Lanfranco Raparo, Marradi

Lanfranco Raparo, Marradi

venerdì 29 luglio 2016

Dogali

La strage degli Italiani
ricerca di Claudio Mercatali



Negli anni 1885 - 1886 cominciò la nostra avventura in Eritrea, alla conquista di una colonia.
Su quell' angolo d' Africa regnava il Negus Giovanni IV d' Etiopia che ben presto si rese conto di essere minacciato dagli Italiani e reagì.
Il 25 gennaio 1887 25.000 abissini guidati da Ras Alula assalirono il forte italiano di Saati difeso da 700 uomini e 2 cannoni. 
Il presidio riuscì a respingere il nemico ed ebbe 5 morti. Il comandante Boretti capì che non poteva resistere ad un altro attacco e chiese rinforzi al forte di Monkullo. Il 26 partì una colonna di 548 soldati, comandata dal colonnello Tommaso De Cristoforis. 

La colonna fu però avvistata da alcuni guerrieri etiopici vicino a Dogali e Ras Alula, signore di Asmara, la assaltò con 7000 guerrieri abissini. Dopo quattro ore di combattimenti la colonna fu travolta e De Cristoforis ucciso.



 Il Negus Giovanni IV
re d'Etiopia..
 



La strage destò viva impressione e sdegno in Italia ma per consuetudine gli etiopi uccidevano senza pietà i nemici sconfitti e noi stavamo invadendo i loro territori. Ecco i fatti secondo Alfredo Oriani, che li descrisse nel libro Fino a Dogali:


... Una battaglia era dunque scoppiata, nella quale tutti gli italiani erano periti. Un nugolo di abissini, impetuoso come il vento dei loro deserti, aveva sorvolato le aride montagne del nostro confine militare, travolgendo, rovesciando una delle nostre colonne, spiccata da Monkullo a difesa di Saati, avamposto assalito il giorno prima da Ras Alula. La guidava il tenente colonnello De Cristoforis , e si componeva di tre compagnie distaccate da varii reggimenti; in tutto forse un cinquecento uomini. 
Non avendo potuto trovare i cammelli necessarii al trasporto delle munizioni chieste dal comandante di Saati, non era potuta partire che alle 5 antimeridiane. Per unica artiglieria scortava due mitragliere. La marcia era rapida. I soldati, consapevoli dell'attacco di Saati, camminavano fieri e guardinghi; erano tutti giovani di venti anni, usciti ieri dalle case paterne, che non avevano mai provato il fuoco. Il silenzio solenne del pericolo, la prima emozione dell'eroismo stringevano le loro coscienze. Avevano lasciato Monkullo; sarebbero giunti a Saati?
Le due compagnie rimaste a Monkullo attendevano: un eguale pericolo le minacciava. Ras Alula dov'era? Dove sarebbe piombato dopo la ritirata di Saati? Le sue forze erano relativamente immense, i suoi soldati feroci. Tutti sapevano che il maggiore generale Genè, da molti mesi chiedeva invano rinforzi al Ministero impigliato entro un ignobile dibattito parlamentare.
Alle 11 antimeridiane il capitano Tanturi riceveva due biglietti dal colonnello De Cristoforis, il primo, datato ore 8,30, diceva: che giunto presso Dogali aveva cominciato il fuoco contro il nemico immensamente superiore di numero, e che le mitragliatrici si erano spezzate; il  secondo, datato ore 9,30, dichiarava: che senza un aiuto di uomini e di cannoni non poteva più muoversi.

Il colonnello De Cristoforis





Dalle nove alle undici la tragedia doveva essersi compita. Il capitano prese una mitragliatrice, una compagnia, e partì. A che scopo? Con quale idea? 
Se Ras Alula aveva attaccato la colonna De Cristoforis, a quell' ora doveva già averla distrutta. Una compagnia e una mitragliatrice non potevano certo ristorare le sorti della battaglia. Partì: Mohamed Nur, che doveva seguirlo coi basci - buzuc, vi si ricusò naturalmente; otto soli fra essi s'accompagnarono coll' interprete Raduc. Era una marcia verso la morte. Lasciamola raccontare a lui.


