Marradi, inizio del '900

Marradi, inizio del '900

venerdì 26 maggio 2017

La necropoli di San Martino in Gattara

Una visita al Museo 
Archeologico di Ravenna
ricerca di Claudio Mercatali



Il complesso museale
di S.Vitale, Ravenna


In un primo tempo i reperti trovati nella necropoli di San Martino durante gli scavi degli anni Sessanta furono esposti a Brisighella in alcune sale che dovevano essere le prime di un museo. Poi tutto fu portato al Museo Nazionale di Ravenna, dove venne allestita una sala apposita. 


Che cosa si trovò di preciso a San Martino? Per avere una risposta non rimane che andare a Ravenna a vedere. Il Museo Archeologico ravennate fa parte del complesso di S.Vitale e quindi è nel centro della città. Dalla stazione ferroviaria dista poche centinaia di metri ed è facile da raggiungere anche a piedi. E’ una struttura immensa, proprio accanto alla famosa chiesa con i  mosaici.


... si entra da un primo chiostro ...







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... e poi da un  secondo ...


Si entra in un primo chiostro, poi in un secondo e infine si arriva alla sala che ora ci interessa dopo averne attraversate molte altre, piene zeppe di reperti archeologici o antichi di ogni tipo, mirabilmente esposti.

Per carenza di personale di solito la sala della necropoli di S.Martino è chiusa, ma una gentile signora la apre apposta per me e aspetta che abbia finito di fotografare.


 




Accanto ai reperti c’è un pannello
con questa spiegazione:




La necropoli di San Martino in Gattara nel comune di Brisighella si estendeva su un terrazzo fluviale alla sinistra del torrente Lamone. Gli scavi archeologici condotti in modo non continuativo dal 1963 al 1972 hanno portato alla scoperta di sepolture che coprono un arco di tempo di circa 200 anni, dalla metà del VI secolo al IV secolo avanti Cristo.


Le tombe erano a inumazione dentro fosse rettangolari ricoperte da ciottoli e collocate immediatamente all’ esterno o all’ interno di un recinto circolare delimitato da lastre di pietra infisse nel terreno.






Altre tombe erano disposte a formare un altro circolo, secondo un costume funerario dell’ ambiente umbro e di quello adriatico.
  


I corredi sono caratterizzati da oggetti di ornamento personale come fibule, anelli, armille e collane, indossati dal defunto al momento della deposizione e da una serie di oggetti che si ricollegano al ciclo del banchetto:



Le tombe femminili hanno il classico corredo di fusaiole e vasi porta profumi in vetro o pasta di vetro.




Le tombe maschili invece si segnalano per l’insistente presenza di armi da difesa come elmi e schinieri in bronzo e da offesa come  coltelli, cuspidi di freccia e punte di lancia o di giavellotto in ferro, solitamente deposti sulla spalla dell’ inumato in numero di tre.

La caratterizzazione dei defunti come guerrieri è estesa anche ai bambini, il cui corredo è talvolta contraddistinto dalle piccole dimensioni degli oggetti. Il sepolcreto di San Martino in Gattara, assieme alle necropoli di Montericco di Imola, Casola Valsenio e Dovadola, è riferibile a genti italiche stanziate da Imola al mare, identificabili con gli Umbri della tradizione storica. Queste popolazioni, nelle quali l’elemento guerriero riveste una particolare importanza sul piano sociale, erano certamente in rapporto con le aree culturali limitrofe e in particolare con l’ Etruria Padana attraverso la cui mediazione commerciale importavano beni di prestigio: ceramiche attiche dalla Grecia, vasellame e ricche armi di bronzo dall’Etruria propria. Nei pressi della necropoli sono stati scavati anche resti strutturali fra cui parti di un muro in ciottoli contraffortato, riferibile a fortificazioni o terrazzamenti.

 
NOTA Il vaso greco è un corredo della tomba n°12 . La foto successiva è relativa alla tomba n°3 e quella dopo ancora alla tomba n°10.

martedì 23 maggio 2017

Lungo il corso del Lamone

 Dalla Colla di Casaglia
a Porto Corsini







per avere una comoda lettura
Fonte: Claudio  Mercatali, La valle del Lamone, 
Biblioteca di Marradi, 2007

mercoledì 17 maggio 2017

La Ferrovia Faentina

1904 L'interrogazione
dell' on. Torrigiani
ricerca di Claudio Mercatali
 
 
 
 
La Ferrovia Faentina fu inaugurata nel 1893 fra l'entusiasmo generale della gente, nel versante romagnolo e in quello toscano.
Però dopo poco tempo cominciarono i malumori e le proteste: il servizio non era quello che i viaggiatori si aspettavano, la frequenza dei treni era scarsa e la Società Italiana per le Strade Ferrate Meridionali che gestiva la linea pareva impegnarsi il meno possibile per far funzionare gli impianti.
E allora i politici del Mugello si rivolsero al deputato di zona, che era Filippo Torrigiani, perché si facesse interprete dei  loro malumori e presentasse un' interrogazione parlamentare a Domenico Pozzi,  sottosegretario ai Lavori Pubblici.
 
