Lanfranco Raparo, Marradi

Lanfranco Raparo, Marradi

domenica 12 aprile 2026

1911 Modigliana

Una critica 
per il sindaco
Ricerca di Claudio Mercatali



Il settimanale Il Lamone è stato il più antico periodico faentino. Mazziniano, repubblicano, anticlericale oltre modo e fuor di misura cominciò le pubblicazioni nel 1884. Nel 1898 la Curia di Faenza si attivò per fondare il settimanale Il Piccolo, in modo da contrastarlo. Nacque subito un confronto aspro fra le due testate, senza esclusione di colpi. Nel 1899 il vescovo di Faenza Gioacchino Cantagalli, soprannominato Giuvachì dall' editorialista Olindo Guerrini, stanco dei suoi insulti scomunicò Il Lamone e denunciò Guerrini. Guerrini fu condannato, la vertenza si ricompose a stento e lasciò un lungo strascico.




Adesso interessa un articolo del 1911, polemico ma garbato, nei confronti del sindaco di Modigliana, scritto da un articolista che si firma Il filio di Luviggi Zanfussi muiestro nel Seminario di Muggiana. Luviggi è un ottimo scrittore, che volutamente usa un linguaggio sgrammaticato e dialettale, ma conosce molto bene la grammatica e la sintassi. Leggiamo:



Clicca sulle immagini
per avere
una comoda lettura



... E voi se avete piacere che tutti faciano quelo che voi ordinate nel vostro manifesto programa, cominciate a dare il buono esempio e così nessuno potrà atacarvi col dirvi che fate come il padre Zapata che predicava bene e ruzolava male, col quale mi dico

Il filio di Luviggi Zanfussi muiestro nel Seminario di Mugiana.




mercoledì 1 aprile 2026

Un confronto fra la storia di Firenze e Ravenna

Il diverso governo nella Romagna Toscana
e nello Stato Pontificio

Ricerca di Claudio Mercatali



Le province di Firenze e Ravenna sono confinanti ma hanno avuto dei percorsi storici del tutto differenti. Nel 568 d.C. la discesa dei Longobardi divaricò le sorti di queste due città, che poi per 1300 anni (fino al 1861) andarono ognuna per conto suo.


La prima divaricazione storica

Nel 568 d.C. in Toscana arrivarono i Longobardi dal Passo della Cisa, guidati dal mitico duca Gummarith, del quale si sanno solo cose leggendarie, fondatore del Ducato di Tuscia con capitale a Lucca. 


I Longobardi si allargarono in tutta la Toscana fino oltre il crinale dell’appennino ma non riuscirono ad estendersi nella Romagna, che rimase sotto i Bizantini di Ravenna, difesa dall’Adriatico con la flotta (i Longobardi non andavano per mare). Questa è la disastrosa divisione dell’ Italia, della quale rimane il ricordo nei nomi Lombardia (= Longobardia) ed Emilia Romagna (= dei Romani, cioè dei Bizantini).



La seconda divaricazione

Il 751 il re longobardo Astolfo prese Ravenna, ma il papa chiamò i Franchi che lo sconfissero e attribuirono la Romagna al Papa, creando di fatto un potere pontificio che fu a lungo teorico ma che creò una base di diritto e impedì il formarsi di signorie indipendenti. 


In Romagna si governava sotto il suggello pontificio, in modo più o meno indipendente e anche a lungo, ma non contro la volontà di Roma. Invece in Toscana si formarono dei veri Stati, come le Repubbliche di Lucca, di Siena, la Marinara di Pisa, e il Comune di Firenze, che piano piano le assorbì tutte nel Trecento, nel Quattrocento e nel Cinquecento.



La terza divaricazione

Nel Cinquecento a Firenze si formò il Granducato e i Medici dopo governarono più o meno bene e senza contrasti interni fino al 1737 quando morì Giangastone l’ultimo di loro, senza figli. Arrivarono gli Asburgo Lorena, fino al 1861e anche questo fu un secolo di stabilità e buon governo. Invece in Romagna il Cinquecento passò fra lotte cittadine truci. Ci fu anche una vicenda drammatica e unica, quella di Valentino Borgia, figlio del papa, che provò a conquistarla tutta e poi la riconquista di Giulio II che fondò lo Stato Pontificio.


