Lanfranco Raparo, Marradi

Lanfranco Raparo, Marradi

domenica 31 dicembre 2023

Cronaca e politica nel Messaggero del Mugello

Quattro articoli di fine Ottocento
arguti e piacevoli (4a parte)

Ricerca di Claudio Mercatali





Il Messaggero del Mugello è stato uno dei settimanali più letti dai nostri bisnonni. Cominciò le pubblicazioni il 31 luglio 1883 e arrivava a Marradi con la diligenza, perché la ferrovia non c’era ancora. Era gradito per il linguaggio semplice e molto curato e per l’ampio risalto che dava alla cronaca del nostro paese. Pubblicava quasi sempre le notizie spedite in redazione dai corrispondenti ma anche quelle dei cittadini e del Comune. Di cultura laica, non anticlericale, continuò le pubblicazioni anche durante il Ventennio, con fatica crescente a causa delle imposizioni della censura del Regime finché nel 1933 cessò. Questi che seguono sono alcuni gustosi articoli dell’ Ottocento, di cronaca e di politica. Leggiamo:




14 marzo 1884
Il compleanno del re

Quando c'era la monarchia il giorno del compleanno del Re era quasi festivo. Successe così anche nel 1884 e la banda di Borgo San Lorenzo alle 10 di sera uscì dal teatro Giotto e intonò la marcia reale in giro per il paese. Un borghigiano a sentire la musica si lasciò prendere dall'entusiasmo e ...



11 giugno 1893   La nave

Alla fine dell’Ottocento cominciò l’epoca dei transatlantici, sempre più veloci e comodi, che facevano la spola da Liverpool a New York. Gli aerei non c’erano, e l’unico modo per andare in America era il viaggio via mare. I nuovi motori a vapore consentivano delle velocità che fino a qualche decennio prima non erano nemmeno immaginabili. Alla metà di maggio 1893 il transatlantico Campania attraversò l’Atlantico in 5 giorni e 15 ore e il giornalista del Mugello scrisse meravigliato che la nave aveva volato sulle onde … 



3 marzo 1996 
 La caduta di Khartum

Khartum è la capitale del Sudan, alla confluenza del Nilo bianco e del Nilo azzurro che scende dall’Etiopia. 



Nel 1884 la guarnigione inglese comandata dal generale Charles Gordon fu assediata da Mohammed Ahmed detto il Mahadi, capo di una rivolta islamica contro gli infedeli. 

La città cadde, Gordon fu decapitato e i rivoltosi si diedero al saccheggio. L’episodio colpì l’opinione pubblica europea e cominciò una lunga guerriglia, conclusa nel 1896 con la sconfitta degli arabi.


In questo contesto e sull’onda della vittoria inglese l’articolista del Messaggero del Mugello si lasciò trasportare dalla fantasia e scrisse questo articolo, come se avesse notizie inedite sulla caduta della città avvenuta otto anni prima. Ai lettori di questo settimanale piacevano molto i racconti romanzati e nella vicenda di Kartoum ci sono tutti gli ingredienti necessari: il fascino dell’Africa, il mondo arabo, gli amori improbabili e un clima romantico esagerato.




22 settembre 1895
L’anniversario della presa di Roma

Il 20 settembre 1870 i bersaglieri entrarono a Roma dalla breccia di porta Pia. La data è storica e segna la fine dello Stato Pontificio e l'inizio del Regno d'Italia con Roma capitale. La ricorrenza è sempre stata importante nel calendario civile italiano, anche se ultimamente il ricordo si è un po' sbiadito.




Però la storia si può leggere sempre anche dal punto di vista opposto e il cronista del Messaggero del Mugello immagina il papa triste, che scende a pregare nei sotterranei del Vaticano per non sentire le urla di romani che festeggiano. L’autore di questo articolo, come molti cattolici dell'Ottocento si sentiva un po' in colpa " ... per la spogliazione che abbiamo compiuta". Oltretutto festeggiavano anche i Massoni ... leggiamo ...



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sabato 23 dicembre 2023

De Strada Teutonica von Romweg

La Via Faentina
Itinerario alternativo
alla Via Teutonica

Da una ricerca di Livietta Galeotti












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una comoda lettura
















lunedì 18 dicembre 2023

Otto poeti che piacevano a Dino

L’homme des bois 
parla di loro

Ricerca di Claudio Mercatali



Dino Campana ebbe un rapporto difficile con Papini e Soffici. Per loro in sostanza era un pazzo che si credeva poeta e qualche volta ci riusciva. Questi critici non colsero il valore dei Canti Orfici (Papini) o persero (Soffici) il manoscritto di una delle più innovative opere poetiche del primo Novecento. Almeno qualcuno degli altri letterati fiorentini avrebbe dovuto cogliere la profonda cultura che traspare dagli scritti di Dino. Invece gli affibbiarono un epiteto offensivo: l’homme des bois (l’uomo dei boschi). Capirono di più i suoi compaesani, che pur non avendo studiato lo definivano in dialetto “e màt”, voce di per sé non spregiativa che significa soprattutto “fuori dalla norma”, “impulsivo oltre misura” e anche “intrattabile o ingestibile”, senza sottintendere una minus valenza. Campana conosceva la letteratura internazionale del suo tempo? Ecco otto autori che compaiono nei suoi scritti, non come semplice citazione ma proprio con frasi prese a riferimento:

I poeti americani

Conosciamo gli scrittori statunitensi soprattutto come ottimi narratori e romanzieri ma qui da noi una persona di media cultura fa fatica a citare un poeta nord americano. Eppure Dino Campana prese spunti anche da loro. Il più facile da individuare è:



Walt Whitman (West Hills 1819 – Camden 1892) fu poeta, scrittore e giornalista. E’considerato il padre della poesia americana, il primo poeta moderno a utilizzare il verso senza rima e la sua raccolta poetica Leaves of Grass (Foglie d’erba) è un classico della letteratura. Cantore della democrazia, della libertà condusse una vita per certi versi simile a quella di Dino Campana, ma non aveva disturbi mentali. Viaggiatore instancabile per tutti gli States, squattrinato, vendeva per suo conto le sue poesie ed era un anticipatore di quello che poi sarà il “sogno americano” (L’ American Dream è l'ethos nazionale degli Stati Uniti, un insieme di ideali che includono democrazia, diritti, libertà e uguaglianza, in cui la libertà è anche la possibilità per ognuno di poter raggiungere ogni obiettivo). Dino, chiuso in soffitta o solitario a Orticaia, un lontano podere di Marradi, riscrisse le poesie perse, ma si isolò e fu rifiutato da tutti più di quanto era stato fino ad allora e si sentì massacrato. Nell’ ultima pagina del libro c’è un verso di Walt Whitman  tratto da Song of Myself:

They were all torn
and cover'd with
the boy's blood

"I tre uomini erano tutti laceri e ricoperti dal sangue del ragazzo". Nel marzo 1916 scrisse a Emilio Cecchi: "Se vivo o morto lei si occuperà ancora di me la prego di non dimenticare le ultime parole che sono le uniche importanti del libro. La citazione è di Walt Whitman che adoro nel Song of myself quando parla della cattura del flour of the race of rangers".

Campana quindi si identifica con un giovane della poesia di Whitman massacrato a tradimento a Fort Alamo.


Julia Ward Howe (1819 -1910) fu una poetessa statunitense che scrisse tante poesie di struggente sentimento. Una di queste piacque a Dino Campana, che ne tradusse una quartina in un suo appunto senza scrivere dove l'aveva presa.



La fonte fu cercata a lungo. Poi la prof. Susanna Sitzia dell' Università di Cagliari scoprì che è una prosa poetica di Julia Ward Howe della raccolta At Sunset (1910) con il titolo In Music Hall.



I poeti francesi

Senza dubbio Campana conosceva bene la letteratura d’Oltralpe e ne fu influenzato molto. Uno dei suoi poeti preferiti fu Paul Verlaine

C’è un libricino di Mario Bejor, un compagno di università di Dino a Bologna, dove è raccontato l'aneddoto qui accanto:







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Una terzina di Henry Becque è nei Canti Orfici nella descrizione del Viaggio a La Verna, quando il poeta contento e sfinito si ferma in un albergo di Stia, nel Casentino, e ascolta il dialogo di due avventori altrettanto stanchi. Leggi qui accanto.



I poeti dell'est europeo

Nel primo Novecento poetica e narrativa in lingua russa erano di alto livello. Nei Canti Orfici ci sono due immagini tratte da due poeti particolari, Baltrusajtis e Merežkovskij. Il primo merita attenzione anche perché Campana l’aveva indicato in modo vago al medico Carlo Pariani, al manicomio di Castelpulci: “Era un poeta del tempo degli zar” e dopo una ricerca profonda il dott. Leonardo Chiari, di Marradi, ha scoperto di chi si trattava.

Urgis Kazimirovic Baltrusajtis
nacque nel villaggio di Paantvardys (Jurbarkas Lituania) nel 1873 e morì a Parigi nel 1944. Fu poeta, traduttore e diplomatico. Nel 1893 si trasferì a Mosca per frequentare la Facoltà di matematica e fisica. 




