Lanfranco Raparo, Marradi

Lanfranco Raparo, Marradi
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lunedì 6 febbraio 2023

Castel Pagano e Castel Leone di Bibbiana

Le fortune e il declino 
dei signori del Senio

ricerca di Claudio Mercatali


Baccio del Bianco (1640)
Palazzuolo di Romagna


Le cronache del Duecento dicono che i Pagani, originari di Castel Pagano al confine di Palazzuolo con Casola, divennero ricchi con i commerci del sale, della legna e soprattutto del grano, dalla Romagna alla Toscana. Il primo esponente di spicco fu Pietro Pagano, padre del famoso Maghinardo, citato da Dante nella Divina commedia. Ai suoi tempi la famiglia prese dimora alla Badia di Susinana e il castellare avìto di Pagano diventò meno importante.

Com'è noto Maghinardo non aveva figli maschi e nel suo testamento spartì i suoi beni fra i servi più fidati e soprattutto fra le figlie Francesca, Andrea e la nipote Albiera. A Francesca toccarono i beni nella valle del Lamone, ma dopo un dissesto finanziario furono pignorati dai creditori e spartiti fra chi ne doveva avere. Invece Andrea (questo nome a quei tempi era dato anche alle donne) sposò Giovanni di Tano degli Ubaldini di Monte Accianico (nel Mugello) che noi qui in zona conosciamo come Vanni da Susinana, e nacquero sei figli fra i quali Cia, moglie di Francesco II Ordelaffi signore di Forlì.





Nel 1359 Cia si difese a oltranza a Cesena contro il cardinale Egidio Albornoz ma fu catturata e confinata ad Ancona per due anni. Si ritiene che sia la donna che compare fra i merli del castello nello stemma di Palazzuolo sul Senio. Suo zio Gaspare da Susinana aveva una piccola compagnia di ventura e un certo numero di castellari nella valle del Senio. Maghinardo Pagani aveva anche una nipote di nome Albiera, figlia di suo fratello, che sposò Giovanni da Senni degli Ubaldini ed ebbero Maghinardo Novello, padre di Giovacchino e Ottaviano.

Basta così, perché per i nostri scopi di oggi ne sappiamo abbastanza e cioè: il cognome Pagani si perse perché per l'ingiusta regola già allora in vigore si eredita sempre il cognome paterno che in questo caso è Ubaldini, che si parli dei discendenti di Andrea o di Albiera.

CASTEL PAGANO

Da questo fortilizio viene il cognome Pagani. Il sito oggi è al limite fra Palazzuolo e Casola e i riferimenti cartografici della Regione Toscana arrivano fino a Misileo. Infatti al confine c'è la chiesa di Sant' Apollinare in Castel Pagano e il molino di Castel Pagano, ambedue tutelati dalla Sovrintendenza artistica dell'Emilia Romagna. Nel Duecento i Pagani costruirono la loro fortuna in queste terre e alla fine del secolo erano già padroni di Susinana, Gamberaldi e anche del Castellone di Marradi. 
Come detto all'inizio, nel Trecento i beni furono spartiti fra le eredi di Maghinardo Pagani e passarono nel patrimonio dei loro mariti, che erano degli Ubaldini. In particolare Castel Pagano toccò agli Ubaldini di Senni (nel Mugello) e alla metà del Trecento era dei due fratelli Giovacchino e Ottaviano. Il nome è un po' ingannevole, perché in realtà si trattava di un castellare o di una casa a torre importante come sito originario della famiglia e punto di riferimento per tutta la consorteria.

Da un documento che è qui accanto sappiamo che il quel periodo vennero rafforzate le mura e i due fratelli si spartirono le spese di comune accordo. Però la concordia fra loro venne meno per qualche motivo che non conosciamo e nacque un rancore profondo che portò alla tragedia e alla fine del castello. Sentiamo come racconta i fatti lo storico dell' Ottocento Emanuele Repetti:

PAGANO (CASTEL) Valle del Senio in Romagna. Uno dei castelli forti che possedevano gli Ubaldini nel contado e Giurisdizione d' Imola, il cui distretto era conosciuto sotto nome di Podere degli Ubaldini, o de'Pagani, il quale estendevasi anche al di là del territorio attuale del Granducato e della Comunità di Palazzuolo. Nel 1362 era signor del Castel Pagano Giovacchino degli Ubaldini figlio di Maghinardo Novello da Susinana.
In qual modo poi Castel Pagano con altre 12 ville di quel Podere pervenisse nel dominio assoluto della Repubblica Fiorentina, ci raccontano gl' istorici; come essendo stato riferito a Giovacchino degli Ubaldini che il fratello Ottaviano teneva trattato di torgli per sorpresa Castel Pagano, Giovacchino, che lo abitava, senza far cenno di saper cosa alcuna, lasciò entrare le genti del fratello, le quali tosto che ebbe dentro le mura tutte pose a fil di spada. Allora uno di loro veggendo di non poter campare: "dunque morremo noi, disse, senza vendicarci di questo carnefice, che come bestie rinchiuse ci scanna per mandarne al macello"