Ras Alula


«..... Poco dopo le tombe di Dogali vidi una cassa di mitraglia senza polvere e spolette, e quasi nel medesimo tempo i basci-buzuc, che erano in esplorazione, segnalavano la presenza del nemico. L'interprete, interrogati due indigeni, mi disse che tutti i nostri erano stati massacrati, e che gli abissini erano ancora numerosissimi ed in posizione. «Ciò mi sembrò esagerato, come di fatto (essendo l'interprete poco dopo fuggito pieno di paura), e proseguii la marcia. Giunto là dove la valle si allarga di un poco, gli esploratori tornarono di corsa avvisandomi che si avanzavano cavalieri abissini. Presi immediatamente posizione facendo staccare la mitragliera e formando la compagnia inquadrato. Nello stesso tempo mandai tre soldati nella direzione ove era stato segnalato il nemico. In questo mentre l'interprete e parte dei basci-buzuc scomparvero.





La battaglia


I soldati tornarono presto dicendomi che non avevano visto altro che tre o quattro cavalieri abissini correre velocemente verso Saati. Per essere più sicuro mandai il tenente Sartoro con una piccola pattuglia sulla mia destra, e questi ritornò riferendomi che non vi erano nemici, ma che aveva visto basti da cammello, un cammello morto, casse di cartucce vuote, scatolette di carne, ecc. Nello stesso tempo feci arrestare un pastore Saortino che si trovava ivi presso nascosto. 





«Questi, interrogato, alla meglio mi fece capire che gli abissini avevano attaccato i nostri, indicandomi anche la posizione da questi occupata. 
Immediatamente feci riattaccare la mitragliera e mi diressi a quella volta. Nessun segno lungo il cammino oltre quelli citati di uno scontro: solo cinque o sei tombe scavate di fresco indicatemi dal Saortino come quelle di abissini morti poche ore innanzi. Sul primo monticello, prima posizione occupata dai nostri, vidi un soldato ferito che mi disse trovarsi i nostri poco più su e tutti morti. 
Non credei alla funesta notizia e corsi con la compagnia sul sito indicatomi. Dietro la cresta del monticello superiore vidi l'immensa catastrofe. Tutti giacevano in ordine come fossero allineati!»


A Marradi il dramma venne vissuto con emozione e sdegno, anche perché a Dogali c'erano due marradesi: il soldato Giuseppe Ferri morì e il trombettiere Angelo Barzagli fu ferito.

  


Una fotografia del caporale trombettiere Angelo Barzagli ferito comparve sull' Illustrazione Italiana, un elegante periodico di quell' epoca,  ed è questa qui accanto.
  
Dagli atti del Consiglio Comunale risulta che il Comune stanziò una somma come sussidio per le due famiglie. Leggiamo la delibera:


Processo verbale dell'adunanza straordinaria
del 17 marzo 1887

OGGETTO
Sussidio per le famiglie dei morti e dei feriti nel combattimento d'Affrica:

Il Sindaco comunica agli adunati una nota officiale del 26 febbraio 187 colla quale il Prefetto di Napoli gli ha consegnato perché sia consegnata alla famiglia Barzagli una lettera della signora contessa Sanseverino la quale recatasi a visitare il Caporale trombettiere Angelo Barzagli ferito nel fatto di Dogali in Affrica dava notizie di lui alla famiglia assicurandola del suo miglioramento. La Giunta Municipale invita il Sindaco ad esternare al sig. Prefetto di Napoli e alla di lui Signora e a nome anche dell'intera cittadinanza marradese i sensi della sua riconoscenza per l'interessamento da essi provato per il povero ferito.

