche sopra una cotoletta.

3) Tritate il finocchio finemente e usatelo come aroma, crudo, per condire un piatto di carne cospargendolo come se fosse pepe. Si ottiene un saporino delicato, particolare, che può anche non piacere, e che si sente di più su una pietanza di per sé insipida, come un piatto di patate lesse.

 
IL TOPINAMBUR

Il Topinàmbur o Heliànthus tuberosus, dalle parole greche ”helios” (= sole) e ”anthos” (= fiore) o Girasolino, è una pianta erbacea che tende a girare la corolla verso il sole, comportamento noto come eliotropismo. 
Il nome tuberosus indica che avendo un tubero è perenne. Il nome elianthus tuberosus si deve Linnéo (1707 – 1778).
I fiori del topinàmbur sono delle vistose margheritone gialle alla sommità di uno stelo alto anche più di due metri. Da un punto di vista estetico non sono niente di particolare, però i botanici dicono che hanno una struttura interessante.
Qui da noi la fioritura è all'inizio dell'autunno (settembre e ottobre), e dopo la pianta si secca, ma in primavera dai tuberi nasceranno i nuovi getti. La pianta gradisce i terreni umidi e quindi si trova meglio lungo i fossi.

Per descrivere i fiori i botanici usano 
la "formula fiorale", che è una 
convenzione di sigle e numeri:

K = calice (dopo c'è il n° dei sepali)
C = corolla (n° dei petali)
P = perigonio (n° dei tepali)
A = androceo (n° degli stami)
G = gineceo (n° dei carpelli o ovari)
= più di dieci


Per esempio, la formula del fiore del topinàmbur, è questa: K 0/5, C (), A (5), G (2).

E così abbiamo scoperto che anche i fiori hanno una formula. Che cosa ce ne importa ora? Il fatto è che il fiore permette di riconoscere questa pianta, che per il resto è abbastanza anonima. Insomma la vista del fiore ci permette di andare a colpo sicuro con lo zappetto a prendere i tuberi, che sono la parte che ci interessa.
Occorre sapere che ogni pianta fiorisce ad anni alterni, in ottobre. Negli anni in cui non c'è fioritura i tuberi hanno un aspetto simile a delle patate con tanti bitorzoli, invece nel corso della fioritura l'aspetto assomiglia a un dito, perché la maggior parte della forza vegetativa viene impiegata per la produzione fiorale e il nettare.






Sopra: i tuberi in assenza di fioritura
Sotto: i fiori nell'anno della fioritura




Sbucciate e lessate separatamente delle patate e dei tuberi di topinàmbur (che si lessano prima delle patate), passate entrambi allo schiacciapatate. Raccogliete il purè in una casseruola, ponete sul fuoco a fiamma bassa, unite il burro e quando è stato ben assorbito cominciate a versare poco alla volta il latte tiepido mescolando.

Ormai il gioco è chiaro: siccome il tubero di topinàmbur è ricco di amidi, potete preparare tutti piatti che fate di solito mettendone un po' al posto delle patate. Un po' quanto? Non c'è misura, tutto dipende dal vostro palato.
Sbucciate i topinàmbur e fateli bollire in acqua salata per circa 5 minuti come se fossero patate. Badate bene a non farli passare di cottura, perché diventano molli e sgradevoli. Imburrate una teglia, cospargerla di pangrattato e fate uno strato di fette. Sopra versate della besciamella, che preparerete a parte. Cospargete di pangrattato, prezzemolo tritato e burro. Infornate e gratinate.






Il tutto richiede troppo tempo? 
Allora, alla comparsa dei fiori, ai primi di ottobre, aspettate una settimana o due e non di più e poi prelevate i tuberi. Ricaverete dei rizomi teneri, che hanno le dimensioni di un dito. Li potete lessare e poi condire con burro o friggere e abbinare a un piatto di carne, come si vede qui accanto.
Non avete tempo per fare nemmeno questo? Allora non vi rimane che andare dall'ortolano e comprare i tuberi. A volte, ma non sempre, li troverete, perché un certo numero di persone, poche a dire il vero, li richiede.












