Lanfranco Raparo, Marradi

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mercoledì 12 giugno 2024

Marradi visto da Dino

Gli scorci del paese 
descritti dal poeta

ricerca di Claudio Mercatali



Com'era Marradi ai primi del Novecento? Che cosa vedeva Dino Campana quando girava per le vie del paese o in campagna? Che aspetto avevano gli scorci che lo colpirono e che descrisse nei Canti Orfici? 
Sembra impossibile rispondere a queste domande, ma non è così, perché a quei tempi le tipografie del paese stamparono tante cartoline e l'aspetto del centro cittadino e dei dintorni è illustrato in dettaglio.
 


Ecco una serie di scorci che di certo erano familiari al Poeta. Le viste di Marradi nel primo Novecento sono tante, perché allora le cartoline erano il mezzo più semplice per comunicare via posta, mentre oggi sono state sostituite dai messaggi per email, con workzap o con i self. Bene, ogni epoca ha i suoi usi …




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martedì 22 settembre 2020

Dino Campana all'Università di Bologna

In giro per la città,
in un giorno di sconforto
ricerca di Claudio Mercatali

L'Istituto Ciamician,
sede della Facoltà di Chimica


Questa è la descrizione di una giornata nera dell' inverno 1912, vissuta a Bologna da Dino Campana, allora studente di chimica all' Università. Il poeta gira per il centro cittadino, nervoso e insoddisfatto, e descrive cose e persone. I vari momenti della giornata non sono in successione cronologica e forse il poeta mescola sensazioni e immagini di un tempo più lungo. La prosa qui di seguito è la prima stesura di quella che nei Canti Orfici sarà "La giornata di un nevrastenico" e che nella versione provvisoria che stiamo per leggere ancora non ha un titolo. Perché prendere questa bozza e non la stesura definitiva? Questo interrogativo se lo pose Federico Ravagli che per primo pubblicò il brano nel Fascicolo Marradese e si chiese:

"Siam noi i colpevoli, gli spregiudicati, i profanatori che nella illusione di meglio apprezzare l'opera di uno scrittore andiamo a rovistare magari fra i detriti e le scorie del suo travaglio interiore; noi che interroghiamo carte e documenti, dove l'anima è messa a nudo, col suo umano fardello di colpe di aberrazioni, di miserie ...".

 La stazione di Bologna

La prosa è bella, diretta, durissima, più della versione definitiva. Leggiamo:







"La vecchia città dotta e sacerdotale era avvolta di nebbie nel pomeriggio invernale. I colli trasparivano più lontani sulla pianura percossa di strepiti. Si vedeva vicino in uno scorcio falso di luce plumbea lo scalo delle merci. Lungo la strada di circonvallazione passavano sfumate figure femminili, copiosamente avvolte di pelliccie, i cappelli romantici copiosamente ornati, passavano a piccole scosse automatiche, rialzando la gorgiera carnosa come volatili di bassa corte. Dei colpi sordi, dei fischi, dallo scalo continuavano ad accentuare la monotonia diffusa nell’aria e il vapore si confondeva colla nebbia. I fili pendevano e si riappendevano ai grappoli di campanelle dei pali telegrafici che si susseguivano automaticamente.

... lungo la strada di circonvallazione passavano sfumate figure femminili ...

Porta Galliera

Dalla breccia dei bastioni rossi corrosi, nella nebbia si aprono le lunghe vie silenziose deserte. Il malvagio vapore della nebbia intristisce tra i palazzi velando la cima delle torri, le lunghe vie silenziose come dopo il saccheggio. Traversano la via saltellando delle "ragazzole" artificiosamente avvolte nella sciarpa e la rendono più vuota ancora. Come mai si vedono tante donne per questo cimitero?
Mi chiedo e mi sembrano tanti piccoli animali saltellanti, tutte uguali, tutte nere, che vadano a covare in un lungo letargo un loro malefico sogno.


Studentesse nel laboratorio di chimica



Numerose le studentesse sotto i portici. Si vede subito che siamo in un centro di cultura. Parlano e cercano di sorridere a fior di labbra. A tre a tre formano il corteo pallido e interessante delle grazie moderne. Vanno (ore 11) a lezione da un celebre professore che ha scoperto la cadaverina (acido ossi b caprin capronicone). Sorrisi, aria di mistero. Ce n'è una che per novità atteggia la bocca a un riso mefistofelico: ah! il riso mefistofelico della signorina intellettuale! Entrano sospirando ne’ l'Università.
(Dal caffè) E’passata la Russa. La piaga delle sue labbra ardeva nel suo viso pallido. E’venuta è passata portando il fiore e la piaga delle sue labbra. Con un passo elegante, troppo semplice e troppo conscio è passata. La neve seguita a cadere e si scioglie indifferente nel fango della via.