Questo che segue è appunto il dibattito che ne seguì in Parlamento, secondo quanto risulta dall' Archivio storico della Camera dei Deputati.
 
 
 
 

 









 
 
Clicca sulle immagini per ingrandirle e avere una comoda lettura.


giovedì 11 maggio 2017

Le ragioni di Rosa Lacchini

Una moglie che chiede
i danni al marito
ricerca di Claudio Mercatali



Nel primo Ottocento l’avvocato Alessandro Antonio Fabroni era proprietario dei poderi di Villanova, La Ponara e Valconti  (La Poderina). Nel decennio 1820 -1830 le cose non erano andate bene per lui ed era pieno di debiti tanto che il primo maggio 1834 i suoi creditori lo citarono in giudizio al Tribunale di Marradi per essere pagati.

I poderi di Alessandro Fabroni furono messi all'asta, con il bando pubblicato nella Gazzetta di Firenze.







Anche la signora Rosa Lacchini, sua moglie, si iscrisse sollecita nel gruppo dei creditori chiedendo di essere rimborsata:

1)      Per l’ammontare della dote che aveva portato al marito quando si sposarono.
2)      Per i mancati frutti sulla dote, 5%  dal 3 luglio 1816 data del matrimonio.
3)      Per il costo del corredo nuziale, venduto per pagare i debiti.

All'epoca non  era tanto frequente che una donna citasse in giudizio il marito per danno patrimoniale e quindi gli atti di questo processo furono pubblicati nel Tesoro del Foro Toscano, ossia nella raccolta di sentenze significative, di cui tener conto in casi analoghi. Dunque non volendo  Rosa Lacchini con le sue ragioni entrò nella giurisprudenza.



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La signora senza mezzi termini accusava il marito di inòpia (ossia di non provvedere al necessario per vivere) di incapacità nell’ amministrazione dei poderi e non voleva rimetterci i suoi soldi. Il suo avvocato nell’ arringa sostenne che:
… la donna per le sue doti e adempimento delle stipulate condizioni matrimoniali ha l’ipoteca legale contro i beni del di lei marito, e prende vita dal dì del contratto matrimonio …

Il giudice le diede ragione in pieno e dunque dai beni del marito reclamati dai creditori si dovette togliere un certo importo, per pagare i danni alla moglie che aveva subìto un danno patrimoniale. In più Rosa chiese che:
4)      Si continuasse a versargli lo spillatico, cioè il mensile  per le spese
personali delle mogli dei benestanti.
5)      Le fosse assicurato  il vedovile, ossia una eredità  di 537 lire
in caso di premorienza di lui.

Anche in questo ottenne soddisfazione e dunque i creditori di Alessandro Fabroni si dovettero rivalere solo sul rimanente.

venerdì 5 maggio 2017

La Plantaggine

Una bistrattata
pianta da riconsiderare
ricerca di Claudio Mercatali

 La Plantaggine (Orecchietta)





Nel linguaggio comune le erbacce sono quelle spontanee che crescono nelle aiuole dove vorremmo vedere solo le eleganti rosacee, o nel prato sopra al trifoglio gentile e alle margherite.
Le erbacce sono prolifiche, invadenti e bruttine, perciò a primavera le strappiamo senza tanti complimenti e finiscono nel mucchio del compost o nello sfalcio. Una tipica erbaccia è la Plantaggine, perenne perché dotata di rizoma.
Le foglie sono parallelinervie a cinque strie. Alla base c'è una rosetta di foglie dalla quale spuntano le brattèe, cioè gli steli con le antère.

E' la tipica erba che si estirpa, perché dà un senso di disordine e di abbandono al giardino. Però se la consideriamo più attentamente si rivela interessante. Antibatterica, lenitiva ed emolliente forse deve il suo nome al fatto che i pellegrini in viaggio verso la Terrasanta la usavano come soletta per lenire il fastidio e il dolore delle vesciche alla pianta dei piedi.


 Ecco la sgraziata Plantaggine, 
con le sue brattèe. accanto alla cicoria, 
dagli eleganti fiori violetti.





Può darsi anche che il nome venga da "planta agere", pianta che fa crescere altre erbe, perché è poco esigente e pioniera nei terreni calpestati parecchio dalle bestie al pascolo.
Nel Mugello ha il nome popolare di Orecchietta perché le sue foglie assomigliano alle orecchie di una lepre.


Cresce in tutta l'Europa e il botanico Richard Mabey nel suo libro Elogio delle erbacce descrive così quella inglese:

... La Plantaggine, "la madre delle piante" è presente in quasi tutte le prime prescrizioni di erbe magiche, addirittura fin dalle prime cerimonie celtiche del fuoco.
   