Delibera poi di proporre al Consiglio nella sua prossima adunanza lo stanziamento di una adeguata somma per venire in soccorso dei feriti e delle famiglie dei morti nel combattimento d'Affrica e in special modo del ferito Barzagli e della famiglia dell'altro soldato del nostro Comune Ferri Giuseppe morto nel campo di battaglia.
Il Consiglio rendendo tributo d'onore agli eroi di Saati e Dogali sulla proposta del Presidente deliberà all'unanimità di voti per alzata e seduta:

1 di stanziare nel bilancio 1887 lire 150 per sussidio alla famiglia povera di Ferri Giuseppe morto nel combattimento di Dogali il 26 gennaio 1887.

2 di stanziare come sopra una uguale somma per sussidio al caporale trombettiere Barzagli Angelo ferito nel suddetto combattimento.

Il processo verbale (= il verbale della delibera) del 17 marzo 1887.


Centocinquanta lire erano una grossa somma?
Nelle stesse sedute il Consiglio deliberò il nuovo stipendio del dr. Paolo Visani Scozzi, un chirurgo dell' Ospedale, e lo fissò a 250 lire al mese.
Dunque per il trombettiere che era coscritto, cioè era stato sorteggiato per andare soldato in Africa, si stabilì un risarcimento pari circa a metà di un buon stipendio mensile.

 
Dopo qualche tempo i suoi genitori andarono all' ospedale di Napoli per riportarlo a casa. Forse il padre Antonio Barzagli e la madre Dorotea Montevecchi un viaggio così lungo non l' avevano mai fatto e non avevano nemmeno i soldi per farlo.
Perciò il Comune diede loro 50 lire e Antonio firmò la ricevuta con una croce perché era analfabeta.


Il sussidio
per il viaggio a Napoli


Fonte: Archivio storico del Comune di Marradi.
Ricerca dei documenti fatta con il bibliotecario
Mario Catani.




sabato 23 luglio 2016

Dall'Archivio Diplomatico di Firenze

Undici contratti 
medioevali fatti a Marradi
ricerca di Claudio Mercatali



Il complesso archivistico detto Diplomatico, dell'Archivio di Stato di Firenze, consiste in 144.000 pergamene arrotolate, antichissime. Comprende centinaia di fondi, ossia tante raccolte di lettere provenienti da varie destinazioni, accumulate a partire dal 1778. 
Per averne un'idea chiara bisognerebbe frequentare l'archivio, che è una chicca per i pochi appassionati di queste ricerche, e una noia per tutti gli altri. Perciò i riferimenti e gli originali sono in fondo a questo articolo, e ora useremo solo i regesti d'epoca (= i riassunti).

Riguardo a Marradi, che cosa c'è nel Diplomatico, nel periodo 1000 - 1200? Per saperlo bisogna scorrere i "tomi degli spogli" (i cataloghi sintetici) della Badia di Ripoli, che era il convento nel quale venivano conservati gli atti della Badia di Santa Reparata al Salto, o nelle Alpi, ossia della Badia del Borgo.




Eccoci al punto che ci interessa. Nel Medioevo la Badia del Borgo era il centro di potere di gran lunga più importante dell'alta valle del Lamone. I marradesi salivano dal paese per pagare ai monaci le provvigioni e i vari balzelli, oltre che per pregare. Nel chiosco si stilavano anche i contratti di vendita dei terreni e sono appunto questi i primi documenti della storia di Marradi. Leggiamo i "regesti" più belli fra quelli conservati nel Diplomatico:
 





6 ottobre 1025 
La promessa di Guido

I monaci della Badia si rivolgevano ai feudatari locali per farsi difendere, in questo caso a Guido di Modigliana. I Conti Guidi non lavoravano gratis, erano abbastanza rapaci, e di certo avranno preteso qualche pagamento dai monaci e dai marradesi. Leggiamo:
"Promessa fatta dal Conte Guido Guerra figlio del fu Guido Guerra a Donato abate del Monastero di S.Reparata di difendere e salvare il Castello di Marato nelle di cui coste esistevano tre mansi ed una casa di pertinenza di detto monastero".  Rogato da Gerardo notaro.

