Lanfranco Raparo, Marradi

Lanfranco Raparo, Marradi

venerdì 5 febbraio 2016

Pianbaruzzoli

Il relitto che sopravvive 
a se stesso
di Silvio Mini



domenica, novembre 19, 2006

“Il rosmarino lo devi prendere così, non così”, dice Tocio, mostrando prima solo le dita racchiuse e poi tutto il pugno chiuso. “Dopo che l’hai preso, lo metti in infusione e, quando l’acqua è verdognola, ti bevi tutto. Se hai 39 di febbre, dopo venti minuti è già a 37”.





... il rosmarino lo devi prendere così ...


Tocio è uno dei figli dei fiori un po’ invecchiati che abitano a Trafossi, lungo la valle dell’ Acquacheta.
Porta scarponi da montagna, maglione grezzo, capelli lunghi e scompigliati. Il solito del “quartiere” insomma. 
E’ un po’ influenzato, ma tranquillo. Dalla sua, ha la calendula, l’aglio e il rosmarino di cui si atteggia a profondo conoscitore: “Tutto naturale, qui. Ho le mie erbe”, afferma orgoglioso una, due, tre volte.

In compagnia di Tocio, saliamo verso Pianbaruzzoli. Paolo e Stefano hanno saputo che in questi giorni c’è di nuovo Giambardo, il fondatore della comunità locale. Erano gli anni Settanta, la chiamarono “Contadini zappaterra senza padrone” e un docente universitario la descrisse come un modello sociale che poteva ripopolare i trascurati pendii appenninici della Romagna. 
All’ epoca nella comunità vi abitavano costantemente una quindicina di persone e molte altre vi facevano pellegrinaggio allucinogeno ogni fine settimana. Tutti insieme coltivavano il sogno dell’ autosufficienza. 

Il sogno non decollò mai del tutto. Alcuni dei novelli contadini mangiarono le patate che avevano seminato pochi giorni prima. Altri seminarono figli qua e là. E altri ripresero la via della civiltà per tornare a scuola, al lavoro o all’ ospedale. Alla fine rimasero in pochi.



Oggi sono in tre. Dei fondatori resta solo Jerry, ormai verso la sessantina. Come Giambardo, che oggi abita in Spagna, ma torna ancora a salutare il podere che è stata casa sua per vent’ anni. Lo sente molto suo, si vede. Fu lui a sceglierlo. 
Lo vide, assieme a Jerry e Ulisse, e piano piano, occupazione dopo occupazione, lo fece suo.


 “Allora – racconta – i processi per occupazione si vincevano. Sì eravamo nella casa del padrone!”.

Giambardo
a Pianbaruzzoli



Se oggi Giambardo è di nuovo a Pianbaruzzoli è un po’ per continuare quel sogno. L’occupazione nacque per fondare una comune e lui, oggi unico intestatario della casa, non vuole correre il rischio di lasciare in eredità la proprietà ai figli.
“So già che in casi simili ci sono stati solo dei litigi”, dice. “Faremo una fondazione, siamo qui per costituirla”. Probabilmente con le persone dentro casa. Jerry, una delle sue vecchie amanti, una figlia, una nipote, un paio di compagni di media età e un attivista del Wwf, che in tempi recenti ha salvato con la regione una delle case vicine. “Perché Pianbaruzzoli era un villaggio – spiega Giambardo – ci stavano 60 persone, di tre o quattro famiglie. Oh, ma litigavano sempre! Quel pezzo di terra è mio, quello è tuo, lì ci pascola il mio porco, qua le tue pecore”.