Nel Settecento il sistema di governo dei Lorena Asburgo e quello Papalino erano diversi come più non si potrebbe. Il primo laico, il secondo confessionale e paternalistico. I Lorena governavano con funzionari granducali e Vicari e li cambiavano spesso in modo che non avessero il tempo di formare delle clientele. I Comuni eleggevano ogni sei mesi un Gonfaloniere e il Consiglio comunale (votavano solo i benestanti maschi). Invece lo Stato della Chiesa nominava i Legati pontifici e i Governatori dei vari comuni su indicazione dei vescovi. Qui si votava poco e quasi tutte le cose importanti erano sotto la supervisione delle Curie. Il Legato, come dice il nome latino, è una persona vincolata a ben precisi obblighi. Non può prendere iniziative al di fuori di questi se non è autorizzato. Invece il Gonfaloniere era una persona che presiedeva un Consiglio Comunale eletto e aveva più margini di manovra.


Ora veniamo a noi: se si legge la storia di Brisighella scritta da Antonio Metelli (un capolavoro) bisogna mettersi in questo ordine di idee perché si incontrano ad ogni pié sospinto delle figure che qui da noi a Marradi, ma anche a Modigliana e a Tredozio non esistono e sono appunto: il Governatore, il Cardinal Legato il Messo Pontificio, e il Vicario di Romagna. Tutti i 14 comuni della Romagna Toscana (Marradi, Palazzuolo, Modigliana, Tredozio, San Benedetto, Rocca San Cassiano, Dovadola, Castrocaro, Premilcuore, Santa Sofia, Galeata, Sorbano, Verghereto e Bagno di Romagna) fino all’ Unità d’Italia sono stati sotto Firenze e hanno vissuto le vicende storiche di questa provincia, ignorando in sostanza le vicissitudini dei paesi della bassa collina romagnola, che potete leggere nella storia qui accanto.

giovedì 12 marzo 2026

Successe nel 1837

Le inserzioni 
nella Gazzetta di Firenze

ricerca di Claudio Mercatali



La Gazzetta di Firenze era un periodico stampato a Firenze dal 1814 al 1848, come pubblicazione ufficiale del Granducato di Toscana. Usciva il martedì, il giovedì e il sabato e riportava notizie di cronaca ma anche avvisi legali, d’asta e di vendite coatte. Era anche un periodico di informazione, che riportava i fatti più importanti avvenuti in Europa.




Clicca sulle immagini
per aver una comoda lettura




Per Ampliare
Cerca "Emeroteca della Gazzetta di Firenze" nell'Archivio tematico del blog.






domenica 1 marzo 2026

Pietro Nenni da giovane

La necessità di una scuola laica
Dall’emeroteca 
del settimanale Il Popolo

Ricerca di Claudio Mercatali


Pietro Nenni nacque a Faenza e fu uno dei più grandi leader del socialismo italiano. Leggiamo nelle le sue Pagine di diario:

«Sono nato in Romagna, a Faenza, il 9 febbraio 1891. Mio padre era un contadino che la città aveva strappato sul tardi alla campagna facendone una specie di fattore dei conti Ginnasi, una nobile famiglia faentina che celava dietro la facciata di un opulento palazzo la lenta disgregazione della vecchia nobiltà papalina. Mia madre era anch’essa venuta dalla campagna alla città per essere dapprima bàlia nella famiglia dei Ginnasi e poi lattaia. Con la morte del babbo la miseria era entrata in casa nostra. La malignità del destino volle che i lunghi onorati e poco pagati servizi di mio padre e di mia madre alla nobile famiglia Ginnasi mi valessero la protezione della vecchia contessa. La quale si considerò in regola con gli obblighi della cristiana solidarietà quand’ebbe ottenuto di farmi vestire per oltre dieci anni l’uniforme nera a filetti rossi dell’orfanotrofio cittadino. I dieci anni di orfanotrofio sono stati l’inguaribile piaga della mia vita. A questa claustrazione devo un certo complesso di rivoltoso che non mi ha più abbandonato».

