domenica 28 aprile 2013

Giovanni di Alberghettino Manfredi



Un aggressivo feudatario 
di Marradi
ricerca di Claudio Mercatali



Giovanni di Alberghettino Manfredi era un feudatario aggressivo, che signoreggiava nell'alta valle del Lamone e la sua dimora stabile era il Castellone, proprio quello che domina Marradi. Siamo alla metà del Trecento e il feudalesimo era in netta crisi qui da noi, perché l'espandersi del Comune di Firenze oltre il crinale dell' appennino minacciava il dominio dei Manfredi a Marradi, degli Ubaldini a Palazzuolo e dei conti Guidi a Modigliana.
Però dalle cronache non pare che i Fiorentini fossero in cima alle preoccupazioni di Giovanni di Alberghettino, perché il suo chiodo fisso erano gli odiati Manfredi signori di Faenza, suoi cugini, per certe vicende di famiglia che sono qui di seguito. Leggeremo direttamente gli autografi di Giuseppe Matulli, l'autore del libro "La via del grano e del sale". Sono conservati alla Biblioteca di Marradi, donati dalla famiglia dopo la sua tragica morte e in pratica sono le bozze del libro che tanti marradesi hanno in casa.

anno 1348
La Romagna era per diritto terra del Papa, che nominava un Legato, un governatore, detto Conte di Romagna. Alberghettino per prendere il potere prova ad ucciderlo e succede che ...

"Dal mese di zugno fece fama che messer Giovanni ai Alberghettino di Faenza, con certi cittadini di Faenza, voleva uccidere il conte di Romagna. Il quale tractato, pervenuto a notizia del dicto conte, incontanente fece tagliare il capo a uno che il doveva uccidere. El dicto messer Giovanni di Alberghettino se ne fuggìo con molti suoi amici" ...
 


anno 1350
Un secondo tentativo di conquistare Faenza, organizzato assieme a suo cugino Giovanni de Manfredi, va a buon fine. Però suo cugino vuole tutto per sé e lo caccia quando non ha più bisogno di lui. Da questo vengono i rancori per i suoi parenti faentini.

"Messer Giovanni de Manfredi di Faenza, con lo favore e consiglio de messer Francesco degli Ordelaffi, signore di Forlì, e con lo favore de molti cittadini di Faenza discacciò nel mese di febbraio el conte di Romagna e Giovanni di Alberghettino de la città di Faenza, e tolse la segnoria della dicta città per sé".



anno 1351
Dopo questa vicenda il nostro feudatario si rifugia al Castellone e ne fa la sua dimora per quaranta anni. Nasce così la piccola Contea di Marradi, che dopo di lui passa a suo figlio Amerigo e poi a suo nipote Ludovico, l'ultimo conte, finito in disgrazia e imprigionato nel carcere delle Stinche dai Fiorentini, che nel 1428 inglobarono tutto il comune nella loro Signoria.
Di certo le terre di Marradi andavano strette a Giovanni, che nel 1351 entrò in lite con il conte Roberto dei Guidi di Battifolle. Quando ormai Giovanni aveva allargato i suoi possedimenti i Fiorentini, per non avere grane ai confini, spedirono a Marradi due ambasciatori e costrinsero i signorotti a far pace.

A questo punto per seguire le disavventure di Giovanni di Alberghettino conviene usare la raccolta detta Rerum Faventinarum Scriptores (Scrittori delle cose faentine) un librone in latino. In particolare ci interessa Bernardino Azzurrini, uno storico del Cinquecento citato tante volte e tradotto da Giuseppe Matulli. Da quel libro apprendiamo che ...


anno 1354
"Giovanni di Alberghettino ordinò di impadronirsi di Faenza e toglierla agli uomini di Riccardo Manfredi. Per la qual cosa alcuni di Faenza furono presi e cento altri furono catturati presso Santa Maria fuori Porta".



 
A fianco: il Chronicon di Bernardino Azzurrini e
sopra la traduzione di Matulli.


La chiesa di S.Maria fuori Porta, a Faenza


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Il nostro feudatario provò almeno altre due volte il colpo di mano a Faenza, nel 1358 e nel 1361, come ci riferisce lo storico Azzurrini in queste memorie facili da leggere anche senza la traduzione.


