Lanfranco Raparo, Marradi

Lanfranco Raparo, Marradi
Visualizzazione post con etichetta Scienze botaniche. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Scienze botaniche. Mostra tutti i post

venerdì 24 maggio 2024

L’erba cipollina e il finocchio selvatico

Due piante aromatiche 
e spontanee

ricerca di Claudio Mercatali


L’Erba cipollina

Questa erba si chiama così perché ha un leggero sapore di cipolla. Il suo nome scientifico è Alliatum schoenoprasum, ma solo i botanici lo conoscono. Ha un bulbo (e quindi è perenne), che dà foglie e fiori. Per questo non bisogna strapparla ma deve essere tagliata con le forbici in modo che il bulbo rimanga nel sottosuolo. Così facendo rispunta e si può cogliere diverse volte all’ anno. Se invece gli steli vengono lasciati crescere generano dei fiori viola di bell’ aspetto.

Le proprietà
E' ottima per insaporire le insalate miste, ma è anche benefica, digestiva e antisettica per l’intestino. Anche i fiori sono commestibili.

Una ricetta
Un cucchiaio di erba tritata
200 gr di ricotta
200 gr di formaggio fresco
Un cucchiaino di semi di finocchio selvatico.
Frullate i formaggi con un pizzico di pepe, con i semi di finocchio e l’erba cipollina tagliuzzata. Otterrete una crema da spalmare a freddo.

Il Finocchio selvatico

Nell'appennino tosco romagnolo, al margine dei campi e lungo le scarpate, in estate vegeta una pianta dall'aspetto particolare, con una fioritura ad ombrellino, aromatica e perenne. 
E' il Foeniculum vulgaris, ma qui da noi tutti la chiamano finocchio selvatico. 
Si differenzia subito dalle altre erbe attorno per l'aspetto filiforme delle foglie, che hanno un odore gradevole se stropicciate fra le dita. Crescendo si manifesta per quello che è: una pianta con fusto multiplo, erbaceo, alto anche due metri e tutto sommato sgraziata. Alla maturità produce un' infiorescenza a ombrellino, giallastra, con semi aromatici.





Le proprietà

In cucina si usa per insaporire le pietanze. Un tempo si usava per dare gusto al vino quando il mosto era un po' scadente e da questo viene il verbo infinocchiare, che significa raggirare, imbrogliare. Nel Mugello si usava in salumeria per aromatizzare la carne di maiale quando non era fresca e da questo poi venne la ricetta tradizionale della finocchiona, il noto salume al sapore di finocchio che si prepara anche oggi.

Due ricette
Per preparare delle frittelle per due persone servono due uova, un mazzetto di foglie di finocchio, mezzo etto di formaggio grattugiato e farina quanto basta per fare una pastella. E' meglio lessare le foglie prima di mescolare il tutto.

I pomodori al finocchio
Si sparge un pizzico di semi di finocchio sui pomodorini tagliati a metà, conditi con sale e olio. E' bene aspettare dieci minuti per dare tempo all'olio e all'acqua dei pomodori di sciogliere le essenze aromatiche.



martedì 30 aprile 2024

L’ Ontano

L’albero delle rive 
dei fiumi

Ricerca di Claudio Mercatali

Lutirano, Marradi: il torrente Acerreta, gli ontani, i campi della fattoria di Zerbaròla (acerbina) e ... l'arcobaleno.


Non sapevo che alberi fossero gli Ontani fino al giorno in cui ne potai alcuni, a Lutirano sulla sponda del torrente Acerreta, perché erano cresciuti troppo. I tronchi mozzi dopo qualche giorno diventarono rossi e versarono delle goccioline acquose come se piangessero. Da qui la mia curiosità: secondo il mito Fetonte fu fulminato da Giove perché pretendeva di guidare il carro del Sole senza saper fare, e le sorelle Elìadi piansero la sua morte che giudicavano ingiusta. Giove colpì anche loro e le trasformò in ontani, che per questo gocciolano quando vengono tagliati.

