Lanfranco Raparo, Marradi

Lanfranco Raparo, Marradi
Visualizzazione post con etichetta Storia 1765 - 1799. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Storia 1765 - 1799. Mostra tutti i post

venerdì 18 giugno 2021

La Festa della Madonna del Popolo a Marradi

Una liturgia secolare 
tipica del paese
Ricerca di Claudio Mercatali



La vecchia immagine della Madonna
sostituita negli anni '50 da quella attuale.



La Festa della Madonna del Popolo è una antica celebrazione triennale tipica di Marradi. Nell'ultimo secolo è divenuta annuale e di regola si tiene nella seconda domenica di luglio, ma la data certe volte ha subito delle variazioni per diversi motivi.

Cominciò nel Settecento, ma non si sa di preciso l'anno. Questa che segue è la cronaca dell'anno 1790 della Gazzetta Toscana. 


La festa durava tre giorni fra riti religiosi, feste, e anche una fiera. Per tutto l'800 fu una data da ricordare per i marradesi.






Clicca sulle immagini
per aver una comoda lettura





Nel 1895 ci fu la festa del centenario, fastosa e preparata con cura dai giovani del paese. Riuscì bene a quanto si legge nel Messaggero del Mugello del Luglio di quell'anno. Leggiamo:





Il corrispondente da Marradi, si firma A.M. e si scusa con il tipografo Mazzocchi di Borgo S.Lorenzo perché l'articolo è scritto di fretta. ... Sono a pranzo in una trattoria, nel trambusto degli altri avventori ...



La festa durò tre giorni,
alla metà di luglio.


"L'inaugurazione dell'acqua potabile" fu la cerimonia per l' Acquedotto degli Allocchi, che portò a Marradi la pura acqua scaturita dalla galleria ferroviaria con questo nome, oltre Crespino.



Ci fu anche la trovata ad effetto, con lo zampillo in Piazza Scalelle, dopo i discorsi  delle autorità.

La chiesa arcipretale era allestita in pompa magna. L'arredo era questo, con l'altare rivolto all'opposto rispetto a quello di oggi. C'è il pulpito con il baldacchino sulla sinistra, ci sono diversi lampadari con le candele e le transenne.
Alla 14 arrivò la Banda di Palazzuolo. L'illuminazione per la sera era stata affidata alla ditta fiorentina Fantappié, specialista per queste cose. E poi gli immancabili fuochi d'artificio ...




Fonti:
  • Gazzetta Toscana, volume 25, pg 109, anno 1790. Digit. Princeton University.
  • Messaggero del Mugello.

lunedì 8 febbraio 2021

Al chilometro uno

Un sopralluogo all’ inizio della strada Faentina antica
Ricerca di Claudio Mercatali



1783 Il conte Scipione Zanelli arriva a Marradi in carrozza da Campora lungo la Faentina Vecchia (una avventura).





La strada Faentina collegava la Romagna a Firenze già al tempo dei Romani. Se ne trova traccia nell’ Itinerario Antonino, uno stradario di quei tempi, nel quale Biforco è indicato con il nome di Castellum (si pensa che sia il Castellaccio), ripetuto tante volte nella cartografia medioevale.

Dalla metà del Quattrocento alla metà del Settecento, al tempo dei Medici, questo percorso fu usato soprattutto per importare sale e grano dalla Romagna ma era volutamente ristretto e malagevole, in modo da essere poco praticabile per le salmerie e gli eserciti che potevano invadere la Toscana.

I pellegrini diretti a Roma potevano passare ma il loro transito era penalizzato dai pedaggi, dai controlli e dai pochi ostelli disponibili a basso prezzo. Era così anche alla Futa, al Muraglione e al Giogo, perché questi valichi portano nel Mugello, cioè troppo vicino a Firenze e la cintura sanitaria voluta dalla Signoria non favoriva certo il transito di queste persone, spesso portatrici di epidemie. Le Vie Francigene più vicine a noi sono ai Passi della Calla, dei Mandrioli, dello Spino, verso il Valdarno aretino, lontano dalla Città.