Alla fine, suo malgrado e costretto dai Fiorentini, dovette rinunciare alle varie pretese che aveva sui territori dei suoi vicini e si accontentò della Contea di Marradi. Fu stipulato un vero e proprio trattato di pace, a Montemaggiore, un bel podere vicino al Castellone. Erano in tanti quel giorno ...







 
anno 1370
"Fu fatta pace e concordia in casa di Giovanni di Alberghettino Manfredi tra il suddetto e il gonfaloniere e i priori di Firenze, con l'intervento di Bernardino di Milano, Ruggero di Dovadola, Nicola Righi dei Manfredi, Ferruccio di Francesco dei Pangetti e Ludovico di Bernardino dei Caccianemici".




Come mai questi aggressivi personaggi si riuniscono a Montemaggiore? Che cosa li preoccupa?
Il motivo è che sta entrando in scena il principale attore della storia della valle del Lamone nel Trecento, e cioè il Comune di Firenze che non fa mistero di voler prendere tutto, con calma, senza scatenare guerre, con acquisti, eredità e cogliendo le varie occasioni offerte dai feudatari in lotta fra loro.
La prima capita proprio in quegli anni e Palazzuolo entra nella Signoria. Poi nel 1428 saranno cacciati i Manfredi da Marradi e i Guidi da Modigliana. Fra un po' ne riparleremo.

Dov'è Montemaggiore? E' un podere più alto del Castellone, dal quale si vede un bel panorama. Per andare là si può partire dalla strada della Piegna, prendendo la campestre a destra al quadrivio della Bocchetta della Fossa del lupo. A dirlo sembra difficile ma in realtà è semplice, perché la strada è larga.
Il nome del podere è un po' ingannevole, perché questo è un monte come tanti altri. In realtà "mons maioris" vuol dire "monte dei maiores, degli antenati". L'etimologia è certa perché ci sono diversi altri poderi che si chiamano così. Il toponimo indica la provenienza di una famiglia ed è tipico dei Longobardi che appunto erano organizzati in clan.

Il Castellone visto 
dal crinale
di Montemaggiore



E quindi il conto torna: siamo in un sito medioevale, nel feudo di Alberghettino Manfredi, tanto che il suo castello si vede laggiù.


Oggi è una bella giornata di febbraio per chi ama il trekking con le ciaspole, perché il cielo minaccia altra neve ma non è freddo. I campi di Montemaggiore sono piacevoli da percorrere anche se si affonda di mezza gamba ad ogni passo. A voler essere precisi c'è Montemaggiore di Qua (in primo piano nella foto accanto) e Montemaggiore di Là  (sullo sfondo). Di qua e di là da che?




Fra i due poderi, in questo campo innevato, corre il confine fra Marradi e Palazzuolo, cioè l'antico limite fra i possedimenti dei Manfredi di Marradi e degli Ubaldini del castello di Palazzuolo.
Giovanni di Alberghettino e gli altri personaggi di cui abbiamo detto prima erano stati convocati qui dai priori di Firenze non a caso perché, come ci dice lo storico Repetti (1833):

 


“ … Nel 1362 essendo venuto a morte Giovacchino di Mainardo degli Ubaldini, Firenze fu dichiarata libera e assoluta erede dal suddetto dinasta con testamento del 6 agosto 1362…”.





In pratica i Fiorentini e i Manfredi si incontrarono proprio sul confine dei rispettivi dominii perché, pur firmando il trattato di pace nessuno dei due si fidava dell'altro.
Dopo aver sudato un po' arrivo al crinale e trovo questo panorama che non mi aspettavo: sono i tornanti di Cignato, nella strada Marradi - Palazzuolo evidenziati dalla neve.

 
Ormai che ci sono entro nel Comune di Palazzuolo fino al villaggio turistico "I Cancelli". Vorrei fotografare anche il castello degli Ubaldini, che è al centro di questa fotografia ma, per poco, non si vede.







Dunque l'ultimo degli Ubaldini aveva lasciato tutti i monti che si vedono nella fotografia qui sopra al Comune di Firenze e gli armigeri che Alberghettino e i compari suoi intravedevano là sulla destra, vicino al podere I Cancelli erano  i Fiorentini, già pronti per ...



lunedì 22 aprile 2013

Un giorno lungo un secolo



La storia del manoscritto 
di Campana perduto 
e ritrovato
di Giuseppe Matulli


 La prima pagina del manoscritto 
Il più lungo giorno




 

A Giovanni Papini



Se dentro una settimana

non avrò ricevuto il mano-

scritto e le altre carte che

vi consegnai tre anni sono

verrò a Firenze con un buon

coltello e mi farò giustizia

dovunque vi troverò



Dino Campana.