Nel 1899 fu uno dei fondatori della casa editrice Skorpion, che pubblicava la moderna e disinibita rivista Vesj (La Bilancia). Tradusse in russo Oscar Wilde e Gabriele d'Annunzio. Baltrušajtis nel 1904 venne in Italia e conobbe Giovanni Papini, che ricorda così quell' incontro:

"Nel remotissimo 1904 apparve nella mia vita la cara figura, mai dimenticata, del poeta Jurghis Baltrusajtis. Lo incontrai a Firenze in quel caffè delle Giubbe Rosse dove, in quegli anni lontani, si udivano e si leggevano tutte le lingue d'Europa. 
Era, a quel tempo, un giovane sulla trentina, forte e dritto, con un viso che pareva perpetuamente bruciato dai ghiacci del polo o dal sole dell' equatore e dove splendevano due occhi chiari, sereni, azzurri che sembravano occhi di angelo in esilio incastonati nella figura di un rude pastore del Settentrione. L'espressione della faccia era seria, a momenti severa e quasi minacciosa ma se per caso sorrideva si scopriva con meraviglia, in quel volto già tormentato dal dolore e dal pensiero, la divina luce della fanciullezza. Si diventò amici in pochi giorni, come avviene in quella beata età che corre dai venti ai trenta".

Dunque Dino Campana lesse gli scritti del poeta lituano perché costui frequentava i letterati fiorentini. Forse i due non si incontrarono mai. La poetica del lituano gli piacque e nei Canti Orfici, nella sezione 14 de La Notte, trascrisse i primi due versi di questa poesia:

Tutto il mio pensiero è bramosia del segreto delle stelle, / Tutta la mia vita è un chinarsi sull’abisso. // È sempre lo stesso enigma: tuono e silenzio / E spensieratezza sonnolenta e inquietudine angosciosa, / E la piccola erba, e nelle celesti altezze d’Iddio / I vivi scritti dei lumi notturni. // Non è forse un miracolo che volta a volta nel fiore dorma il seme, / E nel seme vi sia un fiorir nuovo, / E che un circolo leghi ed abbracci tutta / L’estensione delle cose, che non hanno limite! // Tutto il nostro pensiero è come un sonno vano. / Tutta la nostra vita non è che un tremito infinito. // L’impassibile Potere dell’Eternità / Torce in un filo misterioso attimo dopo attimo / Ed è cieco miseramente colui che ardisce / Distinguere la morte dalla vita. // Qual dolore che il terribile tempio dell’Universo / Ci sia nascosto dal grande sipario, / E che noi invano, con nostalgia senza tregua, / Dobbiamo vegliare per secoli dinanzi alla porta fatale!


Dimitrij Sergeevic Merežkovskij, poeta innamorato dell’Italia e in particolare di Firenze, compare nei Canti Orfici alla fine della prosa Firenze. Dino lo cita e prende da lui due o tre righe di descrizione dell’Arno.

I poeti tedeschi

Il Faust di Wolfang Goethe era ben noto a Dino Campana, che tradusse il passo qui di seguito e si identificò con il protagonista. Secondo un racconto popolare tedesco Faust era un sapiente che fece un patto con un demonio (Mefistofele) vendendogli l'anima in cambio della conoscenza assoluta delle cose. Medusa era un mostro mitologico che trasformava in pietra chiunque la guardasse. Fu uccisa dall' eroe Perseo, che le mozzò il capo guardando la sua immagine riflessa in uno specchio. Qui di seguito c'è la traduzione fatta da Dino Campana di un brano de La notte di Walpurga, tratta dal Faust di Goethe, che compare in una lettera di Dino a Leonetta Cecchi Pieraccini, spedita da Marradi nel settembre 1917. Accanto c'è la traduzione storica, di Guido Manacorda, edita da Mondadori nel 1932. Chi vuole le legga entrambe e scelga ...


Faust (Dino Campana) parla con Mefistofele. I due guardano una ragazza, ma vedono due cose diverse ...





Heinrich Heine era un poeta romantico che non poteva non incidere sulla sensibilità di Campana che infatti lo considerò un suo ispiratore, come lui stesso dice nella poesia Ermafrodito (non è nei Canti Orfici). Quello che state per leggere è difficile, più di quello che avete letto fin qui. Bisogna perimetrare tutta una situazione, che può essere interessante, affascinante o insopportabile a seconda della sensibilità vostra. Provate a leggere.


Heinrich Heine, poeta tedesco del primo Ottocento, era ben noto a Dino Campana. Scrisse le poesie romantiche del Buch der Lieder (Il Libro dei Canti, 1827). Di lui abbiamo moltissimi ritratti, perché era vanitoso e gli piaceva posare. Heine da vecchio si innamorò di Matilde, una giovane con la quale ebbe una relazione turbolenta e intensa.

In una poesia egli si augura di poter rimanere per sempre unito alla sua amata, riprendendo certe saghe nordiche che parlano dell’unione dopo la morte, del rapporto eterno oltre la vita, tutte a dire il vero un po’ macabre secondo il nostro gusto letterario:

Kennst du das alte Liedchen            Conosci la vecchia canzoncina
Wie einst ein toter Knab                  Come una volta a mezzanotte
Um Mitternacht die Geliebte           Un giovane morto prese a sé
Zu sich geholt ins Grab?                  La sua amata nella tomba?
Glaub mir, du wunderschönes,        Credimi oh meravigliosa fanciulla
Du wunderholdes Kind,                  Son io più vivo
Ich lebe und bin noch stärker          E ancor più forte
Als alle Toten sint!                          Di tutti i morti!
traduzione di Christine Kirschke