A fianco: 
Tuberi lessi, di topinàmbur marradesi, 
provenienti da Lutirano, 
carne e piselli.













giovedì 8 ottobre 2015

Dino Fiorelli parla di Dino Campana


 Il dramma dell'intelligenza
ricerca di Claudio Mercatali



Dino Fiorelli (Prato 1904 - 1979) fu giornalista, saggista e poeta. Scrisse "Della natura degli italiani e il dramma dell’ intelligenza" (Roma, Sigfrido 1928) e "Borghesismo: paradosso contro il mio tempo" (Torino, Edizioni del Baretti 1929). Nel biennio 1929-1930, con altri giovani intellettuali pratesi pubblicò il periodico "Strabisenzio". Entrato PNF, ne uscì nell’ottobre 1924 dopo il delitto Matteotti. In seguito divenne antifascista tanto che fu spedito al confino nell'isola di Ponza.
Nel dopoguerra pubblicò Elegie del tempo perduto (Prato, Cupolin degli Ori 1957) e Lasciatemi divertire ( Prato, Bechi 1972). Dino Fiorelli donò i suoi libri e le sue carte alla biblioteca Roncioniana di Prato.




Strabisenzio, il periodico letterario
pubblicato da Fiorelli negli anni Venti



Ora ci interessa il suo saggio Il dramma dell' intelligenza (1928), dove parla di Dino Campana, poeta allora quasi sconosciuto. La sua è un'analisi esatta, attuale ancora oggi, bella da leggere:


"Per gustare certi passi di questo poeta bisogna conoscere il paesaggio romagnolo: i suoi rivi, i suoi tramonti, i caseggiati rustici e fieri, le sue bettole sparse sulle strade maestre, il rosa del suo cielo nell'albe e nei tramonti, i suoi monti aspri e rocciosi, i torrenti fronzuti all'intorno.

 

Banchi di arenaria spezzata
nella valle di Campigno
... i suoi monti aspri e rocciosi ...


Bisogna conoscere la sensibilità della donna che qua è molto diversa dalla donna toscana, tipo razionale e borghese, con pochi sogni e pochissime follie.
C'è nella pagine di questo poeta disgraziato e quasi del tutto sconosciuto, un sapore di cielo, di sole, di aria, di solitudine: una freschezza autunnale di paesaggio montanino, con sfondi di montagne severe.
La sua prosa, piena di ombre e di chiaroscuri, è ricca di immagini e di figure, e vi è in queste pitture di cose umili, di casupole, di tramonti, di visioni notturne, di crepuscoli mistici, qualcosa di misterioso, di umanissimo, di trasfigurato.
Mi rammenta qualcosa di Baudelaire, ma vi è qualcosa di più.
Si sente l'ansia di chi si cerca, tremando in tutto l'essere per il turbamento che gli danno le cose che l'occhio ha toccate, seguendo il suo sogno nostalgico - desiderio di vivere liricamente e di superarsi. Oltre al fresco sapore delle cose, l'aspirazione commossa resa meno tormentosa dalla vaga dolcezza del paesaggio.




Vi è qualcosa insomma in questo poeta maledetto che voialtri, uomini delle pianure, difficilmente giungerete a comprendere. Qualcosa della robustezza e della forza romagnola e la delicatezza di un francese "decadente", ma niente delicatezze affettate e moinose. Egli aveva pensato più che a fare poesia a viverla; più che a passare per illustre a fabbricarsi la nomèa di poeta, ad esserlo. E lo era.
Perciò ha lavorato poco, pochissimo. ma nella sua poesia frettolosa e malata vi è un sapore "suo", una nota sincera dell'anima. (Considerare il poeta Campana un temperamento originale).