I miti sono affascinanti ma bisogna superarli. Gli Ontani sono pieni d’acqua perché vivono ai bordi dei fossi e ne assorbono tanta, come i pioppi, che sono i loro parenti. Andiamo avanti e tralasciamo le notizie su questa pianta, che si trovano facilmente su internet. Ora interessano le osservazioni dell’esperto Francesco Verità, di Modigliana che in una Memoria del 1854 ci dà un sacco di informazioni genuine e dirette. Non voglio insinuare che i siti internet diano una conoscenza fallace, però le osservazioni di chi a suo tempo osservò il fenomeno e lo descrisse penna e calamaio per me hanno un altro sapore. Leggiamo:



Clicca sulle immagini 
per avere
una comoda lettura


Chi era Francesco Verità? Era il padre di don Giovanni Verità, il prete patriota scomunicato perché contrario allo Stato Pontificio (!), ardente Garibaldino.









In casa Verità l’anticonformismo non mancava di certo: Francesco, notaio, militò sotto Napoleone con ardore e fu insignito della Spada d’onore. Si sposò con Marianna Muini e da lei ebbe cinque figli. Rimasto vedovo, nel 1829 si fece prete e fu canonico della Collegiata di San Bernardo, a Modigliana. In questa Memoria si avventura nella Botanica dimostrando una notevole competenza.




sabato 23 dicembre 2023

De Strada Teutonica von Romweg

La Via Faentina
Itinerario alternativo
alla Via Teutonica

Da una ricerca di Livietta Galeotti












Clicca sulle immagini
per avere
una comoda lettura
















domenica 30 luglio 2023

La fioritura dell' Enotera

Il fiore della Luna

Ricerca di Claudio Mercatali


L’Oenothera biennis (o Enòtera per chi non è un botanico) è una pianta erbacea della famiglia delle Onagracee. Tende a propagarsi nelle zone incolte, ha un fiore giallo e un delicato profumo. Il suo fiore sboccia dopo il tramonto in poco tempo e si richiude all’alba.


Il fiore dura una o due notti, poi si secca e ne sboccia un altro lì accanto, nello stesso ramo. E’ una pianta nord americana, importata in Europa nel Seicento perché i suoi infusi sono antinfiammatori e fanno cicatrizzare le ferite. Si trovò bene qui da noi e divenne spontanea, invasiva e diffusa soprattutto dagli uccelli che gradiscono i suoi semi.

Perché l’Enotera fiorisce di notte quando le api e gli altri insetti impollinatori non sono attivi? La sua strategia è chiara: cerca di attirare gli insetti notturni, soprattutto le farfalle, che si imbrattano con il polline e fecondano le altre piante nei dintorni.
Questi strani insetti crepuscolari o notturni arrivano subito, come se sapessero della fioritura. Non hanno un atteggiamento aggressivo ma non è bene insistere a lungo con il filmato.



venerdì 30 giugno 2023

L'Artemisia Absinthium

L'ingrediente più importante
del liquore tanto amato dagli artisti 
di fine '800

ricerca di Claudio Mercatali 




L'Artemisia Absinthium è una pianta che ha fatto discutere per più di un secolo, perché è il componente di base dell' Assenzio, un super alcolico con effetti euforizzanti. La pianta si trova anche nella nostra zona ma è rara. A scanso di equivoci è bene chiarire che con essa si prepara l'Assenzio solo per distillazione assieme a una varietà di foglie e fiori officinali, come fece la Ditta Pernod che lo mise in commercio su scala industriale. I tentativi di farlo in casa sono destinati al paciugo, all' intruglio e dunque all' insuccesso.



L’assenzio è una specie di droga? E' un distillato con 50° e anche di più, derivato dai fiori e dalle foglie di Artemisia, Melissa, Issopo, Dittamo e altre, aromatizzato all’ anice. Fu creato da Pierre Ordinaire, un medico francese rifugiato in Svizzera nel 1792 per sfuggire alla Rivoluzione francese, e a suo dire era un toccasana. Poi la ricetta brevettata venne ceduta alla ditta Edouard Pernod, che lo commercializzò in gran quantità.



Il liquore era di moda nella seconda metà dell' Ottocento negli ambienti degli artisti parigini. In seguito il suo uso si estese a chi poteva permettersi un passaggio ai Caffé cittadini con gli amici, verso sera dalle 17 alle 19 a sorseggiare la Fée verte (la fata verde) nome derivato dal colore del liquore.