Le cose cambiarono alla fine del Settecento, con i Granduchi di Lorena. A quei tempi i commerci con il nord Italia erano diventati indispensabili e il problema delle invasioni non c’era più perché questi granduchi erano del casato Asburgo, lo stesso che controllava quasi tutto il nord Italia. Per questo il Granduca Leopoldo I di Lorena rinnovò i valichi, prima al Muraglione, Poi alla Colla e al Giogo, cambiando i tracciati dove era necessario.

A valle di Marradi la variante più importante fu a Popolano dove la strada granducale venne portata oltre il Lamone, verso San Adriano, Rugginara e Marignano. Il ponte di Marignano fu inaugurato nel 1817, la nuova dogana di Rugginara nel 1841. La vecchia Faentina medioevale, da San Martino in Gattara alla Badia di Campora e poi a Popolano andò in disuso e divenne un semplice stradello interpoderale, com’è anche oggi.

Fino al Settecento il confine con lo Stato Pontificio da Popolano a San Martino non era chiaro, perché oltre il Lamone c'erano diversi campi del Granducato, frutto di sconosciuti accordi o disaccordi medioevali. Dunque la Vecchia Faentina era nel territorio della Chiesa ma toccava diverse enclaves granducali e per semplificare furono proposte delle modifiche, che però andarono a buon fine solo alla fine del Settecento.



Qui accanto: il confine fra il Granducato e lo Stato Pontificio dopo le rettifiche della fine del Settecento. Oggi è il limite  fra Toscana e Romagna.


Il primo miglio della vecchia Faentina sotto piena sovranità toscana cominciava alla Badia di Campora, dove c’era il confine ufficiale con lo Stato Pontificio e finiva circa a Filetto, secondo un tracciato che non corrisponde alla strada maestra odierna. Eccoci al punto che ci interessa: c’è rimasto qualcosa? Andiamo a vedere.

La Badia di Campora oggi è una casa poderale dismessa ma il nome indica una diversa origine e nel medioevo era un convento o un cenobio. Non se ne sa di più e già nella cartina della valle del 1597 compare appena come un edificio secondario di culto.

 


La costruzione della ferrovia Faentina alla fine dell’ Ottocento cambiò completamente questo sito e al fosso di Ghizzana il tracciato stradale antico fu interrotto. Però nel fosso c’è ancora l’arco del ponte di Vasculla che consentiva il passaggio verso Popolano. E’ sepolto nella vegetazione, pericolante anche solo per il passaggio a piedi, però è bellissimo nel suo genere, un po’ come spesso le rovine delle quali non ci si aspetta l’esistenza. Si potrebbe proseguire passando dalla ferrovia, però l’attraversamento dei binari è vietato e qui è anche poco agevole. Oltre la strada ferrata c’è la strada vecchia per Valnera, il cosiddetto Sentiero di Garibaldi, che scende a Popolano attraverso il Ponte di Buscone, chiuso perché in parte crollato ma aggirabile con un sentiero laterale. Oltre questo ponticello la via diventa agevole e nel giro di alcune centinaia di metri ci porta a Popolano. 


Con il tempo ha perso ogni funzione di collegamento ed è diventata una Via Crucis e un percorso nel quale la devozione popolare ha fatto sorgere tanti tabernacoli, ex voto per grazia ricevuta, lapidi a ricordo e quant’altro.

 


Ci si avvicina così a Popolano da una parte insolita e il paese si vede oltre il fiume Lamone.




A Popolano la strada percorre il retro delle case lungo tutto il paese. In realtà la parola “retro” qui non è esatta perché osservando bene le finestre e i portoni ci si rende conto che queste erano le facciate degli edifici, rivolte in antico verso la strada principale.


