Lanfranco Raparo, Marradi

Lanfranco Raparo, Marradi

venerdì 30 giugno 2023

L'Artemisia Absinthium

L'ingrediente più importante
del liquore tanto amato dagli artisti 
di fine '800

ricerca di Claudio Mercatali 




L'Artemisia Absinthium è una pianta che ha fatto discutere per più di un secolo, perché è il componente di base dell' Assenzio, un super alcolico con effetti euforizzanti. La pianta si trova anche nella nostra zona ma è rara. A scanso di equivoci è bene chiarire che con essa si prepara l'Assenzio solo per distillazione assieme a una varietà di foglie e fiori officinali, come fece la Ditta Pernod che lo mise in commercio su scala industriale. I tentativi di farlo in casa sono destinati al paciugo, all' intruglio e dunque all' insuccesso.



L’assenzio è una specie di droga? E' un distillato con 50° e anche di più, derivato dai fiori e dalle foglie di Artemisia, Melissa, Issopo, Dittamo e altre, aromatizzato all’ anice. Fu creato da Pierre Ordinaire, un medico francese rifugiato in Svizzera nel 1792 per sfuggire alla Rivoluzione francese, e a suo dire era un toccasana. Poi la ricetta brevettata venne ceduta alla ditta Edouard Pernod, che lo commercializzò in gran quantità.



Il liquore era di moda nella seconda metà dell' Ottocento negli ambienti degli artisti parigini. In seguito il suo uso si estese a chi poteva permettersi un passaggio ai Caffé cittadini con gli amici, verso sera dalle 17 alle 19 a sorseggiare la Fée verte (la fata verde) nome derivato dal colore del liquore.

Il vero assenzio, come questo, contiene l’artemisia. Dicono che faccia marcire il cervello, ma io non lo credo. Fa solo deviare i pensieri. La regola è di versarci dentro lentamente l’acqua, a gocce, ma io ho versato il liquore nell’acqua.
(Ernest Hemingway, Per chi suona la campana)

La storia della pianta, dell'invenzione del liquore e del suo uso è ben descritta in questo articolo di Laura Francolini, esperta in questo argomento e dunque non ci rimane che leggerlo per essere edotti dei fatti:


Niente di più poetico
di Laura Francolini

"Un bicchiere d'assenzio, non c'è niente di più poetico al mondo. Che differenza c'è tra un bicchiere di assenzio e un tramonto? Il primo stadio è quello del bevitore normale, il secondo quello in cui cominciate a vedere cose mostruose e crudeli ma, se perseverate, arriverete al terzo livello, quello in cui vedete le cose che volete, cose strane e meravigliose".     Oscar Wilde

Storia antica e travagliata, quella del legame fra il genere umano e l'Artemisia absinthium. Il suo gusto amarissimo le ha regalato nel tempo la nomea di pianta maledetta. Le prime maldicenze su questo arbusto si incontrano nella Bibbia. Plinio il Vecchio, nel I secolo d.C., racconta che i campioni nelle corse delle bighe bevevano una tazza di vino con foglie di assenzio per non dimenticare il lato amaro della gloria. Nei secoli seguenti l'attenzione verso questa specie fu legata anche al suo impiego esoterico. Si diceva che portare un rametto nella bisaccia attenuasse la fatica del viaggio, scacciasse i demoni e il malocchio.

A fine '700 un medico francese creò un tonico, miscelando erbe delle valli svizzere ed alcol e i suoi eredi avviarono la produzione.


Inizialmente la distilleria Pernod produsse un elisir medicinale così credibile da essere adottato dall’esercito francese. I soldati, inviati in Algeria durante le spedizioni coloniali, curavano la dissenteria diluendo una dose di Absinthe in acqua, credendo inoltre di disinfettare così le acque malsane.
L’abitudine di bere questa bevanda ne fece conoscere gli effetti inebrianti, ed al rientro delle truppe in patria la diffusione fu rapida. La sorte di questa bevanda fu segnata da un altro evento: la filossera. Questo parassita colpì le radici della Vitis vinifera e distrusse quasi tutti i vigneti d'Europa. mentre si cercava una soluzione, trovata poi nell’innesto della vite europea sulla americana, immune alla filossera, molte distillerie avviarono la produzione di liquori chiamati Absinthe e mescolarono nel loro liquore solfato di rame ed alcol di grano.
L'assenzio così prodotto, anche se tossico, divenne un economico surrogato del vino o dei liquori per le classi più povere. L'assenzio prodotto dalla Pernod rimase destinato al ceto benestante, ed il suo uso come aperitivo si diffuse in tutta Europa.