E ciò detto, a guisa di fiera arrabbiata se gli avventò addosso, e tirandogli un gran fendente nella gamba, il mise a terra. Della qual ferita Giovacchino, fra non molti dì, veggendosi venir meno, nel giorno 6 di agosto 1362 fece testamento, e per non lasciar goder al fratello Ottaviano l'eredità con tanto sangue imbrattata, instituì suo erede il Comune di Firenze, il quale, appena fu morto Giovacchino, mandò un commissario con gente d'arme a prender la tenuta degli Ubaldini sparsa al di là dell' Appennino e specialmente i castelli del Podere, che d'allora in poi chiamossi Podere Fiorentino. Quindi cotesto Castel Pagano sotto dì 13 dicembre 1367 dalla Repubblica Fiorentina fu dato in feudo o piuttosto in accomandigia al Conte Sandro de' Cattani di Campalmonte d'Imola per sé, suoi figli e discendenti maschi, finché gli stessi dinasti posero il Castel Pagano sotto la tutela della città d'Imola loro patria, dentro il cui territorio esso trovasi situato.






Così dice lo storico Emanuele Repetti ma la Città, anche se non ebbe nessuna parte in questa storia di cappa e spada, fu coinvolta tante volte nelle vicende di questa famiglia. Infatti da altre fonti si sa che gli Ubaldini ormai in crisi avevano debiti con banche fiorentine, garantiti con i loro castellari, e di certo furono oberati da questi, dall'espandersi del Comune di Firenze, dai tempi ormai cambiati e poi anche dalle loro liti interne. L'Enciclopedia Treccani interpreta meglio i fatti:


Dopo la metà del Trecento le liti tra alcuni rami degli Ubaldini permisero a Firenze di prevalere. Infatti durante lo scontro che dal 1360 oppose i figli di Maghinardo Novello da una parte e Vanni da Susinana e i figli di Cia, suoi nipoti dall’altra, i primi cedettero fra il 1360 il 1371 ai Fiorentini tutti i loro domini, consentendo così al Comune cittadino di inserirsi nella lotta interna e di acquisire a pezzi e bocconi altri presidi signorili. Si arrivò infine, tra 1372 e 1373, a una guerra vera e propria, e il Comune conquistò gli ultimi (non pochi) castelli dei discendenti di Vanni e di suo fratello Gaspare, svincolando le comunità dalla soggezione e ponendo fine al dominio nell’Appennino tosco romagnolo.

E' rimasto qualcosa di Castel Pagano? Andiamo all'inizio del Comune di Casola dove c'è questo sito e partiamo dalla chiesa di Santa Apollinare. Una strada campestre sale nella collina, passa accanto a una bella villa del Cinquecento e finisce a una casa poderale. I pochi resti della dimora dei Pagani sono qui e rimangono solo pochi avanzi delle fondamenta della torre, sui quali venne costruito un deposito di attrezzi agricoli. I sassi più belli forse furono usati per costruite la casa poderale accanto, che oggi è una normale casa colonica, o forse furono portati a valle e usati nella costruzione della villa del Cinquecento.


Nei poggi sovrastanti non ci sono resti medioevali, però si vede un bel panorama della valle del Senio fino a Casola. Dunque tutto sommato Castel Pagano è una delusione per chi cerca i resti dei castelli distrutti e non fu sede di vicende particolari della famiglia alla quale ha dato il nome.


CASTEL  LEONE  DI  BIBBIANA

La guerra del 1373 è già stata descritta il 20 aprile 2019 qui sul blog nell' articolo La conquista di Palazzuolo e non è il caso di ripeterla. Il conflitto scoppiò perché Gaspare Ubaldini da Susinana, forse salito di soppiatto da Sommorio fino alla vetta del Monte Faggiola con la sua compagnia di ventura con l'inganno aveva preso Castel Leone, un fortilizio dato in pegno alle banche fiorentine. 



Nelle pergamene dell' Archivio generale del fondo Diplomatico ci sono ancora gli atti di nomina dei castellani di Castiglione e di Mantigno nel 1371. Il fatto è importante perché dimostra che questi castellari esistevano davvero e i pochi resti che oggi si trovano nei siti sono quanto rimane. 




Fu un fatto violento, furono uccisi il castellano e una parte dei difensori e subito dopo si scatenò la rivolta in tutto il Comune di Palazzuolo. Uno dei motivi di tanto furore era stata l'acquisto dei beni di Ottaviano Ubaldini dal Comune di Firenze giudicato a strozzo dalla famiglia a danno di Jacopa, vedova di lui, e anche la cosiddetta "eredità di Giovacchino" fratello di Ottaviano, avvenuta una decina di anni prima in modo dubbio. Non ci sono documenti per dimostrare se avevano ragione gli Ubaldini o il Comune di Firenze e comunque la storia la scrivono i vincitori, cioè il questo caso la Città.