Il vero assenzio, come questo, contiene l’artemisia. Dicono che faccia marcire il cervello, ma io non lo credo. Fa solo deviare i pensieri. La regola è di versarci dentro lentamente l’acqua, a gocce, ma io ho versato il liquore nell’acqua.
(Ernest Hemingway, Per chi suona la campana)

La storia della pianta, dell'invenzione del liquore e del suo uso è ben descritta in questo articolo di Laura Francolini, esperta in questo argomento e dunque non ci rimane che leggerlo per essere edotti dei fatti:


Niente di più poetico
di Laura Francolini

"Un bicchiere d'assenzio, non c'è niente di più poetico al mondo. Che differenza c'è tra un bicchiere di assenzio e un tramonto? Il primo stadio è quello del bevitore normale, il secondo quello in cui cominciate a vedere cose mostruose e crudeli ma, se perseverate, arriverete al terzo livello, quello in cui vedete le cose che volete, cose strane e meravigliose".     Oscar Wilde

Storia antica e travagliata, quella del legame fra il genere umano e l'Artemisia absinthium. Il suo gusto amarissimo le ha regalato nel tempo la nomea di pianta maledetta. Le prime maldicenze su questo arbusto si incontrano nella Bibbia. Plinio il Vecchio, nel I secolo d.C., racconta che i campioni nelle corse delle bighe bevevano una tazza di vino con foglie di assenzio per non dimenticare il lato amaro della gloria. Nei secoli seguenti l'attenzione verso questa specie fu legata anche al suo impiego esoterico. Si diceva che portare un rametto nella bisaccia attenuasse la fatica del viaggio, scacciasse i demoni e il malocchio.

A fine '700 un medico francese creò un tonico, miscelando erbe delle valli svizzere ed alcol e i suoi eredi avviarono la produzione.


Inizialmente la distilleria Pernod produsse un elisir medicinale così credibile da essere adottato dall’esercito francese. I soldati, inviati in Algeria durante le spedizioni coloniali, curavano la dissenteria diluendo una dose di Absinthe in acqua, credendo inoltre di disinfettare così le acque malsane.
L’abitudine di bere questa bevanda ne fece conoscere gli effetti inebrianti, ed al rientro delle truppe in patria la diffusione fu rapida. La sorte di questa bevanda fu segnata da un altro evento: la filossera. Questo parassita colpì le radici della Vitis vinifera e distrusse quasi tutti i vigneti d'Europa. mentre si cercava una soluzione, trovata poi nell’innesto della vite europea sulla americana, immune alla filossera, molte distillerie avviarono la produzione di liquori chiamati Absinthe e mescolarono nel loro liquore solfato di rame ed alcol di grano.
L'assenzio così prodotto, anche se tossico, divenne un economico surrogato del vino o dei liquori per le classi più povere. L'assenzio prodotto dalla Pernod rimase destinato al ceto benestante, ed il suo uso come aperitivo si diffuse in tutta Europa.


La metà del XIX secolo segna l'età dell' oro per l'assenzio, e nacquero i riti per la somministrazione e le leggende sui suoi effetti. I grandi artisti dell' epoca, frequentatori assidui del sottobosco culturale parigino, si innamorarono di questa bevanda e contribuirono alla sua diffusione. Baudelaire, Rimbaud, Degas, manet, Van Gogh, Verlaine, Wilde, Lautrec... tutti stregati dalla Fée Verte (fata verde). 


A fine '800 il governo francese avviò una serie di campagne di informazione, individuando nell'assenzio la principale causa dell' alcolismo e del degrado morale ad esso legato. Nel 1914 la Francia proibì la produzione e la vendita dell'assenzio e nel 1939 anche l'Italia seguì il suo esempio, non prima che il signor Rossi di Montelera brevettasse il suo famoso Vermuth Martini. 

Un manifesto svizzero del 1910 che reclamizza il divieto di commerciare l'Assenzio nella Confederazione Elvetica.



L'Artemisia è uno degli aromatizzanti del vino di lusso italiano di nome Vermut.





Il nome russo dell' assenzio, guarda caso, è Chernobyl: la citazione biblica nell' Apocalisse è stata ricordata dopo la nota tragedia nucleare, rinnovando il mito di una pianta maledetta.                                                     

----------------------------------------


Com'è fatta l'Artemisia? E una pianta a cespuglio, verde chiaro, alta e larga almeno un metro, di portamento arbustivo, come si vede qui accanto. Quando era piccola l'ho scansata per caso con il decespugliatore, perché mi era parsa diversa dalle altre e di bell' aspetto. Poi un amico botanico  l'ha vista e ha puntato il dito da lontano: "quella è l'Artemisia Absinthium! E' rara qui da noi, tienila di conto". 