Marradi, 23 gennaio 1916.



Marradi, 1946. La casa isolata, vicino al ponte era di Torquato Campana, zio del poeta. Qui venne scritta la poesia L'invetriata.
Come si vede si salvò per miracolo dai bombardamenti aerei.

 
Questo documento testimonia il momento di tensione più drammatica nella vicenda del manoscritto de Il più lungo giorno. Papini gli aveva scritto pochi giorni prima, su carta intestata de “La voce”:



21.1.1916

A Dino Campana Marradi

Le ho ripetuto centinaia di volte che i suoi manoscritti li ha Soffici. E Soffici è ufficiale a Pistoia, scriva dunque a Lui (Via G. Verdi, 2). Ho frugato in tutte le mie carte e ho trovato soltanto questi che le metto qui dentro. Tutti gli altri sono a casa di Soffici.


Giovanni Papini



In effetti il manoscritto era stato consegnato nel 1913, quando Campana si era presentato nella redazione de “L’Acerba” per proporre timidamente (ricorda Soffici) una sua collaborazione alla rivista. Il primo lettore del manoscritto fu Giovanni Papini che lo passò a Soffici dicendo che conteneva “cose molto buone”. Soffici fu dello stesso parere ma, secondo le memorie dello stesso Soffici, Campana era nel frattempo scomparso, e quando riapparve non fece parola a Soffici del manoscritto. Nella primavera del 1914 Soffici ricevette una lettera di Campana che gli richiedeva il manoscritto avendo intenzione di pubblicarlo.
Ma Soffici rispose che, dopo un trasloco della sua biblioteca, non riusciva a ritrovare il manoscritto e chiedeva tempo per ricercarlo. Soffici ricorda di non aver più incontrato Campana finché vide in libreria i  "Canti Orfici" freschi di stampa. Sulla “riscrittura” dei testi presenti nel manoscritto de "Il più lungo giorno" si sono fatte inevitabilmente molte considerazioni, ma non è mancato il fondato sospetto che Campana avesse comunque intenzione di apportare diverse modifiche al manoscritto scomparso (e non soltanto relativamente al titolo), come poi si è rivelato nel confronto fra i testi. Ma quelle, sulle intenzioni del poeta, sono e rimangono soltanto illazioni che non potranno mai essere provate.
La storia del manoscritto de "Il più lungo giorno vede il secondo tempo aprirsi con un articolo di Mario Luzi su “Il Corriere della Sera” del 7 giugno 1971, nel quale il grande poeta fiorentino ricostruisce nei particolari la comunicazione della figlia di Soffici, Valeria, poi i contatti anche con la signora Maria Soffici e la loro determinazione di donare il manoscritto ad una qualche importante biblioteca come proponeva lo stesso Luzi che informando del ritrovamento, anticipa una sintetica valutazione.
Secondo Luzi, la ricostruzione a memoria del testo ha consentito a Campana di realizzare “una maggiore condensazione... una più decisa fusione... una più forte intensità ritmica”.
Successivamente gli eredi Campana (figlie e nipoti del fratello Manlio che risiedono a Palermo) rivendicano la legittima proprietà del manoscritto che così rimane per diversi anni in Sicilia. Il 25 maggio 2002 si celebrò a Bologna il premio di poesia intitolato a Campana e assegnato ad Andrea Zanzotto. In quella occasione il Comune di Bologna e la biblioteca dell’ ”Archiginnasio” organizzano una notevolissima mostra documentaria su Campana: una  cornice più che dignitosa e prestigiosa per esporre per la prima volta al pubblico il famoso manoscritto. Ma alla richiesta del sottoscritto, la risposta fu netta e irremovibile. Il valore, anche affettivo del manoscritto era tale che gli eredi non avrebbero mai consentito a correre il rischio di un trasferimento del prezioso reperto. Perciò nulla da fare!
Non erano ancora trascorsi tre anni quando si apprese che il manoscritto sarebbe stato messo all’asta. Il comune di Firenze con l’Assessore alla Cultura Simone Siliani si fece promotore di una sottoscrizione per partecipare all’asta. Da parte mia cercai di agevolare l’operazione parlandone con Aureliano Benedetti allora presidente della Cassa di Risparmio S.p.A., nonché appassionato bibliofilo, col quale partecipai alla esposizione all’hotel Baglioni del manoscritto. Fu Aureliano Benedetti a suggerirmi di intervenire su Carmi, Presidente della Fondazione, a cui avrebbe parlato anche Benedetti.
Scrissi a Carmi pregandolo di sostenere l' iniziativa del Comune e Carmi mi telefonò per informarmi che avrebbe partecipato direttamente l’Ente Cassa per acquisirlo e consegnarlo alla biblioteca Marucelliana che, fra l’altro era la biblioteca che aveva dimostrato, con diverse iniziative. sensibilità e interesse per la vita e le opere di Campana. Così accadde il 4 marzo 2005 e la biblioteca Marucelliana, confermando la fama di “simpatie Campaniane”, ha provveduto a mettere in rete l’intero manoscritto. Il tormento de "Il più lungo giorno" terminava così nel migliore dei modi realizzando al meglio l’auspicio che Mario Luzi aveva formulato nel 1971 convincendo in quel senso anche la vedova e la figlia di Ardengo Soffici.





