Lanfranco Raparo, Marradi

Lanfranco Raparo, Marradi

martedì 27 dicembre 2016

Un trekking con la carta del granduca Leopoldo I di Lorena

Una via antica lungo la valle del torrente di Scheta di Voltalto
ricerca di Claudio Mercatali



Il marrone, l'edera, 
il fungo, il muschio




Giovanni Antonio Caciotti, il 14 agosto 1822 forse con un certo sollievo terminò i rilievi topografici della remota vallata di Albero e consegnò al geometra di prima classe Giuseppe Faldi la pergamena con il suo lavoro. Chi erano costoro?
Erano due geometri incaricati dal Granduca Leopoldo I di Lorena di cartografare il Comune di Marradi, per fare un moderno catasto dei terreni. Il Granduca non faceva questo per amore del sapere ma per avere un estimo esatto dei poderi e della loro estensione in modo da applicare delle tasse eque, che è uno scopo nobile e giusto.

 



Detto questo il gioco è chiaro:

Facciamo finta che oggi sia il 27 dicembre 1822 e usiamo le nuovissime carte del geometra Caciotti per andare dal Passo dell' Eremo al podere Montemaggiore, nell' alta valle del torrente di Scheta di Voltalto e poi da qui a Trebbo, lungo la strada di Val della Meda.
La via è segnata bene nel catasto Leopoldino:

Si parte dal podere Case Nuove dell' Eremo e si scende verso il podere Val del Marchese.
Dopo la casa poderale la via non è difficile e serpeggia per le macchie fino al fosso. Si potrebbe abbreviare scendendo a capofitto, ma che motivo c'è?




Val del marchese


Se gli abitanti di questi siti 200 anni orsono e anche molto prima giravano attorno, come indica la mappa, un motivo ci sarà e quindi conviene fare così.
Andando avanti il motivo di tanto girovagare diventa chiaro: il percorso più diretto costringe a scendere nella ripida valletta dell' Ermetto e conviene ai cacciatori di cinghiale e a pochi altri.
  





Ora che sono in fondo seguo il torrente di Scheta di Voltalto, come del resto dice anche la mappa e dopo un chilometro imbocco la strada per Fontaneta.
    

Questo è uno degli ecosistemi più integri del comune di Marradi. La valletta per molti chilometri è disabitata e non c'è nessuna attività, nemmeno agricola.
Il silenzio è completo, mi accompagna solo il rumore dell' acqua. Il torrente si ingrossa rapidamente, alimentato da tante sorgenti.
  



Questa è Fontaneta, abbandonata negli anni Cinquanta.
I suoi muri sbilenchi vennero sistemati alla meglio nel 1939, l'anno della grande pioggia, perché le sorgenti sopra alla casa si attivarono più del solito e il terreno rammollito cedette.
Qualche anno fa era dimora di Tagliabue, un personaggio fuori da tutte le misure ma ben accetto dai marradesi. Nerino di Campigno, proprietario del podere accanto, un giorno trovò i recinti dei pascoli tagliati e lui gli spiegò che il filo spinato gli toglieva il respiro.

Fontaneta


Di qui si può andare alla Grotta del Romito, dove si dice che nel medioevo vivesse un monaco solitario. Secondo la leggenda la grotta sarebbe una meteorite incastrata nel terreno, ma in realtà è una concrezione calcarea formata dal deposito dell' acqua di sorgente che sgorga abbondante. Non è difficile incontrare qualcuno che è venuto fin qui per prendere una bottiglietta di quest' acqua curativa, per chi ci crede, di tanti mali.


 Ora la via è piana e porta al podere La Serra, una casa distrutta, che devo sfiorare per passare al campo soprastante. La carta del geometra Caciotti indica infatti che la via sale fino al crinale. Una volta lassù devo scendere imboccando un sentiero non facile da trovare, se uno passa di qui per la prima volta.


La Serra




 
Il punto giusto è proprio sopra al podere di Guiàtola, dove si vede questo bel panorama.



 Clicca sulle immagini
se le vuoi ingrandire



 
  



Ecco Guiàttola, laggiù in basso. Gli anziani raccontano che don Mengone, parroco di Albero, passava da questo podere per andare a Val della Meda a dire messa. Un giorno, cullato dal mulo che saliva lento si abbioccò, il sigaro gli cadde dalla bocca e si incastrò fra la sella e il dorso dell'animale. Il mulo scottato passò di corsa dall'aia, con il prete a gambe all'aria che urlava ... e giévle ... e giévle  (il Diavolo ... il Diavolo).

