Lanfranco Raparo, Marradi

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sabato 6 novembre 2021

Biforco nel Seicento

Lo storico faentino Francesco
Maria Saletti descrive Biforco

ricerca di Claudio Mercatali


Biforco nel 1947

E’ una fortuna quando si trovano vecchie descrizioni di posti e paesi, perché a leggerle si fa un salto nel passato. Tante cose si ritrovano uguali o si riconoscono, di altre si recupera la memoria, di altre ancora è svanita ogni traccia. Succede anche questo, in fondo i secoli non passano invano. Francesco Maria Saletti era uno storico faentino del Seicento che scrisse i Commentari di Val d’Amone. Sofisticato e dotto, si esprimeva spesso in latino e si fa fatica a ricavare le notizie da lui. Però ora la sua penna ci interessa poco: invece ci interessa molto quello che vide quando passò da Biforco in un anno imprecisato, circa alla metà del Seicento.

 


Nei secoli passati Biforco era diviso in due parti:

 “…prima castello, et al presente villa, o contrada non solo bella … ma di sito tanto ampia che in due portioni uguali si trova divisa … una delle quali detta Biforco di sopra e l’altra, che unita a questa se ne va con Marradi a terminare, Biforco di sotto è chiamata ...”


 Biforco di sopra (a sin.) e Biforco di sotto (a dx) a fine Ottocento. la chiesa di Cardeto, in alto a sinistra sullo fondo, non ha ancora il campanile. 

Nei documenti antichi il nome Biforco è spesso alternato a Castellum, perché:
 “ … crederei che fosse quell’istesso castello in cui Antonino Pio imperatore, nel suo Itinerario, pose la prima stazione da Faenza … “

Si parla anche di Camurano (Camorana). Apprendiamo così che questo paesino è citato nel testamento di Maghinardo Pagani, il potente feudatario morto nel 1305 al castello di Benclaro (Casa Cappello, a S.Adriano). Camurano è uno dei siti più antichi del comune di Marradi.

“… alla destra del fiume, si vede Camorana, come la chiamò Maghinardo Pagani nel suo testamento … vicino alla quale villetta circa due tiri di mano trovasi un borghetto di case col nome di Biforco di sopra dove, sopra un ponticello che le sorge in faccia, vedesi la parrocchiale di S.Giacomo, e nel piano la chiesina dé santi Francesco e Carlo senza cura, dalla comunità di Marradi per sua devozione negli anni andata eretta; e quivi passando il fiume medesimo, sopra un ponte di pietra che vi sta fabbricato, entrasi in un altro borghetto di case simile al suddetto … Biforco di sotto, dentro al quale è un’altra chiesina sotto l’invocatione di S.Maria ad Nives, e poco più in basso un convento dé padri Serviti, dalla famiglia Fabroni con la sua chiesa sotto il titolo dell’Annunziata edificato. Donde per fianco viene da un torrente o rivo del medesimo nome irrigato che in detto luogo di Biforco di sotto col Amone unendosi, e seco per la distanza di un miglio solo incaminandosi, se ne va al castello di Marradi a ritrovare. ”


Biforco si chiama così perché è alla confluenza del Fosso di Campigno con il fiume Lamone, che scendono da due valli contigue che qui si biforcano, rispetto a chi sale verso la Colla di Casaglia.


La chiesa di San Giacomo è Cardeto, ma la chiesina dei santi Francesco e Carlo dov’era? E Santa Maria ad Nives? A dire il vero qui Saletti fa confusione perché Santa Maria ad Nives (alle Nevi) è la chiesa di Albero. Invece la chiesina di San Francesco e Carlo era all’ imbocco del ponte del Castellaccio e fu distrutta nel 1944. Poi Saletti parla di un ponte, di fronte all’ Annunziata:

 

 “ … si vede all’altra parte del fiume, e sulla ripa di quello, l’antico palazzo in cui da Antonio Fabroni fu ricevuto papa Giulio II, detto al presente il Casone dé Fabroni, con la sua torre, e loggia davanti,, secondo il costume delle famiglie più nobili, e con un ponte di pietra al dirimpetto, che per servitio di esso all’altra ripa si appoggia; il tutto fassi dal medesimo Antonio, se non da altri più vecchio, ivi costrutto, leggendosi tuttavia sotto uno dé capitelli delle colonne della medesima loggia questa memoria in una pietra intagliata, cioè: Antonio Fabroni fece fare questo palazzo …”.