 
Giro d'Italia in bicicletta
 (1° arrivato al traguardo di Marradi)

Dall’alta ripida china precipite
Come movente nel caos d’un turbine
Come un movente grido del turbine
Come il nocchiero del cuore insaziato.
Bolgia di roccia alpestre: grida di turbe rideste
Vita primeva di turbe in ebbrezze:
Un bronzeo corpo dal turbine
Si dona alla terra con lancio leggero.
Oscilla di vertigine il silenzio dentro la muta catastrofe di
rocce ardente d’intorno.
- Tu balzi anelante fuggente fuggente nel palpito indomo
Un grido fremente dai mille che rugge e scompare con te
Balza una turba in caccia si snoda s’annoda una turba
Vola una turba in caccia Dionisos Dionisos Dionisos



Amo le vecchie troie

Amo le vecchie troie
Gonfie lievitate di sperma
Che cadono come rospi a quattro zampe sopra
la coltrice rossa
E aspettano che le si innaffii
E sbuffano e ansimano
Flaccide come mantici


 

lunedì 15 aprile 2013

Rocco Guerrini


Un famoso architetto progettista
di tante fortezze tedesche
 di Claudio Mercatali


Il busto di Rochus Quirinus (nome tedesco di Rocco Guerrini)
che si trova a Lubbenau, in Germania


Rocco Guerrini nacque a Marradi il 24 vdicembre 1525 e morì a Spandau nei pressi di Berlino, il 22 dicembre 1596. Fu un militare e architetto, famoso per la costruzione di fortificazioni. I Guerrini nel Trecento vivevano nella valle dell’Acerreta, al podere di Linari, che c’è ancora. Oggi ha cambiato un po’ il nome e si chiama Linato. Il sito è descritto con precisione dallo storico Emanuele Repetti (1833), che dice:

“Linari è un casale con podere nella parrocchia di S. Reparata di Valle Acereta, due miglia a libeccio di Modigliana. Risiede lungo la fiumana Acereta, ed è quella bicocca di Linari, rammentata nel diploma dell'Imperatore Arrigo VI del 1191 a favore del conte Guido di Modigliana, in cui confermò in feudo Linare cum tota curte ejusdem. Cotesto prèdio di Linari nelle divise di famiglia toccò per metà ai Conti Simone e Guido fratelli e figli del Conte Guido di Modigliana, come consta dal privilegio ai medesimi nel 1247 concesso da Federigo II”.

Nel Quattrocento la famiglia Guerrini rinunciò al titolo di conte, pur mantenendo lo stemma, e si trasferì a Marradi, nel centro del paese, dove ora c’è la piazzetta che porta il loro nome. I suoi genitori si trasferirono a Firenze e dal 1540 in poi si sa che andarono in Francia. Rocco Guerrini partecipò come soldato francese all’assedio di Metz e Diedenhofen dove perse un occhio.



Il podere Linato, o Linari, è lungo la strada Marradi - Modigliana, un chilometro dopo la chiesa di S.Reparata, sulla destra del torrente Acerreta.



