Lanfranco Raparo, Marradi

Lanfranco Raparo, Marradi

sabato 28 dicembre 2024

Il cielo di dicembre 2024

Lilith, la Luna nera e le sette
stelle invernali più brillanti

Ricerca di Claudio Mercatali


Il bel simbolo della
Luna nera

La Luna può avere diversi colori, reali o di fantasia. C’è una Luna cinerea durante le eclissi, una Luna rossa per diffusione della luce solare e una Luna blu (o Blue moon) che è la seconda luna piena del mese, se ce ne sono due anziché una sola come di norma. C’è anche una immaginaria Luna nera, la seconda Luna nuova in un mese.





Quando sarà la prossima? 
Il 30 dicembre 2024 ci sarà la Luna nuova, la seconda del mese perché la prima è stata il giorno uno. Non è un fatto astronomico ma una semplice circostanza di calendario perché quando la Luna nuova cade all’inizio di un mese c’è tempo per una seconda lunazione alla fine, visto che un mese lunare è di 29,5 giorni. Dunque ogni mese dell’anno può avere due lune nuove, escluso febbraio.



Ogni quanto si ripete? 
Siccome un mese lunare dura 29,5 giorni e un mese solare è più lungo, la Luna ritarda la sua fase di poco più di un giorno ogni mese. Quindi si ripeterà fra 32 mesi, nel giugno 2026. Quella precedente fu 32 mesi fa, nell’aprile 2022 (c’è un articolo nel blog).



Che cosa ce ne importa se non si vede?
Nelle antiche tradizioni ebraiche la Luna Nera si chiamava Lilith, nome di una compagna di Adamo prima di Eva. Anche lei cercò di imporsi ma non ci riuscì, lo maledì e lo lasciò. Il pittore Filippino Lippi agli inizi del Cinquecento la rappresentò nella chiesa di Santa Maria Novella, a Firenze, come un serpente con la testa di donna, avvolto all'albero della Conoscenza del bene e del male mentre offre un frutto ad Adamo, che però stavolta non lo prese. Nei secoli successivi altri pittori raffigurarono Lilith come libidinosa e ammaliatrice in quadri molto belli ma ingiusti nei confronti delle donne e in fondo anche dei serpenti.

E nell'astrologia?
Lilith dilata abbastanza la fantasia degli astrologi, perché secondo loro esprime il modo in cui una persona vive la propria sessualità: “Per i maschi nella Luna Nera c’è la somma di tutte le esperienze angosciose, le insoddisfazioni e le paure ancestrali vissute nei rapporti con l'altro sesso. Per le donne simboleggia invece la forza dell’erotismo congiunto alla dimensione dell’occulto, l'affrancamento dai vincoli e la sfrenatezza degli istinti repressi, è in un certo senso la parte in ombra della psiche femminile, mentre la Luna piena è l'aspetto conscio. Negli oroscopi la Luna Nera esprime il modo in cui una persona vive la propria sessualità e le proprie pulsioni più profonde. “








Adesso lasciamo perdere la passionalità di Lilith, profittiamo del cielo lasciato al buio da lei e cerchiamo le sette stelle più luminose in inverno. Se questa sera il cielo sarà nuvoloso poco importa, l’osservazione si può ripetere nei due o tre giorni successivi, fino alla comparsa del primo spicchio di luna. Le sette stelle che cerchiamo sono tutte nella stessa porzione di cielo, ai vertici di due asterismi importanti: il Triangolo Invernale e l’Esagono Invernale.

SIRIO
Sirio del Cane Maggiore è la stella più brillante. Dista circa 8,6 anni luce dal Sistema Solare, il che la rende una delle stelle più vicine a noi.
PROCIONE
Procione del Cane Minore dista 11,5 anni luce. È l’ottava stella più luminosa.
POLLUCE
Polluce è una stella gigante color giallo arancio distante 34 anni luce, compagna di Castore nella costellazione dei Gemelli.
CAPELLA
Capella dell’Auriga la sesta stella più brillante. E’ a soli 43 anni luce dal Sistema Solare. È relativamente semplice da individuare: si trova al vertice superiore dell’Esagono Invernale.
ALDEBARAN
Aldebaran del Toro, a 65 anni luce, è arancione, facile da individuare vicino all’ ammasso delle Pleiadi. Ormai è certo che ha un pianeta gassoso, come Giove ma più grande.
RIGEL
Rigel di Orione è una supergigante blu a circa 860 anni luce. E’ classificata come Beta Orionis, cioè la seconda per luminosità di Orione ma è di solito più luminosa di Betelgeuse.
BETELGEUSE
Betelgeuse di Orione è una delle stelle più grandi visibili ad occhio nudo, la seconda di questa costellazione per luminosità. E’ una supergigante rossa, molto vecchia.