Però sappiamo che Gaspare Ubaldini si era premunito prima di sfidare il Comune di Firenze e assieme a suo fratello Vanni aveva ottenuto l'aiuto della Curia Pontificia che vedeva di mal occhio l'espandersi dei Fiorentini oltre l'appennino. Gli Ubaldini erano gente tosta, con cento agganci e pronti a tutto. Però il Comune di Firenze non fu da meno e assoldò il capitano di ventura Obizzo da Montecarulli, un tipo scaltro e con pochi scrupoli che oltretutto aveva avuto una contesa con Gaspare in occasione di una guerricciola a Fano, nella quale i due capitani si erano trovati da parti opposte.





In pochi mesi Obizzo conquistò o comprò tutti i castelli degli Ubaldini e li distrusse. Al ritorno a Firenze venne acclamato e premiato con molta generosità, come si può leggere qui sopra. Il resto lo fecero le milizie fiorentine negli anni seguenti e rasero al suolo tutto perché fosse chiaro che il potere degli Ubaldini era cessato. Questa fu la fine anche di Castel Leone. E' rimasto qualcosa? Partiamo dall' agriturismo della Cà Nova e saliamo a vedere.



In cima al poggio è rimasta la traccia delle fondazioni, che dalla parte ovest mostrano un perimetro esagonale. Il castellare sorgeva su una grande faglia, una struttura geologica fatta di strati d'arenaria verticali che su un lato formavano già per loro natura una muraglia. Il tutto è molto interessante.



Per approfondire sul blog
Cerca nell'Archivio tematico alle voci "Comune di Palazzuolo" e "Storia del Trecento".





sabato 12 novembre 2022

A Piancastello e alla Rocca di San Michele

Due trekking all'estremo 
limite del Granducato
resoconto di Claudio Mercatali


Negli ultimi decenni del Trecento e nel primo Quattrocento passarono sotto la sovranità di Firenze i valichi Futa, Giogo, Colla e Muraglione, tutti a circa 900m di quota, cioè bassi e con accesso al Mugello. 





Il loro controllo consentiva di prevenire gli attacchi dei Visconti di Milano, che in quei tempi avevano sconfinato nel Mugello un paio di volte ed erano stati respinti con difficoltà. C'era anche bisogno di stendere una cintura sanitaria attorno alla Città, perché la peste nera del 1348 - 49 aveva ucciso metà dei Fiorentini e si voleva limitare il transito dei pellegrini diretti a Roma, che portavano denari ma anche batteri.

LA CONQUISTA


Per conquistare l'appennino i Fiorentini dovettero smantellare il secolare sistema feudale dei Conti Guidi di Modigliana e degli Ubaldini di Senni e Monte Accianico, il che avvenne dopo una guerriglia durata quasi un secolo. Queste erano famiglie comitali con un intreccio di interessi e parentele vasto, su ambedue i versanti dell' Appennino. Gli Ubaldini diedero tanto filo da torcere nel Podere degli Ubaldini (oggi Palazzuolo) dove il loro radicamento era forte. 
In pratica essi stessi e i loro consorti costituivano una buona parte della popolazione e non potevano essere semplicemente sconfitti e cacciati. I Fiorentini perciò misero in atto una serie di strategie, fatte di favori, privilegi, acquisti, deleghe, accomandigie, contratti a livello e quant' altro era in uso nel diritto medioevale. Quando nessuna di queste cose era praticabile si arrivava all'atto di forza e la mano dei nuovi signori si faceva pesante. 
I castellari conquistati venivano rasi al suolo perché non tornassero ai vecchi proprietari. Ai protagonisti dell'ultima grande rivolta del 1387 venne dato bando e vietata la dimora per sempre, con tanto di taglia come se fossero dei delinquenti (leggi qui sopra).

LA RICERCA

La ricerca di oggi riguarda due castellari conquistati nel 1373 e demoliti nel 1387 dal capitano fiorentino Domenico di Guido del Pecora impegnato a sedare una rivolta alla Badia di Susinana. Come detto più volte nelle ricerche citate in bibliografia la demolizione completa era anche un atto simbolico, perché fosse chiaro a tutti che il vecchio potere non esisteva più. I Fiorentini non sparsero il sale sulle mura, come i Romani a Cartagine dopo la Terza Guerra Punica, ma il significato era lo stesso. Dunque nei siti dei trekking di cui state per leggere non ci sono resti di castelli ma rovine di case poderali antiche o cumuli di sassi rinfusi, individuabili solo con la cartografia antica e i resoconti medioevali. 
Questo basta per stuzzicare la curiosità di studiosi, archeologi dilettanti e appassionati di ricerche con il metal detector. Gli altri sappiano che questi siti si raggiungono a piedi dopo aver sudato abbastanza, però hanno una grande visuale perché i castellari di Palazzuolo erano collegati a vista e comunicavano con i segnali di fumo.