Via Orefici

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La sartina e l’avvocato ridono e chiacchierano. I cocchieri imbacuccati tirano fuori la testa dal bavero come bestie stupite. Tutto mi è indifferente. Non mai come in questa giornata risalta il grigio monotono e sporco della città. Tutto fonde come la neve in questo pantano: e in fondo sento che è dolce questo dileguarsi di tutto quello che ci ha fatto soffrire. Tanto più dolce che presto la neve si stenderà ineluttabilmente in un lenzuolo bianco e allora potremo riposare in sogni bianchi ancora.

C’è uno specchio avanti a me e l’orologio batte: la luce mi giunge dai portici a traverso le cortine della vetrata. Scrivo.



Notte. Passeggiata deserta sotto l'incubo dei portici. Goccie e goccie e goccie di luce sanguigna. Fuori cade la neve. Sento veramente la dolcezza dei seppelliti. Scompaio in un vico e dall'ombra un'ombra sotto un lampione s'imbianca. Ha le labbra rosse. A te a te che vuoi dall'ombra mostrarmi l'infame cadavere di Ofelia.

Tristezza acuta. Epilogo. Mi ferma il mio antico compagno di scuola, già allora bravissimo ora di già in belle lettere guercio professor purulento che mi confessa guardandomi con un sorriso lercio e mi dice potresti provare a mandare qualcosa all’Amore Illustrato.

Sopraggiunge lo sciame aereoplanante delle signorine intellettuali che ride e fa glu glu mostrando i denti che sembra in caccia dei nemici della scienza e della cultura, (diplomabili diplomabili professionali) che va a frangersi ai piedi della cattedra dove un illustre somiero ramperà col suo carico di nera scienza catalogale. Poi ho incontrato uno del mio paese e riodo le grida degli sciacalli urlanti che mi attendono ancora lassù. (Udiste voi nell'ora della terribile angoscia la folla gridare barabba barabba; vedeste barabba guardare su voi con lo stesso disprezzo del vostro segretario comunale?). Veramente non posso suicidarmi senza essere vigliacco. E poi oramai ...

Finale.  Sull'uscio di casa rivolgo il consueto sguardo d'addio al classico baffuto colossale emissario della polizia nazionale incaricato della mia sorveglianza (e il mio pensiero va a te venerato professore e senatore che credo ci hai lo zampino) non che agli assistenti. (Non che a Giuda, il mio migliore amico impiegato all'Università!)".
Ah! i diritti della vecchiezza! Ah! quanti maramaldi!

La caricatura di un "polismano",
la guardia, in bolognese


Federico Ravagli conclude: "Così ha fine la penosa avventura di una giornata di esaltazione e di follia. Numerosi personaggi visti, o appena intravisti, animano la scena dei Canti Orfici: qui si aggiungono figurine e figurette, appena abbozzate e fuggevoli, che son, purtroppo, creature non già dell'arte, ma della psicopatia. Così, a quelle battute meditate e squillanti, s'uniscono queste note sorde, questi accenti d'angoscia, buttati giù senza preoccupazioni letterarie, malati d'incubo, inquinati di sospetto, quasi grido dell'anima esacerbata".

Fonte: da Federico Ravagli, Fascicolo Marradese, Firenze,
Giunti Bemporad Marzocco 1972

venerdì 12 giugno 2020

Campana fra noi

Federico Ravagli racconta gli anni
del Poeta all'università di Bologna
ricerca di Claudio Mercatali



Negli anni 1912 e 1913 Dino Campana si iscrisse all'Università di Bologna, facoltà di chimica, su consiglio di un parente. Un indirizzo di studi meno adatto a lui si fa fatica ad immaginarlo e infatti il Poeta non combinò niente. Però l'ambiente umano era accogliente, anche godereccio e maturarono diverse amicizie, fra le quali quella con Federico Ravagli, che poi diventerà professore di lettere e grande estimatore del Poeta.

Il professore racconta così i fatti, nel suo libro Dino Campana e i goliardi del suo tempo (editrice Marzocco, 1942).

Il prof. Federico Ravagli al tempo dei fatti narrati


... In questo ambiente romantico e tumultuoso, scapigliato e beffardo, capitò un giorno un individuo strano, accigliato, male in arnese. Al primo apparire al bar Nazionale non ispirò gran simpatia: ma era con Olindo Fabbri, uno dei nostri e questo bastò per introdurlo gaiamente, per farlo conoscere a tutti. Aveva a nome Campana, era studente di chimica, poeta e giramondo.