Dai Commentari di Saletti, ricaviamo anche delle notizie sul mitico monastero di Biforco, di cui già nel Seicento non c’era più traccia:

 “… Affermerò probabilmente non solo che in questo eremo di Biforco risplendeva una congregazione di sante persone, ma che anco nell’anno 1070 … quella continuava… e di assai quantità di religiosi cresciuta”.

Se si cerca di approfondire si sconfina nella leggenda ed emerge la figura del beato Pietro da Biforco, sul quale merita spendere qualche parola perché forse è il monaco della Grotta del Romito. Nella illustrazione qui accanto Romoaldo Maria Magnani (1741) lo descrive. Ne parla anche frà Serafino Razzi, un monaco camaldolese del Seicento.


“ … Biforco è piccolo castello sopra Marradi … quivi era un monastero dedicato a S.Benedetto, il quale fu donato da S.Enrico imperatore a S.Romoaldo nell’anno 1012, affinché vi ponesse i monaci del suo istituto, che viveano in molta osservanza; il che ricavasi da un diploma spedito a detto S.Romoaldo da quel principe … In questo luogo di Biforco vissero in santità molti religiosi e fra questi si segnalò un tal monaco Pietro nativo di questo paese … e fabbricossi a Biforco una picciola celletta larga quattro braccia. Quivi menando una vita eremitica e solitaria era da tutti stimato e tenuto per uomo grave e da bene. Era d’una incredibile astinenza, facendosi soltanto di pochi legumi dopo tramontato il Sole. Sì assiduo nel fare orazione e nel dire salmi che non si saziava di consumarvi la maggior parte del giorno in un silenzio profondo. Amava la povertà in sommo grado, nella cella e nel vestito, volendo che così fossero alcuni pochi suoi discepoli … e venne a tale perfezione di vita, che non più sembrava uomo mortale, finché terminato il corpo di vivere se ne passò al Signore con placida morte sul principio del decimoprimo secolo di nostra Redenzione …”

 Non si sa altro del beato Pietro da Biforco; peccato perché questo personaggio “che si faceva soltanto di pochi legumi dopo tramontato il Sole” e viveva “in una picciola celletta larga quattro braccia” (0,58 cm x 4 = 2,32 m) ha un non so che di simpatico. Il nostro viaggio nel Seicento a Biforco finisce qui. Abbiamo letto la descrizione di Cardeto e dell’Annunziata, che c’erano già, del ponte del Casone, che c’era ma oggi non c’è più e del monastero del beato Pietro, che forse non è mai esistito.


Per ampliare

I Commentari di Val D'Amone, traduzione curata dal prof. Pietro Lenzini e altri.



martedì 12 maggio 2020

Le vie del commercio fra l'Adriatico e il Tirreno

 Il collegamento attraverso l’Appennino
e con un canale da Faenza al mare
Ricerca di Claudio Mercatali


Pietro Maria Cavina era un notaio faentino del Seicento, appassionato di storia locale e per tanti anni amministratore della città e del suo territorio. Uomo con tanti interessi, scrisse molto e su temi diversi.

 Questa che segue è una memoria indirizzata “Agli illustrissimi Signori del Magistrato di Faenza del bimestre luglio – agosto 1683” dove tratta con dovizia di dettagli le possibilità di collegamento di Faenza con la Toscana e con Ravenna, considerando prima il collegamento attraverso l’appennino e poi un canale navigabile (il Naviglio) da Faenza all’ Adriatico.



L’antichissima strada Faentina

La via era praticata dai tempi dell’ antica Roma, anche se non era una strada consolare. Pietro Cavina la descrive fino a Firenze e considera anche le strade successive, da Pistoia a Lucca e a Pisa. Tutta questa viabilità fu devastata al tempo delle invasioni barbariche e rimase in abbandono per tanti secoli nel Medioevo.