 




Siamo a un punto cruciale: se si imbocca il sentiero le cose vanno lisce, altrimenti si complicano maledettamente. Se la via è giusta si scende in modo accettabile fino al fosso di Val della Meda, dal quale si va al podere Trebbo dove, finalmente, si incontra l'asfalto.

Ebbene si, il disprezzato e inquinante manto d'asfalto in questi casi è di conforto e si accetta volentieri al posto delle malagevoli mulattiere del catasto leopoldino.


Trebbo visto dalla strada di Guiatola



L'anello del trekking visto con Google maps. Se siete a piedi vi toccano 2 km di strada asfaltata per tornare in cima al Passo, dove avete lasciato l'auto. Però all'andata potreste lasciare una bici a Trebbo e fare un po' di biathlon ...



venerdì 23 dicembre 2016

Il 1914 a Marradi

L'anno del massimo, del minimo
e della disperazione
ricerca di Claudio Mercatali



Nel maggio 1914 si tennero le elezioni amministrative. A Marradi finì il mandato dell' ing. Vincenzo Mughini, che aveva amministrato nei quattro anni precedenti. Si presentarono agli elettori due liste:
  • Una lista di liberali e cattolici capeggiata dall' avvocato Giuseppe Baldesi, che aveva fatto il sindaco prima di Mughini, con scarsi risultati. 
  • Una lista laica e socialista, capeggiata dal vinaio Palmerino Mercatali.
In ballo c'erano i trenta seggi del Consiglio Comunale. Gli elettori erano 2600, solo maschi perché le donne non avevano diritto al voto. Marradi contava allora circa 10.000 abitanti.


Stravinse la lista dei cattolici, nella quale c'erano 5 ex sindaci (Baldesi, Bandini A, Ghetti, Mughini, Luti) ma come si dice in questi casi c'erano troppi galli nel pollaio e per dissapori personali i consiglieri non riuscirono a eleggere il sindaco. Così il comune fu commissariato, di tre mesi in tre mesi, per un anno.



 
Come venne vissuta dai Socialisti la sconfitta bruciante? Si direbbe abbastanza male, se leggiamo gli articoli del settimanale borghigiano La Fischiata.

Questo foglio che si stampò a Borgo S.Lorenzo solo nel 1914 per pochi mesi è in pratica una rivista socialista rivolta ad altri socialisti, fatta di corrispondenze spedite dai simpatizzanti di tutti i paesi del Mugello. 


La vita amministrativa degenerò ben presto e i politici locali presi dai loro rancori persero il contatto con la gente.

Intanto nel resto d'Europa era scoppiata la Prima Guerra mondiale, nella quale non eravamo ancora coinvolti direttamente.

Però lo scoppio della guerra aveva provocato l'espulsione dalla Germania di centinaia di migliaia di nostri lavoratori, che tornavano in patria disoccupati e disperati.


A leggere gli articoli della cronaca locale sembra proprio che ci sia un distacco netto fra le dispute dei politici e le reali necessità della gente.

Nel gennaio del 1915 qualche centinaio di disoccupati affamati assaltarono il Comune e i carabinieri dovettero intervenire in forze.
 
Nel maggio 1915 l'Italia entrò in guerra, prevalse un barlume di ragione e il consiglio elesse sindaco il socialista Palmerino Mercatali, il capolista concorrente alle elezioni del 1914. Era un vinaio che aveva una mescita proprio accanto alla Tipografia Ravagli, che l'anno prima aveva pubblicato le poesie di Campana.


Nei paesi "il bar" (e le parrucchiere) sono le fonti di notizie più frequenti ... e meno attendibili.

Non si dovrebbe mai dare credito alle notizie raccattate in questo modo, però nella logica dei paesi questo avviene ...





Dal punto di vista dei Socialisti l'esito elettorale del 1914 era inaccettabile e il loro corrispondente scrisse al giornale queste cose:


Cara "Fischiata"
E' ormai assioma stabilito e confortato dai fatti che ogni Paese ha il governo che si merita ...





C'era anche chi vedeva "le cose dall'alto" e immaginava di sorvolare il paese con un dirigibile dal quale poteva vedere che cosa facevano (e pensavano) i marradesi.


Marradi ... dal dirigibile


 


Se vuoi approfondire, nell' archivio del blog ci sono le ricerche elencate qui sotto. 
Le trovi anche scrivendo
il titolo nella casella bianca
che è nell' angolo in alto a
destra in questa pagina.
 