La metà del XIX secolo segna l'età dell' oro per l'assenzio, e nacquero i riti per la somministrazione e le leggende sui suoi effetti. I grandi artisti dell' epoca, frequentatori assidui del sottobosco culturale parigino, si innamorarono di questa bevanda e contribuirono alla sua diffusione. Baudelaire, Rimbaud, Degas, manet, Van Gogh, Verlaine, Wilde, Lautrec... tutti stregati dalla Fée Verte (fata verde). 


A fine '800 il governo francese avviò una serie di campagne di informazione, individuando nell'assenzio la principale causa dell' alcolismo e del degrado morale ad esso legato. Nel 1914 la Francia proibì la produzione e la vendita dell'assenzio e nel 1939 anche l'Italia seguì il suo esempio, non prima che il signor Rossi di Montelera brevettasse il suo famoso Vermuth Martini. 

Un manifesto svizzero del 1910 che reclamizza il divieto di commerciare l'Assenzio nella Confederazione Elvetica.



L'Artemisia è uno degli aromatizzanti del vino di lusso italiano di nome Vermut.





Il nome russo dell' assenzio, guarda caso, è Chernobyl: la citazione biblica nell' Apocalisse è stata ricordata dopo la nota tragedia nucleare, rinnovando il mito di una pianta maledetta.                                                     

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Com'è fatta l'Artemisia? E una pianta a cespuglio, verde chiaro, alta e larga almeno un metro, di portamento arbustivo, come si vede qui accanto. Quando era piccola l'ho scansata per caso con il decespugliatore, perché mi era parsa diversa dalle altre e di bell' aspetto. Poi un amico botanico  l'ha vista e ha puntato il dito da lontano: "quella è l'Artemisia Absinthium! E' rara qui da noi, tienila di conto". 



Fonti


Laura Francolini, esperta in grafica, consulente in comunicazione ambientale, gastronoma, viaggiatrice. Mizio Ferraris, botanico, divulgatore scientifico, esperto in educazione ambientale, scrittore, viaggiatore.


sabato 24 giugno 2023

Saluti da Crespino sul Lamone

Una raccolta di vecchie cartoline
ricerca di Claudio Mercatali



Ci sono molte cartoline vecchie di Crespino. E' chiaro che diversi crespinesi presero l'iniziativa di stamparle: il Ristotante La Ginestra, la tabaccheria di Cesarino, il bar e forse qualche associazione. Il paese fu rappresentato in ogni suo scorcio, e spesso nelle cartoline compare la scritta "saluti da".






L'idea di pubblicare delle cartoline con i saluti cominciò presto. Questa è una cartolina spedita nel 1907. Inquadra il ponte di ferro (ora è di cemento). Il fotografo per un migliore effetto aspettò il passaggio del treno, che allora era una novità qui.






Il paese sorse nel medioevo attorno a un monastero vallombrosano dell'anno Mille, uno dei più antichi della zona.



E' noto anche per la cascata di Valbura, citata dagli storici e rappresentata nelle stampe del Settecento.









La Ginestra era un ristorante all'inizio della strada che porta alla chiesa, meta di tanti buongustai soprattutto per i tortelli.


Assieme a Casaglia è stato meta di tanti trekking e tuttora i suoi sentieri sono abbastanza trafficati.




Clicca sulle immagini
se le vuoi ingrandire



In queste foto del 1955 si vede il ponte della ferrovia in costruzione. In origine era di ferro ma fu minato dai Tedeschi e ricostruito in cemento armato.













domenica 18 giugno 2023

Campana, Orazio e Bel Ami

ovvero Marradi 
angolo che ride

Leonardo Chiari



Quando pensiamo al rapporto tra Dino Campana e Marradi, il suo paese d’origine, ci viene subito in mente qualche parola come “difficile” o “conflittuale”; per non dir di peggio. Può anche darsi che l’idea di un Campana odiato dal suo paese che lo chiamava “e màt” e gli tirava i sassi sia un po’ esasperata; magari enfatizzata da quei giornalisti, in primo luogo Sebastiano Vassalli, che a Marradi, sulle tracce del poeta, non si erano poi trovati così bene; e per ripicca spararono sui marradesi. 

È innegabile, tuttavia, che il rapporto tra Campana e il suo paese natale sia, quantomeno, “difficile”: è lui stesso a dircelo. Certo non è facile capire in cosa consistesse, esattamente, questa difficoltà di rapporti (anche i biografi tentennano). 