Claudio Rutilio Namaziano (o Gallicano) nacque forse a Tolosa e fu Praefectus Urbis di Roma nel 414. Iniziò un viaggio verso la Gallia devastata dai Vandali, per verificare i suoi possedimenti,  e lo descrisse nel diario De Reditu suo (Riguardo al suo ritorno). Parlò delle strade devastate dai Goti, fra le quali la Faentina, che non potè percorrere come aveva fatto altre volte, e fu costretto a viaggiare per mare lungo la Liguria. Ecco che cosa dice:


Ho preferito il mare, perché le vie di terra
piane sono invase dai fiumi e quelle alte bloccate dalle frane. Dopo che il territorio della Tuscia e dopo che la via di Aurelio hanno patito la spada e il fuoco dei Goti non c’è più un bosco abitato né un fiume con un ponte praticabile. Per l’incertezza è meglio affidarsi alla vela sul mare.






Spesso immaginiamo che sia da lasciar perdere l’apertura di una porta. Controvoglia i piedi oltrepassano le soglie dei templi .Chiediamo perdono con il pianto e recitiamo la preghiera.
Per quanto il lamento può permettere di pronunciare le parole …

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Il moderno canale navigabile

Faenza è appena 35 metri sul livello del mare e già nel Seicento fu considerata l’idea di costruire un canale che la collegasse a Ravenna sfruttando le acque del Lamone regolate da una serie di chiuse.


Nel 1677 Pietro Cavina propose il Naviglio, ma non se ne fece niente, a causa della carestia e della peste che imperversavano in quegli anni.

Nel 1763 il progetto fu riproposto e affidato al conte Zanelli, che lo realizzò nel 1782. Quattro buoi sulle sponde trascinavano le chiatte cariche da Bagnacavallo a Faenza, mentre al contrario i navigli scendevano lentamente verso l’Adriatico sospinti dalla corrente dell’acqua prelevata dal Lamone.



Il sistema fu attivo nella prima metà dell’ Ottocento ma poi fu soppiantato dalle nuove tecnologie, ossia dalla ferrovia Faentina. Oggi rimangono solo le vestigia.
Leggiamo la proposta di Pietro Cavina.

La traccia del naviglio è il canale che costeggia la strada che porta da Faenza al casello dell' autostrada Bologna - Ancona.

Arrivava in città all' incirca in corrispondenza dell' attuale cavalcavia ferroviario e finiva dove ora ci sono i viali di circonvallazione, vicino alla Stazione delle Corriere.

Al contrario di quello che si potrebbe immaginare il Naviglio dopo Bagnacavallo evitava Ravenna e si snodava verso
Alfonsine e Sant'Alberto.

Ad Alfonsine sono presenti
delle interessanti vestigia.



venerdì 20 settembre 2019

1690 La frana di Boesimo

La più grande
nella valle del Lamone
in epoca storica.
Ricerca di Claudio Mercatali
 

 
La media valle del Lamone ha una fragilità geologica dovuta ai forti spessori di terra che coprono lo zoccolo roccioso del versante destro. Per questo nel corso dei secoli nella zona di S.Cassiano ci sono state due frane di milioni di metri cubi di terra e pietrame ogni volta. Una avvenne nel 1939, fra S.Cassiano e S.Eufemia e l’altra nel 1690, a Boesimo, con effetti fino al comune di Marradi, a Marignano.

 
 
Ecco come lo storico Antonio Metelli descrive la frana di Boesimo:

“… Stava per finire l’ inverno del 1690 orrido per la copia delle acque cadute dal cielo e per le nevi, che al sopraggiunger de’ nuovi tepori di primavera si liquefacevano. Per questo la superficie del suolo divenne fradicia, e i più reconditi seni della terra immollati ne furono. Alla destra del Lamone si stende il monte Budrialto. Aspro e biforcuto su un fianco forma una pendice detta di monte Caruso e volge le sue acque al Lamone mediante il torrente Boesimo, che vi mette foce a dieci miglia da Brisighella e sei da Marradi.
  
 
Correvano i primi giorni di aprile, e coloro che su quei gioghi e su quella pendice abitavano, attendevano alle campestri faccende, quando si udì d’un tratto muggire Budrialto e con così alto fragore che gli animi ne rimasero incerti e attòniti. Allo strano e inopinato caso fu da ognuno creduto che di nuovo la terra tremasse (= che fosse un terremoto) ma avendo taluno veduti scorrere i dossi del monte e viste larghe e profonde fessure nel terreno, di ciò che era prestamente si accorse, talché molti ripararono in fretta nei luoghi vicini con gli armenti e le cose loro.
 