Così passò il 1914 a Marradi, con il Matto intento a preparare la pubblicazione dei Canti Orfici, i politici impegnati a brigare fra loro e la gente disperata e preoccupata per l'imminente guerra. Qui da noi questo fu l'anno del massimo, del minimo e della disperazione.

Dino Campana andò a votare? Dal registro delle presenze al voto risultano assenti lui e suo fratello Manlio, mentre votarono il padre Giovanni e lo zio Torquato.


Per approfondire;
  • Le elezioni amministrative del 1914  (18 giugno 2014)
  • Luigi Maestrini (23 novembre 2013)
  • La rivolta per il pane (2 marzo 2012
  • Palmerino Mercatali (19 aprile 2011)

domenica 18 dicembre 2016

Cia degli Ubaldini

 L’aggressiva figlia
di Vanni da Susinana
 
Lo stemma di
Palazzuolo sul Senio
Nello stemma di Palazzuolo sul Senio c’è un castello con una donnina che guarda dai merli, come se fosse intenta a scrutare qualcosa. Lo stemma è particolare, bello, e merita una piccola ricerca. Chi era costei? 


Secondo la tradizione è Cia degli Ubaldini, figlia di Vanni da Susinana e quindi nipote di Maghinardo Pagani, un potente signore feudale che alla fine del Duecento signoreggiava nelle valli del Senio e del Lamone.
Maghinardo morì nel 1302 nel suo castello di Benclaro, a S.Adriano di Marradi e fu sepolto a Rio Cesare, un sito della Badia di Susinana amata sede del suo feudo.
 I Cronisti dell’ epoca scrivono che Cia era bellissima e aggressiva, come spesso in casa Ubaldini. Sposò Francesco Ordelaffi, un signore altrettanto aggressivo che tolse al Papa le città di Forlì e Cesena. Naturalmente il papa reagì e spedì in Romagna un esercito comandato dal cardinale Albornoz, che cinse d’assedio le due città. Francesco era a Forlì e Cia a Cesena, dove resistette all’ assedio. 

Nel giugno 1357, dopo numerosi episodi successe che … leggiamo il resoconto dei fatti secondo Matteo Villani, uno storico fiorentino dell’epoca, abbastanza attendibile …

 


Clicca sulle immagini
per avere una comoda
lettura.


lunedì 12 dicembre 2016

Le biotecnologie


La tecnologia "al servizio"
dell' uomo.
Sintesi da Roberto Defez e altri


Le biotecnologie sono tecniche che sfruttano i viventi per produrre sostanze utili per noi, specialmente cibi. Il termine è ampio e comprende molte cose.

Le prime biotecnologie si svilupparono in tempi preistorici sfruttando i batteri fermentatori.

Secondo il mito greco in un secolo lontano e imprecisato Icario, istruito da Bacco, ottenne il vino dall’ uva. Offrì la sua bevanda ai vicini, che credettero di essere stati avvelenati e lo riempirono di botte. Oggi sappiamo che la fermentazione del mosto ad opera dei funghi saccaromiceti produce alcool, fino a una percentuale di 15 – 20% oltre la quale i funghi muoiono. L’arte della vinificazione, l’enologia, è una delle prime biotecnologie e comprende anche la produzione dell’aceto, che deriva dal vino ad opera dell’Acetobacter aceti.



La Mezzaluna fertile è la regione del Medio Oriente nella quale si ritiene che sia nata l'agricoltura. Oggi fa parte di diversi stati, come si vede qui accanto.


In tempi altrettanto remoti l’uomo scoprì che il latte opportunamente fermentato può dare il formaggio. Tutti i formaggi esclusi i latticini sono prodotti dalla fermentazione lattica provocata da flore fungine e batteri. L’arte casearia è dunque millenaria. A Gorgonzola, paese della Lombardia, un mio amico mi dice spesso che “il formaggio è maturo quando cammina da solo nel piatto” per dire che deve essere fermentato al massimo. Siccome i batteri fermentatori e i microscopici funghi ascomiceti gradiscono ambienti oscuri, umidicci e non molto freddi, una tecnica casearia ben nota sfrutta le grotte per far maturare il formaggio. Anche il burro è frutto di una fermentazione, detta butirrica, e lo yogurt è prodotto dai fermenti lattici e dal batterio Lactobacillus bulgaricus.