2 dicembre 1070   Ebulo vende il podere ai monaci

"Ebulo del fu Bernardo dà l'investitura a don Azio abate del Monastero di S.Reparata di tutta la terra che egli possiede nel luogo detto Campigno, e ritira a titolo di prezzo soldi trentaquattro di Moneta Lucchese, qual investitura per presa, in presenza di Alberto da Tellione della Terra di Faenza".
 



6 marzo 1072 
L'affitto

"Conferma di livello (= affitto)  da rinnovarsi ogni ventinove anni alla volta di un manso di terra posto in luogo detto Rio Cavo fatto da Guido del fu Corbulo ad Accio prete monaco ed abate del Monastero di S.Reparata, ove fu edificata una chiesa in Alpi a Salto, la quale terra era già stata data a livello dal predetto Corbulo al suddetto Monastero col canone di otto moggia di lino, sette manne, tre brocche di vino, un quarto di grano mondo, un pollo e altro".
Rogato da Adalberto notaro.

NOTA: Un manso, dal latino manère = rimanere era un pezzo di terra di un quarto di ettaro e chi lo prendeva era obbligato a risiedere.



23 gennaio 1084   
La vendita di un pezzo di terra

"Vendita dell'intiera metà di un pezzo di terra posto nel luogo detto Pianèla (?) fatta da Pietro figlio del fu Azzo alla chiesa del Monastero di S.Reparata posto a Salto per un prezzo di soldi tre".
Fatto in Marciano (Marciana era l'antico nome di jum Maré), giudicatura fiorentina, rogante iovanni notaro.



25 agosto 1097
Da un frate all'altro

"Don Alberto, abate del monastero di S.Reparata posto a Salto concede a don Placido abate del Monastero di S.Maria posto a Crispina l'intera chiesa e oratorio di S.Eufemia posto a Ruvina assieme alle terre, vigne e due appartenenze eccettuato la sola chiesa e oratorio posto presso il castello detto Ruvina affinché vi fossero celebrati i divini uffizi con l'obbligo a detto don Placido di pagare l'annua pensione di un denaro lucchese".
Fatto nel Monastero di Crispina, Giudicatura fiorentina


 






Sopra: la Badia di Crespino.
Sotto: il podere Rovina
(a S.Eufemia).





Questo documento dimostra che i monaci della Badia avevano interessi fino a S.Eufemia e oltre.
"Rovina" è un podere in collina, lungo la strada che da S. Eufemia porta a Modigliana.







25 gennaio 1113 
La vendita del castagneto

"Vendita di un pezzo di terra a castagneto posto in luogo detto Rio di Pratale fatta da Donnuccio figlio del fu Pietro col consenso di donna Ermingarda sua moglie al Monastero di S.Reparata posto a Rio dei Salto per il prezzo di soldi quattro. Fatto a S.Lorenzo". Rogita Gerardo, notaro.












1123 (senza data) Uno scambio fra Mainardo
da Castellonchi e l'abate Guido

"Ricordo di una permuta per la quale don Lucio monaco del Monastero di S.Reparata insieme a don Guido abate del medesimo danno ai figli del fu Mainardo da Castellonchio la terra che di là dal fiume chiamato Alimone e ricevono in cambio dai suddetti figli di Mainardo un'altra nel luogo detto Fulignano".
Fulignano è l'antico nome del centro di Marradi.







22 gennaio 1126    Le promesse

"Investitura data dagli uomini di Popullano a don Domenico abate del Monastero di S.Reparata ed ai monaci del medesimo del loro Borgo uomini con alcune vicendevoli promesse fatte tra loro".
Rogante Gerardo, notaro, copiò Ridulfo da Faenza, notaro. Collazionavano Rustichello e Jacopo, notari.