I CASTELLARI

I castellari di Palazzuolo e Marradi erano quasi sempre composti da due edifici distanti fino a un chilometro: il primo aveva una funzione soprattutto residenziale, e una famiglia di Ubaldini o di loro consorti vi risiedeva coltivando il podere circostante. Il secondo era una torretta alta una quindicina di metri in cima a un cocuzzolo dove il signorotto si rifugiava con la famiglia e i seguaci quando i segnali di fumo comunicavano una minaccia. 
La rocchetta era su una pendice scoscesa al massimo, senza sorgente né strada così gli assedianti non potevano accamparsi o avvicinarsi con qualche macchina d'assedio. Chi si arroccava disponeva delle risorse che si era portato dietro e beveva dalla cisterna l'acqua raccolta dal tetto.

E' ovvio che una sistemazione del genere era efficace contro un signorotto della stessa taglia o per resistere alle rivolte dei servi della gleba vessati troppo, ma non poteva bastare per scampare all' assedio di una compagnia di armigeri di Firenze e infatti questi castellari non resistevano più di due o tre settimane quando venivano pressati dalle milizie della Città.
Però la loro conquista spesso non era definitiva perché dopo qualche anno gli Ubaldini in qualche modo rimediavano i danni e tornavano ad abitare il sito. Così si tornava daccapo e serviva un altro costoso assedio.

Le milizie andavano pagate, i luoghi erano disagevoli, e così spesso la vicenda si concludeva con una trattativa e anche una offerta in fiorini in cambio della resa, fatta dal capitano fiorentino per limitare i costi dell'assedio. Gli assediati ne valutavano la convenienza sapendo che comunque alla fine avrebbero dovuto cedere. C'è tutta una storiografia che parla di questi patteggiamenti e anche dei ricatti degli assedianti, che tagliavano le viti e i castagni nei poderi dei servi degli Ubaldini arroccati nella torre per indurli alla resa o predavano le loro case. Ecco, questo è il quadro della situazione: così erano i tempi e le circostanze.



Piancastello

Questo fortilizio è uno dei meno noti fra i quattordici che Gioacchino degli Ubaldini lasciò in eredità al Comune di Firenze suscitando le ire dei suoi parenti. Oggi è nel comune di Casola, così come Castel Pagano, perché i Fiorentini li diedero in signoria al Conte Sandro de' Cattani di Campalmonte d'Imola per sé e i suoi discendenti.


E' un sito particolare, sul crinale fra Senio e Sintria, a 700m slm e si raggiunge meglio da quest' ultima valle, con un trekking corto ma tosto, dal fondovalle poco dopo la località Molino Boldrino. Il nome del posto viene dalla morfologia un po' insolita per un fortilizio.


Oggi Piancastello è un rudere in mezzo a una pineta piantata negli anni Cinquanta per rimboschire ma prima era abitato. Vicino c'è Monte Cece che nel 1944 fu sede di un comando inglese perché la zona era sulla Linea Gotica.




Come detto prima di solito i castellari degli Ubaldini si componevano di due edifici, uno per la residenza usuale e un altro per il rifugio in caso di assedio, che in pratica era una torretta nel cocuzzolo più impervio del circondario. Di questo rimangono le tracce scarse e dubbie in un poggiolo a poca distanza dalla casa, dove si gode un bel panorama verso il Senio e il torrente Sintria all' altezza di Croce Daniele. Forse la principale funzione del fortilizio era proprio quella di fornire una visuale ampia al castello di Fornazzano, che è qui di fronte sull' altro versante della valle.




La Rocca di San Michele

San Michele è il nome di una chiesina alla sommità del monte che si vede dalla Badia di Susinana. Nel 1833 era una parrocchia con 145 fedeli ma oggi il sito è disabitato. 


E' quasi certo che la chiesa fu costruita a ridosso di una rocchetta degli Ubaldini, usando una parte delle pietre di quella quando i Fiorentini la demolirono nel 1387. 



La vista da Susinana è un po' ingannevole perché il sito sembra un nido d'aquila ma in realtà salendo dal retro lungo la strada che porta al podere Il Salto si arriva in cima in modo agevole.




Clicca sulle immagini
se le vuoi ingrandire








E' possibile che il castellare avesse un secondo livello di sicurezza, più in alto, nel podere Val di Vinco, che ha le caratteristiche di una antica casa fortificata. Il crinale è panoramico, dalla parte di Palazzuolo e verso Casola.



Per approfondire sul blog


Archivio tematico "I castelli della valle"
03.10.2011 Lozzole antica rocca
20.04.2019 La conquista di Palazzuolo


Bibliografia

Rocche e castelli di Romagna vol.1 Bologna 1970 Nuova alfa, Biblioteca@comune.modigliana.fc.it con prenotazione dalla gentile bibliotecaria Erika Nannini.


domenica 6 novembre 2022

Il castello di Mantigno

Un trekking 
in Val dell'Agnello
a Palazzuolo sul Senio
relazione di Claudio Mercatali






Mantigno è nella valletta del torrente Ortali, abitata fin dai tempi antichi. I toponimi danno una indicazione chiara di questo: Budrio è una parola celtica che indica una confluenza di fossi, Sala è un noto toponimo longobardo per i luoghi dove si ammassavano i raccolti da spartire. Si ha notizia di una chiesa precedente alla attuale (del 1386) nel sito detto Chiesa vecchia.