Dimostrava alcuni anni più di noi. Tarchiato, biondastro, di mezza statura, si sarebbe detto un mercante, a giudicarlo dall'apparenza, un eccentrico mercante con magri affari. Le commesse del bar, i camerieri, gli estranei lo guardavano con circospetta ilarità. Aveva una lunga capigliatura biondo - rame, folta e ricciuta, che gl'incorniciava un viso di salute: due baffetti che s'arrestavano all'angolo delle labbra, una barbetta economica che non s'allontanava troppo dal mento.

Si rivelò subito poco socievole, il nuovo venuto, timido quasi, alieno al chiasso e alle espansioni; sicché non pareva certo il nostro l'ambiente più adatto per lui. Chi sa. Se ne sarebbe andato prima o poi; avrebbe ripreso il viaggio verso ... un'altra università. L'aria di Bologna non poteva conferirgli. Troppo rude, troppo taciturno, troppo primitivo, quell'anziano studente di chimica di Marradi. Questi, press'a poco, i primi commenti.

Invece no. Imparammo a conoscerlo meglio, a considerarlo con attenta benevolenza: e finì con l'imporsi alla nostra affettuosa ammirazione.
Perché venne rivelando una ricchezza insospettata di energie spirituali. Ci avvedemmo che sotto quella ruvida scorza, sotto quell' apparenza scontrosa e quasi ostile, c'era un fervore gagliardo di vita sognata e sofferta. Il suo mistero ci attrasse e più la sua umanità. Era un po' strambo, si: ma poiché anche noi non s'era proprio a modino, non eravamo fatti su misura, così venne a inserirsi naturalmente nella nostra vita di goliardi.

Eravamo una gaia brigata di studenti di varie facoltà, romagnoli in maggioranza, che dopo aver frequentato per parecchio tempo la fiaschetteria Morelli di Via d'Azelio e l'Ideal bar di via Rizzoli - noi lo chiamavamo il "bar delle vergini", a gloria delle commesse -, s'erano trasferiti al Nazionale, sotto le Due Torri.
Tipi, caratteri, figure, costituivano nel complesso un assortimento gustoso di gaia giovinezza ...

 ... Campana senza avvedersene, finì col sentirsi attratto. Trovò degli svagati dilettanti di rime, dei sognatori notturni, dei "bohemiens" come lui, in tono minore. Dei compagni fervidi e sinceri che talora strillavano, si, un po' forte; ma ai quali si poteva pur perdonare il disagio acustico, in virtù dell'accordo spirituale. Io, allora, ero studente di legge: collaboravo assiduamente in quotidiani e riviste senza guadagnare un centesimo; e facevo crescere con tenacia, nel cassetto della scrivania, il numero dei miei inediti. Di più: non ero astemio e vestivo male...


... Campana era pienamente solidale: e ne dava una fiera dimostrazione. E' indubbio però che in tempi ordinari egli non sfigurava troppo con molti di noi. E se il suo abito era più dimesso e trasandato, non certo serviva alle critiche e alla derisione di alcuno.

Mi pare ancora di vederlo. Con quel suo cappello rotondo, di feltro: e il giacchettone dalle tasche ampie, capaci, piene di fogli, di carte , di libretti.
Perché Campana portava sempre con sé, gelosamente, il manoscritto delle sue prose e dè suoi versi: per averli sottomano quando gli fosse venuto l'estro di rileggere, di limare, di rifinire.

Talora, d'estate, gli accadeva di abolire qualche indumento di prima necessità. Un giorno capitai con lui - chi sa come, chi sa perché - nella prima sala del caffè San Pietro, ritrovo allora quasi elegante. Egli non si sedette: si sdraiò addirittura nel divano rosso che girava tutt' intorno alle pareti e mise in mostra le scarpe logore e le gambe nude: con grave scandalo dei clienti più timorati e con visibile dispetto dei camerieri più arcigni. Nessuno, naturalmente, osò dirgli parola.

Ma gli atti eccentrici e bizzarri non erano frequenti in Campana: tutt' altro. Ché la sua vita ordinaria era fatta di discrezione e di riservatezza. Chi, astraendo dall' abito, l'avesse osservato con attenzione, si sarebbe facilmente accorto che egli aveva, pur nella figura selvatica, qualcosa di nobile e di casto, di mansueto e di compunto: qualcosa, negli occhi cerulei, che esprimeva raccoglimento e dolcezza.
Il suo fare era, di solito, contegnoso e tranquillo, il gestire misurato e aristocratico, il parlare lento e sommesso. Si esprimeva con quella tipica cadenza dei tosco romagnoli, che è fatta di morbide inflessioni e di venature aspre: la parlata illustre natìa ch'egli non aveva alterato per nulla, nonostante gli fossero famigliari diverse lingue europee.
Non usava il dialetto. Con la lingua del popolo ebbe a cimentarsi solo qualche volta: quando offrendo prova di molta allegria e di maggiore buona volontà, tentava di unirsi ai coristi estemporanei degli stornelli romagnoli, ai quali Fabbri dava l'avvio ...