Nenni ventenne fu un giovane dirigente repubblicano faentino, attivista e stimato opinionista della locale sezione, che scriveva sul settimanale repubblicano Il Popolo articoli piacevoli e ben impostati. Poi ai tempi della prima guerra mondiale avvenne la rottura con questo partito, che era favorevole all’entrata in guerra dell’Italia mentre Nenni era fermamente convinto della necessità di una neutralità. 

Per questo aderì al Partito Socialista del quale divenne dirigente di spicco e poi massimo esponente. Questi che seguono sono due articoli in polemica con il settimanale faentino Il Piccolo, favorevole all’ insegnamento della religione cattolica a scuola.





























giovedì 12 febbraio 2026

I terremoti nella valle Acerreta

Gli effetti dell'ultimo
e quelli dei sismi più antichi

Ricerca di Claudio Mercatali



La scossa del 18 settembre 2023 è stata quella che nella nostra zona a memoria d’uomo ha destato più apprensione. L’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) ha individuato subito l’epicentro 3 Km SW di Marradi (circa a Fantino) a 8,4 Km di profondità. La stessa località fu epicentro del sisma del 4 marzo 2013, che alle 8 e 24 mise in apprensione i marradesi e i lutiranesi.

C’è qualche punto di debolezza nelle rocce sotto Fantino? 
La risposta ce la darà il Tempo, negli anni a venire perché l'epicentro è in superficie sopra l’ipocentro profondo, dove c'è la rottura che provoca la vibrazione, percepita come scossa e rombo. Quindi per definizione è il punto di maggior intensità. Da qui in poi il terremoto perde vigore e produce dei danni minori via via che ci si allontana.

Ecco quello che ci interessa ora. A Marradi nel primo sopralluogo sono state individuate alcune decine di case lesionate in modo non irrimediabile, le chiese sono state chiuse per danni da verificare e la Casa di Riposo è stata sgomberata. Palazzuolo è qualche chilometro più lontano di Marradi dall’epicentro e i danni sono stati simili. Invece a Lutirano distante come Palazzuolo sembra che i danni siano stati maggiori.

C’è qualche motivo geologico per questo?   
La risposta è no, la valle Acerreta non mostra strutture che possano far presagire una maggiore vulnerabilità ai sismi. In particolare la valle a Lutirano ha una struttura rocciosa salda, per composizione e disposizione degli strati. La copertura argillosa sul crinale della Collina è più debole, perché la terra ha uno spessore maggiore lungo tutto il percorso della cosiddetta Strada Panoramica, dal Passo fino alla chiesa di Cesata. Però qui il terremoto non ha mosso le terre come invece hanno fatto le piogge del maggio scorso e anche quelle degli anni precedenti. Dunque Lutirano è un sito come Marradi riguardo ai sismi, è una zona di media pericolosità.

E allora i danni ingenti negli edifici dell’ alta valle come si spiegano?   
La risposta è che questi dissesti hanno creato sorpresa e sconcerto nella gente di qui, ma sono del tutto simili a quelli dei dintorni di Marradi. Però è possibile che lo zoccolo roccioso del fondovalle, coperto da poca terra, permetta di sentire meglio la scossa. Fu così anche nel marzo 2013, al tempo del terremoto di cui si è detto prima, che nonostante avesse lo stesso epicentro di quello di quest’anno, fu percepito più a Lutirano che a Marradi, ma non provocò danni in nessuna delle due località.

E Tredozio?   Il paese è stato colpito in modo duro, non c’è dubbio, anche se è solo a due o tre chilometri da Lutirano (le onde sismiche vanno diritte e non fanno i cinque chilometri di curve del Passo della Collina). Il motivo può essere che quel paese è nel fondovalle del Tramazzo su una coltre di terre e pietrami, mentre Lutirano e Marradi sono sulla viva roccia, a vista in tutto l’ abitato. Però questo aspetto non si può approfondire qui, lasciamolo ai tecnici se vorranno farlo e andiamo avanti.

