Lanfranco Raparo, Marradi

Lanfranco Raparo, Marradi

giovedì 30 novembre 2023

La conquista della Romagna Toscana

Quando l’abilità politica 
e il senso dello Stato
danno i loro frutti

Ricerca di Claudio Mercatali





E’ noto che nel Trecento i Fiorentini conquistarono 14 o 15 comuni nel versante romagnolo e si formò una provincia che rimase sotto Firenze fino al 1923. In quell’anno per volontà di Mussolini i comuni della Romagna Toscana passarono sotto Forlì esclusi Marradi e Palazzuolo che sono ora nell’ Area metropolitana di Firenze. 



Forse se Firenze nel 1424 avesse vinto la battaglia di Zagonara (vicino a Lugo di Ravenna) la Romagna sarebbe passata per intero sotto Firenze ma nel duro scontro prevalsero i Visconti di Milano e i Fiorentini in fuga si rassegnarono a mantenere solo il controllo della collina romagnola.

Quali sono i comuni della Romagna Toscana? In base alle Costituzioni del 1542 sono: Palazzuolo, Marradi, Modigliana, Tredozio, Castrocaro, Dovadola, Rocca san Cassiano, Portico, Premilcuore, Galeata, Santa Sofia, Verghereto, San Piero in Bagno, Sorbano, Badia Tedalda.


In più c’è Firenzuola, che ha una storia diversa perché non fu conquistata ma fondata dai Fiorentini nel 1306 per contrastare gli Ubaldini. La posa della prima pietra fu nel 1332 ma per tutto il Trecento il dominio dell’ alto Santerno fu una intricata contesa fatta di guerriglie, battaglie, tregue, tradimenti e quant’ altro. Il paese fu distrutto dagli Ubaldini almeno due volte ma nel 1410 la Città prevalse. 


La bella storia medioevale di Firenzuola non si può riassumere qui e basta sapere che il paese ha una cinta muraria riconoscibile (come Terra del Sole e Modigliana). Dopo queste premesse limitiamo l’ indagine, perché l’argomento è vasto e si rischia di divagare e di perdersi nelle mille vicende della storia locale del Duecento e del Trecento.

Perché Firenze si spinse oltre l’appennino? 
I motivi dello “sconfinamento” nel versante romagnolo sono tanti ma in particolare c'era la necessità di controllare i passi appenninici che portano nel Mugello, cioè la Futa, il Giogo, la Colla e il Muraglione, tutti a 900m di quota e quindi facilmente valicabili anche con i mezzi del Medioevo. C’era anche la necessità di controllare i passi della Calla e dei Mandriòli, che portano nella valle del Casentino e alcuni altri valichi verso la val Tiberina.


Il controllo dei passi era fondamentale in caso di guerra ma serviva anche per stendere una cintura sanitaria attorno a Firenze e impedire il libero transito dei pellegrini diretti a Roma, che portavano denaro ma anche contagi. Questo fatto divenne un obiettivo primario dopo la peste del 1349, che uccise la metà dei Fiorentini e non a caso l’azione della Città si intensificò parecchio nella seconda metà di questo secolo fino a giungere al risultato cercato.

Come avvenne la “conquista” della Romagna Toscana? 
Spesso si tende a spiegare il tutto solo con l’espansione a viva forza del Comune di Firenze ma in realtà non fu così. I Fiorentini dell’epoca avevano uno spiccato senso dello Stato e della politica e usavano la forza dopo che ogni artifizio diplomatico era fallito. Vediamo come andarono le cose in ogni Comune:



Palazzuolo di Romagna (oggi sul Senio)

Nel 1362 Giovacchino di Maghinardo degli Ubaldini da Susinana lasciò i suoi quattordici castellari di Palazzuolo al Comune di Firenze. Non fu un atto di bontà ma una necessità derivata dai suoi debiti, che i Fiorentini avevano saldato in cambio del tutto e di un “generoso” vitalizio. Lo sappiamo dallo storico Emanuele Repetti che ne parla nel suo Dizionario della Toscana (1830). Dopo la morte di Giovacchino i tanti membri di questa famiglia comitale, che sarebbero stati eredi senza questo atto, entrarono in agitazione per riavere i “loro” castellari. L’accusa principale a Firenze e alle sue banche era quella di aver prestato i soldi a strozzo a Giovacchino in difficoltà e di aver manipolato anche il suo testamento. Non sapremo mai chi aveva ragione, però la storia la scrivono i vincitori. 