A Pianbaruzzoli abbiamo mangiato un piatto di pastasciutta con il ragù di salsiccia, funghi “orecchioni” saltati in padella e un po’ di stufato di patate e salsicce. Poi siamo saliti a vedere i piani superiori: fino al quarto, altissimo, a più di otto metri da terra. 
“Wey, ma è bella solida sta casa, eh”, ci dice Giambardo. “C’ha un muro qui e un muro qui che la tengono su. E poi gli abbiamo rifatto il tetto qui: è tutto nuovo. E poi l’abbiamo coperta di armature e l’abbiamo stuccata tutta. Oh, perché adesso non piove più, ma prima, dio bono, ma prima pioveva per un mese che ti sbatteva l’acqua sul muro e qui in basso si era allagato tutto”.



Questa sera Giambardo sarebbe già andato via. 
Lui tornava indietro dalla parte alta, su dall’ eremo. Noi invece siamo discesi giù verso l’ Acquacheta. Lì dove c’è il salto della cascata. Ne ha scritto Dante e ne parlano un po’ tutti. Ma è dall’ altra parte del fiume, dove la storia è andata avanti. Sulle pendici nord, da Pianbaruzzoli, invece, il mondo si è fermato.

“E’ un relitto che sopravvive a se stesso”, ha concluso Paolo.



    Pianbaruzzoli, 

estate 2013





Fonte: blog Cronache fra due mondi vissuti a metà
per gentile concessione di Silvio Mini (in questa foto).



domenica 31 gennaio 2016

La famiglia di Vocusia


Una lapide Romana 
a S.Martino in Gattara
Da una ricerca della dr.ssa Francesca Cenerini



Chi era Vocusia Pacata?
E' semplice: lei e Caio Primo Vocusio, erano i genitori di Vocusio Mansueto. Tutti e tre abitavano nella zona che ora si chiama S.Martino in Gattara e vissero ai tempi dell' Impero Romano, una ventina di secoli orsono. Sappiamo di loro da una lapide, che Mansueto fece scolpire per la tomba dei suoi.





La lapide oggi è fissa al muro nella chiesa di quel paesino e il ricordo della gente dice che fu trovata all' inizio del Novecento, spezzata, nei pressi della chiesa. Meno male perché dai due pezzi separati non si leggono i nomi.

La chiesa di S.Martino




La storia ce la racconta per bene l'archeologa Francesca Cenerini, dell' Università di Bologna, che a suo tempo studiò la vicenda ...

Chi erano i Vocusi?
Per l’occhio dell’ archeologa la lapide è chiara:
C(caius) L(libertus) Vocusius e sua moglie erano schiavi liberti, cioè liberati. Per il diritto romano il loro figlio Mansueto, liberto anch’esso, era un libero cittadino.






Secondo la regola generale delle epigrafi, l’ultimo che compare nelle lapidi (Mansueto) è quello che la commissiona e la dedica.
Dunque il figlio fece scolpire la lapide a memoria dei genitori Caio Primo e Vocusia.
La fattura della lapide, la grafica e le modalità dell’ incisione fanno ritenere che sia di Età Augustèa, cioè del periodo in cui visse Cristo.



Clicca sulle immagini
per avere una comoda lettura








Dai ritrovamenti di altri reperti nell’ appennino romagnolo sappiamo che in questo periodo nelle valli della nostra zona furono assegnate tante terre, con l'estensione massima di circa 200 iugeri per famiglia (4 iugeri fanno un ettaro, ossia un quadrato di cento metri di lato).
Era una riforma di Augusto, che voleva inserire nella società romana gli schiavi meritevoli, affrancandoli e assegnando loro delle terre, secondo il motto Vir bonus colendi peritus (l’uomo buono è esperto di cose da coltivare).







Mettendo insieme tutte queste notizie si può supporre che i Vocusi, plebei liberti, ebbero assegnato un podere di 40 - 50 ettari a S.Martino in Gattara.
E' possibile che la forma estesa del loro "cognome" fosse vox usi, ossia socievoli, discorsivi.
Il figlio era soprannominato mansueto, sua madre pacata, e quindi pare che i loro compaesani li considerassero persone calme, con le quali si può discutere e ragionare.
Probabilmente se la passavano bene, altrimenti il figlio non avrebbe avuto i soldi per far scolpire una pietra tombale per i suoi.