Fonti


Laura Francolini, esperta in grafica, consulente in comunicazione ambientale, gastronoma, viaggiatrice. Mizio Ferraris, botanico, divulgatore scientifico, esperto in educazione ambientale, scrittore, viaggiatore.


domenica 30 aprile 2023

La flora spontanea del nostro appennino

Cinque piante 
di bell'aspetto

ricerca di Claudio Mercatali




Le piante non fanno niente per attirare la nostra attenzione perché siamo dei pessimi diffusori di polline e degli inseminatori maldestri. Noi Umani per loro contiamo meno di un'ape o di un uccellino e ogni pianta ha una strategia per attirare questi animali e non noi, che se non ci fossimo tante volte sarebbe meglio. Queste che seguono sono alcune essenze spontanee che di solito scampano alla falce e al rasaerba perché rendono bello il campo attorno a casa e chi ha imparato a riconoscerle da piccole non le estirpa. Sono essenze particolari, che crescono rapidamente fino a un metro o due e quindi sono molto ornamentali.



L'Altea

L’Althaea Officinalis ha tante proprietà benefiche e curative. Lo stelo può crescere fino ad 2m di altezza. Ha un fogliame ruvido e i fiori sono grandi fino a 10 cm, bianchi, rosa, rossi, porpora, violetti e gialli. Sbocciano in luglio e agosto, ma non mancano fioriture autunnali e tardo primaverili. Predilige i luoghi temperati e umidi, una buona esposizione al sole e terreni incolti, ma con una vegetazione non troppo fitta. Il nome deriva dal greco αλθος (althos), "cura" e dunque il significato è "colei che cura". Nell' antichità si pensava che l’Altea fosse sotto l’influsso di Venere, il che la rendeva perfetta per la cura della pelle.


Il Verbasco 
(Tasso barbasso)

E' una pianta erbacea biennale, con fusto alto da 50 cm a 2 metri. Le foglie sono ovali, molto grandi alla base del fusto e poi sempre più piccole man mano che si sale. Hanno una fitta peluria di colore verde chiaro. I fiori sono gialli riuniti in una infiorescenza, lungo tutto il fusto. Il nome Verbascum deriva da barbascum, barbuto, in riferimento alla fitta peluria delle foglie. E' nota fin dall’antichità: Dioscoride e Plinio la consigliavano per le bronchiti e la suora santa Hildegarda la considerava ottima per curare l'abbassamento di voce.




Il Cardo spinoso

E' una pianta biennale, che il primo anno forma una rosetta basale molto distesa, che in genere è sotto l'altezza di taglio dei rasaerba e sopravvive. Il secondo anno si manifesta per quello che è: una pianta erbacea alta un metro o due, spinosa, che in piena estate forma un fiore violetto gonfio e buffo, di bell'aspetto anche quando è secco. Certe varietà sono commestibili, poco digeribili ma saporite se cucinate assieme alla salsiccia, però questa di cui parliamo ora non lo è.





Il Finocchio selvatico


E' una tipica ombrellifera, per l'aspetto dei fiori. Molto nota. inconfondibile, aromatica, è usata per dare sapore alla carne nel salame toscano "finocchiona". Un tempo l'aggiunta dei semi di finocchio veniva fatta anche per mascherare il sapore della carne non tanto fresca. I semi aggiungono una nota di sapore anche ai pomodori in insalata.



L'Erigeron annus

E' detta anche Cespica annua o Falsa camomilla per la somiglianza dei fiori, ma solo di quelli perché la Cespica è alta un metro e mezzo. E' una Asteraceae originaria del Nord America e importata in Europa nel Settecento a scopo ornamentale. Nel nord Italia cresce spontanea quasi dappertutto fino a 1000m di quota. Qui da noi si trova facilmente al Passo dell'Eremo. E' ornamentale, per il portamento e l'abbondante e insistita fioritura bianca o giallina.