Dino Campana conosceva la biografia di Heine. Questo passo gli piacque, perché lo scrisse nei suoi appunti e forse ne trasse ispirazione per la poesia Ermafrodito. E' un inedito del cosiddetto Quaderno, ritrovato dai famigliari e pubblicato postumo dallo studioso Enrico Falqui. Secondo il mito la ninfa Salmace si innamorò perdutamente di Ermafrodito, figlio di Afrodite, e quando lo vide nudo che faceva il bagno in un fiume lo abbracciò e chiese agli Dei di rimanergli per sempre unita. Fu accontentata, affogarono, ma dai loro corpi fusi nacque una creatura che era maschio e femmina. Il mito non dice se lui era d'accordo per turtto questo, ma tant'è. Dunque per la poesia Ermafrodito Dino si ispirò al Buch der Lieder e al vezzo di Heine di farsi ritrarre nei quadri come un novello Narciso:

Ermafrodito (sarebbe Heine)

Ermafrodito baciò le sue labbra allo specchio
In un quadro profondo                                    .......... Heine guarda soddisfatto i suoi ritratti
Nerastro appare rosea, biaccosa la carne di lui sullo sfondo
Di ermafrodito in spasimi molli affogato       ..... La biacca è un pigmento bianco, da pittore
Dal paese della chimera eterno e profondo
Dove perdesi l'anima fantasticando                ...... il paese della chimera è Marradi
M'apparve affacciato alla superficie del mondo
Ermafrodito risveglio che inanellò l'acque insaziabile di giungere al fondo
Ermafrodito in spasimi molli affogato.       ... La ninfa abbraccia Ermafrodito e si fonde con lui
Dal fiume maledetto dove non canta la vita
Ti levi talvolta pur nelle notti lunari ed appari        ... Ermafrodito (Heine) appare a Dino 
Alla finestra mia con la madreperlacea luna
E stai come uno spettro vigilando il mio cuore
Che si consuma alla luce funerea lunare
La primavera anche ti è amica talvolta  ... Neuer Frühling (Nuova Primavera) è un ciclo di poesie di Heine
E passi lontano coi venti odorosi pei prati
Brucia il cuore al poeta mentre riguardano i bovi;
Ma sempre sopra al mio letto vigila la bocca stanca e convulsa
Il vago pallore del volto e delle tue bionde chiome.      ... Heine veglia il sonno di Dino


La descrizione della luna e del fiume dove non canta la vita corrisponde bene a quanto il poeta poteva vedere dalle finestre della sua casa di Marradi, che è su un fosso in parte coperto da una volta, che si vede qui accanto. La luna piena, rispetto alla casa di famiglia, sorge da est, così ...

Saranno stati questi i pensieri di Campana? Forse si, ma non tutte le cose logiche sono vere e non tutte le cose vere sono logiche.

C'è una lirica di Heine che dice:

"Sul cheto lido si è diffusa la notte, la luna esce dalle nuvole e dalle onde vien su un bisbiglio: quell'uomo lì è matto o è forse innamorato. Ha l'aria così triste e lieta, lieta e triste ad un tempo!
Ma la luna ci ride su, e con chiara voce risponde: Quegli è innamorato e matto, e per giunta è anche poeta".

Dunque in conclusione Dino Campana può essere considerato quello che si vuole ma non fu un homme des bois.



lunedì 11 dicembre 2023

Raffaele Bendandi e i terremoti

Una teoria 
per prevedere i sismi

Ricerca del geologo Claudio Mercatali



Raffaele Bendandi (Faenza 1893 – 1979) fu un uomo di scienza autodidatta che si occupò di astronomia, geologia e meteorologia in modo amatoriale ma con molto acume. Fra le tante ipotesi che formulò ora ci interessa la sua teoria sulla genesi e la previsione dei terremoti che a suo tempo generò discussioni e critiche. Il Regime Fascista, dopo averlo lodato e nominato Cavaliere lo mise da parte e gli vietò di pubblicare le sue teorie perché si diceva che procuravano allarme nella popolazione. Da vecchio si isolò, venne dimenticato, da ultimo visse in miseria e nel 1979 fu trovato morto nella sua casa di Faenza.

Bendandi pensava che la causa dei terremoti fosse l’allineamento di Venere, Marte, Giove, Saturno con il Sole e la Luna, perché la somma delle loro forze di attrazione provocano un aumento delle tensioni sulla crosta terrestre. L’idea gli era venuta osservando le maree: se la forza di attrazione lunare provoca un innalzamento dell’acqua del mare, eserciterà anche una forza sulla crosta terrestre, soprattutto se in allineamento ci sono i pianeti. Era un attento osservatore e aveva considerato che questa forza era notevole, come in effetti è.