Nel Medioevo Mantigno fu un Castrum, ossia un luogo fortificato, parte del sistema difensivo degli Ubaldini fino al 1362 – 1372 quando venne preso dai Fiorentini, durante la complicata guerra di conquista di Palazzuolo. Essi assediarono i siti fortificati del Comune e poi li rasero al suolo, per impedire che i tenaci Ubaldini li riprendessero, come avevano fatto altre volte. L'azione del radere al suolo non avveniva nella furia della battaglia ma con una operazione successiva, pianificata e affidata a imprese di demolizione pagate apposta. Per questo i resti del castellare di Mantigno non sono più evidenti e si trovano solo poche tracce.


Prima di questa soluzione definitiva il Comune di Firenze per anni aveva nominato un castellano obbligato a risiedere sul posto con un manipolo di armigeri. Costui firmava un vero e proprio contratto di lavoro, rogato da un notaio proprio nel castello, per avere la certezza che avesse visionato il sito e la presa di possesso fosse effettivamente avvenuta. Queste precauzioni erano necessarie perché il posto era pericoloso, minacciato dagli Ubaldini sempre pronti a riprendersi quello che il Comune di Firenze aveva tolto loro. La stessa procedura c'era per tutti gli altri quindici o venti castellari di Palazzuolo e all'Archivio di Stato di Firenze ci sono le pergamente con i contratti, come questa qui sopra.



La rocchetta con il castellare non è nel borgo di Mantigno e per raggiungerla si deve fare un trekking, corto ma tosto. Bisogna salire fino all'attuale podere abbandonato di Val dell' Agnello dove ci sono i ruderi della casa fortificata sede del castellare. Infatti bisogna tener conto che la parola "castello" in questo territorio si riferisce a un insieme di edifici, fra i quali uno residenziale abitato dal castellano nei periodi di tranquillità (in questo caso il borghetto di Mantigno) e uno in quota, scomodo e poco accessibile ma più sicuro in caso di assalto.  

Attorno c'erano sette o otto poderi con case munìte quanto basta per resistere a qualche atto ostile. Insomma Mantigno nel Medioevo era una vera e propria Corte castellana con una sua economia e le sue regole. Il Comune di Firenze, che l'aveva conquistata e persa più volte aveva ben chiaro il fatto e nominava il castellano con un presidio per esercitare una funzione di governo. Non era la strategia giusta perché gli abitanti di questa frazione in qualche modo erano parenti o consorti o amici degli Ubaldini e sopportavano a stento un governatore nominato dalla Città che in sostanza era un estraneo e in certi casi non vedeva l'ora di andarsene a fine contratto, cioè dopo due o tre anni.

Per questo nel 1373 Firenze demolì tutti i castellari di Palazzuolo, che allora si chiamava Podere degli Ubaldini e perché il nuovo corso fosse chiaro a tutti cambiò anche il nome in Podere Fiorentino e nominò un Capitano unico per tutto il comune che risiedeva nel centro del capoluogo nel cosiddetto Palazzo dei Capitani.


Il tempo è si è fermato attorno a Mantigno e le testimonianze di tutto questo sono ancora evidenti.

Salendo dalla strada campestre che comincia qualche centinaio di metri prima di Mantigno si incontra la casa di L'Ocarello, toponimo errato che andrebbe scritto Lucarello, come nel Catasto Leopoldino del 1822. Lucus o locus significa posto, sito, e Lucarello è come dire Posticino. Questo complesso fu costruito in almeno tre tempi diversi: l'edificio a destra ha i marcapiani di mattoni murati e quindi è recente, la parte sinistra è del 1725 come si legge in una incisione sull' architrave di una finestra ma la parte centrale è più vecchia, con le pietre alla base consumate dall' umidità del terreno e  quindi impostata ai tempi degli Ubaldini o poco dopo. 





Se si prosegue per questa via dopo aver sudato un po' si arriva a Val dell'Agnello, una casa poderale in rovina che al suo tempo fu la sede più difendibile della corte castellana di Mantigno. E' possibile che alla sommità del monte di fronte ci fosse una rocchetta per una eventuale estrema difesa.