 


Fonte: Da un articolo della archeologa
Francesca Cenerini, impaginato da Claudio Mercatali.



martedì 26 gennaio 2016

1916 - 1917 L'attività dell'Ospedale di Marradi

Gli anni della Prima Guerra Mondiale
ricerca di Claudio Mercatali


Marradi, Foro Boario (1917)
(da Tarabusi)



Negli anni 1815 - 1918 il paese di Marradi fu profondamente coinvolto nella Prima Guerra Mondiale. Più di mille marradesi furono chiamati alle armi in diverse riprese e più di trecento non fecero ritorno. Il territorio del Comune divenne sede di addestramento per le truppe da mandare al fronte e arrivavano e partivano continuamente delle lunghe colonne di soldati.



Il punto di raduno principale era al Foro Boario, cioè accanto all' Ospedale S.Francesco, dove nel 1926 venne costruito il Monumento ai Caduti.

Alla fine del 1916 l'afflusso dei militari raggiunse il massimo e rimase alto per tutto il 1917. Ne parla anche Dino Campana in alcune lettere scritte a Emilio Cecchi, un letterato di Firenze con il quale era in corrispondenza.
Il poeta era amareggiato perché non era stato arruolato e scrisse così:

" ...  Ci sono soldati qua, e sento suonare la tromba e sento che io non partirò mai. Inchiodato all' infamia io povero infelice che scrissi un anno fa, tutto è perduto fuorché l'onore ... Nulla mi resta ...".


Sopra: Una colonna di soldati marcia a Marradi 
di fronte alla casa di Dino Campana (1917)


L'Ospedale era in piena attività, e oltre agli usuali ricoveri dei marradesi provvedeva anche all' assistenza dei soldati. Nell' archivio storico ci sono diversi registri con le schede di ricovero e le diagnosi. Di che cosa avevano bisogno tutti questi soldati?
Di essere curati per le ferite no, perché dovevano ancora andare al fronte. Le cartelle parlano di malaria, artrite, difterite, sifilide, tutte malattie che avevano già prima di essere richiamati e sono tipiche della gente che ha fatto lavori pesanti o ha vissuto in povertà in zone malsane.


Un elenco di soldati ricoverati nell'ospedale di Marradi (1916)

  


Come si vede dal Mandato di Entrata qui accanto, una parte di loro veniva dagli ospedali di Firenze, che pagavano una retta all' Ospedale di Marradi perché provvedesse. 

Provvedesse a che?
Il ricovero medio era di una o due settimane, un tempo insufficiente per curare le malattie dette prima e quindi in pratica questa gente veniva rimessa in piedi in qualche modo e spedita al fronte.

Insomma questa è l'ennesima dimostrazione che in prima linea venivano spediti più facilmente i poveracci e i cittadini di serie B. 








La Prima guerra mondiale fu una tragedia che non si era mai vista nella storia. 
Alla fine del 1916 il presidente americano Wilson tentò un mediazione 
per mettere fine al massacro. Ne parlarono tutti i giornali ma il tentativo fallì.


 


Che farmaci comprò l' ospedale in quegli anni? 
Dai ricettari sappiamo che nel giugno 1917, oltre alle solite medicine, furono acquistate 24 fiale di stricnina e adrenalina, 24 fiale di taurina e 3,80g di solfato di eroina da ognuna delle due farmacie di Marradi. 

Dai documenti d' archivio risulta che gli acquisti avvenivano da tempo e continuarono anche negli anni successivi, però nel 1917 e 1918 le quantità furono maggiori.


L'eroina era in libera vendita dal 1899, perché non si era ancora capito che provocava dipendenza. 
E' probabile che questi farmaci fossero somministrati anche ai soldati più depressi e passivi, per sollecitali, esaltarli e stimolare la prontezza a eseguire gli ordini senza pensare troppo.
Non era certo un' iniziativa dei medici dell' ospedale, che non avevano l'autorità e la motivazione per farlo e forse la richiesta veniva dalle autorità militari alle quali bisognava obbedire, dati i tempi.