Però le biotecnologie che ci interessano ora e ci preoccupano sono quelle che modificano il patrimonio genetico di un organismo. Anche qui i casi sono tanti e occorre distinguere:



Le mutazioni avvengono in natura anche senza l’intervento dell’uomo, perché il DNA al momento della replicazione può subire degli errori. Se l’errore non è grande il DNA rimane funzionale e il nuovo organismo nasce con una caratteristica nuova, vantaggiosa, svantaggiosa o indifferente per la sua lotta per l’esistenza. Nelle piante avvengono mutazioni anche quando il polline di una pianta feconda un’altra simile. E’ una possibilità che nel regno animale non c’è perché la fecondazione avviene solo fra individui della stessa specie, salvo casi eccezionali che danno individui sterili.




Per esempio il grano che seminiamo oggi ha un patrimonio genetico esaploide, che indica una mescolanza genetica multipla. Forse un nostro antenato seminò in due campi vicini il frumento selvatico e l’erba per le capre, che sono piante geneticamente simili. Egli si accorse così che dal loro incrocio era nata una pianta nuova, il farro. Dall’incrocio del farro con un’altra erba si ottenne per via naturale il frumento detto grano tenero.


Clicca sulle immagini
se le vuoi ingrandire




Le aziende sementiere fino a una cinquantina di anni fa usavano continuamente questi metodi, cercando di impollinare specie simili per ottenere varianti utili. Si ottenne  in questo modo il grano detto Senatore Cappelli, che ha sfamato gli Italiani nella prima metà del Novecento.


Fin qui siamo ancora fra le cose che possono avvenire in natura. Adesso andiamo alle tecniche biogenetiche non naturali, indotte dall’ uomo artificialmente:


Si possono provocare modifiche genetiche irraggiando i semi con raggi X (quelli delle radiografie) o con gli ultravioletti, perché si sa che le radiazioni aumentano la frequenza delle mutazioni. Per sapere che cosa si è ottenuto occorre seminare e osservare se sono nate delle piante in qualche modo migliori di quelle non irraggiate. Fu così che negli anni Cinquanta gli agronomi Alessandro Bozzini e Carlo Mosconi ottennero il grano Creso dal grano Senatore Cappelli.



Gli agronomi degli anni Cinquanta erano orgogliosi delle nuove varietà di grano
irraggiato a paglia corta. Allora non si conoscevano tutti i pericoli
della radioattività.



Creso era un mitico e ricchissimo re della Lidia (regione della attuale Turchia) e il nome voleva sottolineare che questo nuovo grano aveva un chicco più produttivo, una paglia più corta e più resistente al vento e una maggiore resa per ettaro. Oggi il Senatore Cappelli è un grano raro e al suo posto da quaranta anni e più si coltiva il Creso che è un OGM propriamente detto. Dunque  noi nella vita abbiamo mangiato quasi sempre sfarinati e pani prodotti con una pianta geneticamente modificata, e nessuno ce l’ha mai detto.

Dagli anni Cinquanta la genetica ha fatto passi da gigante 
e le tecniche sono migliorate (o peggiorate) parecchio:


 Werner Arber

Nel 1978 il biologo Americano Werner Arber ottenne il Nobel per la scoperta degli enzimi di restrizione, che spezzettano il DNA in corrispondenza di certe sequenze e consentono ottenere tanti pezzi di DNA batterici da iniettare in altri organismi. Una ventina di anni fa iniettando dei frammenti di Batterio Turingiensis nei fiori o nei semi del mais si ottenne il mais BT  che ha nel DNA una tossina mortale per gli insetti come la piralide ghiotta di chicchi di granoturco. 

La multinazionale californiana Monsanto aveva il brevetto per il mais BT, o Monsanto 810 e mantenne il segreto industriale (la legge americana tutela i brevetti solo per vent’anni). In questo tempo il Monsanto 810 fu venduto in mezzo mondo, e oggi ormai il granturco non OGM  è raro. Il fatto ci riguarda molto, anche se siamo dei consumatori occasionali di polenta o pop corn, perché dalle farine di granoturco si fanno i mangimi. Un’altra pianta modificata per via  genetica è la soia, importantissima per l’ottima qualità dell’ olio che se ne ricava e per i mangimi che si ottengono dalla lavorazione degli scarti. Oltre a questi si può ricavare il cosiddetto latte di soia e soprattutto la lecitina di soia, un emulsionante e aggregante presente nella maggior parte degli alimenti, anche nella cioccolata.
Il seme di soia di per in sé avrebbe un consumo limitato, anche se oggi è di moda, ma si calcola che quasi la metà dei nostri cibi contenga qualche derivato della soia.