Nel 1372 scoppiò una rivolta degli Ubaldini, che furono sconfitti, ripetuta alla Badia di Susinana nel 1386 e seguita da un’altra sconfitta. Per umiliarli il commissario Guido del Pecora tolse la campana dalla Badia e la fece portare a Figline Valdarno, e oggi è nel Museo Civico. A suo tempo le richieste di Palazzuolo per averla indietro non ebbero esito. Un’altra rivolta fu nel 1402 con esito identico alle precedenti, seguito però da una amnistia e un condono fiscale che pacificò gli animi.



Marradi

Nel 1428 il conte Ludovico Manfredi, signore del paese, entrò in contrasto con i Fiorentini, dei quali era vassallo, e fu invitato a Firenze per intendersi. Era una trappola e fu imprigionato nel carcere delle Stinche dal quale non uscì più. Le milizie di Firenze assediarono il Castellone di Marradi, nel quale si erano asserragliati i suoi fratelli e dopo un mese lo conquistarono. I Marradesi accettarono il nuovo dominio, ottennero uno Statuto, la parità di diritti con i mugellani e un mercato settimanale il lunedì, che si tiene anche oggi.



Modigliana

Nel 1350 i conti Guidi ormai in crisi chiesero protezione a Firenze per fare fronte all’ espansione di Faenza. Però questo non fu sufficiente e nel 1377 i Guidi furono cacciati dopo una rivolta capeggiata dal popolano Durante Doni. Nel 1378 Modigliana era già in accomandìgia, cioè sotto controllo fiorentino. L’atto di annessione definitiva fu nel 1428, assieme a Tredozio. Per evitare contrasti con Faenza doveva essere chiaro che i Fiorentini non avevano occupato di forza il paese e per accordi presi le campane di Modigliana suonarono a festa prima dell’ entrata delle milizie di Firenze, a significare che il popolo aveva espresso una preferenza.




Dovadola e Castrocaro

Dopo la crisi dei Conti Guidi del 1337 – 47 questi paesi furono presi da Francesco Ordelaffi signore di Forlì. Il cardinale guerriero Egidio Albornoz li riconquistò ed entrarono nel dominio dei papi nel 1357 - 1359. Però alla fine del secolo il pontefice Bonifacio IX in difficoltà economiche diede in pegno i due castelli a Firenze per un prestito di 18.000 fiorini d’oro. Il castellano Tommaso conte di Novi non permise ai Fiorentini l'accesso al paese ma ormai il più era fatto: il papa alla scadenza non trovò i soldi per onorare il debito e i relativi alti interessi e il 19 maggio 1403 i Fiorentini pagarono altri 2.000 fiorini e si presero tutto. Questa zona era amata dal granduca Cosimo I de’ Medici, che nel Cinquecento fece costruire una fortezza a stella e la chiamò Terra del Sole.





Rocca San Cassiano

Nel 1382 Francesco de’ Calboli lasciò Rocca San Cassiano in eredità a Firenze. La famiglia forlivese Calboli all’inizio del Trecento aveva avuto la peggio nei duri scontri con la famiglia Ordelaffi per la signoria di Forlì e si era rifugiata in parte a Firenze. E’ possibile che anche qui siano entrate in gioco le banche fiorentine a finanziare le necessità di questi signori, sconfitti ma ancora autorevoli. I Calboli a Firenze erano ben inseriti nella vita cittadina e nei documenti antichi si trova traccia degli incarichi conferiti a loro dalla Città. Nel 1424 dopo la battaglia persa dai Fiorentini a Zagonara il paese fu occupato dai Visconti, che lo diedero ai loro alleati Ordelaffi, ma i Fiorentini l’anno successivo se lo ripresero.




