Lanfranco Raparo, Marradi

Lanfranco Raparo, Marradi

venerdì 29 giugno 2012

Il terremoto del 1919 a Marradi



 La scossa e i primi soccorsi
di Claudio Mercatali


Il terremoto del 29 giugno 1919 colpì una vasta area dell' Appennino Tosco Emiliano e in particolare il Mugello. Le prime scosse, con epicentro a Vicchio, si avvertirono nella mattinata. La maggiore, 6.2 della magnitudo Richter, ebbe origine da un ipocentro a 5 - 10 km di profondità e fu avvertita poco dopo le tre del pomeriggio.

Il bilancio fu drammatico: cento morti, quattrocento feriti e migliaia di senzatetto. Il paese di Vicchio e le sue frazioni fu duramente colpito; nel capoluogo vennero distrutte 700 case su 1500. Rimase lesionata anche la casa natale di Giotto, a Vespignano. Gravi danni si ebbero anche a Borgo S.Lorenzo, dove oltre il 75% delle case fu dichiarato inagibile e crollò il ponte sulla Sieve. A Dicomano, crollò la Torre dell'Orologio. L'ospedale di Luco venne evacuato. Si registrarono danni in quasi tutti i comuni della Romagna Toscana, fino a S.Sofia, che allora era in provincia di Firenze.
 
Come andarono le cose quel giorno a Marradi? Che cosa successe nei mesi e negli anni successivi? Nell' Archivio storico del comune ci sono tanti documenti e si possono ricostruire gli eventi con precisione.

Ai primi di luglio il Prefetto di Firenze scrisse questo telegramma 
a Palmerino Mercatali, sindaco di Marradi, e gli chiese 
l'elenco delle vittime.

Così sappiamo che morirono Giovanni Silvagni, un frate cappuccino di Faenza e il suo chierichetto Aristide Vespignani, di 10 anni. Antonio Ronconi fu ferito alla testa dalla caduta di calcinacci e Dino Bambi ad un braccio. Il frate e il chierico erano in chiesa al momento della scossa e furono colpiti dalle macerie del tetto crollato su di loro.

Come si può leggere qui a sinistra, in quei giorni arrivarono tanti telegrammi di solidarietà, anche da molto lontano.



A destra: Il Ministero dell'Interno,
 la Banca d'Italia e il Re personalmente 
inviarono dei soldi per i primi aiuti.



Qui sotto: L'Amministrazione Comunale era in piena attività e il sindaco Palmerino Mercatali
 chiese l'invio di trenta carrozze ferroviarie per alloggiare gli sfollati. Era un' ottima idea 
ma dalle Ferrovie fecero sapere che non c'erano abbastanza carrozze per tutti i comuni 
e in altri luoghi l'emergenza era più grave.





A destra: E allora i senza tetto si dovettero accontentare di una trentina di tende dell'esercito.





 Per leggere questi documenti clicca sopra con il mouse

A sinistra: la sistemazione in tenda qui da noi è una soluzione 
solo per i mesi estivi e quindi il Comune, con questo bando, 
chiese la restituzione delle tende entro il 15 di settembre.



Come sempre in questi casi, con il trascorrere dei mesi l'attenzione dell'opinione pubblica venne meno e con essa anche l'impegno sollecito che si era manifestato subito dopo l'evento. Ad un certo punto il sindaco di Borgo S.Lorenzo, Pietro Caiani, prese l'iniziativa per una protesta e invitò gli altri comuni ad aderire, perché lo sforzo fosse unitario.
Parteciparono tutti, anche quelli oltre l'appennino: Marradi, Palazzuolo, Rocca S.Cassiano, Modigliana, S.Sofia e anche Brisighella.


A sinistra:
una lettera di sollecito
del sindaco di Borgo S.Lorenzo, 
Pietro Caiani agli altri comuni.

A destra: L'adesione dei comuni 
della Romagna Toscana comunicata 
al comune di Marradi.


 
Si decise che, per avere maggiore potere contrattuale e gestire assieme la ricostruzione, era opportuno costituire un Comitato Permanente, che nacque nel gennaio 1922, come si legge qui accanto a sinistra.