Ci sono enormi estensioni coltivate a soia, soprattutto nell’America Meridionale. La piantina, alta mezzo metro, soffre la presenza delle erbacce infestanti e quindi il problema ora non è dovuto agli insetti come per il mais ma al proliferare di erbe inutili che limitano la produttività e aumentano la spesa per la mietitura. 


La richiesta di soia è così grande che in Brasile e in Argentina si seminano campi enormi. Se non c'è nemmeno un filo di erbaccia un motivo ci sarà ...


Prima degli anni Novanta i bellissimi campi di soia senza erbacce erano ottenuti con il diserbante Glifosate, usato diluito, sparso più volte, perché colpisce tutte le erbe e se è concentrato fa seccare anche la soia. Da qui viene un costo di produzione notevole. Il Glifosate, brevetto Monsanto, è tuttora l’erbicida più usato al mondo e ha diverse qualità: penetra poco nel terreno e quindi è poco inquinante e la sua molecola è instabile, cioè si disgrega in poco tempo. E poi soprattutto è aggredito dai batteri del terreno. Da qui l’idea dei genetisti: con il solito metodo degli enzimi di restrizione si ottennero dai batteri del terreno i frammenti di DNA che portavano il carattere “resistente al glifosate” e vennero iniettati nei fiori e nei semi della pianta. In che modo si può iniettare un materiale transgenico?


Ci sono diverse tecniche:
1) si può usare un batterio vettore, che entra nella pianta.
2) si può fare una micro iniezione.
3) si può usare una “gene gun”, una pistola genica ad aria compressa che spara nella pianta i frammenti di DNA sparsi in una polvere di titanio o d’oro, che forano le membrane del seme bersaglio. E’ un sogno o un incubo?

Non si potrebbero obbligare i produttori a dichiarare sulle confezioni
 se l’alimento è transgenico?

Si potrebbe ma siccome la modifica genetica riguarda solo una piccola porzione di DNA che non fa cambiare il fenotipo, la pianta è del tutto uguale a quella non modificata. Dunque la dichiarazione darebbe poche garanzie. Anche i cartelli “Territorio libero da OGM”  hanno un significato ambiguo, perché nessuno può garantire che i semi siano naturali.

Lo scenario è questo, ricco di prospettive ma anche inquietante, a seconda della sensibilità di ognuno.

Bibliografia per approfondire: Roberto Defez, Il caso OGM


mercoledì 7 dicembre 2016

L'ultimo Granduca

Gli ultimi anni del governo 
mediceo a Marradi 
ricerca di Claudio Mercatali



Giangastone de’ Medici (1671 – 1737), ultimo granduca di questo casato, regnò per quattordici anni, oppresso da una corte bigotta e intollerante, depresso fin dall' infanzia dalla madre egoista e dal padre esagitato.
Dissoluto, depravato e vizioso, ma anche colto e raffinato, fu messo per forza sul trono, e reagì standosene sempre a letto, in una camera in cui venivano sparsi mucchi di fiori profumati per coprire i cattivi odori, tra cortigiani dediti alla crapula, senza amore da parte della città.

Un “re” da dimenticare. Fu sepolto alle Cappelle Medicee ma la sua cripta subì una specie di damnatio memoriae e se ne persero le tracce. Solo di recente è stata ritrovata sotto un tombino dietro l'altare maggiore.
In questa situazione l’amministrazione del Granducato andò in malora e i comuni furono abbandonati a se stessi, soprattutto quelli poveri e poco importanti come Marradi. In questi anni si toccò uno dei punti più bassi della storia del Comune. Il degrado era già evidente anche qualche anno prima del governo di Giangastone.
Non c'erano i soldi nemmeno per pagare le guardie di confine che, avendo fame, visti alcuni buoi al pascolo nelle vicine terre dello Stato Pontificio, secondo lo storico Antonio Metelli  si arrangiarono così:

“Nel 1716 errando a Marignano per avventura in prossimità dei confini alcuni buoi al pascolo, scortivi dai soldati del Duca, tanto fecero che sbrancatovi maliziosamente un bove, e cacciatolo oltre confine, lo fulminarono con gli archibugi e scorticatolo in cospetto di molti se lo mangiarono …”

Dal 1731 al 1736 fu Cancelliere del Capitanato di Marradi un certo Giovan Michele Nuti, che si barcamenava fra problemi più grandi di lui scrivendo continuamente a Firenze per sapere come si doveva regolare.