Per ampliare
6 aprile 2022 Il cielo di Aprile
24 agosto 2023 La luna blu



venerdì 6 dicembre 2024

Le costellazioni di Eridano e della Fenice

Una difficile ricerca 
nel cielo d’inverno

Ricerca di Claudio Mercatali



Nella volta celeste ci sono costellazioni visibili dall’emisfero nord (il nostro) e costellazioni visibili a sud dell’equatore. Adesso siamo al limite dei due emisferi, ma già nell’emisfero sud. Perciò stiamo cercando delle stelle molto basse sull’orizzonte, che si vedrebbero più alte e quindi meglio nei cieli del Sahara o ancora più a sud.

Eridano

Questa costellazione è una lunga sequenza di stelline che disegnano una figura sinuosa poco appariscente. L’Eridano per i Greci era un fiume mitico che poi fu identificato con il Po, ma anche con il Rodano e il Nilo. Qui cadde Fetonte, fulminato da Giove perché non sapeva guidare il carro del Sole.

Per arrivare a Eridano conviene partire da Rigel di Orione, una bella stella bianca e brillante facile da trovare. Lì accanto c’è Beta Eridani, una stellina che marca l' Inizio del fiume, poi serpeggiando lungo il “corso” si arriva alla stella Acamar (Teta di Eridano), una stella di media magnitudine a 161 anni luce da noi. Il suo nome deriva dall’arabo e significa La fine del fiume. E’ già nell’ emisfero australe ed è bassa sull’orizzonte. Acamar è una binaria formata da un astro bianco – giallo abbinato ad un altro simile, ma appare come una stella unica. Gli appassionati di fantascienza sanno che attorno alla stella Keid (omicron Eri) orbita il pianeta Vulcan, dove è nato il dr.Spock dei telefilm di Star Trek.

La Fenice

L’ araba Fenice era un uccello che poteva rinascere dalle sue ceneri. Il mito è egizio e dice che la Fenice, dopo 500 anni di vita, faceva il suo ultimo nido in cima a una palma, con tanti legnetti di sandalo e con la resina dell’arbusto della mirra. Poi si lasciava bruciare dal Sole e dal fuoco di questi due legni odorosi, ma risorgeva dopo qualche giorno. 

Il mito passò nella nostra cultura nel Settecento con la nota frase di Metastasio “L’Araba Fenice che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa” per indicare una cosa in cui molti credono ma che nessuno ha mai visto. Metastasio con queste parole esprimeva un giudizio sugli amanti, come si può leggere qui accanto. 
La stella più brillante della costellazione è Ankaa (Alfa della Fenice). E’ di media magnitudine e forse si vede se il cielo è terso, molto bassa sull’orizzonte. Il nome è arabo e da noi è nota come Testa della Fenice. Il periodo migliore per cercarla è il mese di dicembre. E’ una gigante arancione, rarefatta, con una massa 2,5 volte quella del Sole e un raggio 13 volte superiore. Si stima che sia ancora nella fase di combustione dell’elio ma va verso la vecchiaia. Alla fine di questa fase scaglierà nello spazio il suo strato esterno e poi si comprimerà per diventare una nana bianca in modo molto progressivo.

Come si fa a cercare nel cielo del nostro Appennino queste costellazioni così basse sull’ orizzonte?

Conviene partire da Beta Eridani, la stellina vicina a Rigel di Orione di cui abbiamo detto prima e scendere serpeggiando verso Acamar. A quella altezza sull’ orizzonte c’è Ankaa della Fenice.

Le notti più favorevoli sono a metà dicembre, a mezzanotte, perché Orione raggiunge il culmine. Però la ricerca è difficile, anche perché in questa parte del cielo non ci sono stelle di prima grandezza da usare come di riferimento. Acamar e Ankaa sono le uniche due evidenti a occhio nudo mentre il resto è un puntinato di stelle minime. Siamo proprio al limite di visibilità e in caso di difficoltà ricordatevi che cosa disse Metastasio a proposito della Fenice. Affinché il nostro girovagare notturno non sia vano teniamo conto che il 13 - 14 dicembre di ogni anno (ma anche nelle notti successive) arrivano le Geminidi, uno sciame di stelle cadenti simile a quello estivo della notte di San Lorenzo. 