Portico, San Benedetto e Premilcuore

Il castello di Portico, assieme a Bocconi ha una storia simile a quella di di Rocca San Cassiano ed era un comunello a se stante, separato da San Benedetto in Alpe, dipendenza dei vallombrosani residenti nel monastero sopra al paese. I frati avevano un fitto intreccio di interessi con Firenze, e al declinare della forza del loro Ordine piano piano persero la sovranità del luogo. Anche Premilcuore ha una storia simile e passò sotto Firenze nei primi anni del Quattrocento. E' probabile che Portico sia il paese d'origine di Beatrice Portinari, la Beatrice di Dante. Suo padre Folco si trasferì a Firenze e ... per una serie di motivi che sarebbe difficile spiegare qui questa ipotesi viene ritenuta vera da tanti studiosi.


Galeata


La storia di questo comune si intreccia con quella del vicino comune di Civitella. Ambedue i paesi nel medioevo erano pertinenze del monastero di Sant’Ellero e furono amministrati da tante famiglie, più o meno dipendenti dai frati. Poi nel Quattrocento al declinare della forza del monastero a Galeata prevalse il Comune di Firenze e a Civitella lo Stato Pontificio, con pacifici accordi di spartizione. La cartina antica qui accanto chiarisce il fatto e mostra senza ombra di dubbio che qui c'era un confine di stato.

Santa Sofia, Verghereto, Bagno di Romagna, Badia Tedalda

Questa parte della Romagna Toscana nel Medioevo fu sotto il governo dei frati della Badia di Sant’ Ellero, a tre chilometri da Galeata e anche dei monaci di Vallombrosa e Camaldoli. Questi ricchi monasteri tendevano a sottrarsi all’autorità dei vescovi della zona, per gestire in proprio le rendite agrarie e il flusso delle donazioni e dei lasciti. Però i monasteri avevano bisogno di protezione e il comune di Firenze era quello che ci voleva, perché era interessato al controllo del territorio più che al suo governo. Si sviluppò così un intreccio di interessi che durò per quasi due secoli fino all’inizio del Quattrocento, quando il declino di questi Enti religiosi consentì a Firenze di avere il pieno dominio. Il dominio fiorentino fu accettato con favore dalla popolazione, perché come in tutta la Romagna Toscana la Città governava direttamente, con un gonfaloniere in ogni paese e un consiglio comunale sorteggiato fra i cittadini più abbienti, in carica per sei mesi. La giustizia era affidata a un funzionario forestiero, il Vicario, in carica per un anno o due e soggetto a giudizio popolare a fine mandato. In più la forza della Città dava sicurezza. 


Invece nei secoli precedenti non erano mancati gli eventi truci e drammatici: nel 1267 a Sant’ Ellero i Guelfi fiorentini fecero strage dei Ghibellini ostili a Carlo d’Angiò: quattrocento di loro furono uccisi ed il castello di Sant’ Ellero fu raso al suolo. L’abbazia vecchia fu ceduta ai Vallombrosani che la trasformarono in ospizio. Alla fine del secolo il territorio divenne un dominio del condottiero ghibellino Uguccione della Faggiola (1250 – 1319) nativo di Casteldelci, un paese al confine con le Marche.

Anche Santa Sofia, come Galeata, era un paese di confine contrapposto a Mortano, dall' altra parte del fiume Savio, che ora è parte dell' abitato del capoluogo ma allora era parte del Feudo di Pondo e Spinello, pertinenza dello Stato della Chiesa.