 

23 febbraio 1157  Monte Rotondo


"Rinuncia fatta da Guido del fu Lucio nelle mani di don Giovanni abate del Monastero di S.Reparata di tutta la terra posta nel luogo detto Monte Rotundolo (Monte Rotondo, sopra alla Badia).
Fatta nel chiostro del Monastero".




Monte Rotondo 
(quadro di Flavio Billi)


Clicca sulle immagini
se le vuoi ingrandire




29 agosto 1168  Il privilegio

"Privilegio di Alessandro papa terzo col quale ad istanza dell' abate del Monastero di S.Maria di Crispina e dei monaci del medesimo riceve sotto la sua protezione il detto Monastero ordinando che vivano secondo l' Ordine di san Benedetto e la Regola dei Vallombrosani. Sottoscritta dal papa Alessandro".

Dato in Benevento per mano di Graziano, arcidiacono della Chiesa Romana.




1 maggio 1223   
La chiesa di Marzana

"Vendita di un pezzo di terra posto in iudicato (= pignorato) da Giovanni da Biforco e da Ruggero suo figlio a don Iacopo abate del Monastero di S.Reparata nell'Alpi dell'Ordine Vallombrosano comprante per detto monastero per il qual pezzo di terra pagò staia dieci di grano. (Uno staio fiorentino era una misura granaria pari a circa 25 litri).

Fatto presso la chiesa di S.Lorenzo in Marzana, rogante Martino, notaro.


Dov'è questa chiesa? E' la chiesa arcipretale, perché "Marzana" o "Marzanella" era la parte del paese oltre il Lamone, verso Faenza.




E ora una chicca per gli appassionati di paleoscrittura. Qui accanto ci sono gli originali di quattro  contratti descritti prima.





  
Fonte: Archivio Diplomatico, tomo di spogli n°72, Badia di Ripoli, contratti di compravendite a Marradi. Qui sotto il primo numero indica l'anno del documento e il secondo, fra parentesi, l'immagine digitalizzata. 






I documenti non evidenziati non sono stati usati in questo articolo.
Altri contratti sono in "La via del grano e del sale", di Giuseppe Matulli.

 1025 (9), 1057 (10), 1070 (11), 1072 (11,12), 1084 (14), 1091 (17), 1097 (18), 1113 (19), 1123 (23), 1126 (23), 1130 (24), 1157 (32), 1167 (35), 1168 (36),1187 (41), 1196 (46), 1206 (47), 1226 (57).

  
Clicca sulle immagini
per avere una comoda lettura




C'è qualche sottolineatura
 per evidenziare un po' i nomi
 più importanti:

Castellunclo = castellone, 
Fulignano = è il centro del paese, l'odierna via Fabroni 
Popullano, Capigno, sono
nomi deformati ma chiari
Vallunclo (?) ....



domenica 17 luglio 2016

La luna di luglio 2016


Il trekking di notte
fino a Monte Gianni
resoconto di Claudio Mercatali



Il trekking di questa sera parte dalla chiesa di Popolano. Si tratta di salire fino al crinale lungo il versante dietro l'edificio e poi scendere per ritornare qui. Sei chilometri di percorso, 300 - 350m di dislivello, due ore per fare tutto l'anello. Questo significa che il trekking è adatto anche per chi non è allenato se è disposto a sudare un po' con qualche stento nel primo tratto.
Secondo le abitudini che ormai abbiamo preso da qualche anno la fatica si concluderà a tavola nel chiostro della canonica, con una cena e un bicchiere di vino. 

Come al solito cerchiamo di capire dove siamo. La chiesa di Popolano, che si vede qui accanto, venne ricavata in chissà quale secolo del Medioevo da un castello ormai inutile. In particolare il campanile è quanto rimane del torrione, mozzato in modo da sovrapporre la torre campanaria. Il fatto è evidente anche oggi, perché nel corpo del campanile c'è la traccia delle finestre balestriere murate e in più lo storico Emanuele Repetti nel suo Dizionario del 1841 conferma questa origine.