Per Ampliare
Nel Comune di Marradi la strada che porta al Passo dell'Eremo e la Valle Acerreta sono due ottimi siti per queste osservazioni.



sabato 18 marzo 2023

Quattro famiglie di piante officinali

Il piacevole odore 
delle Mente 
e degli Origani

ricerca di Claudio Mercatali




Le piante non si possono spostare, perché hanno bisogno di prendere di continuo l'acqua dal sottosuolo e di un radicato sostegno per le chiome dove si svolge la fotosintesi. Dunque per la riproduzione a loro serve qualche strategia per trasportare i gameti maschili (il polline), verso i gameti femminili, nell' ovario dei fiori di un' altra pianta. Il sistema più semplice è l'anemofilìa, cioè l'affidare il polline al vento, ma il più efficace è l'entomofilìa, il trasporto per mezzo degli insetti. Perché un insetto svolge questo compito? C'è il trucco: la pianta produce il nettare, un cibo zuccherino pregiato e l'ape arriva per succhiarlo. Senza saperlo "si sporca" con il polline e lo porta alle piante successive. Come fa una pianta a farsi riconoscere dall'ape? Può generare un fiore vistoso, o comodo da "visitare" oppure può produrre un odore gradevole per gli insetti impollinatori.



Eccoci giunti al punto che interessa. L'odore è una strategia per attirare gli insetti melliferi, efficace anche per le le piante piccole e poco appariscenti. Un odore piacevole è attrattivo anche per gli Umani, se lo sentiamo arriviamo senz'altro a strappare la pianta vanificando la sua strategia, ma questo è un altro discorso. Quali sono le erbe odorose piacevoli per noi? Vediamone alcune:


La Menta

Il mentolo è un composto chimico con un odore piacevole, anche mescolato al tabacco delle sigarette (ma di recente è stato vietato). C'è in tutte la varietà di Menta, che sono decine. Nella nostra flora spontanea se ne trovano con facilità tre: la Menta piperìta, è orginaria dell' America ma ormai ha invaso i nostri ambienti. Fu portata in Europa perché era più adatta delle nostre per la produzione dolciaria. La Menta spicata, cioè con i fiori disposti a spiga è la più comune e la Menta acquatica ha un odore forte e gradevole. Sono essenze piccole e passano inosservate se proprio non vengono cercate. Secondo il mito Minta era una ninfa bella e appariscente che aveva sedotto Ade, il dio degli inferi. Sua moglie Proserpina si ingelosì e per vendetta trasformò la seducente Minta in una piantina profumata ma poco visibile.



L' Origano

Questo è il nome di un intero genere di piante aromatiche di circa cinquanta specie. Le due più note sono l'Origanum vulgaris e la Maggiorana (Origanum majorana). Sono erbe aromatiche molto usate nella nostra cucina, per i piatti di carni e pesce, nelle insalate e nella pizza. Si dice che siano repellenti per le formiche e le zanzare. Nel linguaggio dei fiori da sempre sono state considerate essenze che danno sollievo, conforto e salute. 


Dunque dal punto di vista botanico anche la Maggiorana è un origano.

Il classico Origano, il vulgaris, ha tante proprietà terapeutiche. Il suo principio attivo è soprattutto il Timolo ma contiene anche proteine, sali minerali, vitamine e carboidrati. Slanciato ma debole, forma un insieme di diversi fusti che crescono fino a mezzo metro ma poi si piegano in modo disordinato e danno alla pianta un aspetto sgraziato. La pianta è citata già da Teofrasto, un filosofo e botanico greco vissuto nel IV secolo a.C. che forse le diede il nome con l'unione di due parole: "òros" = monte e "ganàos" = sto bene, cioè "vivo bene sui monti".



Il Timo

Anche questo è il nome di un gruppo di piante che comprende molte specie e varietà Nella nostra flora spontanea c'è il Tymus vulgaris (o officinalis), un cespuglietto con i fiori piccoli, fitti, bianchi o rosati. Ha delle proprietà antisettiche note anche agli Egizi, che lo usavano per imbalsamare. Fino a cento anni orsono era alla base dei disinfettanti più comuni e anche oggi si trova in polvere da cospargere dentro le scarpe. Le proprietà anti batteriche sono dovute al timolo, che è in tutte le parti della pianta, responsabile anche del forte profumo. Il modo più semplice per usare il timo è quello dell' infuso, preparato con i fiori e le foglie tritati come se si facesse un thé. Però il timolo naturale è una essenza che si presta bene anche per aromatizzare i cibi. E' difficile dare delle ricette, perché il profumo e il sapore del timo sono veramente particolari. Si può provare a fare un battuto e a metterne un po' su una polpetta di carne macinata, oppure a mescolarlo con la carne cruda e poi cuocere il tutto. Forse la prima volta conviene usarlo per condire una semplice insalata.