Clicca sulle immagini

se le vuoi ingrandire





Qui nell’edificio più grande c’era la Dogana delle Campora, e ancora oggi è noto come La Dogana. Accanto c’è una chiesina antica, dedicata nel 1920 ai caduti della Prima Guerra Mondiale. Fu voltata di 180 gradi, ossia la porta fu murata per aprire quella odierna dalla parte opposta, nella piazzetta di Popolano.

Alla fine del paese la vecchia Faentina sbocca nella strada odierna, con un raccordo recente. Prima andava diritta nei campi per circa duecento metri e poi passava davanti alla casa di Filetto. Il muro che oggi costeggia la strada per Faenza è della Faentina medioevale.



L’edificio di Filetto è almeno del Cinquecento, perché compare a filo della strada in una cartina del 1597 con un profilo laterale che oggi c’è solo in parte, con un portichetto dipinto e una chiesina.



Siamo ormai al traguardo; nel punto del muro in cui la nostra indagine si ferma c’è la pietra miliare K8 che non si capisce bene che cosa indica. Da qui al Ponte di Marignano, frontiera lungo la Faentina nuova del Granduca Leopoldo ci sono 6 km e dalla Badia di Campora ce n'è uno.

 

 

   

giovedì 21 gennaio 2021

1781 Il terremoto

Una serie di scosse devasta
l’appennino romagnolo
ricerca di Claudio Mercatali


Gli epicentri dei terremoti in Romagna negli ultimi secoli. Quello di cui si parla ora fu a Quartolo, vicino a Errano.

Nell’aprile e nel luglio 1781 la valle del Lamone fu scossa dal terremoto. Un sisma violento devastò Brisighella, Modigliana e anche Marradi.

Leggiamo dallo storico Antonio Metelli come andarono le cose a Brisighella:


“… Il quattro di Aprile, sull’ora terza della notte (= fra le 10 e le 11 di sera), mentre tutti erano immersi nel sonno, si udì un rombo e, a detta di alcuni, una funesta luce. Avvenne un orribile sommovimento di suolo, con tanto scroscio di muri, con tanto rovinio di travi e di sassi, che ad ognuno parve che l’ultima ora ne soprastasse. Spaventate e mezzo ignude sbalzarono precipitosamente le genti sulle vie con urli e miserabili lamenti. In men che non si dica tutti si trovarono sulla piazza (di Brisighella) davanti alla chiesa a gridare pietà e misericordia e i preti credendo che a quelle sacrate mura per supplicare la Madonna accorressero, con improvvido consiglio dischiusero le porte del tempio. Molti vi trassero, ma viste le mura screpolate e la chiesa sparsa di rottami non ardirono entrarvi e passati alla chiesa dell’Osservanza vi furono dai Padri con la sacra pìsside benedetti…”.

 
La Chiesa dell'Osservanza

Questo è anche oggi un classico dei terremoti. La gente nel panico corre verso un edificio pubblico che spesso è più a rischio della propria casa, e in genere è una Chiesa, o il Comune o la sede della Misericordia.

Quanti danni ci furono a Brisighella?
“ … Stettero tutta la notte aspettando il giorno e all’ alba videro la facciata della chiesa Collegiata quasi in rovina, la chiesa del Rosario per metà eguagliata al suolo, e il centro di Brisighella ridotto a un mucchio di ruine. Sebbene di morti non s’avesse a dolere molti furono coloro che uscirono pesti di sotto le ruine e fra i quali mosse a pietà il caso di una monaca alla quale cadde addosso la volta della cella, e fu liberata dal peso dei rottami e portata in salvo su un materasso…”.

E nelle campagne? I danni furono notevoli, soprattutto verso Faenza, perché il terremoto aveva l’epicentro nella collina romagnola. A modo suo anche lo storico Metelli coglie questo fatto e non essendo un esperto lo descrive così:
“… Non uniformemente aveva spaziato il flagello o fosse che la vena del gesso (= la roccia sotto Brisighella) temprasse il movimento o avesse la sua sede più lontano, accadde che l’occulta forza con maggior forza percosse a S.Rufillo e a Quartolo…”.