 
Budrialto appariva avvolto da una rada nebbia e c’era chi affermava di avervi visto notte tempo dei fuochi. Gli occulti fremiti e i cupi fragori non erano ancora cessati e anzi dopo otto giorni essi erano venuti crescendo, finché all’alba dell’ undicesimo giorno, non reggendosi più il Caruso, diveltosi da Budrialto con orrendo fracasso si scoscese e si rovesciò nel torrente Boesimo e corso oltre il fiume Amone e trovato a riscontro il monte delle Volpare (= in fondo al versante di Monte Romano) la terra ammonticchiatasi e ripegatasi sopra se stessa si arrestò.
 
 
All’enorme peso tremò la valle e fu udito il rimbombo fino a Faenza. Poi venuto il giorno grande stupore mostrò la gente. Il letto del Boesimo e del torrentello della Pliserìa era chiuso, ed era chiuso anche il Lamone e qua e là si vedevano sparse grandi querce che poco prima erano in cima al monte. Di là avallando lo sguardo si vedeva l’immensa ruina, di macigni orrida e mista, cenerognola di colore e putendo di zolfo giaceva secondo la forma che il caso o il proprio peso le aveva dato.
 
Di quattro case travolte e sprofondate non rimase traccia e in una di questa, chiamata Torricella morirono dieci persone e altri sei poderi rimasero sconquassati e sconvolti. Il fianco del Budrialto, dal quale si era staccato il Caruso appariva nudo e deforme per uno spazio di due miglia. Grosso era allora l’Amone per le nevi, e anche il Boesimo, sicché vennero a formarsi due grandi laghi e quello dell’Amone si distese per due miglia e mezzo di modo che le acque cresciute in altezza per quattro cubiti sommersero altri quattro poderi. Il letto del Boesimo si alzò fino a lambire la chiesa.

A Ravenna s’ebbe avviso di questa catastrofe perché le acque del Lamone sparirono con grande sorpresa di tutti e lasciarono l’alveo asciutto mettendo sospetto che fosse successo qualcosa di grave sugli appennini. Per la qual cosa il Legato Pontifico mandò a Brisighella un incaricato, che si mise d’accordo con un ingegnere mandato dal Granduca di Toscana, visto che quei luoghi erano di confine, e deliberò di aprire un sollecito varco all’Amone. Però i laghi vi durarono lungamente e poi, colmatisi e rosi di nuovo dalle acque, il fiume venne a ripristinarsi.

Le robuste braccia degli agricoltori, quell’ inselvatichito suolo dissodando lo vennero addomesticando di modo che sorsero prati pingui e colti là dove c’era una squallida e deserta ruina”.
 
 

venerdì 7 settembre 2018

1631 La peste a Marradi

L'epidemia descritta
da Manzoni
colpì anche qui da noi
ricerca di Claudio Mercatali


F.Gonin, la Peste a Milano


La peste del 1630 colpì le maggiori città d'Italia e fu chiamata calamitas calamitatum (la calamità delle calamità).
E' l'epidemia descritta da Manzoni nei Promessi Sposi, portata dai Lanzichenecchi, mercenari Tedeschi e Svizzeri che scorazzavano nella Lombardia e nell' Emilia contro i Francesi. Era in corso la guerra per la successione nel Ducato di Mantova, dove l'ultimo dei Gonzaga era morto senza eredi. Il culmine fu nel 1630 ma qui da noi e poi a Firenze certi focolai fecero strage anche l'anno dopo.
 
 

La trasmissione della peste avveniva con la puntura delle pulci, dei pidocchi e dei morsi dei topi ma il batterio Yersinia Pestis passava da uomo a uomo anche con i normali contatti della vita quotidiana e con gli alimenti crudi.
La peste provocava febbre alta e nausea. La proliferazione del batterio avveniva bene nei linfonodi ascellari e inguinali, che si gonfiavano e formavano i cosiddetti bubboni. L'infezione provocava insufficienza cardiocircolatoria e altre complicazioni, spesso mortali. Se l'organismo superava la fase critica la febbre passava dopo circa due settimane e i bubboni espellevano pus sgonfiandosi e formando una cicatrice. L'individuo era guarito e immunizzato: il batterio non lo faceva più ammalare.
 