La Santoreggia

Anche questa è una pianta con tante varietà. Le principali qui da noi sono due, non tanto facili da distinguere. La Satureja montana è perenne e in estate dà dei fiori bianchi. Ha un aroma delicato, simile all'origano. La Satureja hortensis è annuale e ha un aroma forte, è più piccola e più erbacea. I suoi fiori rosati spuntano in cima ai rami. Ha le foglie un po' più tondeggianti e rade rispetto a sua sorella. Le santoregge sono parenti strette del Timo e dell' Origano e hanno un odore simile, apprezzabile sulle uova sode, i legumi e le verdure cotte. In cosmesi un infuso fatto con 500g di fiori in due litri d'acqua, laborioso da preparare, versato nell’acqua della vasca da bagno è emolliente e anti infiammatorio per la pelle. In caso di punture di insetti un massaggio con una foglia di santoreggia dà sollievo. I fiori secchi messi in un sacchettino di tela nei cassetti tengono lontane le tarme e messi in una ciotola sul davanzale (... forse) allontanano le zanzare. Per antica tradizione è considerata una pianta afrodisiaca e i Greci la usavano nei riti per il culto di Dioniso, dio del vino, della gioia e del benessere. Per questa sua noméa di erba dissoluta era proibito ai monaci coltivarla negli orti dei conventi.

lunedì 12 dicembre 2022

Il castagneto di Funtana Quéra


Un'area attrezzata
per la raccolta, il trekking e la
meditazione

I percorsi guidati
da Vincenzo Moffa




L'Azienda Agricola La Casetta, alla Badia del Borgo ha un maneggio, tanti sentieri didattici da percorrere a cavallo o a piedi e 13 ettari di castagneti, dove si può praticare la raccolta diretta e si può vedere com'è organizzato un castagneto del marron buono di Marradi.




Clicca sulla immagini
se le vuoi ingrandire

Qui c'è tanto da vedere non solo in ottobre. I castagneti sono ambienti vitali tutto l'anno, piacevoli al risveglio primaverile ma anche in inverno quando sono coperti di neve e si prestano al trekking con le ciaspole.

Il percorso più originale si chiama Dove non penso ed è un trekking nei castagneti più grandi dell' Azienda, quelli del podere Funtana Quéra. E' un tracciato prestabilito, con tante stazioni di sosta, osservazione e meditazione.


Comincia dalla casa poderale, dove c'è ancora un seccatoio, cioè una piccolo edificio dove venivano affumicati i marroni, per asciugarli e conservarli.
E' una casina senza finestre né camino, perché il fumo doveva ristagnare denrtro e uscire lento dalle tegole, dopo aver attraversato la stesa dei marroni. Nel comune di Marradi c'erano diverse centinaia di seccatoi e il loro funzionamento è spiegato in una ricerca sul blog citata in bibliografia.

Le stazioni del percorso Dove non penso si susseguono e l'effetto rilassante e meditativo aumenta. Pioviggina, è freddo ma il cammino è piacevole lo stesso, come si vede in queste fotografie.
 

Per ampliare      Sul blog: I seccatoi del Comune di Marradi 
Su YouTube scrivi: --- Ricciolina Marradi --- potatura castagneto Marradi












venerdì 5 maggio 2017

La Plantaggine

Una bistrattata
pianta da riconsiderare
ricerca di Claudio Mercatali

 La Plantaggine (Orecchietta)





Nel linguaggio comune le erbacce sono quelle spontanee che crescono nelle aiuole dove vorremmo vedere solo le eleganti rosacee, o nel prato sopra al trifoglio gentile e alle margherite.
Le erbacce sono prolifiche, invadenti e bruttine, perciò a primavera le strappiamo senza tanti complimenti e finiscono nel mucchio del compost o nello sfalcio. Una tipica erbaccia è la Plantaggine, perenne perché dotata di rizoma.
Le foglie sono parallelinervie a cinque strie. Alla base c'è una rosetta di foglie dalla quale spuntano le brattèe, cioè gli steli con le antère.