 

Il nuovo sindaco di Marradi, il colonnello Edmond Schmidt von Secherau aveva il suo daffare per gestire la ricostruzione e non mancò di sollecitare i proprietari perché non lasciassero trascorrere il tempo invano. Ecco  un bel manifesto, chiaro nella forma e nella sostanza.


I danni a Marradi
 

 I danni in paese erano stati tanti, 
come si può leggere nel documento qui accanto.

A Lutirano il sisma aveva colpito con particolare violenza e lo Stato concesse i contributi per costruire un blocco di case popolari, che sono quelle in cui poi venne aperta la scuola elementare.

 
Il terreno fu donato dal sig. Filippo Ronconi Albonetti, un imprenditore 
di Modigliana  che scrisse al Comune di Marradi questa lettera.



 
Nonostante tutto questo, diverse categorie di persone non riuscivano a rimediare ai danni, per povertà o difficoltà famigliari. Allora lo Stato promise la ricostruzione gratuita per le vedove e gli orfani di guerra e per gli invalidi. Non dobbiamo infatti dimenticare che la Prima Guerra Mondiale era appena finita e qui in paese c'erano stati trecento morti e altrettanti feriti. Ecco qui accanto la lettera della Regia Prefettura di Firenze al Comune di Marradi che parla di questo.

In caso di sisma le chiese sono senz'altro fra gli edifici più a rischio, perché hanno dei grandi spazi interni. Nel 1919 tutte quelle del comune di Marradi furono danneggiate, come risulta dal documento qui accanto e nella chiesa arcipretale del capoluogo crollò il campanile.


 




A destra: il conto definitivo per la ricostruzione del campanile della chiesa arcipretale.



 


A sinistra: il campanile prima del 1919 (sopra) e dopo. L'aspetto attuale si deve ad altri lavori fatti negli anni Settanta.


 Furono danneggiate quasi tutte le chiese del comune di Marradi, in maniera tanto più consistente quanto più erano vicine al crinale appenninico, prossimo all'epicentro del terremoto.

Le distruzioni maggiori si ebbero a Casaglia, che praticamente venne rasa al suolo, come si vede in queste fotografie.

 





Fonti: documenti dell'Archivio storico del Comune ricercati dall'archivista sig. Mario Catani.





domenica 24 giugno 2012

S.Giovanni, patrono di Firenze


I doni dei Comuni nel '400
di Claudio Mercatali



Il patrono di Firenze è S.Giovanni Battista, 24 giugno. Si hanno notizie di festeggiamenti in suo onore dal XIII secolo. Il cerimoniale era sfarzoso e aveva diversi significati. Il primo era senz' altro religioso, ma era importante anche tener vivo lo spirito di campanile e il senso di appartenenza, che i Fiorentini hanno ben radicato anche oggi. C'era anche un significato politico, che ci interessa ora. Però prima di andare avanti, leggiamo in che cosa consistevano e in parte consistono anche oggi i festeggiamenti del 24 giugno.



Da Firenze vecchia (1799 - 1859)   di Giuseppe Conti: 
"Al tempo della Repubblica, per ordine della Signoria, Il Podestà aveva l'obbligo, un mese innanzi, di far bandire la gran festa in tutti i borghi principali della città e di notificarla "ai nobili ed ai signori del contado, siccome ad ogni altra persona che dovesse offrire ceri, paliotti, ed altra cosa". Nella mattina del 24 giugno la Signoria stessa riceveva l'omaggio delle città e delle castella sottoposte alla Repubblica. 