Sorbano

Sorbano, ora frazione di Sarsina, fino al 1964 era un comune autonomo. Qui agli inizi del Quattrocento si fermò la penetrazione fiorentina e Sarsina rimase sotto l’autorità pontificia. Forse in previsione di una successiva espansione i Fiorentini contrapposero Sorbano a Sarsina, distante solo 1,5 Km. Il territorio di Sorbano era frammentato in diverse porzioni che erano quanto Firenze aveva potuto conquistare. Nei secoli i tentativi di Firenze per ottenere Sarsina dallo Stato Pontificio furono tanti: proposte di acquisto, di scambio, di pagamento per favori fatti e altro, ma non ottennero l’esito sperato.

Dunque ciascuno dei quattordici comuni della Romagna Toscana ha una storia sua e venne “conquistato” da Firenze in modo diverso nella seconda metà del '300 e nel primo '400, più che altro con l'arte della politica e con qualche imbroglio.



Per ampliare

30.01.2018    L’ampliamento della Provincia di Forlì
26.12.2018    I Visconti contro i Fiorentini, 1324 La rotta di Zagonara
20.04.2019   La conquista di Palazzuolo sul Senio
24.10.2020   Lo storico Cavalcanti parla dei fatti di Marradi




venerdì 24 novembre 2023

1893 La descrizione tecnica della Faentina

La ferrovia 
di valico 
più moderna 
d'Italia
ricerca di Claudio Mercatali


Le gallerie vicino
alla stazione di Fornello




La fine dell'Ottocento fu l'epoca d'oro delle ferrovie italiane. Il treno allora era il più moderno e comodo mezzo di traporto per le persone e le cose. Lo sarebbe anche oggi in molti casi, se le Ferrovie fossero gestite come si deve, il che in certi casi non è. La Faentina è una linea ferroviaria costruita in quel tempo, dal 1880 al 1893 e il tracciato ha tutte le caratteristiche tipiche di allora: binario unico, gallerie non molto larghe, ponti e viadotti in pietra e mattoni. Ponti di ferro …



Questa che segue è la descrizione tecnica della linea appena finita, comparsa sul periodico Il giornale dei lavori pubblici e delle strade ferrate, Monitore della Società degli ingegneri e degli architetti italiani.




Clicca sulle immagini
per avere
una comoda lettura






... Seguendo la cronologia di esecuzione diremo prima minutamente del 3° tronco Borgo S.Lorenzo Firenze, costruito anteriormente all'intermedio ...


... Molte sono le opere d'arte costruite in questo tronco. Fra ponti e ponticelli di corda fino a 10 metri se ne contano 141 ...


... Le stazioni del Tronco sono a Borgo S,Lorenzo, S.Piero, Vaglia, Montorsoli e Caldine.


I° Tratto Marradi - Crespino

E' lungo 10.891 metri e fu appaltato diviso in due parti alle Imprese Lori (Marradi - Fantino) e Colacicchi (Fantino - Crespino) ...


II° Tratto Crespino Fosso Canecchi

... Fra le opere d'arte di maggior luce notansi il viadotto di Fosso Burione, a 5 luci di metri 12, il viadotto di Valdicampi a due ordini di 7 luci di 10 metri ciascuna, il viadotto sul Vallone del Facto a 5 luci di 10m, il viadotto di Bucadinora  a 4 luci ...




III° Tratto Fosso Canecchi  Borgo S.Lorenzo

... Questo terzo tratto fu surripartito dapprima in due: Fosso Canecchi Ronta e Ronta Borgo S.Lorenzo.




... Si avverte infatti che per costruire il tratto Ronta Borgo S.Lorenzo si impiegò un solo anno ...


... nel 1889  i lavori e i progetti definitivi furono preparati dal comm. ing. Perego ...