La chiesa di San Rufillo è vicina 
all'ultimo passaggio a livello 
prima di Faenza


Allora, come nei terremoti odierni, ci fu chi scampò per miracolo:
“… Narrano che a Montecchio un monte si spaccò e i muri delle case si aprirono fino a vedere le stelle e poi si rinserrarono. Domenico Bandini di S.Rufillo ebbe la casa distrutta. Restati illesi lui e la moglie corsero dove i bambini dormivano e videro il luogo in ruina. Disperate grida gettarono, ma dall’aia venne risposta, perché il lettuccio ivi era sbalzato e sani e salvi li trovarono. La famigliola di Antonio Dardi rimase sepolta nelle macerie e fu liberata tranne una bambina che trovare non si potè. Dopo alcune ore di scavo si giunse al punto in cui il tenero corpicello giaceva, e la rinvenirono sotto un travicello che dolcemente se ne dormiva. Giuseppe Giacometti di Pideura uscito dalle ruine andò in cerca della figlia che aveva messo a dormire in una cesta. Ma il luogo era crollato ed egli la credette morta. Solo al mattino, convinto di scoprire il cadavere, rimosse gli ammontati sassi, girò la cesta che si era rovesciata e la bambina sotto gli sorrise. Don Stefano Collina, parroco di S.Giorgio a Vezzano rimase per tutta la notte sepolto sotto le macerie, protetto da una tenda che gli parò la grandine dei cadenti sassi…”.

Non andò così bene a tutti, perché le cronache ci dicono che i morti nel contado furono venti. Nei giorni seguenti si svolse un triduo di suppliche e preghiere:
“…I Governatori stabilirono che per tre giorni la Vergine si supplicasse e il Pontefice si pregasse affinché con l’erario venisse a sussidio del danno. I moti però continuarono e i Governatori chiamarono l’abate Anquissola, che per tre dì orasse e i nostri a penitenza chiamasse e finalmente per qualche tempo il tremito della terra cessò. Però il diciassette luglio la terra con tanto impeto trabalzò che parve dissolvere si volesse. Così vissesi ancora per molti mesi e poi venutisi assicurandosi gli animi e cominciati i freddi a mordere a poco a poco tutti tornarono alle usate abitazioni…”.

Come andarono le cose a Marradi? La Gazzetta Toscana descrisse il sisma così:
“Mercoledì sera, 4 aprile 1781, alle ore 10 e 20 minuti circa, s’intese una scossa di terremoto alquanto sensibile con qualche sorta di romba, proveniente da Settentrione. Nella notte replicò un’altra scossa alle ore 4 circa, e durò non meno di due minuti. Si sente (dire) che abbia recati non pochi danni verso Brisighella e Faenza, nella Romagna Papale”.
Gazzetta Toscana n° 14 del 7 aprile 1781

La scossa provocò diversi danni:
“A Modigliana durò non meno di due minuti e fu si forte che rovinarono la metà dei camini, alcuni pavimenti e si fecero fessure in quasi tutte le case. Vengono appresso dappoco gli stessi tristissimi dettagli anche dagli altri paesi. Verso Rocca S.Cassiano si è spaccato un monte in due parti con grande spavento dei popoli circonvicini”.
Gazzetta Toscana n° 15 del 14 aprile 1781

Sempre nella Gazzetta Toscana, nell’agosto 1781 si legge che:

“La clemenzia Regnante essendo informata dei danni cagionati dai recenti terremoti nelle comunità di Rocca S.Cassiano, Marradi, Tredozio, Portico, Premilcore, Sorbano e Badia Tedalda e volendo oltre agli altrj provvedimenti già presi per riparare alle urgenze degli abitanti dei Luoghi che in dette località sono stati più danneggiati sollevare generalmente nelle attuali circostanze tutte le Comunità predette e i loro Comunisti e Individui con estendere ancora in favore delle medesime le esenzioni ultimamente accordate ad altre Comunità state similmente danneggiate dai terremoti, comanda che le predominate Comunità restino assolte da un’intera annata della Tassa di Redenzione. La S.A.R. (Sua Altezza Reale) inoltre assolve e libera dalla Tassa del Macinato per il tempo sopradescritto tutte le bocche di dette Comunità.                Dato in Firenze il 31 luglio 1781