C’è da meravigliarsi? 
Non tanto perché il nostro cielo con le sue costellazioni è uno dei tanti possibili. Chi vive in Argentina non sa che cos’è la Stella Polare, non vede l’Orsa Maggiore, Cassiopea ecc. Non cerca il nord ma la Croce del Sud. In compenso non avrebbe nessuna difficoltà a vedere La Fenice. Dunque anche l’astronomia visuale è una questione di punti di vista.




venerdì 29 novembre 2024

Crespino sul Lamone 1944

Una sentenza a favore
delle famiglie delle vittime


dal quotidiano La Nazione
del 29 novembre 2024










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Per ampliare sul blog leggi gli articoli alla voce "Comunità di Crespino" nell'Archivio tematico.










martedì 12 novembre 2024

Gli scritti di Campana del 1915 - 16

 Le poesie dopo i Canti Orfici

Ricerca di Claudio Mercatali



Dino Campana dopo aver pubblicato i Canti Orfici (1914) scrisse poco o niente. La malattia che progrediva rapidamente, la delusione per l’accoglienza scarsa che aveva avuto il suo libricino, l’incomprensione e la sua solitudine avevano inciso profondamente il suo animo e inaridito la vena poetica.
Sono pochissimi gli scritti campaniani del 1915 e 1916, per lo più incompleti o frammentari, ad eccezione di due poesie: Domodossola e Arabesco Olimpia. Dalla metà del 1916 in poi, fino al ricovero, gli scritti si riducono ancora: c'è la poesia Le Rose e per il resto semplici frasi, abbozzi e frammenti annotati su fogliettini, a volte senza senso compiuto.




Domodossola è una poesia di vena patriottica del 1915 – 1916 che ha almeno tre stesure simili: una del maggio 1915 inviata per lettera ad Ardengo Soffici, una del maggio 1916 inviata a Mario Novaro editore del periodico La Riviera ligure, con il titolo Canto proletario italo francese, e una terza che lui disse di aver scritto apposta (era una bugia) nel 1916 per Bianca Lusèna, una crocerossina che abitava a Livorno in casa di Bianca Fabbroni Minucci, pittrice di Marradi, dove il Poeta era stato ospite per qualche tempo.


Questa qui accanto è la versione data ad Ardengo Soffici. Leggiamo:







Però la versione effettivamente pubblicata fu quella comparsa sulla rivista La Riviera ligure nel marzo 1916. Era un periodico di Oneglia, l'attuale Imperia, molto attiva nel primo ventennio del Novecento. Aveva una veste tipografica elegante, perché il direttore e scrittore Mario Novaro era l'industriale dell'Olio Sasso e la finanziava con generosità. In più era un estimatore del nostro poeta. Dino Campana pubblicò poesie in tre numeri della Riviera Ligure:

nel Novembre 1915 (n°47)  
A Bino Binazzi: Toscanità.
nel Marzo 1916 (n°51)  
Arabesco Olimpia e Vecchi Versi.
nel Maggio 1916 (n°53) 
A M. N. Domodossola 1915. 
In questo numero c'è anche Ritorna lontano. La tua giornata d'amore, una bella poesia di Luisa Giaconi, che a Campana piacque molto e l'editore Diego Novaro la pubblicò pensando che fosse di Campana.

Sono qui di seguito, tratte dagli originali della rivista.

Mario Novaro aveva la buona abitudine di corrispondere un compenso agli scrittori, che però spesso era meno di quanto gli autori ritenevano di dover avere, e questo era fonte di lamentele e seccature. Allora la Redazione inventò la figura di Anselmo Geribò, personaggio di fantasia, inflessibile responsabile editoriale e ragioniere, al quale attribuire ogni colpa. Anche Dino Campana ci credette e quando ricevette solo 10 lire per il manoscritto di Toscanità, scrisse così:

"Eccellente Signor Giurabò, Osteria della Mussa.