Finito a ventisette anni, gigante nell'aspetto - come lo raffigurano coloro che l'hanno conosciuto da vicino - , il suo male era, come in tutti i poeti veri, la sua originalità. La sua passione era la montagna, e della montagna vi è, nella sua poesia, il ritmo, l'aspirazione, la purità.

A Marradi, ove è nato nel 1885, da famiglia distinta, lo si vedeva di rado e parlava con pochissimi. Quando era "a casa" si ritirava sulle solitudini della sua Campigno. - La Falterona, la Verna, gli erano egualmente ospitali e sacre. Aiutava i contadini nelle faccende dei campi e ne riceveva la ricompensa.
Parlava diverse lingue, aveva viaggiato moltissimo: quasi sempre a piedi e senza un soldo - come amava viaggiare lui, da poeta e da pellegrino dell'anima. Il suo temperamento scosso aveva qualcosa di nordico, come la sua facciona barbuta.

***

La sua poesia ha la potenzialità dell'immagine, la forza squisita di rappresentazione, e giunge sempre a un linguaggio "suo". E' un lirico, un nostalgico; ma, come ho detto già, anche nella sua malattia vi è qualcosa di robusto, di maschio. Niente di femmineo decadente, di borghesucolo sentimentalismo alla Puccini Giacomo.
In questo poeta, in questo errante disfatto dai sogni e dalla pazzia, vi è il pittore che coglie con occhio attentissimo e cercante e rende vivissimo, palpitante, plastico, mobile, umano.
E nascono i ricordi della fanciullezza, insieme ai ricordi del paesaggio mutabile e molteplice, e lo sgomento. Per capire inoltre certe situazioni e movenze dei suoi "Canti", credo bisognerebbe averlo conosciuto più da vicino.
Potenza scultorea michelangiolesca, a volte sciupata in troppi particolari. Così non tutti i suoi canti sono di una forza mirabile: alcuni perdono in originalità e hanno pochissimo valore artistico, altri si potrebbero togliere perché sciupano l'unità del libro. Inoltre, è necessario un lettore attentissimo, e non tutti potranno ritrovarci quei pregi che uno spirito critico sa cogliere.
Ma questo poeta, non sempre perfetto, ha infine la virtù di riaccostarci alle cose e di farci disprezzare questa sterile civiltà: perciò chi porti nell'anima - oltre al tedio e al disgusto della città - un bisogno di pace, di verde, di sole, amerà senza dubbio questo poeta "maledetto" dimenticato".


Il percorso di Dino Campana nell' alta valle di Campigno
al ritorno dal viaggio a La Verna  (1910)


... chi porti nell' anima - oltre al tedio e al disgusto della città - un bisogno di pace, 
di verde, di sole ...


Fonte: Biblioteca Roncioniana di Prato, Pzza S.Francesco 27 tel. 0574 24641.
 Il giorno 15 ottobre 2015 sarà presentato il libro "L'avventura dei Canti Orfici".
Per saperne di più chiedere all'autore roberto.maini@email.it 




domenica 4 ottobre 2015

Maria Ronconi

 Maria Ronconi: una pittrice autodidatta.
Ricerca di Luisa Calderoni

Maria Ronconi è nata un po’ di anni fa, nei dintorni di Marradi e precisamente nel podere “ Vangiolino”, su per la strada di Gamberaldi.


Ronconi Gaetano, nonno di Maria , a destra in divisa militare della Prima Guerra Mondiale , e con il fratello Aldo
Ha iniziato a frequentare la prima elementare durante la guerra recandosi  nel podere di  Ortigara,  in casa di Franco Scalini, dove aveva sede la piccola scuola rurale.