La Tassa di Redenzione era una specie di IRPEF 
dell’epoca. I piccoli proprietari la pagavano in misura fissa, i più ricchi in percentuale variabile.
La Tassa sul macinato si pagava al molino, un tanto per ogni chilo di farina. Era la tassa più odiata.

Anche a Marradi ci furono delle funzioni religiose benaugurati, per il Granduca, che aveva sospeso il pagamento delle tasse:
 “Essendosi degnato Sua Altezza Reale (= il Granduca di Toscana), nostro clementissimo sovrano, di esentare questo pubblico dall’annuale pagamento della Tassa di Redenzione e del Macinato, per i danni sofferti dal violento terremoto del 4 aprile e 17 luglio dell’anno corrente, fu deliberato di farsi un devoto triduo, per impetrare all’Altissimo ogni bene e prosperità ai nostri Reali Sovrani, che fu eseguito nei giorni 12,13,14 agosto nella Chiesa delle Monache, apparata e illuminata con copiose quantità di cere e torce e con invito generale di sacerdoti tanto focolari che regolari”.
Gazzetta Toscana del 17 agosto 1781

Le funzioni religiose non si svolsero nella chiesa arcipretale perché era in costruzione e non aveva ancora il tetto. Non fu danneggiata e il Comune non perse i 3500 scudi che stava spendendo per costruirla (era molto).



Bibliografia Antonio Metelli Storia di Brisighella e della Val di Lamone, La Gazzetta Toscana. Altre notizie si trovano in Matulli La via del grano e del sale.

sabato 9 gennaio 2021

Le antiche unità del Granducato




Le misure prima del Sistema Metrico Decimale



Il Sistema metrico decimale venne introdotto al primi dell’ Ottocento nel periodo napoleonico. Fu una rivoluzione che fece tabula rasa di tutte le unità antiche. Però anche nei decenni precedenti si era sentita la necessità di unificare le regole, perché ogni mercato aveva le sue unità di misura e c’era una gran confusione. Per questo il granduca Leopoldo I nel 1782 mantenne le vecchie unità ma prese a riferimento le misure della città di Firenze e fece pubblicare delle Tavole di Ragguaglio per confrontare con queste le unità di tutti i comuni del Granducato, compreso Marradi. Si tratta di Tabelle con equivalenze un po’ strane per noi e serve un ripassino di aritmetica di base per capire quello che leggeremo fra un po’. Com’è fatto un numero? Che cosa indica? Vediamo:

Il nostro sistema numerico è decimale e posizionale, ossia il valore di ogni cifra dipende dalla sua posizione. Per esempio la scrittura 123 significa: “3 unità, 2 decine, 1 centinaio” invece il numero inverso 321 significa “1 unità, 2 decine, 3 centinaia”.

Lo zero si può trovare all’interno del numero (zero mediale), alla fine o all’inizio (zeri operatori). Lo zero mediale dice che la quantità in quella posizione è nulla: per esempio la scrittura 102 significa “2 unità, nessuna decina, 1 centinaio” invece lo zero operatore finale moltiplica per dieci il valore del numero. Per esempio 200 è dieci volte più di 20, ma se sta davanti lo divide per dieci. Per esempio 0,2 è dieci volte meno di 2.

Questi concetti ci furono insegnati alle Elementari e sono così radicati in noi che ormai sono istintivi, come la lettura di queste righe. Invece per un analfabeta alfanumerico (uno che non sa leggere né far di conto) lo “zero” significa solo “mancanza, assenza” e non è un numero. Non conosce la virgola e non sa usare i multipli di dieci. E allora?