A Palazzo Vecchio, la Signoria, la mattina di San Giovanni stava a ricevere gli omaggi in ringhiera, la quale consisteva in tre gradini che circondavano il palazzo. Mentre la Signoria era in ringhiera, tutta la piazza era pavesata, e per terra si spargeva la fiorita. Presso i Signori stava una guardia di soldati armati a cavallo, e sulla piazza si recavano anche molti giovani gentiluomini, che duravan fatica a passare in mezzo alla folla enorme di popolo ivi accalcato.
Attorno alla ringhiera eran disposti cento palii di broccato d'oro o di velluto foderati di pance di vaio, offerti dalle città, dalle castella, dalle terre e dai signori soggetti alla Repubblica.
Questi palii erano sostenuti da altrettanti donzelli, in ricchissima assisa di seta bianca, su cavalli festosamente parati con gualdrappe dorate, e venivano portati a San Giovanni, dove si infilavano in tanti anelli di ferro, e vi si conservavano per un anno, togliendo via via quelli dell'anno precedente, che divenivano proprietà dell'arte di Calimala, la quale se ne serviva per addobbare la piazza in occasione di pubbliche feste. Di altri se ne facevano paliotti da altari e paramenti, o erano venduti all' incanto".

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L'invito a Firenze per S.Giovanni era un atto politico importante, un suggello per i patti che i vari comuni avevano con la città. Chi non riceveva l'invito dal Podestà era in disaccordo con la Signoria e questo era un brutto segno. Anche i comuni della Romagna Toscana offrivano un cero fiorito o un palio ricamato. Guai a dimenticarsene! Il donzello comunale andava a Firenze con il palio, sfilava e tornava a casa dopo aver fatto registrare la sua presenza nell'Archivio delle Riformagioni, per dimostrare che aveva assolto l'obbligo. Così oggi nell'Archivio di Stato di Firenze si trova il regesto (il riassunto) di questi atti.











Clicca sui documenti
per ingrandirli


Ecco qui accanto i mandati del 1423
 dei Comuni di Modigliana, Castrocaro e Tredozio


In quegli anni Marradi offriva il Palio per S.Giovanni?
I documenti dicono di si, come si vede qui sotto, perché Ludovico Manfredi, signore del Castellone, in lite perenne con i suoi parenti di Faenza, era un vassallo di Firenze. Poi ci furono dei cambiamenti ...



L'8 marzo 1425 i Fiorentini si accordarono con Guidantonio Manfredi, signore di Faenza, che offrì l'accomandigia (l'assoggettamento) dell' alta valle del Lamone e dell' Acerreta in cambio del riconoscimento della sua signoria su tutto il resto. 
In pratica questo accordo segnò il passaggio di Marradi e Modigliana a Firenze.

 A destra: Ratifica dell'accomandigia (assoggettamento)
 fatto da Guido Antonio Manfredi 
a favore di Firenze.


Nel 1425 Ludovico del Castellone fu invitato ancora una volta a Firenze per S.Giovanni, ma il suo tempo era scaduto. La Signoria ormai preferiva i Manfredi faentini. L'archivista registrò la sua presenza, ma annotò che rappresentava i "Manfredi bastardi di Marradi" e non quelli veri di Faenza (leggi qui accanto).
Ludovico cercò di opporsi a tutto questo ma nel 1426 fu arrestato e imprigionato nel carcere delle Stinche, a Firenze, dove rimase per più di trent'anni. Quell'anno l'invito fu rivolto a Guidantonio Manfredi, che mandò il suo palio a suggello del nuovo accordo (vedi qui a destra). Poi nel 1428 Marradi e Modigliana passarono sotto Firenze.

Fonte: Documenti originali dell'Archivio di Stato di Firenze, complesso documentario detto Diplomatico vol.3 doc. 319, vol.4 doc. 19,32,39.


mercoledì 20 giugno 2012

1939 La frana di S.Cassiano


Una colata di fango 
scende fino al 
Lamone
da un racconto di Pino Bartoli


La lingua della frana
nel Lamone



La zona di S.Cassiano è un punto debole della valle del Lamone sotto l’aspetto geologico, perché nel versante destro (per chi guarda verso Faenza), ci sono dei forti spessori di terra che tendono a franare scendendo fino al Lamone in caso di piogge prolungate. Qui le frane sono state tante e quelle più consistenti in epoca storica si verificarono nel 1690 e nel 1939.