Per ampliare
Nel tematico del blog, alle voci "Lavori per la ferrovia" e "Lavori pubblici 1863 - 1899 ci sono altri post sulla ferrovia Faentina.



sabato 18 novembre 2023

Il Molinone di Marradi

Breve storia 
di un molino a cilindri
ricerca di Claudio Mercatali





Negli anni 1885 – 86 l'imprenditore veneto Ferruccio Busato di Cucca (oggi Veronella) comprò il molino della Presìa da Franco Piani di Marradi. Questo opificio era esattamente dove ora c'è la centrale elettrica e aveva un canale di derivazione dell' acqua dal Lamone a fianco del cosiddetto pozzo della Lontria. 


La planimetria dell'area in oggetto al tempo della costruzione del Molinone e della Centrale elettrica.


Busato era in società con l'ingegnere marradese Lorenzo Fabbri, che stava progettando la centrale elettrica di Porretta Terme e pensava di farne una anche a Marradi.

L'idea originaria di Busato e Fabbri era di costruire uno stabilimento meccanico alimentato dalla centrale idroelettrica. Vista l'ottima resa dell' impianto del sig.Luini a Porretta Terme, Busato propose al sindaco Francesco Scalini un impianto di illuminazione pubblica per Marradi, al posto di quello a petrolio. Nell'archivio storico del Comune c'è uno scambio di lettere fra queste persone, leggiamole:




All' Illmo Sig. Cav. Francesco Scalini
Sindaco di Marradi

Il sottoscritto ha l'onore di rivolgersi alla S.V. Illma per una cosa che porterà qualora venga benevolmente accolta, vantaggio e decoro a questo paese. Avendo il sottoscritto acquistato il molino Présia per impiantare un grande stabilimento meccanico che andrà illuminato a luce elettrica e sembrandogli opportuno che anche nelle vie di questo paese la luce elettrica possa vantaggiosamente essere sostituita alla pubblica luce del petrolio con poca differenza di spesa penso fare alla S.V. la seguente proposta:
Il sottoscritto si propone di fornire la luce elettrica al paese di Marradi per lire 1500 impiantando circa 30 piccole lampade da distribuirsi nei vari punti del paese e tre grandi lampade per le maggiori piazze - e ciò entro otto mesi da oggi. Nella fiducia che la proposta sarà dalla S.V. trovata degna di considerazione, il sottoscritto attende un cenno di riscontro e ha l'onore di segnarsi.

Marradi, 1 giugno 1888 Devotissimo Busato Ferruccio di Cucca

Il Sindaco gli ripose il giorno stesso:

Marradi 1 giugno 1888
Questo Consiglio Comunale, al quale ho comunicato la proposta sua, ha accolto in massima la di lei proposta per l'impianto della luce elettrica all'interno del Paese, ma prima però di addivenire a una formale accettazione della proposta, desidera dalla S.V. un dettagliato progetto in proposito.

Nel pregarla di una sollecita risposta le dichiaro la mia distinta stima.
Il Sindaco firmato F.Scalini


Quindi il Molino Busato e Fabbri, più noto come Molinone in origine faceva parte di un unico progetto che comprendeva la Centrale elettrica e divenne un opificio a se stante solo verso la fine degli anni Trenta, quando ormai era alla fine. La Centrale era stata rilevata dalla Società Elettrica Valdarno che poi negli anni Sessanta venne inglobata nell' ENEL.





L'impresa Busato Fabbri e C. fu registrata alla Camera di Commercio il 20 giugno 1888 e dopo due anni divenne Società in accomandita semplice Ing. Fabbri e C. perché l'ingegnere comprò la parte di Busato con il ricavato della vendita della Centrale di Porretta Terme (1891). 


Ora lasciamo da parte la Centrale, della quale è già stato detto nei post citati nella bibliografia e parliamo del Molinone. Il nome è un nomignolo dato dai marradesi a questo edificio enorme, alto cinque piani, che si eleva dal greto del fiume Lamone fino al piano della stazione ferroviaria. Le relazioni tecniche dell'epoca dicono che poteva produrre 200 q di farina in 24 ore alimentato da una turbina elettrica da 60 cavalli. 