Messer Nuti era preciso nelle sue cose e ci ha lasciato una filza di documenti ben ordinati, con una bella copertina a colori. In quegli anni non avvennero dei fatti importanti, però di "negozzi" e grattacapi ne capitarono parecchi. Non mancarono nemmeno gli imprevisti.

La filza delle lettere
di messer Giovan Michele Nuti
Cancelliere del Capitanato di Marradi 
dal 1731 al 1736


Nel 1732, a causa di una piena, crollò il ponte di S.Eufemia. Il Magistrato di Brisighella (= il comune) fece sapere che una parte della spesa sarebbe toccata ai marradesi, perché anche loro usavano quel ponte. Il Capitano Nuti fece fare una stima da un ingegnere e risultò un preventivo doppio di quello che in un primo tempo si era previsto. Il Comune non aveva soldi e quindi tassò i possidenti del paese, come chiedevano le autorità pontificie.

Non fu semplicissimo dire tutto questo ai signori di Marradi, 
come si legge in questa lettera:

"Si trasmette a questo eminentissimo Priore la perizia al ponte di S.Eufemia, che quant'unque sia assai maggiore dell'altra già inviata, non credo possa apportare alcuna ombra se si riflette che la prima fu fatta da un semplice muratore che non può avere alcuna esperienza di tali fabbriche e la seconda è stata fatta da un architetto ben noto alla reverenda Camera Apostolica (= all' amministrazione pontificia). Intanto gliene mando la notifica acciocché possa cooperare per il buon esito, mentre io non mancherò. Perciò che concerne le collette possedute dai signori marradesi, ho stimato bene di non parlarne alla conferenza Magistrale (= al Consiglio comunale) tenuto questa mattina, per non esacerbare gli animi ...".   Data incerta, lettera del 1732 o del 1733
   


Nel 1732 uno sconosciuto rimosse le pietre confinarie nella zona di Beccugiano, allargando un po' lo Stato della Chiesa a scapito del Granducato e del comune di Marradi.

La villa di Beccugiano oggi (è quasi in cima al passo per Lutirano).





Si rischiava un incidente diplomatico e messer Nuti pensò bene di chiedere consiglio a Firenze prima di prendere delle iniziative. Dalla capitale gli risposero così:

"Magistrato Vostro, si è veduto dalla vostra lettera riguardo ai confini del Granducato con quello della Santa Sede, che si sono ritrovati i Termini rotti a Luiano, al Poggiolo delle Lame e a Beccugiano, e paga bene che li abbiate serbati, ammassati nella villa e datomene conto, ma adesso manco di ordinarvi altro intorno alla questione, perché si va trattando a Roma sulla questione e perciò bisogna aspettare la futura primavera a restaurare questi Termini, lasciandoli ora costì".
E che il Signore vi guardi,
Firenze 11 dicembre 1732

Le suore Domenicane di Marradi erano proprietarie di Sambruceto, dove c'era la sorgente dell' acquedotto principale del paese. Per un antico accordo esse ne concedevano l'uso pubblico in cambio dell'uso gratuito dell'acqua per il monastero. In quegli anni avanzarono delle pretese verso il Comune, forse per ottenere un po' di soldi, e il Capitano Nuti scrisse di nuovo a Firenze, perché anche questa era una questione delicata.





Questa volta il Governo granducale si fece sentire con decisione, e rispose così al Capitano di Marradi:

"Circa il rifacimento della pila di codesta fonte per il mantenimento dell'acqua per servizio di codeste Monache, sopra di che ultimamente Vossia mi riferisce, ho presentemente da dirgli che dette Monache non vogliono più l'acqua capta a tenore della concessione fattali dal Pubblico, ma d'alzare in modo la loro vasca che non possa più alcuno aver uso dell'acqua, come dicono aver sempre avuto da tempo memorabile in qua, sopra di che non manchi di informarmi se si vada operando fuori dal solito e in pregiudizio del Pubblico, nel qual caso farà anco sospendere quel lavoro che stanno facendo".        
Saluto cordialmente, Firenze  13 dicembre 1735 

Il Granduca Giangastone morì nel 1737 ma negli anni precedenti erano già cominciate le lotte per la sua successione, visto che non aveva eredi. I due contendenti erano il Re di Spagna e l'Imperatore d'Austria, che alla fine ebbe la meglio. Nel 1735 il Re di Spagna mandò un esercito in Toscana e un certo numero di Spagnoli rimase per un po’ a Marradi. Il loro comandante pretese che il Comune pagasse la pigione della casa occupata dai suoi soldati e volle anche i soldi per comprare il fieno del suo cavallo, anche se non ce l'aveva.