 Nel Settecento la stragrande maggioranza delle persone era analfabeta, proviamo a esserlo anche noi per vedere come possiamo misurare le cose. Immaginiamo di essere di fronte a una torta rotonda, con il coltello in mano: possiamo dividerla facilmente a metà e poi trovare i quarti facendo la metà della metà. Possiamo anche dividerla in tre parti per simmetria e poi in sei parti uguali.

Dunque i numeri utili per noi non sono i divisori o i multipli del dieci ma i numeri 2, 3, 4, 6 e il multiplo minimo è 12. Quindi un sistema dozzinale è più facile di un sistema decimale, però è più rozzo. Per questo il 12 nelle Tavole qui di seguito compare più spesso del 10 o del 100. Nei nostri dialetti c’è anche il ricordo antico di questo: a Marradi e mèz de mèz è un filoncino di pane da 250 grammi e nel Mugello una sèrqua è una dozzina di uova. Questa antica parola deriva dal latino sìliqua, che è la fila dei semi dentro un baccello e qui da noi non c’è. Per noi l’unità è la càpa d‘όva cioè un cappello pieno di uova (24) e mèza càpa è la dozzina. Vi siete mai chiesti perché al supermercato i contenitori delle uova molto spesso ne contengono sei o dodici?

 

Anche il 20 è un numero”facile” per un analfabeta, perché ha tanti divisori: 2,4,5,10. In questo caso la memoria antica riaffiora nel francese: quatre vingt (quattro volte venti) significa 80, quatre vingt dix è 90 e così via fino al 99.

 




Clicca sulle immagini

se le vuoi ingrandire





Queste sono nove Tavole di conversione per le misure in uso nei mercati di Marradi e di Palazzuolo.





Perché fosse chiaro a tutti, nelle colonne del Municipio di Marradi erano state affisse le misure ufficiali già nei secoli precedenti. Il mercato settimanale del lunedì fu concesso nel 1428 quando i Fiorentini conquistarono il paese.





Le misure variabili di paese in paese hanno dato origine anche a qualche episodio gustoso. Per esempio le tessitrici di Palazzuolo usavano di solito il braccio di panno bolognese (64 cm) al posto del braccio di panno fiorentino (58 cm) usato a Marradi. Da qui forse viene il detto marradese “A Palazò ya el braza lǒnghi” usato come sfottò per dire che uno prende un po’ troppo per sé.

 


lunedì 28 dicembre 2020

1776 La riforma dei Comuni nel Granducato





Cambiano i confini e
l'ordinamento di Marradi

ricerca di Claudio Mercatali


Pietro Leopoldo di Lorena, primo granduca di Toscana del suo casato, è passato alla storia per essere stato un energico riformatore dello Sato e un governante moderno ed amato. Quella che stiamo per leggere è la Riforma dei Comuni del 1776, dove vennero ridefiniti i confini di tutti i territori e modificati gli organi di governo, con un sistema di sorteggio degli amministratori che metteva fine alle nomine fiduciarie in uso ai tempi dei Medici, che davano troppo potere alle famiglie ricche dei signorotti locali. Il dettato della Riforma è chiaro e richiede poche spiegazioni. 

Leggiamo le disposizioni che riguardano il Comune di Marradi:

Il territorio venne diviso in 15 Comunità, ciascuna delle quali comprendeva una o più parrocchie.


La Comunità di Crespino, che fino ad allora aveva fatto parte di Palazzuolo, passò a Marradi.


L’amministrazione fu affidata ad un Gonfaloniere e sette Priori (assessori).


La nomina del Gonfaloniere era per sorteggio, da una borsa nella quale c’erano i nomi dei marradesi più ricchi e capaci. La nomina dei Priori avvenne anch’essa per sorteggio, da un’altra borsa con i nominativi di tutte le persone degne e benestanti.