Ecco il ricordo del maestro Pino Bartoli sulla frana di S.Cassiano del 1939:
“Una pioggia di notevole intensità cadeva da oltre un mese sulle nostre colline. I contadini non erano tanto preoccupati dal pericolo frane, ma piuttosto temevano che il vecchio detto “maggio ortolano, molta paglia e poco grano” si manifestasse nella sua realtà negativa (…) Ma il giorno 29 maggio, nelle prime ore pomeridiane, la terra “ubriacata” da tutta quell’ acqua bevuta, si ribellò alla prepotenza di Giove pluvio.
Un boato spaventoso in poco tempo fece accorrere tutti i sancassianesi – c’ero anch’io fra questi – lungo la strada prospiciente le colline che si ergono sopra la sponda destra del fiume Lamone. Una frana enorme stava trascinando a valle, per una larghezza di circa 400 metri, una massa imponente di terra e le case dei poderi abbarbicati da anni e anni su quelle pareti collinose incominciarono ad oscillare.   




Si lavora per riattivare
la ferrovia


La Paventa, la Tesa, Tramonto, Tramonto nuovo, la Canova e la Sganga stavano per es­sere distrutte, inghiottite dalla frana che len­tamente scivolava verso il Lamone e la linea ferroviaria Faenza – Firenze (…). La frana si muoveva piano piano, ma inesorabilmente, e in tutti noi subentrò il terrore che andasse a ostruire il corso del Lamone in piena. Se ciò si fosse verificato in poco tempo i poderi Casac­cia, Camminata, Camminatella, la centrale elettrica, la stazione e diversi caselli delle Fer­rovie dello Stato, posti a poca distanza dal greto del fiume sarebbero stati sommersi.
Miracolosamente il “varo” di quella mostruosa nave di terra si fermò sulla sponda del Lamone: però un lungo tratto della linea ferroviaria venne sepolto e occorsero mesi e mesi di lavoro per ripristinare la ferrovia tosco romagnola. Il contadino della Canova, Bandini Giuseppe detto Fafina venne trascinato a valle aggrappato a una quercia, rimanendo illeso ma in preda a uno choc che lo rese frastornato per settimane. La sua spaventosa vicenda venne immortalata nella prima pagina a colori della Domenica del Corriere dal famoso disegnatore Beltrame.

 


Fafina travolto dalla frana
 (dalla Domenica  del Corriere)



Il giorno si scioglieva in un penoso dilapidare d'indachi e verde grigio. La pioggia era cessata e una nebbiolina lieve adagiava il manto della sua bambagia sugli uomini e sulle cose. La luce del meriggio sfioriva come un lento morire e il tenero filo s'avvolgeva attorno ai rami spogli e su saponate facce di galestro. Poi venne il buio. Il silenzio greve della notte, rotto solo dai muggiti delle bestie impaurite ed affamate, scese sulla natura e sugli uomini sconvolti, mentre sull'orlo della frana gli alberi divelti sembravano portici contorti.



Vecchi contadini anneriti
accennavano segni di croce
sulle ossa di spalle piegate
e sul vuoto di pipe spente
Sulla nudità della terra offesa
e su massi come falde di fuoco
domani, una lenza leggera di seta
pescherà la fiammata dell'alba.


L'aspetto attuale della zona della frana


E la prima alba vide infatti toppe di un grano immaturo, rimaste miracolosamente in superficie, splendere sulla terra stravolta con il colore verde della speranza. E allora pensai che "domani" sarebbe stato di nuovo bello rotolarsi su prati caldi come un sorriso perché, come ci dice D'Annunzio:

... il sol di maggio
ride alla rotta nube.


Bibliografia  AA.VV   Il rischio di frana nelle valli faentine Lions club Faenza
NOTA: Giuseppe “Pino” Bartoli, (Brisighella 1920 - 2004) partigiano della formazione “Silvio Corbari”, a Brisighella è stato sindaco e Presidente della Comunità Montana. Poeta in lingua e vernacolo nonché prosatore, si è affermato in molti concorsi letterari. Cavaliere della Comunità Poetica Europea ha conseguito per due volte l’Oscar di Letteratura “Romagna”.