Il Cancelliere Nuti scrisse a Firenze e gli risposero così:


"In risposta al contenuto del suo messaggio del 6 febbraio riguardo alla pigione della casa in cui furono aqquartierati i soldati spagnoli, non è del tutto solito che si paghi in alcun luogo e da chicchessia, però ella non faccia sopra di ciò alcun passo e lasci correre. Sta bene che abbia fatto pagare da detta Comunità le piccole spese occorse per l'esercizio dei medesimi soldati e circa la pretesa del comandante di avere la porzione di fieno per il cavallo benché non l'abbia e non lo tenga, potrà cercare di prenderlo con buona maniera di desistere dalla medesima, ma quando non gli riesca e se insiste nella sua opinione bisognerà avere pazienza e somministrargli quella porzione che ha prevista". 
E resto,  Firenze 16 febbraio 1735 

Anche l’imperatore d’Austria mandò in Italia un esercito e nel 1735 una banda di Ungari si aqquartierò a Brisighella, a riscontro degli Spagnoli che erano a Marradi.
Stava per scoppiare una guerra ma le diplomazie si misero al lavoro e il peggio fu evitato. Il comandante degli Ungari era il nobile Nadasti, un tipaccio che si comportava più o meno come il suo collega di Marradi. Il copione era sempre lo stesso: si avanzava una pretesa assurda, che non poteva essere soddisfatta e poi seguiva una richiesta di soldi per chiudere la questione.

Ecco come racconta il fatto lo storico Antonio Metelli:

“ … distesisi alle vernali stanze in grandissimo numero gli Alemanni, co' fieri ceffi, con soldateschi pigli, con le continue e importune richieste i pacifici abitatori spaventarono e molestarono. Capo di questa gente era un generale ungherese, Nadasti di casato e di stirpe nobilissima ma bestione quanto altri mai. I Governatori lo avevano alloggiato nel palazzo dei Fregnani e si studiavano di mantenerlo ben edificato verso di loro, e veniva pasciuto a tutte spese della Comunità. 
Un giorno che il Magistrato aveva fatto venire apposta dei bellissimi pesci da Rimini, esclamò di volere aringa fresca e diede nelle furie e minacciava se subito non la portassero. Più si ingegnavano di persuadergli che quella sorta di pesce si pescava solo ne' mari di Germania e più si imbestialiva. Mancava quindi il modo alla Comunità di soddisfare al suo desiderio. Pregarono perciò con molta umiltà di accettare il denaro necessario per farne procaccio da se stesso per mezzo dei suoi, in modo da mettergli in mano alcune monete d'oro ...".



Il Capitanato di Marradi comprendeva anche Palazzuolo e pagava lo stipendio dei maestri elementari. Anche in questo si lesinava, date le ristrettezze di bilancio, ma il capitano Nuti probabilmente  non poté ignorare questa lettera:


"Carlo Fabbrini, maestro di scuola pubblica in Palazzuolo, gl'espone come avendo esercitato tale impegno per lo spazio di ventotto anni e perché desidera sempre più che resti servito il Pubblico, ritrovandosi settantenne supplica un suo decreto concedergli per aiuto il reverendo chierico Guido Bertini di venticinque anni, di buoni costumi, che da dieci anni ha frequentato le Scuole Pie di Firenze"                          Palazzuolo, primavera del 1735   

Quasi certamente il capitano Nuti avrà detto di no a quest'altra lettera, dalla quale apprendiamo che davanti alla chiesa arcipretale, dove ora ci sono i giardini pubblici, c'era un cimitero malandato:




"Davanti al Gonfaloniere e ai Rappresentanti il Capitanato di Marradi e al sig. Cancelliere comparisce l'arciprete di Marradi, e brevemente espone e gli rappresenta come ritrovandosi in pessimo stato il cimitero e la piazzetta che esiste davanti alla Pieve di S.Lorenzo di detto luogo, con esserci molte buche e consumato il lastrico, si rende impraticabile e specialmente nell'inverno a cagione del fango e dello stagnamento delle acque, domandò e domanda, fece e fa reverente istanza di far restaurare detto cimitero e piazzetta e facciata di detta pieve con quella spesa che sarà giudicata necessaria dal signor ingegnere Bettini ...
... et servatis  servandis ...  anno 1735   o   1736