Il Consiglio Generale del Magistrato (era quasi l’equivalente del nostro Consiglio Comunale) comprendeva anche 12 consiglieri, oltre ai 7 priori e al Gonfaloniere.

Il Cancelliere comunitativo (era un funzionario granducale) provvedeva alle operazioni di imborsazione ed estrazione dei nominativi …





Il Granduca concluse perentorio che:

… Mediante le istituzione delle suddette nuove Magistrature sopprimiamo, ed aboliamo le Magistrature e gli Ufizi fin’ora esistenti nella Comunità di Marradi, e Comuni riuniti come sopra, ed insieme tutti gli statuti, riforme, ordini, e leggi concernenti la creazione di dette Magistrature, e le incumbenze dei loro residenti, ed impiegati …         

… il presente regolamento particolare dovrà cominciare ad avere il suo effetto, e vigore nella comunità di Marradi  il dì 1 marzo 1776

Detto questo, che cosa c’è nell’Archivio storico del Comune di Marradi, agli anni 1775 e 1777?

Solo i marradesi ricchi potevano diventare amministratori. Con una serie di stime si definirono le Masse d’Estimo e si fece una classifica per sapere chi aveva diritto di “essere imborsato” cioè inserito nelle borse da cui si facevano le estrazioni. Per la cronaca, il podere che valeva di più era Popolano di Sotto, e uno di quelli che valevano di meno era Briccola, nella vallata di Lutirano, al confine con Modigliana. Poi emersero tanti dubbi interpretativi della legge, che in effetti era rivoluzionaria:

I preti potevano essere "imborsati"?

“… Sua altezza Reale dichiara che i Rettori di chiese e gli ecclesiastici possidenti in proprio siano ammessi a risiedere nel Consiglio comunale qualora venissero estratti, ma non nel Magistrato dei Priori.    Dato a Firenze 10 aprile 1775

Come si legge anche qui sopra, per impedire che qualcuno diventasse il controllore di sé stesso la Cancelleria Granducale stabilì che:

“Dichiaransi incompatibili le cariche di Provveditore di strade, di Camarlingo (= di esattore), di Deputato a distribuire le imposizioni e di revisore delle medesime, con l’uffizio di Magistrato del Comune”.   Il Cancelliere Angelo Tavanti, dato in Firenze, 17 luglio 1775

Anche le donne in certi casi potevano essere “tratte”. Isabella Tamburini, ricca marradese moglie di un Fabroni, non voleva o non poteva fare la consigliera e chiese di essere sostituita da Pietro Fabroni. Il Gonfaloniere chiese a Firenze se si poteva fare:

“Spett. Gonfaloniere del Comune, per schiarimento ai dubbi proposti le replico che il sig. Pietro Fa­broni è abile a risiedere in Consiglio al posto della sig.ra Isabella Tamburini nonostante che in detto consiglio vi risieda Gioacchino di lui fratello, perché lo Statuto Reale non proibisce questa simulta­nea residenza; e la sig.ra Tamburini non avrebbe chi la potesse realmente rappresentare nell’uffizio in cui è stata tratta.           da  Firenze, 5 maggio 1776

Nell’archivio ci sono decine di lettere con domande come queste,  inviate al Gonfalo­niere. Ad un certo punto, per chiarire ogni cosa, lui stesso venne invitato a Firenze:

“Eccellentissimo Gonfaloniere, nella sua precedente lettera ci sono diversi articoli che necessitano di schiarimenti sui quali si rende necessario che Vostra Signoria venga opportunamente istruito. Stimo opportuno che ella dia una corsa a questa città di Firenze affinché ella riceva tutte quelle spiegazioni che possono condurre al più esatto adempimento delle Regole. Lascerà qualcuno a quelle incombenze che non intende dilazionare nei tre o quattro giorni in cui Ella sarà assente.