Così visse con noi, come noi, la vita dei goliardi. Partecipò ai comizi chiassosi, tumultuò nelle agitazioni scioperaiole, frequentò i ritrovi gaudenti della nostra giovinezza scapigliata. Ma sotto certi aspetti egli visse la vita di ogni giorno con più misura, con meno intemperanza, con più ritegno di molti ...

... Tra i numerosi studenti che lo conobbero in quegli anni, dimostrò per me particolare predilezione. Avevo rispetto de' suoi segreti di vita, ero in guerra perpetua col sussiego e con l'ipocrisia, ammiravo la sua arte. Quando non mi trovava al caffè, veniva spesso a cercarmi a casa: con grave disappunto di mia madre, alla quale l'aspetto dello strano visitatore destava qualche preoccupazione. Ero uno degli studenti ... più attivi, promotore di manifestazioni, organizzatore festaiolo, redattore di "numeri unici".

Per tutto questo mio armeggiare, ero membro di "comitati" occasionali: e avevo parte preminente nella pubblicazione dei fogli commemorativi. Tante cose c'eran da fare: rivolgersi a varie tipografie e prendere accordi con la più conveniente: distribuire mansioni molteplici ai compagni aggregati ...



Campana partecipava attivamente a queste nostre manifestazioni. Di due numeri unici, Il Papiro e Il Goliardo è stato a un tempo collaboratore e rivenditore. Con quanto impegno abbia aderito alla mia richiesta di scritti da pubblicare, si vedrà dal materiale consegnatomi per la stampa. E dico subito che la sua collaborazione fu tanto entusiastica ch'io dovetti ridurla per mancanza di spazio ...

 ... Ma i fogli goliardici, Campana non si accontentava di scriverli e di venderli: li leggeva anche. E come li leggeva. Un giorno venne fuori a recitar, da Il Papiro, a memoria:


 ... lo scampanio
rapido schioccante sfaccendato
diffondeva pel ciel le lodi a Dio

L'autore era presente. Figurarsi. Si sentì poeta davvero.  

venerdì 20 marzo 2020

Dino Campana torna a Bologna

Il ricordo di Mario Bejor
Ricerca di Claudio Mercatali

  

Nel 1912 Dino Campana frequentò di nuovo l’Università di Bologna. Era già stato qui nel 1903 – 1904 e poi si era trasferito a Firenze. Era iscritto alla Facoltà di Chimica, e si fa fatica a immaginare un indirizzo di studi meno adatto a lui. Infatti non combinò niente e visse per un certo periodo da goliardo assieme a una nutrita compagnia di studenti romagnoli. Però dal punto di vista poetico questo fu per lui un tempo positivo, perché nei giornaletti universitari pubblicò le prime cose e di certo riordinò il quadernetto Il più lungo giorno, la raccolta di poesie che nel 1913 portò a Firenze a Papini e Soffici, che la persero.

Lasciamo stare tutto questo e affidiamoci ai ricordi di Mario Bejor, uno studente di Bagnacavallo che conosceva il poeta e lo frequentò. Che cosa faceva Dino Campana a Bologna quando non era all’università e non scriveva poesie? Leggiamo:

Comparve fra noi, se la memoria non mi inganna, sul finire dell'inverno 1911 - 1912; portato dalla comune origine regionale, non da precedenti amicizie …











… pasti da 80 cent
alla "Cervetta" …











… per la verità, Campana, sciatto all'aspetto e rude nei modi non destava simpatia …







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per avere
una comoda lettura







… serbava per l'abbandonata chimica un grande disprezzo…










… In via Zamboni, angolo Via del Guasto, aveva già fatto parlare di sé, sedie all'aria, vetri infranti, costole ammaccate …






… Mario aprimi …











… Prediligeva Verlaine e ne aveva tradotte le poesie …









… Il Bacio … è la sola poesia non sua che Dino sentisse propria …











… In presenza dell'arte sentiva il bisogno di essere solo, perché in quella voleva fondersi …


















… Si perdeva volentieri e a lungo a illustrare le teorie estetiche di quel filosofo …























… Aveva vissuto per un anno in montagna, segregato dal genere umano intellettuale, presso il montanaro Pietro Donatini di Cignati di Marradi …






… Divenne col tempo più strano e da diversi compagni scansato. Scomparve.







Bologna! Città di beghine e di ruffiani, mai un omicidio, mai un fatto di sangue! …

























… Dopo il 1916 non lo rividi più …





Per ampliare: Una copia anastatica di questo libretto, curata a suo tempo dal dott. Rodolfo Ridolfi, è alla biblioteca comunale di Marradi.