Rilevo dalla sua lettera assai gradita che lei mi ha pagato 10 lire per Toscanità. Con mio grande dispiacere non me ne sono accorto ancora e suppongo che la raccomandata sia giunta in altre mani. A fine di indagine la pregherei di confrontare la scrittura della lettera che Lei ricevé in ringraziamento, con questa. Le sarò veramente obbligato se poi potrà comunicarmi il risultato.(Io non ricevo mai direttamente le lettere essendo regolarmente assente, inoltre sono strettissimamente sorvegliato e quindi alla mercé di qualsiasi lazzarone). Speriamo dunque di poter lasciare al più presto questa santa e benedetta Italia. Intanto crepavo a Firenze per un principio di paralisi vasodilatatoria al lato destro e quei fiorentini mi hanno sempre rifiutato l'entrata in un ospedale. Ora mi rimetto da me. Allo sgelo sarò in grado di scavalcare le Alpi svizzere se sarà necessario. Sappia intanto che ero in cura per nefrite avendo avuto la congestione cerebrale durante un mese nell'ospedale locale. Ora finalmente dopo due mesi ho dovuto attaccarmi le sanguisughe da me, ultimo avanzo dei barbari in Italia. Sono assai dispiacente che lei mi misuri con il metro. No signor Girabò, io sono un uomo e se Lei paga 25 lire le ultime propaggini filosofiche del mal de Naples, ... dico se lei paga 25 lire al pezzo le infami propaggini (vociane) della putrefazione progressiva di una buona metà d'Italia, perché perdio dà solo dieci lire a me? Sappia caro signore che in questo momento una sola parola onesta ha un immenso valore storico e se Lei vivrà se ne accorgerà domani. La prego di comunicare possibilmente ai miei cari e stimatissimi amici Boine e Novaro che il mio indirizzo è e resterà Dino Campana, Marradi".


Nel libro di Carlo Pariani, il dottore che ebbe diversi colloqui con Campana a Castelpulci, si legge a proposito di Arabesco Olimpia:
Olimpia di Manet


... Ricordi dal vero spuntano qua e là, assunti nella trama sentimentale e fantastica; trasfigurati. Le torricelle rosse le suggerisce il borgo natìo: "sono torri di Marradi". Di Olimpia, apparsa nel tramonto, dice: "Una Olimpia qualunque; può essere quella di Manet. L'ho vista l'Olimpia di Manet è al Louvre di Parigi. E' un nudo di bambina. Manet è un pittore impressionista, con effetti di luce più che altro, con la tecnica speciale di un impressionista. E' uno dei suoi più bei quadri". 
L'Olimpia dipinta ne richiama una di carne: "Era una ragazza di dodici o tredici anni. Un ricordo d'infanzia figlia di un droghiere svizzero che stava a Marradi".


A proposito di Domodossola 1915 Dino Campana scrive, a Novaro:

" ... A lei che è stato per me così cordiale vorrei dedicare una poesia patriottica che scrissi ancora nel luglio scorso: però passata la prima fiammata la abbandonai ed è rimasta incompleta. La potrei rivivere e terminare nel senso di un "addio all' Italia", solamente. (Ma questo addio, anche praticamente, è terribilmente difficile poterlo dare.). (Inoltre sono gravemente ammalato ancora). In qualunque confine avrò memoria di affetto per lei. Pieno di dolci e funesti presagi partirò forse ugualmente cercando un paese dove vi sono dei giudici, come diceva il mugnaio. In ogni caso né da vivo né tanto meno da morto si avrà ragione di me. E tutto sia perduto fuorché l'onore! Ed anche questo in tempi così critici avra? non avrà? il suo valore".

Che cosa significa "cercando un paese dove vi sono dei giudici, come diceva il mugnaio"?
Secondo un aneddoto forse un po' inventato, l'imperatore Federico II di Prussia voleva espropriare un mulino e abbatterlo perché a suo dire imbruttiva la vista dal suo nuovo castello di Sans Souci. Pur di averla vinta corrompeva i giudici a cui il mugnaio si rivolgeva. Con tenacia il mugnaio riuscì a trovare un giudice onesto che lo aiutò a vincere la causa. Ecco il significato di questa espressione, per dire che alla fine la giustizia trionfa.

Tutto è perduto, fuorché l’onore (tout est perdu fors l’honneur) viene da quanto scrisse il re Francesco I di Francia alla madre Luisa di Savoia dopo la disfatta di Pavia (1525).


Fonti
Fondazione Mario Novaro, Genova
Carlo Pariani, vita non romanzata di Dino Campana
Enrico Falqui, Campana, opere e contributi.


domenica 3 novembre 2024

I Marradesi nella Grande Guerra

La strage dei giovani
mandati a morire

Ricerca di Claudio Mercatali

Bacheca nell'atrio 
del Municipio di Marradi


Quella di oggi è una ricerca triste perché tratta dei costi umani della Prima Guerra Mondiale a Marradi. Il bilancio dei caduti è noto: 296 giovani, con il nome scolpito nel Monumento di via Dino Campana. Sessanta di loro, quelli della parrocchia di San Lorenzo sono anche nel Campanone, scolpiti nel bronzo di un cannone austriaco usato per fondere la campana che batte il mezzogiorno qui in paese.