I macchinari per la macinazione erano della Ditta Millot e C. di Milano, molto moderni. 






Nel 1908 l'ing. Fabbri chiese al Comune di Marradi e alla Ferrovia di realizzare un collegamento rialzato fino ai binari, in modo da portare la farina direttamente ai carri merci. 






Questo rese il Molinone molto competitivo e nel 1927 un innalzamento della diga della Lontria permise di portare la potenza della Centrale a 180 cavalli (un dato per noi risibile ma notevole all'epoca).




La crisi cominciò nei primi anni Trenta, forse a seguito della tremenda recessione seguita al tracollo di Wall Street del 1929 che mise in ginocchio anche la Fornace Marcianella e la Banca di Credito e Sconto di Marradi. 







Nel 1936 la ditta compare negli atti come SAMIF, Società Anonina Ingegner Fabbri, costituita il 27 luglio 1929 con un capitale azionario di 750.000 lire e quindi Fabbri non era più il Socio accomandatario responsabile in solido e in misura illimitata ma un azionista di riferimento. 








Il Molinone cessò il 20 ottobre 1940 come risulta dall'avviso di convocazione dell' ultima assemblea. Nell'ordine del giorno c'è la nomina di un liquidatore, il che significa che c'è uno stato fallimentare e si legge che il capitale sociale si è ridotto a 315.000 lire. In più da pochi mesi era scoppiata la Seconda Guerra Mondiale.

Come funziona un molino a cilindri? Ecco una domanda difficile che non ha una risposta semplice, però lo schema qui sopra può essere d'aiuto. I "cilindri" sono dei rulli di ferro che ruotano uno contro l'altro (controrotanti) e schiacciano i chicchi che scendono dall'alto. Dopo una prima molitura seguono altri passaggi con la separazione della semola, della prima farina, della farina più raffinata e del farinaccio, lo scarto, secondo la procedura riassunta qui accanto.



Dopo la chiusura l'edificio venne acquistato dalla ditta Molini Biondi, di Firenze, che lo disattivò. Dopo la guerra la ditta fiorentina cessò l'attività anche a causa dei danni disastrosi che aveva subito durante il conflitto e il Molinone fu abbandonato.  





Acquistato da un privato negli anni Settanta rimase in abbandono fino ai primi anni Novanta, e allora il proprietario lo donò al Comune perché fosse destinato ad "opere di alto significato sociale" che però non sono state individuate. Il Comune lo mise in sicurezza per evitare il crollo definitivo ma oggi servirebbero altri interventi.




Per approfondire sul blog

13 settembre 2013 A Marradi la luce elettrica ...
22 ottobre 2015 Fiat lux La luce elettrica a Marradi





domenica 12 novembre 2023

La Romagna Toscana

Mille anni di storia
Lungo l’ appennino

Ricerca di Giovanni Caselli


Non può esservi dubbio alcuno che la Romagna toscana era tale per motivi economici e non politici. L’area montana e collinare della Romagna, avara e spesso ostile, era abitata, in epoca antica e anche nel medioevo, da pastori che nessun interesse potevano avere per la pianura ravennate gravitando verso la Maremma per il loro sostentamento, anzi per la loro stessa sopravvivenza. Nessuno sa se il confine politico di epoca augustea collimasse col crinale, ma vi sono motivi di dubitarne, per i motivi sopra addotti.




Il Passo della Calla (= della conta) va da Stia (nel Casentino) a Santa Sofia (nella Romagna Toscana)

La storia ci consegna la Romagna montana come territorio legato alla Toscana ed i Guidi che se ne impadroniscono e traggono la loro ricchezza soprattutto dai movimenti delle greggi e dal controllo delle “Calle” (dal teutonico Kalla = conta o chiamata), i punti di passaggio obbligato dove si contavano le pecore.


