Lanfranco Raparo, Marradi

Lanfranco Raparo, Marradi

martedì 22 settembre 2020

Dino Campana all'Università di Bologna

In giro per la città,
in un giorno di sconforto
ricerca di Claudio Mercatali

L'Istituto Ciamician,
sede della Facoltà di Chimica


Questa è la descrizione di una giornata nera dell' inverno 1912, vissuta a Bologna da Dino Campana, allora studente di chimica all' Università. Il poeta gira per il centro cittadino, nervoso e insoddisfatto, e descrive cose e persone. I vari momenti della giornata non sono in successione cronologica e forse il poeta mescola sensazioni e immagini di un tempo più lungo. La prosa qui di seguito è la prima stesura di quella che nei Canti Orfici sarà "La giornata di un nevrastenico" e che nella versione provvisoria che stiamo per leggere ancora non ha un titolo. Perché prendere questa bozza e non la stesura definitiva? Questo interrogativo se lo pose Federico Ravagli che per primo pubblicò il brano nel Fascicolo Marradese e si chiese:

"Siam noi i colpevoli, gli spregiudicati, i profanatori che nella illusione di meglio apprezzare l'opera di uno scrittore andiamo a rovistare magari fra i detriti e le scorie del suo travaglio interiore; noi che interroghiamo carte e documenti, dove l'anima è messa a nudo, col suo umano fardello di colpe di aberrazioni, di miserie ...".

 La stazione di Bologna

La prosa è bella, diretta, durissima, più della versione definitiva. Leggiamo:







"La vecchia città dotta e sacerdotale era avvolta di nebbie nel pomeriggio invernale. I colli trasparivano più lontani sulla pianura percossa di strepiti. Si vedeva vicino in uno scorcio falso di luce plumbea lo scalo delle merci. Lungo la strada di circonvallazione passavano sfumate figure femminili, copiosamente avvolte di pelliccie, i cappelli romantici copiosamente ornati, passavano a piccole scosse automatiche, rialzando la gorgiera carnosa come volatili di bassa corte. Dei colpi sordi, dei fischi, dallo scalo continuavano ad accentuare la monotonia diffusa nell’aria e il vapore si confondeva colla nebbia. I fili pendevano e si riappendevano ai grappoli di campanelle dei pali telegrafici che si susseguivano automaticamente.

... lungo la strada di circonvallazione passavano sfumate figure femminili ...

Porta Galliera

Dalla breccia dei bastioni rossi corrosi, nella nebbia si aprono le lunghe vie silenziose deserte. Il malvagio vapore della nebbia intristisce tra i palazzi velando la cima delle torri, le lunghe vie silenziose come dopo il saccheggio. Traversano la via saltellando delle "ragazzole" artificiosamente avvolte nella sciarpa e la rendono più vuota ancora. Come mai si vedono tante donne per questo cimitero?
Mi chiedo e mi sembrano tanti piccoli animali saltellanti, tutte uguali, tutte nere, che vadano a covare in un lungo letargo un loro malefico sogno.


Studentesse nel laboratorio di chimica



Numerose le studentesse sotto i portici. Si vede subito che siamo in un centro di cultura. Parlano e cercano di sorridere a fior di labbra. A tre a tre formano il corteo pallido e interessante delle grazie moderne. Vanno (ore 11) a lezione da un celebre professore che ha scoperto la cadaverina (acido ossi b caprin capronicone). Sorrisi, aria di mistero. Ce n'è una che per novità atteggia la bocca a un riso mefistofelico: ah! il riso mefistofelico della signorina intellettuale! Entrano sospirando ne’ l'Università.
(Dal caffè) E’passata la Russa. La piaga delle sue labbra ardeva nel suo viso pallido. E’venuta è passata portando il fiore e la piaga delle sue labbra. Con un passo elegante, troppo semplice e troppo conscio è passata. La neve seguita a cadere e si scioglie indifferente nel fango della via.

Via Orefici

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La sartina e l’avvocato ridono e chiacchierano. I cocchieri imbacuccati tirano fuori la testa dal bavero come bestie stupite. Tutto mi è indifferente. Non mai come in questa giornata risalta il grigio monotono e sporco della città. Tutto fonde come la neve in questo pantano: e in fondo sento che è dolce questo dileguarsi di tutto quello che ci ha fatto soffrire. Tanto più dolce che presto la neve si stenderà ineluttabilmente in un lenzuolo bianco e allora potremo riposare in sogni bianchi ancora.

C’è uno specchio avanti a me e l’orologio batte: la luce mi giunge dai portici a traverso le cortine della vetrata. Scrivo.



Notte. Passeggiata deserta sotto l'incubo dei portici. Goccie e goccie e goccie di luce sanguigna. Fuori cade la neve. Sento veramente la dolcezza dei seppelliti. Scompaio in un vico e dall'ombra un'ombra sotto un lampione s'imbianca. Ha le labbra rosse. A te a te che vuoi dall'ombra mostrarmi l'infame cadavere di Ofelia.

Tristezza acuta. Epilogo. Mi ferma il mio antico compagno di scuola, già allora bravissimo ora di già in belle lettere guercio professor purulento che mi confessa guardandomi con un sorriso lercio e mi dice potresti provare a mandare qualcosa all’Amore Illustrato.

Sopraggiunge lo sciame aereoplanante delle signorine intellettuali che ride e fa glu glu mostrando i denti che sembra in caccia dei nemici della scienza e della cultura, (diplomabili diplomabili professionali) che va a frangersi ai piedi della cattedra dove un illustre somiero ramperà col suo carico di nera scienza catalogale. Poi ho incontrato uno del mio paese e riodo le grida degli sciacalli urlanti che mi attendono ancora lassù. (Udiste voi nell'ora della terribile angoscia la folla gridare barabba barabba; vedeste barabba guardare su voi con lo stesso disprezzo del vostro segretario comunale?). Veramente non posso suicidarmi senza essere vigliacco. E poi oramai ...

Finale.  Sull'uscio di casa rivolgo il consueto sguardo d'addio al classico baffuto colossale emissario della polizia nazionale incaricato della mia sorveglianza (e il mio pensiero va a te venerato professore e senatore che credo ci hai lo zampino) non che agli assistenti. (Non che a Giuda, il mio migliore amico impiegato all'Università!)".
Ah! i diritti della vecchiezza! Ah! quanti maramaldi!

La caricatura di un "polismano",
la guardia, in bolognese


Federico Ravagli conclude: "Così ha fine la penosa avventura di una giornata di esaltazione e di follia. Numerosi personaggi visti, o appena intravisti, animano la scena dei Canti Orfici: qui si aggiungono figurine e figurette, appena abbozzate e fuggevoli, che son, purtroppo, creature non già dell'arte, ma della psicopatia. Così, a quelle battute meditate e squillanti, s'uniscono queste note sorde, questi accenti d'angoscia, buttati giù senza preoccupazioni letterarie, malati d'incubo, inquinati di sospetto, quasi grido dell'anima esacerbata".

Fonte: da Federico Ravagli, Fascicolo Marradese, Firenze,
Giunti Bemporad Marzocco 1972

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