Dai calcoli dei fisici di oggi sappiamo che l’attrazione della Luna alza una marea di 54 cm in mare aperto e il Sole concorre per un altro 46% di questa, cioè per circa 25 cm. Marte, Venere Giove e Saturno hanno un effetto minimo, di circa un decimillesimo di quello lunare. Dunque le forze che generano le maree sono luni solari e lontano dalla costa alzano il mare di 79 cm (vicino alla costa l'innalzamento può essere maggiore per altri motivi). Non sappiamo che riscontrì cercò Bendandi per la sua teoria, ma forse partì dalla serie sismica del 1661, la prima di cui poteva avere dati sicuri leggendo le relazioni degli esperti Pontifici e Granducali sui danni prodotti nella Romagna Toscana. Poi avrà considerato le due scosse del 1781 e quella del 1919. In effetti tre dei cinque terremoti che negli ultimi 500 anni hanno devastato l’appennino Tosco romagnolo sono avvenuti con la luna nuova, quando il Sole e la Luna sono allineati e “tirano” sulla Terra.


Non c’è dubbio che la teoria di Bendandi abbia un fondamento logico, ma i geologi e gli astronomi non la ritengono vera come prima causa. Il motivo è nelle scoperte della geologia avvenute negli anni Sessanta, quando cominciò la navigazione nelle fosse oceaniche con i sommergibili nucleari. I fondali profondi, studiati con cura dagli Americani e dai Russi alla ricerca di nuove rotte per insidiarsi l’un l’altro rivelarono tanti aspetti che dalla superficie non si vedono. Non tutto il male vien per nuocere.


Così si scoprì che la crosta terrestre è divisa in tante placche che strisciano e si scontrano fra loro. Questa è la cosiddetta Tettonica a placche, che spiega la causa dei terremoti e la loro imprevedibilità.


Nella cartina qui sopra si vedono i confini delle placche e il loro reciproco movimento, che può essere di almeno tre tipi: se due placche si scontrano (frecce rosse convergenti) si possono spezzare provocando dei sismi. Se strisciano una contro l’altra (frecce con verso opposto) possono frantumarsi per attrito e se divaricano (frecce divergenti) favoriscono la fuoriuscita del magma profondo con le relative scosse telluriche.

Il moto delle placche non dipende dall’attrazione luni solare, perché è in senso orizzontale e non verticale come sarebbe se le forze che lo provocano agissero per trazione dall’alto. Il moto dipende dai circoli di magma profondo, che divarica le placche quando risale, le fa scontrare quando discende o le fa strisciare.

Dunque la prima causa dei terremoti è endogena (è sotto la crosta terrestre) e non esogena (esterna alla Terra), ma tutte queste cose Raffaele Bendandi non le poteva sapere.

Però un criterio di previsione si può elaborare anche con la Tettonica a zolle perché si sa che il movimento dei magmi è lentissimo e si mantiene costante per milioni di anni. Dunque con il trascorrere del tempo le forze endogene si accumulano, mettono in tensione le rocce che infine si spezzano. Quanto ci vuole?
La serie storica dei nostri terremoti, qui nell’appennino tosco romagnolo, dice che dopo 120 – 140 anni c’è un corpo roccioso che si spezza sotto di noi, assume un altro assetto e poi ricomincia a mettersi in tensione finché non si rompe di nuovo. Almeno così è stato dal 1542 ad oggi. Dei secoli precedenti sappiamo poco perché non ci sono giunte testimonianze chiare. Se le cose stanno così qui da noi alla metà del secolo ci sarà un terremoto distruttivo (anno 1919 + 130 anni circa = 2049). Però la teoria di Bendandi non è da scartare del tutto: la causa è endogena ma è possibile che l’attrazione luni solare sia un fattore che favorisce i terremoti, pur non essendo sufficiente da sola a provocarli. Questo punto di vista è emerso anche da alcuni studi giapponesi, ripresi dal prof. Carlo Doglioni, che nel 2016 era direttore dell’ Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia.


Sarà così? Non si sa, ma il terremoto del 18 settembre 2023 con epicentro a Marradi è avvenuto tre giorni dopo la luna nuova.

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Nell'archivio tematico del Blog, alla voce Scienze della Terra ci sono altri articoli su questo argomento.



mercoledì 6 dicembre 2023

Nei settimanali di fine Ottocento

Nel settimanale
più vecchio del Mugello
(3a parte)


ricerca di Claudio Mercatali




Alessandro Mazzocchi, tipografo dal 1876, fiorentino di nascita, si trasferì a Borgo San Lorenzo e aprì una tipografia, avendo saputo che nel Mugello non ce n'era nemmeno una. Fu una felice intuizione commerciale e ancora oggi l'officina tipografica è attiva nella sede storica, nel centro del paese. 
Nel 1883 fondò Il Messaggero del Mugello, il più vecchio settimanale della zona, che continuò le pubblicazioni fino al 1933, anno in cui fu chiuso anche sotto pressione del Regime, che aveva abolito la libertà di stampa e pretendeva un filtro di redazione su quanto veniva stampato. Pubblicava la cronaca dei paesi del Mugello e di Marradi, Palazzuolo e Firenzuola. In prima pagina c'era spesso qualche articolo di fondo di buon livello e in seconda pagina una serie di rubriche piacevoli, dalle quali sono stati estratti i testi qui di seguito.