La stricnina  (da Sapere)
Il solfato e il nitrato di stricnina sono solidi cristallini bianchi solubili in acqua, amari e tossici. Con dosi alte i riflessi sono esaltati, e al più piccolo stimolo l'individuo risponde con contrazioni muscolari intense.

L'adrenalina  (da Wikipedia)
E' il cosiddetto "ormone dello stress" che fa stare vigili e annulla il sonno. L'adrenalina è coinvolta nella reazione "combatti o fuggi" (fight or flight) cioè predispone all'azione di fronte a un pericolo. Provoca la dilatazione dei bronchi, l'aumento della frequenza cardiaca e del flusso sanguigno verso i muscoli, il fegato, il cervello e aumento della  glicemia.

La Taurina (da Wikipedia) è una sostanza sintetizzata nella seconda metà dell'Ottocento da due chimici tedeschi che la ricavarono dalla bile dei tori. E' un ingrediente della bibita Red Bull e di altre bevande energetiche. Da alcuni studi risulta che è efficace nell'aumentare la resistenza muscolare e lo stato di veglia.

L'Efedrina (da mypersonaltrainer.it)
"Produce una sensazione piacevole di benessere ed energia, che pervade tutto il corpo..." dicevano i primi utilizzatori. Si ricavava dall' Ephedra sinica, una varietà di edera. Il suo effetto è simile a quello della caffeina e inoltre inibisce l'appetito.
L'eroina  (dal Dizionario enciclopedico UTET)
Fu sintetizzata nel 1897 da Felix Hoffmann, un chimico della Bayer. Era usata per la tubercolosi e nelle patologie respiratorie. L'impiego terapeutico si estese ai disturbi neurologici, ginecologici o a semplici dolori. Per quanto ne sappiamo oggi, non c'è dubbio che facesse effetto per ognuno di questi mali, però ...

I ricettari della farmacia Baldesi di Marradi sono molto chiari sulle modalità di somministrazione dell' eroina per uso medico. Non era certo usata in polvere: i ricettari dicono che quasi ogni settimana questa farmacia vendeva all' ospedale 120 centigrammi (1,20g) di eroina in acqua distillata allo 0,08 - 0,10% cioè molto diluita con l'aggiunta di un po' di alchermes per renderla gradevole. Un po' quanto?

Il farmacista Ubaldo Baldesi era pignolo nelle sue cose e questo ora ci fa comodo: nelle sue preparazioni consiglia di somministrare la soluzione a cucchiaini. Evidentemente si era accorto di alcuni degli effetti di questa "medicina".

 

A fianco: dal ricettario
della farmacia Baldesi

... eroina centigrammi dieci
acqua distillata gr 120
alchermes gr 30
(a cucchiaini)


Oggi sappiamo che l'eroina è una droga anche in queste quantità minime. Dopo un'ora l'effetto è massimo: si ha una sensazione di pace, i dolori si attenuano e si prova un senso di piacere, misto ad esaltazione interiore. Ogni problema tende ad essere dimenticato.

Perché meravigliarsi che gli eccitanti venissero probabilmente somministrati anche ai soldati?

I Romani somministravano sostanze stimolanti ai gladiatori. I vikinghi facevano uso di un estratto dell' Amanita muscaria, un fungo velenoso e allucinogeno. In Cina si usavano estratti di edera (Efedrina) e in Sud America gli Indios masticavano foglie di coca.
Del resto durante la guerra una battuta in voga fra i soldati diceva che "i migliori alleati dell' Esercito Italiano sono la grappa e il vino".


 Confezione di eroina Bayer,
per uso ospedaliero.
Primi anni del Novecento.


Fonte: Archivio storico dell'Ospedale S.Francesco