Per esempio bisogna ricordare i 44 sottoscrittori che aiutarono il poeta a far pubblicare il suo capolavoro, i Canti Orfici, proprio a Marradi, nel 1914. E i marradesi presenti nei Canti Orfici? C’è «Catrina» (romagnolo per “Caterina”), una fanciulla di Campigno, contadina, che seduce la fantasia di Campana che la paragona a una specie di madonna di Dante e dello Stilnovo. C’è la «bona gente» di Orticaia (Gamberaldi) che lo accoglie, pare, dolcemente al termine del suo pellegrinaggio a La Verna. Ma siamo pur sempre nei confini, nelle frazioni, come Campigno e Gamberaldi; degli abitanti di Marradi “centro” non si parla; oppure se ne parla, nelle lettere, ma di certo non in modo edificante: ad esempio, è lo stesso poeta a dirci che quella famigerata dedica a «Guglielmo II Imperatore dei Germani» la aggiunse nei Canti Orfici per «far dispetto al farmacista al Sindaco all’arciprete».

Date queste premesse, sembrerebbe che il poeta di Marradi non amasse particolarmente il suo paese. Eppure quando parla di Marradi, come ne La Verna, Marradi (Antica volta. Specchio velato), tutto è ridente, ride tutto: «Il mattino arride sulle cime dei monti» (un verso rifatto forse sulla traduzione di uno del Romeo e Giulietta di Shakespeare: «il mattino sulla cima dei bruni monti sorride»); il Castellone ride; stando a un’altra versione, si legge: «Il vecchio castello che ride sereno sull’alto»; il campanile di Marradi ride: «Una cupola rossa ride lontana con il suo leone»… insomma: a Marradi ride tutto; o meglio ridono gli elementi naturali e architettonici. Si obietterà che in questo ritratto di Marradi si fornisce una veduta aerea, dall’alto, cioè non si scende in paese, e soprattutto non vi sono i marradesi, a parte una «Venere», chissà chi è, che «passa in barroccio accoccolata per la strada conventuale».


Marradi


Il vecchio castello che ride sereno sull’alto
La valle canora dove si snoda l’azzurro fiume
Che rotto e muggente a tratti canta epopea
E sereno riposa in larghi specchi d’azzurro:
Vita e sogno che in fondo alla mistica valle
Agitate l’anima dei secoli passati:
Ora per voi la speranza
Nell’aria ininterrottamente
Sopra l’ombra del bosco che la annega
Sale in lontano appello
Insaziabilmente
Batte al mio cuor che trema di vertigine.



Marradi
(Antica volta. Specchio velato)

Il mattino arride sulle cime dei monti. In alto sulle cuspidi di un triangolo desolato si illumina il castello, più alto e più lontano. Venere passa in barroccio accoccolata per la strada conventuale. Il fiume si snoda per la valle: rotto e muggente a tratti canta e riposa in larghi specchi d’azzurro: e più veloce trascorre le mura nere (una cupola rossa ride lontana con il suo leone) e i campanili si affollano e nel nereggiare inquieto dei tetti al sole una lunga veranda che ha messo un commento variopinto di archi!



Quello che voglio sostenere, però, è che l’immagine di Marradi che ride viene proprio da un marradese, che noi di Marradi conosciamo bene: Anacleto Francini, che di “riso” se ne intendeva. Commediografo, showman, giornalista, paroliere, autore della canzone Creola, Anacleto Francini, in arte “Bel Ami”, è stato un amico di Campana, tanto che quest’ultimo, in una lettera del 1915, lo raccomanda a Papini. Il poeta aveva persino recitato, nel Teatro Animosi, in ben due commedie di Bel Ami.

Ebbene, il 1° Aprile 1906 Anacleto Francini aveva pubblicato, sul Corriere della Romagna Toscana, una lunga poesia intitolata Marradi. Si tratta di un componimento di 48 versi, in strofe saffiche (3 endecasillabi e 1 quinario), di gusto carducciano (viene in mente Piemonte di Carducci).



Marradi

Ille terrarum mihi praeter omnes Angulus ridet…Hor.
(Quell’angolo di terra pù di ogni altro mi sorride … Orazio)


Da l’onda, specchio nobile di gelsi,che si dissolve in cascatelle argute,
emergon, ricchi di vigneti, i colli
del mio paese.

Fumano ne la stanca opra dïurna,
pei maggesi odorati di ginestra
i bianchi bovi; un fioco scampanìo
giunge col vento.

E van le chiostre dei selvaggi monti

via digradando in fosche lontananze,
e l’ardue schiene curvano a la furia
degli aquiloni

che esercitano i tuoi ruderi informi,
vecchio castello, su cui tanta il tempo
ala distese, pallido fantasma
di medio evo.