Nel 1567 il Conte di Heidelberg lo nominò Maréchal de Camp. Nel 1569 divenne comandante delle fortezze del Principe Augusto I di Sassonia e ricominciò a usare il titolo di “Conte di Linari” (in tedesco Rochus Quirinus Graf zu Lynar). Nel 1578 per conto del Principe di Prussia, Giovanni Giorgio di Brandeburgo cominciò i lavori della Cittadella di Spandau, compiuta nel 1594 e poi cominciò la costruzione della fortezza di Peitz, esemplare unico dell’architettura militare della sua epoca. Non tornò più in Italia e sposò una nobile francese dando origine al casato nobiliare dei Conti e dei Principi di Lynar.
Chi vuole saperne di più può digitare il suo nome in tedesco su Google e appariranno diversi siti che parlano di lui. Per la sua abilità nel costruire fortificazioni fu molto apprezzato in Germania e la sua fama giunse anche in Italia, tant’è vero che Giorgio Vasari, che direttamente non lo conosceva, lo citò nelle sue Vite, descrivendolo così:

“Non tacerò ancora, poiché è nostro Italiano, sebbene non so il particolare dell'opere sue, che in Francia, secondo che intendo, è molto eccellente architetto, ed in particolare nelle cose di fortificazioni, Rocco Guerrini da Marradi ...”.


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Spandau zitadel, l’ingresso
e l’aspetto visto dall’alto.

 





Dunque non ci rimane che parlare di fortilizi, cittadelle fortificate e quant’altro richiedevano le necessità difensive del Cinquecento. All’epoca erano già in uso le artiglierie e quindi i castelli avevano perso il tipico aspetto medioevale e acquistato una forma a perimetro spezzettato o stellato, con torrioni tondi per deviare le palle di cannone. Questa qui sopra è la Cittadella di Spandau, a Berlino, la più famosa fra quelle ideate da Rocco Guerrini.

Le fortezze con la pianta a stella erano state ideate dagli architetti italiani e infatti ci sono anche qui da noi. La più vicina è quella di S.Piero a Sieve, enorme, sul colle che sta sopra al paese. Fu costruita dall’ architetto Lanci nel 1569 – 1579 per conto del granduca Cosimo I.
I Principi del Brandeburgo si appassionarono a questo genere di costruzioni e Rocco Guerrini ne costruì molte. Ecco una serie di località dove di sicuro lavorò, assieme ad altri architetti, fra cui un certo Francesco Ciaramella:

Domitz (1559 – 1565)  Billigheim (1568) Dresda (1569 – 1590) Lipsia (1573)   Kassel (1575 – 1592) Konigstein (1575 – 1592)  Kustrine (1584 – 1588) Liebenerda (1590) Peitz (1590 – 1595) Senftenberg (1591).

 
La bella fortezza di Domitz, 
a pianta stellata regolare, 
sicuramente opera di Guerrini









 Konigstein è una cittadella enorme, ritenuta imprendibile, oggi meta turistica molto frequentata.


 

 

 


Wuelzburg, un’altra fortezza a stella in cima
ad un colle, com’ è oggi e in una antica stampa

 



 
Il nostro architetto era un elegante progettista anche quando disegnava edifici come questo qui accanto, che era un grande arsenale.

La Zeughaus, a Kassel, progettata da Rocco Guerrini fu bombardata e oggi è stata in parte recuperata come scuola.



 
Bibliografia E.Repetti, Dizionario storico geografico della Toscana, 1833. Giorgio Vasari, Le Vite.
 
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Oggi è il 14 marzo 2013 e la primavera non è certo vicina qui a Berlino. L'acqua del fossato è una lastra di ghiaccio e la temperatura è diversi gradi sotto zero nonostante il sole.
















La fortezza di Spandau sorge alla confluenza dei fiumi Spee e Havel, alla periferia della città. Un cartello all' ingresso spiega che in realtà questo forte fa parte di un progetto urbanistico ben più ampio, che comprende anche il villaggio di Spandau, lì accanto. Il tutto fu progettato da Francesco Ciaramella da Gandino (1560) e da Rocco Guerrini. Ci vollero trent' anni per finirlo. Il Cancelliere Otto von Bismarck nel 1874 usò la fortezza per custodire il bottino delle guerre vinte dai Prussiani contro l'Impero Austro Ungarico e la Francia. La torre tonda merlata è lo Julius Turm.

 
 
 
Ci avviamo infreddoliti 
verso l'ingresso. 

 


 


Sono in corso dei grandi lavori di ristrutturazione e le statue  dei vecchi armigeri, messe 
da parte danno una strana sensazione, 
come se il tempo si fosse fermato.






Il cortile interno si chiama Italianische Höfe, 
il piazzale degli Italiani, 
a ricordo di chi lo costruì.