Oltre Val dell'Agnello il panorama si apre e si vede la valle di Bibbiana e il Passo della Faggiola, dove c'erano altri due castellotti degli Ubaldini. Volgendo lo sguardo dalla parte opposta la vista spazia fino al Passo della Sambuca e a Lozzole, sede di un altro importante fortilizio della Consorteria, che diede tanto filo da torcere ai Fiorentini. Dunque Val dell'Agnello era un sito collegato a vista con gli altri castellari, con i quali comunicava con segnali di fumo. Altri mondi.
Il posto invita a proseguire, perché percorrendo il crinale i panorami si susseguono. Ora siamo a 800m di quota, la salita è passata quasi tutta e la fatica è relativa. Raggiunta all' incirca la quota 900 si arriva a un capanno di caccia molto curato e si incontra una strada campestre praticabile con una jeep. Se si percorre verso destra si arriva al Passo della Faggiola dopo qualche chilometro, se si va a sinistra si scende di nuovo verso Mantigno dalla parte di Sala e Budrio, chiudendo l'anello del trekking con un percorso altrettanto lungo.



Per ampliare

Nel blog all'archivio tematico alla voce "I castelli della valle"
Rocche e Castelli di Romagna di AA.VV.-1970 libro n.1-pag. 242





martedì 31 maggio 2022

I castellari rasi al suolo e persi per sempre

Cinque trekking nei siti
dove sorgevano
ricerca di Claudio Mercatali

Il castello di famiglia di Maghinardo era nel poggio sopra al podere Le Ari (Badia di Susinana, Palazzuolo)


Quando un edificio è simbolo di potere può essere raso al suolo se sopraggiunge un nuovo padrone che vuole cancellare la memoria del vecchio. Per esempio Maghinardo Pagani spianò il castello di Baccagnano, che era del faentino Francesco Manfredi in modo così accurato che oggi nemmeno gli archeologi riescono a trovarne le tracce. Il vescovo Giovanni Andrea Calegari (1527 – 1613) nella sua Cronaca di Brisighella e Val d'Amone dice che:


I campi di Baccagnano (sullo sfondo) visti dalla Signora del Tempo (la Torre dell'Orologio di Brisighella).

"Questo Maghinardo l'anno 1290 andò a campo a un castello di Francesco Manfredi da Faenza, chiamato Baccagnano, posto in Val di Amone, di là dal fiume a man manca, per andare da Faenza a Firenze, di riscontro appunto dove è hoggi Brassichella, e l'assediò per molti giorni continui, combattendo giorno et notte; et perché l'assedio fosse più stretto ed aspro, fondò un altro castello dirimpetto a Baccagnano, di qua dal fiume Amone, a man dritta per andare in Toscana, che è hoggi la torre vecchia di Brisighella, e la fondò sopra un sasso di gesso alto e spiccato a torno a torno, come uno scoglio; e lo fabbricò di quadroni del medesimo gesso, tagliati a scarpello, e vi mise suoi soldati e guardie con una grossa campana per dare i segni che bisognavano; et con tal modo strinse sì Baccagnano, che lo prese et distrusse; e dalla distruzione di questo crebbe poi Brassichella, che avanti era piccola contrada, e non haveva né torre, né rocca, come hoggi; perché Maghinardo edificò la torre vecchia".


I discendenti di Maghinardo subirono la stessa sorte nel 1378 quando i Fiorentini rasero al suolo il castello di famiglia alla Badia di Susinana, assieme ad altri tredici sparsi nel comune di Palazzuolo. Come erano i "castelli" dei Signori medioevali sgominati dalle milizie della Città? Il nome può ingannare noi moderni, se immaginiamo il castello come un maniero con merli, ponte levatoio, cinta e quant' altro. Abbandoniamo questa immagine perché i castellari delle alte valli del Lamone e del Senio erano in realtà solo delle torri di difesa, efficaci contro i rivali, i banditi e i servi della gleba in rivolta ma insufficienti per resistere alle milizie mercenarie di Firenze. Dai documenti degli storici antichi e dai pochissimi resti che a volte spuntano dal suolo sembra di capire che nel complesso la loro struttura rispettava una tipologia ripetuta in modo simile in vari posti:



L'unica torre misurava in media 8 x 7m alla base, con un muro di 80 - 120cm di spessore e quindi poteva essere alta una quindicina di metri (tre piani più un seminterrato di imposta). Era su un cocuzzolo con almeno due balze a strapiombo ai lati e una salita ripidissima, senza mulattiera d'accesso né sorgenti per ampio tratto. 
La mancanza d'acqua metteva in difficoltà l'assediante più dell' assediato, che fino ad un certo punto provvedeva raccogliendo l'acqua piovana dal tetto. Nella pendice sottostante alla rocchetta c'era spesso una casa poderale per il consueto domicilio, meno difendibile ma più comoda. Questa organizzazione si coglie bene a Sant' Adriano dove Casa Cappello era abbinata alla rocchetta di Benclaro e anche alla Rocca di San Michele a Palazzuolo, abbinata al podere Caramelli o Calamelli. Sembra così anche ai castellari: 1) del Frassino più la rocchetta sopra Santa Lucia, 2) di Lozzole più Casté, 3) di Gamberaldi più il castello delle Lastre e così via.