15 gennaio 1896
Il pranzo dei poveri

A fine Ottocento nel Mugello c’era tanta gente che faceva fatica a mettere insieme il pranzo con la cena. 



Il Circolo Operaio Ricreativo aprì una cucina economica, per dare da mangiare ai bisognosi.




… Sotto un lampione a petrolio stava nascosta una quantità di gente, che si pigiava e si spingeva a vicenda composta nella maggior parte da vecchi, donne, fanciulli ciascheduno armato di pentole, tegami, pignatte, marmitte, scodelle …









11 maggio 1892
Lo scherzo del prete

Certe volte non è semplice andare a scrocco. In questo raccontino un tizio cerca di approfittare di un pranzo offerto da un curato a un suo contadino, ma succede che ...



10 dicembre 1893
Il povero in paradiso

In questa bella novella si racconta di un contadino e di un ricco che arrivano in Paradiso.



Quando il ricco passa la porta del Cielo si sente un suono melodioso che saluta il suo arrivo, ma quando passa il contadino non si sente niente. Allora il pover uomo si lamenta con San Pietro: “ma come, sono discriminato anche qui …” Però San Pietro gli spiega che …





15 settembre 1895
Per grazia ricevuta

Pietro Boni era diventato muto e i medici non riuscivano a capire il perché.

Il priore di Campiano gli diede la bandiera da portare alla processione al Santuario di Madonna dei Tre fiumi e Pietro all' improvviso cominciò a parlare e riuscì anche a cantare.

Il priore si convinse che questo era un fatto soprannaturale e scrisse questa lettera al Messaggero del Mugello.







LA REPLICA
Però dopo una settimana un lettore, di tutt' altro avviso, scrisse al giornale e spiegò che, secondo lui ...



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giovedì 30 novembre 2023

La conquista della Romagna Toscana

Quando l’abilità politica 
e il senso dello Stato
danno i loro frutti

Ricerca di Claudio Mercatali





E’ noto che nel Trecento i Fiorentini conquistarono 14 o 15 comuni nel versante romagnolo e si formò una provincia che rimase sotto Firenze fino al 1923. In quell’anno per volontà di Mussolini i comuni della Romagna Toscana passarono sotto Forlì esclusi Marradi e Palazzuolo che sono ora nell’ Area metropolitana di Firenze. 



Forse se Firenze nel 1424 avesse vinto la battaglia di Zagonara (vicino a Lugo di Ravenna) la Romagna sarebbe passata per intero sotto Firenze ma nel duro scontro prevalsero i Visconti di Milano e i Fiorentini in fuga si rassegnarono a mantenere solo il controllo della collina romagnola.

Quali sono i comuni della Romagna Toscana? In base alle Costituzioni del 1542 sono: Palazzuolo, Marradi, Modigliana, Tredozio, Castrocaro, Dovadola, Rocca san Cassiano, Portico, Premilcuore, Galeata, Santa Sofia, Verghereto, San Piero in Bagno, Sorbano, Badia Tedalda.


In più c’è Firenzuola, che ha una storia diversa perché non fu conquistata ma fondata dai Fiorentini nel 1306 per contrastare gli Ubaldini. La posa della prima pietra fu nel 1332 ma per tutto il Trecento il dominio dell’ alto Santerno fu una intricata contesa fatta di guerriglie, battaglie, tregue, tradimenti e quant’ altro. Il paese fu distrutto dagli Ubaldini almeno due volte ma nel 1410 la Città prevalse. 


La bella storia medioevale di Firenzuola non si può riassumere qui e basta sapere che il paese ha una cinta muraria riconoscibile (come Terra del Sole e Modigliana). Dopo queste premesse limitiamo l’ indagine, perché l’argomento è vasto e si rischia di divagare e di perdersi nelle mille vicende della storia locale del Duecento e del Trecento.

Perché Firenze si spinse oltre l’appennino? 
I motivi dello “sconfinamento” nel versante romagnolo sono tanti ma in particolare c'era la necessità di controllare i passi appenninici che portano nel Mugello, cioè la Futa, il Giogo, la Colla e il Muraglione, tutti a 900m di quota e quindi facilmente valicabili anche con i mezzi del Medioevo. C’era anche la necessità di controllare i passi della Calla e dei Mandriòli, che portano nella valle del Casentino e alcuni altri valichi verso la val Tiberina.


Il controllo dei passi era fondamentale in caso di guerra ma serviva anche per stendere una cintura sanitaria attorno a Firenze e impedire il libero transito dei pellegrini diretti a Roma, che portavano denaro ma anche contagi. Questo fatto divenne un obiettivo primario dopo la peste del 1349, che uccise la metà dei Fiorentini e non a caso l’azione della Città si intensificò parecchio nella seconda metà di questo secolo fino a giungere al risultato cercato.