Un’altra trentina morirono nei mesi seguenti la fine della guerra per le ferite riportate, e per questo il numero dei caduti è di circa 324 ma non è definitivo, perché è difficile (e anche inutile) stabilire esattamente le cause delle morti.





Nomi scolpiti nella roccia, impressi nel bronzo, di persone celebrate come veri patrioti, ma in realtà morti massacrati in una guerra senza senso. Negli anni seguenti questa carneficina venne idealizzata soprattutto per giustificarla e piano piano questa strategia ebbe successo.


Adunata in via Umberto I (oggi via Castelnaudary) di fronte alle scuole elementari.



Molte delle 324 famiglie che avevano avuto il lutto in casa ed erano rimaste segnate da questa tragedia se ne fecero una ragione e furono orgogliose dei loro cari. Oggi la storia ha rimesso le cose a posto: la Prima Guerra Mondiale non risolse nessuno dei problemi per i quali era stata combattuta e anzi ne generò degli altri che portarono al secondo conflitto mondiale, che fu peggio ancora.

Ma furono “solo” 324 le famiglie marradesi rovinate dalla guerra? Ai nostri tempi le persone vittime dei conflitti si contano diversamente:


Schieramento di fianco all' ex Ospedale San Francesco, nel Foro Boario (oggi qui ci sono i Giardini del Monumento).


Le statistiche hanno dimostrato che in tutte le guerre ad un certo numero di caduti corrisponde un numero doppio di invalidi, mutilati o inabili per postumi perenni di ferite e dunque qui in paese ci furono almeno 600 giovani che portarono nel corpo le conseguenze di quello che avevano vissuto.






In ogni guerra molti reduci sono fisicamente integri ma segnati dal punto di vista neurologico per quello che hanno subìto. All’ epoca queste patologie non vennero rilevate ma oggi sappiamo che marcano in modo indelebile le persone. Ce ne siamo accorti dopo la guerra del Vietnam perché tanti reduci sono rimasti segnati da quella esperienza.




Dunque i marradesi che pagarono un prezzo altissimo sulla loro pelle furono circa un migliaio, ai quali si devono aggiungere i morti. Siccome il paese nel 1920 contava circa 10.000 abitanti, questo significa che su tremila arruolati quasi la metà morì o ebbe conseguenze gravi sulla salute.



martedì 1 ottobre 2024

Sette poesie di Olindo Guerrini

La rubrica poetica
del settimanale Il Lamone

ricerca di Claudio mercatali



Olindo Guerrini, (Forlì, 1845 - Bologna, 1916) noto anche con gli pseudonimi di Lorenzo Stecchetti, Argìa Sbolenfi (una zitella insoddisfatta della sua vita sessuale) e altri nomi come Marco Balossardi , Giovanni Dareni , Pulinéra, Bepì e Mercùtio, è stato poeta e scrittore, nonché studioso di letteratura. Diede il meglio di sé nella poesia dialettale e satirica, spesso di tono anticlericale. Le poesie che seguono furono pubblicate nel periodico faentino Il Lamone, che era in aperto contrasto con il settimanale Il Piccolo, organo del Curia di Faenza. Ambedue i fogli erano venduti anche a Marradi, di più Il Piccolo, essendo il nostro un paese in prevalenza cattolico, ma andare a spasso con Il Lamone sotto il braccio faceva fino e dava un non so che di alternativo. Leggiamo:


La neve è un divertimento per i ricchi ma una disgrazia per i poveri. Ridete, ridete voi che siete ricchi, dice Olindo, ma ricordatevi che ...


Il vescovo di Faenza Giovacchino Cantagalli  (giuvachì, come lo chiama Guerrini) stanco degli insulti e delle provocazioni, scomunicò Il Lamone (era peccato leggerlo) e denunciò Olindo. In questo dialogo immaginario Il Lamone parla con il periodico Avvenire (cattolico) e i due si dicono che ...




La zirudèla è una composizione dialettale tipica romagnola ...