Elvira, la madre di Maria
Durante la guerra,  la famiglia Ronconi dovette abbandonare il Corno dove al tempo viveva e  si trasferì a Fontana Moneta. Qui  Maria si divertiva a fare scuola ai suoi cuginetti. Un giorno non precisato, la madre Elvira da Fontana Moneta si recò al Corno e Maria, che al tempo aveva solo 6 anni, la seguì senza farsi vedere. Passò tra i soldati neri che la chiamavano per offrirle la cioccolata ma lei non si fermò. Il Corno  e la casa di Maria erano  occupati dai cinesi di cui ricorda che avevano un lungo codino al centro della testa. La casa era stata danneggiata da una scheggia che aveva attraversato l’armadio della mamma,  mentre il cassettone della camera da letto dei genitori era stato rovesciato e veniva usato dai cinesi per giocare a qualcosa che lei non ricorda più.
A 11 anni Maria inizia a frequentare la scuola di Casetta di Camosciano. 
La sua   maestra  è la signora Clara Nannini, sorella di Don Nilo, che si accorge presto che la ragazzina è molto portata per il disegno.


Maria a 11 anni e a destra con gli alunni e la maestra Clara Nannini
Maria ha sempre avuto la passione per il disegno e la pittura ma non aveva nessuno che le insegnasse i “trucchi” del mestiere. Durante le gite al mare  era capace di stare ore ad osservare i pittori dilettanti di Cattolica cercando di carpirne i segreti.  
 
A sinistra Maria al Corno, davanti al forno, appoggiata all'auto che i signori Andreani lasciavano lì dovendo raggiungere a piedi la loro proprietà a Gamberaldi ( Foto fatta dall'Avv.to Andreani)




 Altre foto dall'album di Maria.....



Maria al veglione nel Teatro degli Animosi  e Maria in posa 
nello Studio Fotografico di Oreste Meucci.

In questa foto si riconoscono Luisa Meucci e Pippo Poggiolini, nonno materno di Paola, Fiorella e Fabrizia Fabbrini


Maria a 18 anni e in bicicletta lungo la strada verso il cimitero


Il giorno delle nozze con Vito Visani
 Bidella nelle scuole elementari, durante l’ultimo anno di lavoro a Maria  piaceva mettersi a dipingere con gli scolari e il Professor Raparo, insegnante di disegno nella scuola media di Marradi, le regalò molto materiale per dipingere.


Maria, affiancata dal professor Cassigoli, riceve un riconoscimento da Bartali per i risultati conseguiti ricamando con la macchina da cucire Borletti, di cui Bartali, famoso ciclista del tempo, era concessionario, mentre la rappresentaza era affidata a Giovanni Gentilini. Nella foto, oltre Bartali e Maria si riconoscono il Prof. Cassigoli e Angela Matulli, responsabile del corso di cucito e ricamo a macchina.


La premiazione fu fatta nel bar  Sport di Marradi, meglio conosciuto come  "Bar dell'Alpina". Si riconoscono da sinistra Maria Ronconi,  Anna dell'Alpina, Anna Gentilini, Dolores Soprani, Bartali, Maria di Crespino, Giovanni Gentilini, Rita Rossi e Anna Ceroni.





Si riconoscono da sinistra Teresa Gentilini, Giovanna Cappelli, Maria con Bartali, ( tra i due si intravede Anna Gentilini), Aida Soprani,  Rita Rossi e Giovanni Gentilini
Maria il giorno del matrimonio della figlia Antonella


Dopo il pensionamento  la passione per la pittura si è esplicata con una grande produzione di quadri  dipinti a gran velocità  con la tecnica della spatola  e con maestria tanto  nel 2015  Maria si è aggiudicata una delle 5 farfalle d'oro del Concorso " 50 & PIU' ".
















I quadri di Maria Ronconi si possono trovare
a Marradi, in via Razzi (La Strada Nuova)
in questa galleria








Maria Ronconi, 
autoritratto


Come sono i quadri di questa pittrice?
Ecco una rapida carrellata, per averne un'idea.









La Badia del Borgo
(è un sito antico vicino a Marradi) 















Casa fra gli alberi
lungo il Fosso della Cappellina 
(Marradi)










Il centro di Marradi
visto dal quartiere degli Archiroli