E resto,   Il segretario Filippo Cioni,  dato in Firenze  5 marzo 1776

Arrivò il momento dell’estrazione dei nomi dei consiglieri e scoppiò una lite, perché secondo il Gonfaloniere e alcuni Priori c’era stato un imbroglio:

 “Dal Gonfaloniere e da alcuni Priori è stato fatto ricorso sulle operazioni di imborsazione dei nomi di chi dovrà far parte del Magistrato dal prossimo Marzo. Alla presenza di soli quattro consiglieri si procedette all’apertura forzata della cassa con la borsa contenente i nominativi, senza la chiave che era presso il Gonfaloniere, assente, avendone fatta fare un’altra. Si chiede pertanto la nullità di que­sta operazione, svolta in assenza del Gonfaloniere che mancava non per puro di lui capriccio, ma per averglielo impedito il rigore della stagione e le quantità di nevi che cadevano in quel tempo”.

Firenze, 21 febbraio 1777, riceve il segretario Filippo Cioni

Il ricorso fu accolto e da Firenze il funzionario Filippo Cioni ordinò che “l’imborsazione” fosse ripetuta. E poi il nuovo “consiglio comunale” cominciò a funzionare. A vedersi doveva fare un bell’ effetto, perché la regola prescriveva per ognuno un mantello nero e solo il Gonfaloniere era vestito di rosso.

 

Fonti  Autori vari, La Romagna Toscana, biblioteca di Marradi.

Archivio storico del Comune di Marradi, filza N° 565 doc 12,16,17, 46,137, 239 …


martedì 24 novembre 2020

1781 Le Cronache e le relazioni sul terremoto in Romagna


Resoconti, impressioni
 e umori sui fatti
Ricerca di Claudio Mercatali



Avere una descrizione  e valutare le conseguenze di un sisma antico è un lavoro interessante e difficile, ma per me che sono un geologo è quasi irresistibile. Per le scosse della primavera 1781 che sconquassarono Faenza e la tutta la media collina fino a Marradi si trovano tanti documenti, ma è bene leggerli con le dovute riserve.
Le relazioni delle Autorità pontificie sono una prima fonte, però risentono delle convinzioni scientifiche di chi le compilò e delle sue impressioni durante i sopralluoghi. 


E’ il caso della relazione qui di seguito, del conte Annibale Ferniani che scrisse al sig. abate don Girolamo Ferri, professore di eloquenza all’Università di Ferrrara. Annibale era convinto che i terremoti fossero causati anche dai periodi di siccità degli anni trascorsi, cosa non vera. Però era un attento osservatore e ci dà un bel po’ di notizie. Leggiamo:




Clicca sulle immagini
per avere
una comoda lettura













Un’altra relazione fu fatta pubblicare da un prelato alla tipografia faentina Archi, una istituzione all’epoca, e descrive soprattutto gli effetti sulle chiese, le canoniche e le solennità religiose organizzate per chiedere la protezione divina. Anche qui i dettagli sui danni non mancano, però sono rimarcati quasi solo quelli sui beni ecclesiastici. In più c’è l’interessante descrizione dell’ effetto emotivo che il sisma ebbe sulla gente e anche un’interpretazione del fenomeno, del tutto diversa da quella del conte Ferniani, ma errata ancor più di quella:

Per trarre gli uomini dalla via di perdizione a quella di penitenza Iddio più volte si è servito del flagello del terremoto …

E dunque leggiamo:











Infine si può fare riferimento ad una fonte esterna, in questo caso la Gazzetta Fiorentina, che rilevò il fenomeno perché una parte del territorio colpito era nella Romagna Toscana,  Dominio del Granduca. 


Questo periodico evitò ogni commento sulla Romagna Pontificia e sottolineò che il Granduca, nella magnificenza sua, aveva concesso l’esenzione dalle tasse (mente lo Stato Pontificio non lo fece).

Le vicende umane sono così, cambiano a seconda dell'intensità con la quale vengono vissute.


Per ampliare
Archivio tematico alla voce Scienze della Terra e Scienze geologiche