Il 20 agosto Il Lamone pubblicò una delle invettive più belle di Olindo, firmata Lorenzo Stecchetti. Lo scenario è il giorno del Giudizio, nel momento in cui tutta l'umanità nuda viene chiamata da Dio nella valle di Giosafatte. Fa gli ignudi c'è anche il vescovo di Faenza:

Come? Colui che già faceva paura ...  Scagliando l'anatema e la minaccia ... Era fatto con questa architettura?



Ancora contro il vescovo di Faenza che l'aveva denunciato per vilipendio ...

La cometa Tempel - Tuttle nel 1899 fu un evento che fece temere la fine del mondo. A detta di Guerrini i preti profittarono della paura della gente e, passato il pericolo, consigliò alle donne di ...

La moglie di Olindo, in gita alla chiesa di San Mamante (nella collina faentina) tornò a casa con una ampolla di olio benedetto, che a detta del parroco leniva i dolori. Olindo invece lo usò per ungere la bicicletta e successe che ...

Senza dubbio i nostri bisnonni si divertirono molto a leggere queste dispute.




domenica 15 settembre 2024

The Gadfly (Il tafano)

Da un romanzo 
della scrittrice
Ethel Lilian Voynich



Gli anni dal 1830 al 1860 furono densi di entusiasmi, di ideali e di desiderio di libertà. Le idee andavano in qua e in là, come sempre quando si sogna, perché si voleva una nuova Italia ma non si sapeva come dovesse essere: Repubblica? Monarchia? Sotto i Savoia? Con a capo il Papa? Federale? Unitaria?

Nel 1845, a seguito di un moto rivoluzionario romagnolo fallito, da Faenza arrivarono vicino a Marzeno due gruppi di rivoltosi in fuga. Cercavano scampo nel Granducato, e nelle colline di confine (le Balze di Scavignano) furono affrontati dalla Gendarmeria Pontificia. 
Don Giovanni Verità li aveva avvisati ma costoro, guidati dal patriottico conte Pasi di Faenza accettarono lo scontro e riuscirono a passare al prezzo di due morti e un certo numero di arrestati. L’episodio è illustrato nel quadro qui sopra…




I fatti sono descritti in un post del Blog dal titolo “L’assalto alla Dogana Pontificia delle Balze di Scavignano", pubblicato il 1° settembre.
Le vampate di patriottismo e queste storie tese colpirono la fantasia della scrittrice irlandese Ethel Lilian Voynich che nel 1898 scrisse il romanzo The Gadfly (Il Tafano) ambientato anche nella valle del Lamone (il Cap. 11) e tradotto il italiano con il titolo “Il figlio del Cardinale”. 


Parla di Arthur Burton, detto Il Tafano, mazziniano della Giovine Italia, impegnato in un traffico d’armi verso la Romagna per fare la rivoluzione, e perciò pedinato a Marradi e poi arrestato dopo una sparatoria in mezzo al mercato di Brisighella. Leggiamo …







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domenica 1 settembre 2024

L’assalto alla Dogana Pontificia di Scavignano

Un episodio del Risorgimento 
nella nostra zona

Da un documento dell’ UOEI di Faenza
e di Ex novo di Modigliana



Nel 2011 ricorreva il 150° anniversario dell’ Unità d’Italia e il gruppo UOEI di Faenza (Unione Operaia Escursionisti Italiani) assieme al gruppo di volontariato Ex novo di Modigliana organizzarono un trekking storico culturale alle Balze di Scavignano, nei luoghi dove nel 1845 avvenne un episodio risorgimentale che andò a finire male ma fu un chiaro sintomo del malessere che si viveva in quegli anni nello Stato Pontificio.

Dove sono le Balze di Scavignano? Per chi scende da Modigliana sono poco oltre le Cantine Intesa, appena varcato il ponte sul Marzeno, che era il confine fra il Granducato e lo Stato Pontificio e oggi segna l’inizio della Provincia di Ravenna. Oppure per chi viene da Brisighella scendendo dalla strada provinciale detta La Carla sono i calanchi che stanno alla sua destra.




Che cosa successe qui? Per saperlo per bene basta leggere l’opuscolo qui accanto, edito da UOEI e da Ex novo. 
Chi vuole può fare un trekking simile a questo profittando di questa arietta settembrina di fine stagione, mese in cui avvennero i fatti …





Non poteva mancare don Giovanni Verità, che venne apposta da Modigliana per partecipare all’atto, un po’ scettico a dire il vero, dato il numero esiguo dei rivoltosi e il loro atteggiamento entusiasta ma poco adatto alle cose belliche …




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7 marzo 2017 In giro fra la Romagna e lo Stato Pontificio