In questa ricerca il nostro scopo è individuare il sito preciso dove sorgevano i castellari rasi al suolo senza la speranza di trovare i loro resti, ormai persi per sempre. Ci serve qualche buona fonte antica scritta che li citi e un paziente sopralluogo. Nemmeno il Catasto Leopoldino del 1822 è di grande aiuto, perché i più non sono cartografati o lo sono con un semplice quadrettino, come se si volesse farli passare inosservati.

Il castello 
sul Monte del Tesoro

Il Monte del Tesoro è un cocuzzolo a punta di fronte a Badia della Valle. Siamo nella valle Acerreta, nell' estremo lembo del Comune di Marradi verso Tredozio in un sito nel territorio dei Conti Guidi di Modigliana. Che cosa c'era di prezioso qui? Non si sa, il nome del monte non ha spiegazione. In cima le tracce di un piano indicano la presenza di una torretta, forse ultimo rifugio di un signorotto locale che di regola abitava in qualche podere del fondovalle. 
Se le cose stavano così questo è l'ennesimo esempio della tipologia "residenza guarnita più rocca soprastante", di cui abbiamo detto all'inizio. Se saliamo da Lutirano lungo il crinale iniziamo un krekking di crinale bello e duro, lungo il sentiero CAI 587. Si parte dal ponte per Tredozio fino al podere Il Violino, che come è stato detto in un'altra ricerca era sede di un castellare oggi raso al suolo. 
La nostra prima tappa è il crinale soprastante raggiungibile dall'orlo dei campi del podere Coltriciano imboccando un sentiero che sale ripido. Comincia qui la prima delle tante sudatine che si fanno in questo aspro percorso. La visuale dal crinale ripaga la fatica: Pruneta, Badia della valle, Bovignana, Vossemole, Rio Faggeto, scorrono nel fondovalle e infine si giunge alla quota 703m che è la sommità del Monte del Tesoro. In cima la mano dell' Uomo ha lavorato diverse volte: quattro piccole buche ricordano una postazione della Linea Gotica e il piano sembra ricavato in qualche secolo antico.


Castro Pellegrino

Ora siamo in un sito più agevole, nella valle del Lamone di fronte a Sant' Adriano, a metà strada fra San Martino in Gattara e Popolano. Il podere che ci interessa si chiama Bastìa e il nome è già un primo indizio. La casa è abitata anche oggi ma non ha più niente di medioevale. Una torretta per l'estrema resistenza forse si può individuare nella casa del podere Canovina, in cima al monte. La sua difesa nulla potè contro il solito Maghinardo Pagani, che nel 1291 conquistò Bastìa, la Canovina e quant'altro e poi demolì tutto. Non sappiamo i motivi di questa decisione drastica anche perché Maghinardo non dava molte spiegazioni, però forse semplicemente queste costruzioni non gli servivano e le spianò perché non fossero utile per gente ostile. Per arrivare qui conviene salire dal casello ferroviario di San Martino, poi si può percorrere il crinale fino al Castello di San Martino e scendere in paese.

Castelvecchio o Montevecchio?

Ecco due siti quasi dimenticati. Castel vecchio è circa 1 km oltre la chiesa di Boesimo, in un cocuzzolo con una certa visuale. 









Forse è il posto citato in un documento del Duecento conservato all'Archivio di Stato di Firenze, copia notarile di un originale del 28 settembre 1164, che elenca i beni concessi da Federico Barbarossa al conte Guido Guerra III di Modigliana detto Guidone, alleato fidato e ghibellino di provata fede.





Però c'è un dubbio perché il nome nella pergamena è Monteveclu, (Montevetus) che somiglia di più a Montevecchio, una casa torre alla Croce Daniele di Monte Romano. La sorte di Castelvecchio (o Montevecchio) è legata a quella di Benclaro di S.Adriano, perché tutti e tre i siti toccarono in eredità a Francesca, figlia di Maghinardo Pagani, che ad un certo punto si indebitò e perse tutto quello che il suo potente padre le aveva lasciato.

Il Castello 
di Cierigiuolo

Ora siamo a Palazzuolo sul Senio, a Piedimonte, un sito bello e remoto nella valletta dell' Aghezzola affluente del Senio. Il castellotto era uno dei quattordici presi nel 1373 dai Fiorentini impegnati nella conquista di Palazzuolo contro gli Ubaldini ormai in decadenza. Nello scritto di un anomimo dell'epoca, La Cronichetta d'Incerto, si dice che ... ebbe un castello chiamato Cierigiuolo ... dove ebbe si riferisce al capitano di ventura Obizo da Monte Carulli che sgombera una famiglia di Ubaldini arroccata lì. La parola Cierigiuolo viene dal romagnolo zrìsa, ciliegia, o da Aceragiuolum, acerello, come a Coriano (Rimini), dove c'è un sito antico con lo stesso nome. I Fiorentini rasero al suolo Ciliegino (o Acerello), perché fosse chiaro che il loro potere si sostituiva per sempre a quello dei feudatari. Lavorarono bene, tanto che le rovine del castellotto si trovano a fatica però è giunto a noi solo il ricordo chiaro e documentato della sua esistenza.