Nei secoli scorsi come andarono le cose nell’ Acerreta e nel Tramazzo?   
Il primo terremoto di cui si hanno sufficienti notizie è del 22 marzo 1661 e Ferdinando II de Medici (Tredozio e Modigliana erano nel Granducato di Toscana) mandò qui da noi l’architetto Giovan Battista Pieratti per un sopralluogo, che descrisse Tredozio così:

… Arrivai ancora à Terdozzio, dove trovai la chiesa cattedrale rovinata quasi affatto, e ne levai la pianta per considerar la spesa. Sì come ancora il convento delle Monache dell’ Annunziata in detto luogo, e ne levai la pianta. Et il palazzo del Podestà è in malissimo grado, una parete di detto palazzo sù la strada Maestra che vuole sbonzolare, e si è fatta puntellare acciò non segua maggior danno, e moltissime case hanno bisogno di restaurare à volerle habitare, et è morto solo una donna in dette rovine di questo luogo ...


Pieratti non parla di Lutirano ma in compenso lo fa il parroco don Vespignani di San Martino in Collina che ebbe la sua chiesina devastata e la fece riassestare a sue spese, come ci dice in questa lapide murata:

Sempre Pieratti ci dice che:

… E dopo arrivai à Modigliana, dove si è trovato la cattedrale in maniera, che non ci è rovine, e ci si puole uffizziare, e non ci è danno di considerazione. È ben vero che il mastio della fortezza è scoperto, et è rovinata quasi tutta la coperta, e lo hò visitato su luogo, et hò considerato la spesa, come anco altre particolarità di detta fortezza ...

Dunque Modigliana non fu toccata dal sisma ma la paura fu così forte che la gente fece voto di partecipare ogni anno a una processione di ringraziamento, come si legge in una lapide del Santuario del Cantone. Qui c’è un bel quadro di Silvestro Lega, che nell’ Ottocento (dopo più di due secoli!) rappresentò i timori della gente che visse al tempo dell’ evento.




Invece a Modigliana le cose andarono male nel maggio 1918, quando un terremoto demolì il màstio della rocca dei conti Guidi, che assunse l’aspetto odierno mentre nei dipinti di Romolo Liverani (1850 circa) appare ancora intero. Le cronache non parlano di Lutirano o di Tredozio ma i danni di quel sisma di certo ci saranno stati, anche se più lievi.

L’anno dopo Lutirano subì il terremoto del Mugello del 29 giugno 1919, così come Marradi. Filippo Ronconi Albonetti, di Modigliana, stupito dall’entità dei danni di Lutirano, donò un suo terreno per costruire una casa, che è quella su cui poi ebbe sede la scuola, ora venduta dal Comune a un privato. L’atto di donazione è qui accanto.



Così andarono le cose qui in paese e nei dintorni nei tempi passati, più o meno remoti.



domenica 1 febbraio 2026

La Scuola elementare di Gamogna

Il sopralluogo del tecnico 
e i ricordi di una maestra

ricerca di Claudio Mercatali



L’eremo di Gamogna sorge in uno dei siti più sperduti del Comune di Marradi. La parrocchia nel primo Novecento contava quasi trecento abitanti, perché era molto estesa. Tutti boscaioli, castagnini e agricoltori nei pochi terreni fertili, dai quali si ricavava poca risorsa e molta miseria.

Il 27 febbraio 1925 venne nominato parroco don Giacomo Piazza, detto don Postumio, famoso camminatore, in grado di andare a piedi a Faenza e anche a Firenze. Don Postumio insistette tanto presso il Comune per avere una scuola decente e chiese di ristrutturare lo sgangherato locale vicino alla canonica. Così il podestà Federico Consolini mandò il tecnico comunale a fare un sopralluogo e decise di sistemarlo.


Nella relazione del tecnico si legge:

Marradi 9 marzo 1928

Dal sopralluogo fatto alla scuola di Gamogna il giorno 7 corrente ho potuto constatare che la parete interna che divide l’aula scolastica dal corridoio è formata da un tramezzo di mattoni in coltello posti a filarone che è tutto scollegato e minaccia rovina essendo costruito su un falsoe per di più riceve il continuo urto della bussola che chiude l’apertura d’accesso della scuola. Più necessita l’imbiancatura di detto vano che è in pessime condizioni e con poca luce avente una sola finestra e un’inferiata di luce limitatissima 0,70 x 110 e che non è possibile poterla ingrandire perché è posta sopra un tetto di un sotto coperto e l’architrave di detta forma il piano di gronda del tetto che copre l’aula scolastica. Per fare riparo alle suaccennate degradazioni si propone i seguenti lavori:

demolizione e ricostruzione del tramezzo divisorio di metri 2 x 3 = 6mq
Imbiancatura dell’aula pareti 5,70 + 5,70 +v 3,00 + 3,00+ 3,00 x 3 = 52,20mq
Soffitto 5,70 x 3 = 17,10mq

Per fare le suaccennate integrazioni accerto che compresa la manodopera i materiali e il trasporto da Marradi a Gamogna la spesa è di 160 lire.