Come avvenne la “conquista” della Romagna Toscana? 
Spesso si tende a spiegare il tutto solo con l’espansione a viva forza del Comune di Firenze ma in realtà non fu così. I Fiorentini dell’epoca avevano uno spiccato senso dello Stato e della politica e usavano la forza dopo che ogni artifizio diplomatico era fallito. Vediamo come andarono le cose in ogni Comune:



Palazzuolo di Romagna (oggi sul Senio)

Nel 1362 Giovacchino di Maghinardo degli Ubaldini da Susinana lasciò i suoi quattordici castellari di Palazzuolo al Comune di Firenze. Non fu un atto di bontà ma una necessità derivata dai suoi debiti, che i Fiorentini avevano saldato in cambio del tutto e di un “generoso” vitalizio. Lo sappiamo dallo storico Emanuele Repetti che ne parla nel suo Dizionario della Toscana (1830). Dopo la morte di Giovacchino i tanti membri di questa famiglia comitale, che sarebbero stati eredi senza questo atto, entrarono in agitazione per riavere i “loro” castellari. L’accusa principale a Firenze e alle sue banche era quella di aver prestato i soldi a strozzo a Giovacchino in difficoltà e di aver manipolato anche il suo testamento. Non sapremo mai chi aveva ragione, però la storia la scrivono i vincitori. 



Nel 1372 scoppiò una rivolta degli Ubaldini, che furono sconfitti, ripetuta alla Badia di Susinana nel 1386 e seguita da un’altra sconfitta. Per umiliarli il commissario Guido del Pecora tolse la campana dalla Badia e la fece portare a Figline Valdarno, e oggi è nel Museo Civico. A suo tempo le richieste di Palazzuolo per averla indietro non ebbero esito. Un’altra rivolta fu nel 1402 con esito identico alle precedenti, seguito però da una amnistia e un condono fiscale che pacificò gli animi.



Marradi

Nel 1428 il conte Ludovico Manfredi, signore del paese, entrò in contrasto con i Fiorentini, dei quali era vassallo, e fu invitato a Firenze per intendersi. Era una trappola e fu imprigionato nel carcere delle Stinche dal quale non uscì più. Le milizie di Firenze assediarono il Castellone di Marradi, nel quale si erano asserragliati i suoi fratelli e dopo un mese lo conquistarono. I Marradesi accettarono il nuovo dominio, ottennero uno Statuto, la parità di diritti con i mugellani e un mercato settimanale il lunedì, che si tiene anche oggi.



Modigliana

Nel 1350 i conti Guidi ormai in crisi chiesero protezione a Firenze per fare fronte all’ espansione di Faenza. Però questo non fu sufficiente e nel 1377 i Guidi furono cacciati dopo una rivolta capeggiata dal popolano Durante Doni. Nel 1378 Modigliana era già in accomandìgia, cioè sotto controllo fiorentino. L’atto di annessione definitiva fu nel 1428, assieme a Tredozio. Per evitare contrasti con Faenza doveva essere chiaro che i Fiorentini non avevano occupato di forza il paese e per accordi presi le campane di Modigliana suonarono a festa prima dell’ entrata delle milizie di Firenze, a significare che il popolo aveva espresso una preferenza.




Dovadola e Castrocaro

Dopo la crisi dei Conti Guidi del 1337 – 47 questi paesi furono presi da Francesco Ordelaffi signore di Forlì. Il cardinale guerriero Egidio Albornoz li riconquistò ed entrarono nel dominio dei papi nel 1357 - 1359. Però alla fine del secolo il pontefice Bonifacio IX in difficoltà economiche diede in pegno i due castelli a Firenze per un prestito di 18.000 fiorini d’oro. Il castellano Tommaso conte di Novi non permise ai Fiorentini l'accesso al paese ma ormai il più era fatto: il papa alla scadenza non trovò i soldi per onorare il debito e i relativi alti interessi e il 19 maggio 1403 i Fiorentini pagarono altri 2.000 fiorini e si presero tutto. Questa zona era amata dal granduca Cosimo I de’ Medici, che nel Cinquecento fece costruire una fortezza a stella e la chiamò Terra del Sole.





Rocca San Cassiano

Nel 1382 Francesco de’ Calboli lasciò Rocca San Cassiano in eredità a Firenze. La famiglia forlivese Calboli all’inizio del Trecento aveva avuto la peggio nei duri scontri con la famiglia Ordelaffi per la signoria di Forlì e si era rifugiata in parte a Firenze. E’ possibile che anche qui siano entrate in gioco le banche fiorentine a finanziare le necessità di questi signori, sconfitti ma ancora autorevoli. I Calboli a Firenze erano ben inseriti nella vita cittadina e nei documenti antichi si trova traccia degli incarichi conferiti a loro dalla Città. Nel 1424 dopo la battaglia persa dai Fiorentini a Zagonara il paese fu occupato dai Visconti, che lo diedero ai loro alleati Ordelaffi, ma i Fiorentini l’anno successivo se lo ripresero.