Ma tu ricordi quando alle Scalelle,
fiero insorgendo al mercenario insulto,
da le sudate glebe erse la fronte
il montanaro,

e a mezzo solco abbandonato il curvo
aratro, in lancia trasmutò la marra,
e il castaneo flaüto silvestre
in oricalco.

Scagliò agli eccelsi vertici il solenne
vindice grido, e le vendute schiere
el Conte Lando attese al varco,
come tigre in agguato.

Allor si franse a l’improvviso assalto
l’ira de l’empie torme e la baldanza,
e giacque: un raggio livido di sole
come uno scherno

illuminò le fuggitive terga
fra’l tuon de’ tronchi e de’ macigni immani,
come valanghe, ne le valli fonde
precipitanti.

Or quei monti una mite aura di pace
recinge, e i campi ove biondeggia il giugno;
ne la gloria del sole aureo sorride
Cerere amica,

lieta pei boschi e l’ubertose valli,
tra l’ondeggiar de’ clivi e dei frumenti,
e i verdi paschi, e i placidi meandri
del mio Lamone;

e nei solcati colli ove la spica
cresce nudrita dal sudore umano,
palpita eterno il canto de la vita
e del lavoro.


Il cuore della poesia (vv. 17-36) è dedicato alla celebre battaglia delle Scalelle, quando i contadini marradesi, il 25 luglio 1358, sconfissero il Conte Lando e le sue schiere di mercenari. Anacleto Francini si rivolge, in un bellissimo endecasillabo, direttamente al “Castellone”: «Ma tu ricordi quando alle Scalelle…» (v.17). Ed ecco, nel racconto della battaglia, lo stile s’innalza, sfiorando le vette dell’epica. C’è anche, incastonato nei versi, un accenno all’origine del nome “Marradi”, che probabilmente viene da “marra”, cioè una piccola zappa con ferro triangolare: «in lancia trasmutò la marra» (v. 22): il soggetto è il montanaro che trasforma la sua zappa in una lancia da scagliare in testa al Conte Lando. Inoltre, subito dopo, c’è un richiamo a un altro emblema di Marradi, il castagno: questa volta è il «castaneo flaüto silvestre», con cui i contadini marradesi si trastullavano bucolicamente, a essere tramutato in strumento bellico, l’«oricalco», cioè la tromba di guerra.

Ma torniamo a Marradi che ride. Vi sono diversi indizi che Campana conoscesse questo componimento. Senza entrare troppo nei tecnicismi, Marradi di Francini si apre con l’immagine dell’acqua - specchio, un’ immagine che è anche in Marradi (Antica volta. Specchio velato) di Campana. Francini chiama il Castellone: «Vecchio castello»; e così fa anche Campana quando scrive, nei suoi appunti del Quaderno, «Il vecchio castello che ride sereno sull’alto». In Francini c’è «ne la gloria del sole aureo sorride Cerere amica» (Cerere è la dea dei campi) e in Campana: «traspare il sorriso di Cerere bionda» (siamo nel diario de La Verna). Entrambe le «Cerere» dei due poeti sorridono. Per la verità, vi sono tanti altri dati che fanno sospettare che Campana, almeno quando scriveva di Marradi, avesse in mente proprio la poesia Marradi dell’amico Anacleto Francini; ma per ora fermiamoci qui.


Vorrei invece attirare l’attenzione su un altro dettaglio. Intanto vale la pena ricordare che «il vecchio castello» e la «cupola rossa» di Campana ridono anche perché hanno una porta (un arco, una volta) che nel poeta suggeriscono l’immagine di un volto sorridente. Ma c’è un dettaglio interessante, dicevo, nella poesia di Bel Ami. In epigrafe, sotto il titolo Marradi, si legge infatti una citazione del poeta latino Orazio: «Ille terrarum mihi praeter omnes / Angulus ridet…» (Odi, II, 6, vv. 13.14) che in italiano si può tradurre con “quell’angolo di terra mi sorride più di qualunque altro”. Anche qui c’è il riso. Orazio parlava delle colline vicino a Taranto; Anacleto Francini, Bel Ami, che cita Orazio, parlava, chiaramente, di Marradi. In realtà la locuzione di Orazio «Angulus ridet» era già al tempo di Francini quasi proverbiale per denotare un luogo appartato, naturale, lontano dal caos cittadino, che ride, cioè rende felici (per chi sa goderselo). Marradi era questo per Bel Ami. Sarà stato così anche per il suo amico Campana?