Anni Quaranta  
La processione in arrivo sul sagrato.

Dopo la guerra la parrocchia di Gamogna era ancora abitata e ogni anno il Provveditorato nominava una maestra con supplenza annuale. A turno toccò a tutte le maestre di Marradi, che accettavano questa destinazione con poco entusiasmo, giusto se erano in fondo alla graduatoria.

Nel 1948 - 1949 toccò a mia mamma Emma Piazza e suo babbo Attilio la prima volta la accompagnò perché lei non sapeva neanche dov’era questo posto. Era un giorno di ottobre con una nebbia così fitta che i due videro Gamogna proprio quando erano ormai alla porta della chiesa, mentre di solito il monastero si vede da lontano.
La maestra aveva una cameretta vicino alla canonica e tornava a casa il sabato, a piedi naturalmente. Il lunedì andava un po’ meglio perché saliva lassù la carovana dei muli di Armando Sartoni, detto il Muto, che andava a caricare la legna.

Lo spopolamento fu veloce, e nel 1956 la scuola fu chiusa per mancanza di alunni.




lunedì 12 gennaio 2026

Tito Chini

L’ultimo decoratore
della famosa famiglia

Ricerca di Claudio Mercatali e altri



Tito Chini (Firenze, 1898 - Desio ,1947) è stato pittore e decoratore stile Liberty, poi di stile Déco. Era figlio di Chino, collaboratore di Galileo Chini nella manifattura Fornaci di Borgo San Lorenzo. Tito, eclettico come molti altri in famiglia, studiò alla Scuola d’Arte in Piazza Santa Croce a Firenze e si diplomò nel 1916. Nel 1925 divenne direttore artistico della Manifattura Chini quando Galileo lasciò la ditta, fino alla chiusura a causa del bombardamento aereo del 1943. Tito Chini rinnovò la produzione artistica delle Fornaci di San Lorenzo verso motivi più Art déco, ispirati a Giò Ponti e Guido Andloviz. 


E’ sepolto vestito con l'abito francescano a Palazzuolo sul Senio, paese di origine della moglie Valentina Strigelli. Il generale Guglielmo Pecori Giraldi, maresciallo d'Italia, suo superiore in guerra, lo considerava come un figlio. Ambedue erano mugellani. Il vecchio Generale chiamò il giovane Tito ad affrescare il Sacello Ossario del Pasubio, dove Giraldi volle essere sepolto. 


Borgo S.Lorenzo, Municipio, 
stanza del Sindaco.


A Borgo San Lorenzo nel 1931 progettò il Palazzo Comunale con l’arch. Lorini e lo decorò, realizzando uno dei suoi progetti più belli. Il Palazzo fu ornato da Tito con una simbologia esoterico massonica, secondo due livelli di lettura, uno palese e uno celato, per iniziati. Esso risponde anche ad ideali fascisti e tutto l’impianto evidenzia la fede in questa cultura, alla quale sia Tito Chini che Guglielmo Pecori Giraldi aderirono con convinzione.

A Borgo San Lorenzo ci sono molte sue realizzazioni.








Clicca sulle immagini
se le vuoi vedere
a tutta pagina


La Manifattura Chini era conosciuta in campo nazionale.

















A Palazzuolo c’è tanto di Tito Chini, nelle logge del Comune, nelle chiese di Santo Stefano, di Salecchio e di Mantigno.















 

C’è anche un percorso artistico a lui dedicato, illustrato in un depliant che si può avere all’ Ufficio Turistico.





















Le decorazioni del Palazzo Comunale di Borgo San Lorenzo sono state oggetto di un interessante studio di Salvina Pezzuoli che è qui di seguito.










Per ampliare nel Blog
Digita la frase in corsivo sulla casella di ricerca del Blog
19 sett. 2016 1908 Galileo Chini espone a Faenza
14 mag 2014 Palazzo Torriani