Portico, San Benedetto e Premilcuore

Il castello di Portico, assieme a Bocconi ha una storia simile a quella di di Rocca San Cassiano ed era un comunello a se stante, separato da San Benedetto in Alpe, dipendenza dei vallombrosani residenti nel monastero sopra al paese. I frati avevano un fitto intreccio di interessi con Firenze, e al declinare della forza del loro Ordine piano piano persero la sovranità del luogo. Anche Premilcuore ha una storia simile e passò sotto Firenze nei primi anni del Quattrocento. E' probabile che Portico sia il paese d'origine di Beatrice Portinari, la Beatrice di Dante. Suo padre Folco si trasferì a Firenze e ... per una serie di motivi che sarebbe difficile spiegare qui questa ipotesi viene ritenuta vera da tanti studiosi.


Galeata


La storia di questo comune si intreccia con quella del vicino comune di Civitella. Ambedue i paesi nel medioevo erano pertinenze del monastero di Sant’Ellero e furono amministrati da tante famiglie, più o meno dipendenti dai frati. Poi nel Quattrocento al declinare della forza del monastero a Galeata prevalse il Comune di Firenze e a Civitella lo Stato Pontificio, con pacifici accordi di spartizione. La cartina antica qui accanto chiarisce il fatto e mostra senza ombra di dubbio che qui c'era un confine di stato.

Santa Sofia, Verghereto, Bagno di Romagna, Badia Tedalda

Questa parte della Romagna Toscana nel Medioevo fu sotto il governo dei frati della Badia di Sant’ Ellero, a tre chilometri da Galeata e anche dei monaci di Vallombrosa e Camaldoli. Questi ricchi monasteri tendevano a sottrarsi all’autorità dei vescovi della zona, per gestire in proprio le rendite agrarie e il flusso delle donazioni e dei lasciti. Però i monasteri avevano bisogno di protezione e il comune di Firenze era quello che ci voleva, perché era interessato al controllo del territorio più che al suo governo. Si sviluppò così un intreccio di interessi che durò per quasi due secoli fino all’inizio del Quattrocento, quando il declino di questi Enti religiosi consentì a Firenze di avere il pieno dominio. Il dominio fiorentino fu accettato con favore dalla popolazione, perché come in tutta la Romagna Toscana la Città governava direttamente, con un gonfaloniere in ogni paese e un consiglio comunale sorteggiato fra i cittadini più abbienti, in carica per sei mesi. La giustizia era affidata a un funzionario forestiero, il Vicario, in carica per un anno o due e soggetto a giudizio popolare a fine mandato. In più la forza della Città dava sicurezza. 


Invece nei secoli precedenti non erano mancati gli eventi truci e drammatici: nel 1267 a Sant’ Ellero i Guelfi fiorentini fecero strage dei Ghibellini ostili a Carlo d’Angiò: quattrocento di loro furono uccisi ed il castello di Sant’ Ellero fu raso al suolo. L’abbazia vecchia fu ceduta ai Vallombrosani che la trasformarono in ospizio. Alla fine del secolo il territorio divenne un dominio del condottiero ghibellino Uguccione della Faggiola (1250 – 1319) nativo di Casteldelci, un paese al confine con le Marche.

Anche Santa Sofia, come Galeata, era un paese di confine contrapposto a Mortano, dall' altra parte del fiume Savio, che ora è parte dell' abitato del capoluogo ma allora era parte del Feudo di Pondo e Spinello, pertinenza dello Stato della Chiesa.


Sorbano

Sorbano, ora frazione di Sarsina, fino al 1964 era un comune autonomo. Qui agli inizi del Quattrocento si fermò la penetrazione fiorentina e Sarsina rimase sotto l’autorità pontificia. Forse in previsione di una successiva espansione i Fiorentini contrapposero Sorbano a Sarsina, distante solo 1,5 Km. Il territorio di Sorbano era frammentato in diverse porzioni che erano quanto Firenze aveva potuto conquistare. Nei secoli i tentativi di Firenze per ottenere Sarsina dallo Stato Pontificio furono tanti: proposte di acquisto, di scambio, di pagamento per favori fatti e altro, ma non ottennero l’esito sperato.

Dunque ciascuno dei quattordici comuni della Romagna Toscana ha una storia sua e venne “conquistato” da Firenze in modo diverso nella seconda metà del '300 e nel primo '400, più che altro con l'arte della politica e con qualche imbroglio.



Per ampliare

30.01.2018    L’ampliamento della Provincia di Forlì
26.12.2018    I Visconti contro i Fiorentini, 1324 La rotta di Zagonara
20.04.2019   La conquista di Palazzuolo sul Senio
24.10.2020   Lo storico Cavalcanti parla dei fatti di Marradi