Era uno dei siti di Gaspare Ubaldini, capitano di una piccola compagnia di ventura, iniziatore della rivolta del 1373. Costui aveva già avuto uno scontro con Obizzo in occasione di una guerra a Fano (Pesaro). Forse proprio per questo i Fiorentini mandarono Obizzo a Palazzuolo e forse per questo lui cominciò la conquista dalle proprietà di Gaspare. La rocchetta fu spianata e la famiglia rimase a Cigliegiolo come proprietaria del sito ma senza alcuna signoria sul luogo. Almeno così era la Regola dei Fiorentini, che venivano per governare e avevano il senso dello Stato e della misura.





Ci sono diversi modi per arrivare qui ma per fare un trekking ad anello conviene partire dalla chiesa di Piedimonte, salire al podere Vignola e passare oltre, fino al crinale. Poi c'è un sentiero di crinale dove si vede la valletta dell'Aghezzola e la valletta di Campanara.


Dopo un paio di chilometri lungo il crinale, lungo un sentiero ben segnato dal CAI si vede un cocuzzolo rotondo con la casa di Cigliegiolo proprio sotto. E' il sito che cerchiamo.
Proprio in cima ci sono pochi resti ma significativi: si vedono diverse bozze di pietre squadrate sparse in un pianetto sul quale ci sono i resti della cisterna del castelletto.



Il castello 
di Fontana Moneta


Forse il nome viene dal romagnolo munìda, munita, difesa, perché pare che qui non si potesse attingere senza pagare una tassa ai signorotti del castellare soprastante, oppure significa tappata, otturata. Una Bolla del 1143 di papa Celestino II cita una cappella di S.Andrea apostolo in Fontana Moneta e nel 1291 la Ratio Decimarum la registra come chiesa. Nel poggio Castello, vicino al podere Torre c'era un fortilizio che nel Duecento fu acquistato dai Pagani di Susinana e nel 1302 Maghinardo Pagani lo lasciò in eredità al nipote Bandino, priore di Popolano. Alla sua morte i beni tornarono alla diocesi di Faenza che nel 1339 li concesse in enfiteusi a Riccardo Manfredi.


L'enfiteusi era un affitto che di regola durava 29 anni e in questo caso non fu rinnovato perché la Diocesi preferì radere al suolo il castellare. Fu una distruzione completa, tanto che la Descriptio Romandiole del cardinale Anglic del 1371 non ne parla.


L'alta valle del Sintria è un Parco Regionale dell'Emilia Romagna e si presta bene ai trekking. Per compiere un tragitto ad anello si potrebbe partire da Gamberaldi, salire a Orticaia e scendere in fondo alla valletta del Sintria per poi risalire nel versante opposto e riscendere a Fontana Moneta. Da qui comincia un sentiero che sale a Val Cadinera e poi al Crinale delle Salde, dal quale si può tornare all'Orticaia con poca fatica.




Il Castello sorgeva in cima a un cocuzzolo che si incontra quando la strada forestale dal Monte Toncone comincia a scendere verso la chiesa. Si arriva in cima con poche battute ma non si trova niente. Una lapide dice che i resti sono attorno ma in realtà sono stati rimossi circa una ventina di anni orsono, forse per vendere le bozze d'arenaria squadrate. La lapide venne posta per ricordare il ritrovamento inaspettato di una croce, ma non c'è più nemmeno quella.   



Sotto al poggio del Castello, in corrispondenza della casa poderale La Torre ci sono i resti di quella che era la dimora fortificata abbinata al castello ma anche qui ci sono segni evidenti di demolizione con escavatore e il perimetro della costruzione è perso del tutto. Si vede solo nella cartografia.




Dopo queste brutte sorprese non rimane che scendere alla chiesa, dove una chiara indicazione mostra la via per arrivare alla fontana che dà il nome al sito.






Per ampliare sul blog
11.02 2022   Dal Viglio alla Collina
06.10.2021   Il castello di San Martino in Gattara
21.01.2020   Da Rugginara a Modigliana per una via antica
21.06.2016   Di notte a Fontana Moneta


Bibliografia
Rocche e castelli di Romagna vol.1 Bologna 1970 Nuova alfa, Biblioteca@comune.modigliana.fc.it con prenotazione dalla gentile bibliotecaria Erika Nannini.

Agostino Tolosano (XII sec.) Chronicon faventinum
Matteo Villani (XIV sec.) Nuova Cronica
Scipione Ammirato (XVI sec.) Dell'istorie fiorentine, libro XIX, 144
B. Azzurrini (XVI sec.) Ad Scriptores rerum Italicarum historiae Faventinae
Giulio Cesare Tonduzzi (XVII sec.) Historie di Faenza pg 385
Gian Benedetto Mittarelli (XVIII sec.) Annales Camaldulenses, anno 1297
Ludovico Antonio Muratori (XVIII sec.) in Scriptores rerum Italicarum, CI
Emanuele Repetti (XX sec.) Dizionario libro III, 89