E' la tipica erba che si estirpa, perché dà un senso di disordine e di abbandono al giardino. Però se la consideriamo più attentamente si rivela interessante. Antibatterica, lenitiva ed emolliente forse deve il suo nome al fatto che i pellegrini in viaggio verso la Terrasanta la usavano come soletta per lenire il fastidio e il dolore delle vesciche alla pianta dei piedi.


 Ecco la sgraziata Plantaggine, 
con le sue brattèe. accanto alla cicoria, 
dagli eleganti fiori violetti.





Può darsi anche che il nome venga da "planta agere", pianta che fa crescere altre erbe, perché è poco esigente e pioniera nei terreni calpestati parecchio dalle bestie al pascolo.
Nel Mugello ha il nome popolare di Orecchietta perché le sue foglie assomigliano alle orecchie di una lepre.


Cresce in tutta l'Europa e il botanico Richard Mabey nel suo libro Elogio delle erbacce descrive così quella inglese:

... La Plantaggine, "la madre delle piante" è presente in quasi tutte le prime prescrizioni di erbe magiche, addirittura fin dalle prime cerimonie celtiche del fuoco.
   
Non è chiaro perché questa scialba pianta, una semplice rosetta di foglie culminante in una infiorescenza a punta simile a una coda di topo, dovesse essere preminente ....
Prospera su strade, sentieri, scalini di chiese. Le sue foglie tenaci ed elastiche, che crescono al livello del suolo, resistono al calpestìo ...
i principi della magia simpatetica, perciò, indicavano l'efficacia della piantaggine in caso di contusioni e ferite. Era anche un'erba divinatoria, che scorgeva il futuro e a quei tempi era usata nei periodi in cui la barriera tra questo e l'altro mondo era sottilissima.
La vigilia di San Giovanni, nel Berwichshire, gli steli fioriti erano impiegati dalle giovani donne per prevedere se si sarebbero innamorate.

Era un procedimento delicato, in cui gli organi sessuali della Plantaggine venivano usati come indicatori simbolici. Erano scelte due infiorescenze a "coda di topo" e private di tutte le antere visibili (le punte portatrici di polline).
Le infiorescenze erano avvolte in foglie e poste sotto una pietra. Se il giorno dopo erano spuntate altre antere l'amore era in arrivo ....

 




Le foglie di plantaggine
sono pronte


La piantaggine e il timo si trovano facilmente qui da noi nella tarda primavera ma non hanno lo stesso habitat, cioè nascono in posti diversi. La Plantaggine è nei campi incolti e il Timo, assieme all' Origano e alla Maggiorana predilige i prati pascolo ad erba rasa, ai quali conferisce un sottile profumo di primavera.



Ci sono diverse ricette di erboristeria che sfruttano il potere lenitivo e antinfiammatorio di queste piante per combattere la tosse. La più semplice è uno sciroppo di acqua, miele, Plantaggine e Timo, che ho preparato così:

 Clicca sulle immagini
se le vuoi ingrandire

 

Per 125 ml (una bottiglietta da succo di frutta) ho messo 360 mg di foglie di Plantaggine e 60 mg di Timo tritate in un tegamino con poca acqua e ho riscaldato senza far bollire, mescolando spesso. Dopo mezz'ora ho sterilizzato un colino con acqua bollente e ho filtrato.


Ho aggiunto il miele a cucchiai agitando per scioglierlo, fino a riempire la bottiglietta. La dose è un terzo di miele e due terzi di infuso. Senza conservanti lo sciroppo non dura più di due settimane e quindi in casa si può fare solo per fare una prova di assaggio.


 L'elegante infiorescenza
 della Plantaggine




Dopo l'aggiunta del miele
  
Questo è quello che ho fatto. Però non sono un medico e non so dire se l'infuso faccia bene o male per la tosse o per qualche altro motivo.




Chi vuole approfondire questo aspetto può trovare facilmente su internet tanti siti di erboristerie che preparano in modo sicuro questi infusi

 
  Bibliografia: Richard Mabey, Elogio delle erbacce (qui a fianco),editrice Ponte alle Grazie, disponibile alla Biblioteca di Marradi.