Fonti Archivio storico del Comune di Marradi, filza dei rescritti degli anni 1731 - 1736
al tempo del capitano Giovan Michele Nuti.


giovedì 1 dicembre 2016

La chiesa di S.Adriano

Una chiesa forse ricavata 
da un granaio
ricerca di Claudio Mercatali




S.Adriano è un paesino che ha una sua storia. Il nome in antico era Scola, che deriva dal latino medioevale scholae, cioè della classe, del gruppo. Nell' Alto Medioevo una scola era un gruppo di abitanti organizzati in una comunità di confine, un po' agricoltori e un po' armigeri.
Era un tipo di insediamento che risale addirittura ai Bizantini dell' Esarcato di Ravenna, per i quali l' alta valle del Lamone era un territorio da difendere dai Longobardi che premevano dal Mugello.




Dell 'insediamento di allora non ci è giunto niente e i primi documenti risalgono alla fine del Quattrocento. 
Don Anselmo Fabbri dice che in alcune carte conservate nell' archivio della parrocchia c'è scritto che alla fine di quel secolo era parroco un certo don Priamo Razzi, forse imparentato con la famiglia Razzi di Marradi. 
In canonica c'è anche un bello stemma di famiglia, in arenaria scolpita, che ha appunto tre razzi, tre frecce, in un campo rosso al centro.

Stemma dei Razzi






S.Adriano e le terre circostanti nel 1822. Mappa estratta dal Catasto leopoldino.


La chiesa era ricca, perché la campagna qui attorno ha una buona resa agraria. Per questo la parrocchia toccava spesso ai preti figli dei marradesi più agiati, come i Pescetti, che per tante generazioni furono notai e scritturali.
Una scritta su un' architrave dice che nel 1691 don Aloisio Pescetti costruì la camera da letto sottostante, e il suo successore Cesare Pescetti ebbe cura di scavare il pozzo (1723).
Evidentemente questi due parroci ci tenevano a trasmettere ai posteri queste loro iniziative, che a dire il vero non sono un gran che.


Di fianco, la lapide: 
Aloisius Piscettius 
praefectus cubiculum excitavit ...




L'interno della chiesa attuale è probabilmente del Seicento, ristrutturata nel Settecento.
La facciata è recente e fu costruita in occasione dell' ampliamento del 1905, quando la chiesa fu allungata di una quindicina di metri perché era divenuta troppo piccola, visto che gli abitanti della frazione allora crescevano continuamente. Il progettista prese a modello la facciata della chiesa arcipretale di Marradi e così questa è la copia in piccolo di quella.



La facciata attuale è del 1905,
copia quasi identica della
arcipretale di S.Lorenzo
a Marradi
 















L'interno è sobrio ed elegante, con decorazioni della fine del Seicento o del Settecento, sicuramente rimaneggiate più volte nel tempo. Le proporzioni sono un po' falsate a causa dell' allungamento della navata del 1905.

Il quadro dell'altare principale rappresenta il martirio di Adriano di Nicomedia. Costui era un ufficiale pagano di guardia a un gruppo di cristiani condannati a morte, che cantavano felici. Si convertì anche lui e fu giustiziato, mediante il taglio degli arti.






Gli eleganti altari



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Don Anselmo è veramente gentile e mi fa visitare anche la canonica. In una stanza c'è questo bellissimo tabernacolo, di legno scolpito e pitturato, che viene dalla chiesa di Grisigliano.















L'esterno dell'edificio è particolare, perché la canonica è di lato rispetto alla chiesa e forma un complesso articolato e ben proporzionato. 
La planimetria era sostanzialmente così già agli inizi dell' Ottocento.














Nel Settecento sul retro della chiesa e attaccata ad essa fu costruita la casa del contadino. 
Questo lato ha fatto discutere gli esperti in costruzioni, perché il fianco della chiesa non rispetta nessuno dei canoni costruttivi di un edificio di culto. Qualcuno ipotizza che l'edificio in realtà sia nato come magazzino per il grano e sia stato trasformato in chiesa in un secondo tempo.
  
La casa del contadino attaccata
alla chiesa e il fianco della medesima.

  
Anche il campanile lascia spazio a qualche supposizione, perché lo spessore dei muri alla base sembra esagerato per un costruzione tutto sommato non molto alta. Può darsi che il basamento fosse quello di una casa torre medioevale, capitozzata e adattata a campanile, come nella chiesa di Popolano.