Il fatto che i Guidi controllassero fino al basso medioevo tutti i passi d’Arno delle transumanze conferma in maniera irrefutabile quanto suggeriscono i fatti e la logica. Fra il V e VI secolo, l’Appennino tosco romagnolo fu campo di battaglia di Greci e Goti, Longobardi e Bizantini, durante la seconda metà del VI secolo si stabilì lungo il crinale una larga fascia militarizzata le cui tracce si rilevano ancora oggi in vari punti strategici il più eclatante dei quali è la fortezza di Monte Castel Savino (1200 m) fra l’Alpe di Serra e La Verna.


La montagna della Verna

La zona chiamata “Alpes Apenninae” che estendendosi dal Modenese al Montefeltro divideva la Tuscia Longobarda dalla regione tardo romana denominata “Flaminia”, divenne in epoca bizantina dipendenza di Ravenna col nome di Esarcato o Romània, da cui deriva Romagna. Questo confine militare non deve essere stato però una barriera invalicabile poiché l’influenza ravennate oltre il crinale è diffusa lungo tutto il confine durante tutto il periodo in questione. 

I crinali dell’alta valle del Bidente, furono un nodo viario importante che già in età ostrogota vide flussi migratori provenienti da Ravenna occupare la montagna che probabilmente era rimasta disabitata per qualche secolo. Giungevano qui cavalieri, chierici, monaci che fondarono castelli, rocche, torri, oratori, eremi e cenobi, chiese battesimali. 
Leggendo fonti di età longobarda si può ragionevolmente ritenere che questa fascia appenninica fu percorsa dal VI all’VIII secolo da un flusso di risalita da parte delle popolazioni bizantino - ravennati di origini levantine, mentre minori sono le infiltrazioni verso la Via Emilia e l’Esarcato da parte di Longobardi di Tuscia.

Fra il IX e X secolo dovevano essere importanti i collegamenti da Casola Valsenio a Pieve di Ottavo, da Modigliana a Dovadola, da Tredozio a Portico di Romagna, da Predappio a Meldola, da Rocca San Casciano a Galeata e soprattutto da Santa Sofia a San Piero in Bagno. Quest’ultimo divenuto poi il principale itinerario romeo per l’Alpe di Serra, come attestato dai documenti tedeschi ed inglesi. 
La caduta dell’Esarcato e la fine della dominazione longobarda ebbero luogo nell’VIII secolo, quando la Chiesa Romana e quella Ravennate entrarono in conflitto sulla questione dell’eredità dell’Esarcato. Dopo il declino dell’Esarcato gli arcivescovi di Ravenna estesero il loro patrimonio fondiario nelle valli dell’entroterra risalendo le valli del Savio, del Bidente, del Rabbi, del Montone nei territori di Cesena, Forlimpopoli, Forlì e Faenza. 
Attorno al mille essi sarebbero diventati titolari delle giurisdizioni comitali di Bagno (872) di Modigliana (892), di Tredozio (896) di San Cassiano (882), di Pieve Salutare (955), di Castrocaro (970) di Galeata 1070. Ex Duchi, Consoli Magistri Militum, dipendenti dei presuli ravennati iniziarono a possedere “masse”, “corti”, castelli e chiese negli Appennini. Da essi deriveranno le dinastie dei Conti locali. La presenza ravennate tuttavia non si estese mai sul versante toscano, ma si stabilirono legami matrimoniali con le famiglie comitali di stirpe germanica che, al contrario, estesero la loro influenza sul versante romagnolo. 
Gli Ubaldini, i Guidi e gli Ubertini si impadronirono infatti di territori confinanti con quelli dei duchi ravennati. Il potere di questi conti fu poi confermato dagli Ottoni a partire dalla seconda metà del X secolo con cospicue donazioni. Tuttavia va ribadito che nessun potere territoriale ha senso o sta in piedi a lungo senza una precisa solida base economica. 
La base economica dell’Appennino tosco romagnolo era costituita dai pascoli e dalle transumanze che gravitavano sulla costa tirrenica fra Pisa e il Lazio, quindi solo per impedimento politico e militare la Romagna è stata, per determinati periodi, non toscana ma ravennate. Marcaccini e Calzolai in La pastorizia transumante (“Romagna Toscana”, Le Lettere 2002), forniscono precise informazioni a proposito della transumanza fra appennino tosco romagnolo e Maremma. Fino al XII-XIII secolo, feudatari, grandi istituzioni religiose e in minor parte anche i borghesi trassero il loro massimo profitto dal pascolo soprattutto ovino. In secoli successivi, con la disfatta dei poteri comitali e dei monasteri le greggi transumanti arricchirono Siena medievale e quindi la Toscana granducale.