La chiesa era una priorìa, aveva un ricco contorno di poderi e quindi tutto il complesso fu ampliato più volte. La struttura degli edifici lascia pochi dubbi: ci sono i resti del castello, la canonica, gli annessi poderali e anche una ricca residenza dei Fabroni con le stanze affrescate. Chi vuole conoscere la storia per bene può cercare nell'archivio storico di questo blog l'articolo "La chiesa di S.Maria in Popolano" del 15 maggio 2013 o digitare il titolo nella finestra in alto a destra in questa pagina.




E'  ora di andare: sono le otto di sera, siamo 130 e ci avviamo verso la strada della Cavallara, per non prendere di petto la pendice e per passare da Casa Pacini, un complesso di edifici medioevali ai quali si accede anche da un ponticello.
Dopo Casa Pacini comincia la salita, abbastanza dura. Però il versante è panoramico e la visuale ripaga quasi subito lo sforzo. Si vede il fondovalle fra Popolano e Marradi e la prima parte del capoluogo.



Chi non è di questa zona sappia che la casetta bianca in primo piano qui accanto è il podere Casalino e la strada accanto la percorreremo al ritorno quando sarà notte.






Gli alberi in fila nel fondovalle là in fondo sono i tigli  di Filetto, un chilometro a valle di Marradi.







Siamo saliti quasi fino al crinale e sta scendendo rapidamente la sera.
La luna è già alta, perché secondo le effemèridi di questo mese sorge verso le cinque del pomeriggio (e noi non l'abbiamo vista perché c' era ancora il sole) e raggiungerà il culmine alle 10,45 circa.

Dunque gli orari calzano a pennello per noi e da qui in avanti nelle fotografie c'è quasi sempre, piccola, perché in questo mese è all'apogeo, cioè nel punto della sua orbita più lontano dalla Terra, a 400.000 Km.






Eccoci a Mandria, il rudere di una casa poderale che un tempo doveva essere molto bella,
con le porte ad arco.

Siamo fermi perché nella salita il gruppo si è disunito e bisogna ricompattarsi.


Approfittiamo per guardare attorno: nei campi è stato seminato il farro, che si vede qui con la spiga un po' abbacchiata.
Il  farro, o Triticum è un cereale tornato in uso di recente qui da noi. E' una pianta antica e si considera come un antenato del frumento.


A Mandria c'erano anche dei castagneti e questo che si vede è stato recuperato da poco, dopo averlo liberato dalla macchia che lo aveva invaso.




Riprendiamo il cammino verso sud est, accompagnati dalla luna.










A Monte Gianni la prospettiva si apre e si vede il panorama della valle del Lamone verso Nord est.
Il paesino al cento è Popolano, la nostra meta. Laggiù in fondo si vedono le luci di S.Martino in Gattara.


















La salita è finita e cominciamo a scendere verso il fondovalle. Ormai è scesa la notte e molti hanno acceso le torce.


Eccoci alla chiesa. Sono le dieci, il tragitto è stato completato e la luna è ancora alta in cielo.












La gente comincia ad arrivare nel chiostro dove è stato approntato il "ristorante".
L'ambiente è accogliente, ben ristrutturato, con una architettura a metà fra il cenacolo di un convento e il cortile interno di un castello, visto che in tempi diversi questo posto fu tutte e due le cose. E' giusto, in fondo i secoli non passano invano.