Non è chiaro perché questa scialba pianta, una semplice rosetta di foglie culminante in una infiorescenza a punta simile a una coda di topo, dovesse essere preminente ....
Prospera su strade, sentieri, scalini di chiese. Le sue foglie tenaci ed elastiche, che crescono al livello del suolo, resistono al calpestìo ...
i principi della magia simpatetica, perciò, indicavano l'efficacia della piantaggine in caso di contusioni e ferite. Era anche un'erba divinatoria, che scorgeva il futuro e a quei tempi era usata nei periodi in cui la barriera tra questo e l'altro mondo era sottilissima.
La vigilia di San Giovanni, nel Berwichshire, gli steli fioriti erano impiegati dalle giovani donne per prevedere se si sarebbero innamorate.

Era un procedimento delicato, in cui gli organi sessuali della Plantaggine venivano usati come indicatori simbolici. Erano scelte due infiorescenze a "coda di topo" e private di tutte le antere visibili (le punte portatrici di polline).
Le infiorescenze erano avvolte in foglie e poste sotto una pietra. Se il giorno dopo erano spuntate altre antere l'amore era in arrivo ....

 




Le foglie di plantaggine
sono pronte


La piantaggine e il timo si trovano facilmente qui da noi nella tarda primavera ma non hanno lo stesso habitat, cioè nascono in posti diversi. La Plantaggine è nei campi incolti e il Timo, assieme all' Origano e alla Maggiorana predilige i prati pascolo ad erba rasa, ai quali conferisce un sottile profumo di primavera.



Ci sono diverse ricette di erboristeria che sfruttano il potere lenitivo e antinfiammatorio di queste piante per combattere la tosse. La più semplice è uno sciroppo di acqua, miele, Plantaggine e Timo, che ho preparato così:

 Clicca sulle immagini
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Per 125 ml (una bottiglietta da succo di frutta) ho messo 360 mg di foglie di Plantaggine e 60 mg di Timo tritate in un tegamino con poca acqua e ho riscaldato senza far bollire, mescolando spesso. Dopo mezz'ora ho sterilizzato un colino con acqua bollente e ho filtrato.


Ho aggiunto il miele a cucchiai agitando per scioglierlo, fino a riempire la bottiglietta. La dose è un terzo di miele e due terzi di infuso. Senza conservanti lo sciroppo non dura più di due settimane e quindi in casa si può fare solo per fare una prova di assaggio.


 L'elegante infiorescenza
 della Plantaggine




Dopo l'aggiunta del miele
  
Questo è quello che ho fatto. Però non sono un medico e non so dire se l'infuso faccia bene o male per la tosse o per qualche altro motivo.




Chi vuole approfondire questo aspetto può trovare facilmente su internet tanti siti di erboristerie che preparano in modo sicuro questi infusi

 
  Bibliografia: Richard Mabey, Elogio delle erbacce (qui a fianco),editrice Ponte alle Grazie, disponibile alla Biblioteca di Marradi.  


  

lunedì 1 maggio 2017

1909 - 1910 Il primo Maggio

Rassegna dalla stampa
locale


La festa ha origine dalle battaglie operaie nelle fabbriche americane, in particolare quelle volte alla conquista dell'orario di lavoro quotidiano fissato in otto ore. Tali battaglie portarono alla promulgazione di una legge che fu approvata nel 1867 nell' Illinois. La Prima Internazionale richiese poi che legislazioni simili fossero introdotte anche in Europa (in Italia con il RD n. 692/1923).


Pelizza da Volpedo:
 Il Quarto Stato



L'origine della festa risale a una manifestazione organizzata a New York il 5 settembre 1882 dai Knights of Labor, una associazione fondata nel 1869. Due anni dopo, nel 1884, in una manifestazione i Knights of Labor approvarono una risoluzione affinché l'evento fosse annuale. Altre organizzazioni sindacali affiliate all'Internazionale dei lavoratori (vicine ai movimenti socialisti ed anarchici) suggerirono come data il primo maggio.


Ma a far cadere definitivamente la scelta su questa data furono i gravi incidenti accaduti nei primi giorni di maggio del 1886 a Chicago e conosciuti come Rivolta di Haymaket.




 
Il 3 maggio i lavoratori di Chicago in sciopero si ritrovarono all' ingresso della fabbrica di macchine agricole McCormick. 
La polizia sparò sui manifestanti uccidendone due e ferendone altri.





In Europa la festa fu proposta dai delegati socialisti della Seconda Internazionale a Parigi nel 1889. Durante il Ventennio fu anticipata al 21 aprile, in coincidenza con il  Natale di Roma, divenendo giorno festivo con il nome "Natale di Roma – Festa del lavoro".




 
Fu poi riportata al primo maggio nel 1946, mantenendo lo status di giorno festivo.

Come venne ricordato il Primo Maggio  1909 – 1910 nei periodici della stampa locale in vendita anche a Marradi? 
Ecco qui accanto la rassegna.



Fonte: Emeroteca della Biblioteca Manfrediana di Faenza, per gentile concessione.