Come spesso nelle maggiori fortezze anche qui fu rinchiuso un personaggio importante e cioè Albert Speer, l'architetto di Hitler, condannato all' ergastolo al processo di Norimberga.
L'edificio era vicino al luogo in cui ci troviamo ora ma è stato demolito di recente perché stava diventando un luogo di pellegrinaggio per i neonazisti. E così la fortezza, liberata da questi ricordi lugubri, tornerà ad avere il suo aspetto austero quando i lavori saranno finiti.




mercoledì 10 aprile 2013

Marradi e il suo lago

La costruzione della diga dell'Annunziata
di Francesco Cappelli





“Verso la fine degli anni ’50, il Consorzio di Bonifica di Brisighella e Faenza, che operava nella nostra zona, costruì una moltitudine di “briglie” su torrenti e fiumi al fine di contenere l’irruenza delle piene che, annualmente, allagavano i terreni coltivati della bassa Romagna.


Il Lamone di fronte a Cardeto prima della costruzione della diga. Questa fotografia ha circa la stessa visuale di quella soprastante.



A questo scopo fu pure predisposto un progetto per costruire una briglia sul pozzo dell’Annunziata a Marradi. Questo pozzo, sino dagli anni ’30, era stato meta di tanti giovani marradesi che d’estate vi si immergevano in cerca di refrigerio, Il pozzo era piccolo e lo si attraversava con poche bracciate, ma la sua acqua era limpida e corrente. Sicchè quando l’idea di un “gran pozzo” venne prospettata, la stessa venne accolta benevolmente da tutti.

Ricordo che le proposte di allora furono molte e allettanti: un laghetto per la pesca sportiva, un imbarcadero, una piccola spiaggia per i bagnanti…



A destra: il primo "imbarcadero" ossia il punto in cui si potevano noleggiare le barche a remi per fare un giretto nel lago.

Sotto: il secondo imbarcadero, sotto alla chiesa di Cardeto, con il chiosco dei gelati e un abbozzo di spiaggetta.




 

L’ingegner Bubani che era il progettista dell’opera, lavorò con entusiasmo e così sorse la diga alta oltre 10 metri, con tre aperture per lo smaltimento dei fanghi.
Su di essa venne costruita una passerella per il passaggio da una parte all’altra.

Così questa opera attivò i marradesi ingegnosi che realizzarono opere importanti attorno a questo invaso, quali una strada alberata, decine di villette unifamiliari, piccoli condomini, e un albergo che prese il nome “ Il Lago”.

La Pro Loco pensò di allestire un imbarcadero con barchette e mosconi. Durante la fine degli anni ’50 e per tutti gli anni ’60 tutto venne allestito e gestito alacremente. I giovani nuotatori presero la passerella per un trampolino di lancio e di lì si gettavano nel pozzo sottostante con tuffi acrobatici, destando l’ammirazione dei passanti.

Le barchette si incrociavano sul lago e si pensò addirittura di predisporre gare con canoe o barche che mai si realizzarono. Durante l’estate tutto questo costituì un gran divertimento ed un’attrattiva non da poco. Furono predisposte varie manifestazioni come luminarie, feste finali di qualche “Graticola d’Oro” e l’albergo “Il Lago” realizzò una piccola pista da ballo.

Possiamo dire, senza ombra di smentita, che gli anni dal ’60 al ’70 furono quelli di maggior splendore del nostro laghetto.



La diga durante la piena del 1966 
(quella dell'alluvione di Firenze)


Poi l’incuria di alcuni, l’abbandono da parte di altri, fecero decadere quello che per Marradi era stato un piccolo vanto.

Trascorsero mesi e anni e le botole non furono mai aperte: la mota si accumulò copiosa nel fondale, così che negli anni 1989-90 si dovette ricorrere a mezzi meccanici costosi, quali draghe, per ripulire il fondo del lago.

Per rinverdire le cose negli anni 1985-86 è stato predisposto un nuovo progetto, alquanto costoso ma gradevole: esso prevede muri laterali di contenimento lungo le scarpate delle vie laterali, con piccole entrate e ampi spazi verdi. Lo stesso prevede spazio per i pescatori e zone per i turisti: tutto questo per dare una nuova linfa vitale a questo specchio d’acqua che durante l’estate si dimostra utile solo per la raccolta di acqua per spegnere eventuali incendi. Ma non si sa quando sarà terminato questo progetto che viene avanti in maniera molto lenta e viene realizzato a spizzichettoni.