L'orologio dell campanile segna le 10 e 40. Al momento del ritrovo segnava le 7 e 40 e quindi in tre ore abbiamo fatto un sacco di cose: mezz'ora di socializzazione prima di partire, sei chilometri su e giù per la pendice e un'altra mezz'ora a tavola per il necessario ristoro del podista.






domenica 10 luglio 2016

La chiesa del Suffragio


Un oratorio nella piazza
di Marradi
ricerca di Claudio Mercatali



La Chiesa del Suffragio fu eretta nel 1732 da Alessandro Bandini, come pubblico oratorio per la salvezza delle anime del Purgatorio.
Nello stesso anno fu consacrata con una cerimonia solenne officiata dall' Abate di Santa Reparata al Salto. Destinata fin dalle origini non solo ad uso privato della famiglia Bandini ma anche a luogo pubblico di preghiera "sacro alle anime purganti" fu venduta nel 1835 al Comune di Marradi e da esso ceduta nel 1877 alla Confraternita di Misericordia che ne è tuttora proprietaria.
L'eleganza delle linee architettoniche settecentesche, essenziali all'esterno, più mosse ed ariose all' interno, ne fanno un edificio di valore artistico, oltre che storico. La chiesa conserva interessanti dipinti, alcuni preziosi reliquiari e arredi di pregio. 



Due ampolline e la classica "berretta ecclesiastica" che chissà quale prete
dimenticò lì.












Una elegante lampada a olio, che forse 
serviva anche da "incensiere".



Clicca sulle immagini 
se le vuoi ingrandire











L'interno della chiesa è nello stile tipico del Settecento, cioè rifinito con stucchi alle pareti, tinteggiature a due colori e il confessionale di legno lavorato.











Da tanti particolari si capisce che a questa chiesetta
non mancavano le offerte e i lasciti.
I tabernacoli e i candelieri, che secondo il gusto
odierno possono risultare pesanti, al tempo erano
oggetti di pregio e di prezzo.






I tre altari sono perfettamente restaurati e hanno ancora l'aspetto originario. Non c'è stata alcuna modifica da 200 anni.





Nella seconda metà dell'Ottocento, lo stabile venne
dato alla Confraternita di Misericordia, 
che ne fece la sua sede.
Ancora oggi la chiesa è gestita da questa 
organizzazione,
fondata dopo il colera del 1855, che 
fece strage a Marradi.


Altare a sinistra per chi entra:
Santissimo Sacramento,
S.Francesco di Paola,
un altro santo ignoto.









Da tanti anni la chiesa non è più officiata regolarmente, però è ancora un edificio di culto attivo e in alcune occasioni viene aperta al pubblico.

Qui si tiene una tradizionale esposizione di ricami, e ogni anno si allestisce il presepio meccanico.

Altare centrale: la Madonna del Rosario,
S.Gregorio e S.Domenico.








Che cosa si intendeva nel Settecento  
per "messa in suffragio"?

I padri della Chiesa avevano da sempre indicato nella Messa il miglior mezzo per liberare le anime in pena, e nel Cinquecento il Concilio di Trento stabilì che “Le Anime del Purgatorio sono sollevate dai suffragi dei fedeli”.
Si credeva che quelli per cui si pregava nei suffragi venissero sollevati dai tormenti e ad ogni Celebrazione Eucaristica più anime uscissero dal Purgatorio.





Altare destro: La Madonna
del Rosario, S.Leonardo, S.Antonio
da Padova, S.Francesco d'Assisi.






Tre eleganti "pianete"
ricamate probabilmente
dalle monache di clausura
del vicino Convento delle Domenicane.





 

C'è anche una ricca 
collezione di reliquie.






Alle pareti una serie 
di quadretti donati 
dalle famiglie
benestanti del paese
raffigurano 4 santi:

Filippo Neri, Pasquale Baylon (il protettore delle donne), Andrea Avellino, Vincenzo Ferreri (predicatore catastrofista domenicano).





Gli altari laterali portano lo stemma delle famiglie che fecero le offerte per costruirli. Qui si vede lo stemma dei Fabroni (tre martelli) e dei  Pescetti (un pesce che nuota).





Fonte: Informazioni della Misericordia di Marradi, via Fabroni 17.