Paesaggio nei pressi da San Paolo in Alpe


San Paolo in Alpe

Ancora a fine Settecento il paesaggio dell’Appennino romagnolo non era di molto cambiato dal Medioevo. Il più grande riformista e umanista dell’Europa settecentesca, Pietro Leopoldo di Asburgo Lorena, descrive la regione in questi termini:

 “…tutta questa provincia ha molti fiumi o torrenti dirupati, che tra quegli orridi e nudi Appennini formano delle valli e dirupi ove sono situati la maggior parte dei castelli. Pochi boschi vi sono in quelle montagne, che sono tutte dilavate e scoscese, ma molto buone pasture ed acque, poca semente e pochi piani…”


Cinigiano


Le greggi transumanti avevano ingressi e aree di pascolo proprie a seconda della provenienza. L’accesso ai pascoli demaniali avveniva a Biancani, presso Cinigiano, e poiché , durante i primi due mesi, il pascolo si poteva praticare solamente nelle zone d’ingresso, a settembre e ottobre i pastori romagnoli e faggiolani usufruivano delle “dogane” di Montenero, Cinigiano, Cana e Sasso, mentre il mese di novembre lo passavano tra Istia e Scansano nell’attesa della conta.

 

Scansano

Fino al 15 gennaio vagavano assieme ad altri gruppi nella pianura costiera tra Ombrone e Albegna quindi, fino al 30 aprile, avevano accesso anche alle dogane più meridionali, ai confini della provincia. E’ ancora Pietro Leopoldo che scrive:
 
“Pecore e capre (queste, provenienti soprattutto da Sorbano, Badia Tedalda e Sestino) si avviano con un pastore o massaio che li serve tutti con un uomo per casa, lasciandone uno a casa con le donne, che vivono di granturco, latte e castagne.”
 
Le modeste quote dello spartiacque appenninico, che separa la Romagna dal Mugello e dal Casentino e i numerosi e relativamente facili valichi, hanno consentito in ogni epoca, un facile attraversamento incoraggiando le comunicazioni, senza tuttavia riuscire ad unificare l’idioma e la cultura, che non potrebbero essere più diversi sui due lati della catena.



Passo dei Mandrioli

Dalla parte adriatica, i rilievi montuosi consistenti in una serie di contrafforti disposti a pettine rispetto al crinale, scendono in parallelo nella pianura romagnola, dando luogo ad una viabilità di crinale naturale sicura. Mentre i solchi vallivi, nei tratti corrispondenti alla testata, sono in genere angusti, profondi ed impervi, solo percorsi, non senza gravi difficoltà e dispendio di risorse, da moderne carrozzabili. Sul versante toscano si raggiunge invece la cresta di spartiacque mediante controcrinali che scavalcano una successione di tronchi di catene parallele a quella appenninica, intervallate da conche montane come la piana Firenze-Pistoia, il Mugello il Casentino, la Val Tiberina. Ad ovest e a sud all’interno dell’allineamento falciforme Arno - Chiana, esiste un articolato sistema di rilievi collinari e basso montani che da luogo ad un efficiente e razionale sistema viario di crinale estendentesi fino al Tirreno e terminante in una serie di luoghi di altura o di pianura dove, tutt’altro che a caso, sorsero le maggiori città etrusche. Un fatto questo, completamente travisato dagli archeologi.