Abbiamo notato che questa primavera molti sono stati i marradesi che si sono adoperati per ripulire la sponda del lago tagliando tutte quelle piante spontanee sorte disordinatamente.

La Signora Giovanna Cappelli sotto la diga del laghetto...quando ancora si poteva prendere il sole nel fiume
Ora chi viaggia o cammina lungo il lago ha una visuale molto più ampia e più gradevole del luogo. Siamo certi di non correre alcun rischio di smentita se diciamo che via Francini, quella che va da Cardeto a Casa Vigoli, è la via più panoramica, più ombreggiata e meno rumorosa di tutte le vie marradesi.”





venerdì 5 aprile 2013

Il teatro degli Animosi di Marradi

 

Il progetto originario (fine '700)

  la sicurezza e gli interni (nell'800)

  ricerca di Luisa Calderoni





" Spaccato" del teatro con le case ad esso prospicenti   ( fine '700)                                                                                           
 

Pianta dell'atrio e della platea

                                                         



Prospetto dello scenario del Teatro degli Animosi ( fine '700 )

Relazione sulle condizioni 
e sicurezza 
del Teatro di Marradi



Il Teatro di Marradi denominato dell’Accademia degli Animosi potrà contenere circa 400 persone ed è costituito di un atrio abbastanza ampio a cui si accede dall’esterno mediante foro di porta munita di serramento che si svolge dall’esterno all’interno, ma che durante lo spettacolo resta costantemente aperto. L’atrio suddetto dà accesso mediante ampia apertura alla platea medesima ed è munito di serramento che gira dalla platea medesima verso l’atrio; quindi per due porte laterali si passa in due ampie stanze una ad uso di Caffè, l’altra per uso dei comici. Le due suddette stanze comunicano poi direttamente col palcoscenico mediante due corridoi, e l’ultima di queste ha altro foro di porta che mette direttamente all’esterno. In tal modo l’uscita dal Palcoscenico è indipendente da quella della platea. Dall’atrio sud descritto si accede mediante ampie scale di pietra da due lati ai corridoi dei palchi che sono sufficientemente ampi per cui l’apertura delle porticine dei palchi stessi non impedisce il libero passaggio.

Il palcoscenico è libero al di sotto da qualunque ingombro o deposito di materie facili all’incendio, è illuminato a petrolio e manca di un deposito d’acqua.

 

Ciò premesso si può dire che il Teatro suddescritto si trova in buone condizioni per il caso di un pronto sfollamento, e soltanto sembra che ad aumentare quelle misure precauzionali tanto raccomandate possa prescriversi :



1- L’apertura di una nuova uscita dal palcoscenico direttamente all’aperto, mediante la riduzione di una finestra ad uso porta che metta sul vicolo di proprietà dell’Accademia stessa rimuovendo ed ampliando il cancello che attualmente chiude il vicolo medesimo.
2- Che l’illuminazione sul palcoscenico venga esclusivamente fatta mediante lumi ad olio.
3- Che nelle sere di spettacolo sieno portati sul palcoscenico due recipienti abbastanza capaci pieni d’acqua e che vi sia il personale sufficiente a disposizione per prestare l’opera propria nel caso di pericolo.
Firenze 3 Aprile 1882
L’Ingegnere capo L’Ingegnere di sezione

 

                                     Firenze 5 Aprile 1882

 

      Con preghiera di restituzione a suo tempo, comunico alla S.V. l’acclusa relazione dell’Ingegnere Genio Civile Governativo che nei giorni decorsi ebbe a visitare il Teatro di proprietà dell’Accademia degli Animosi in codesto Comune, colla quale vengono proposti Alcuni provvedimenti a tutela della  pubblica incolumità sul Teatro stesso.

     La S.V. si compiacerà darne sollecita comunicazione all’Accademia suddetta invitandola a nome di questa Prefettura a provvedere perché quanto viene richiesto dall’Ufficio di Genio Civile Governativo sia posto in attuazione senza di che da codesto Ufficio dovrà essere rifiutato il permesso di apertura del Teatro stesso. 

                                                    Il Prefetto         Conti

 

 

 




Interni del Teatro degli Animosi dopo i restauri del 1912








La signora Ede Cappelli nell'atrio del teatro in un' improvvisata biglietteria...ma dove son finite le due colonne alle sue spalle? ( Veglione del 17 febbraio 1958 )