 
 
 
 
Nella primavera del 1630 l'epidemia aveva già colpito duramente in Lombardia e gli Offiziali di Sanità della città di Firenze fornirono a Taddeo da Castiglione, Gonfaloniere di Marradi, l'elenco dei luoghi banditi o sospetti per causa di peste, perché potesse impedire il transito ai viaggiatori che provenivano di là.





Come si vede in questi documenti, si tratta delle stesse località dove è ambientata la trama dei Promessi Sposi










La primavera del 1630 fu drammatica, con il diffondersi lento ma inesorabile dell'epidemia e i saccheggi dei Lanzichenecchi in giro per la Lombardia e l'Emilia Romagna. Il nove agosto gl' Offiziali di Sanità scrissero questa lettera al Gonfaloniere di Marradi per comunicargli che la peste era arrivata a Modena. Poi sopravvenne l'autunno e l'inverno e il freddo rallentò il diffondersi del morbo. Però nella primavera successiva il contagio riprese.

 
 

La peste nel giugno 1631 minacciò Marradi e il Governo mandò questo bando da affiggere in paese:
 
Il Serenissimo Gran Duca di Toscana e i Signori Offiziali di Sanità della città di Firenze, sentendo che nella città d'Imola e nella Terra di Citerna luoghi dello Stato Ecclesiastico si è scoperto qualche male di Contagio ...
 
 
 
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Venne attivata subito la "cintura sanitaria" attorno a Firenze, vietando l'accesso ai forestieri senza la "bulletta di sanità" che era una specie di certificato di buona salute, come dice il Bando qui accanto.

 


Il Comune di Marradi scrisse a Firenze che la situazione peggiorava e dalla capitale fu inviato un cerusico, cioè un chirurgo, per incidere i bubboni infetti:

... Abbiamo dato ordine al nostro medico Zaninelli che provveda un cerusico da mandare costà dove sentiamo che il male va dilatandosi e oltre alli casi scopertisi e da voi avvisatici si dice esserci ancora ammalato di sospetto un figliolo di uno speziale che perciò bisogna maggiormente .................... aciò il male ........ ne' luoghi dove s' è scoperto provenire sopratutto di far abbruciare subito le robbe sospette e purificare almeno la stanza dove è stato il malato o à avuto il contagio. ... A' becchini non sia dato in luogo alcuno maggiore salario ... ….
... procurando che questo negozio sia invigilato acciò le diligenze sieno fatte, eseguite, rispettate, e state sani. Da Firenze 14 giugno 1631 Gli Offiziali sanitari della città di Firenze.



 
Gli Uffiziali di Sanità raccomandarono di rispettare esattamente la quarantena dei sopravvissuti prima di considerarli guariti:

dal magistraro nostro sarà aiutato .....   il memoriale per le presenze ... ... per servire per becchino in codesto luogo. Alle persone della casa dell'alfiere che si è malato di contagio li facetti fare l'intera quarantena  di giorni quaranta avanti di farli liberare e il medesimo costume feci in quelle case dove sia stato male di contagio ... non moltiplicassero le case ponendosi in questi principi usare ogni esatta diligenza per estinguere il male dove si scuopre. Con questo tentiamo che il male non faccia progresso e se continuerete le buone diligenze siamo sicuri che ne sia per seguire la totale estinzione e che Dio vi guardi.     Da Firenze li 2 luglio 1631




Spesso nelle epidemie capitava qualche guarigione considerata miracolosa e fu così anche questa volta ...


Fonte dei documenti
1) Archivio storico del Comune
di Marradi.

2) Vita di Santa Umiltà, di Roberto Capponi, Biblioteca Nazionale di Roma.

 
  

lunedì 14 marzo 2016

Ascanio Tamburini

Giurista e Generale
dei frati di Vallombrosa
ricerca di Claudio Mercatali



La Badia di S.Bartolomeo a Ripoli,
dov’ è sepolto Ascanio Tamburini



Ascanio Tamburini nacque a Marradi nel 1580 e morì nella Badia di S. Bartolomeo a Ripoli nel 1666. Com’è noto qui in paese gli abbiamo intitolato la strada che va dal Teatro degli Animosi a palazzo Torriani. Era un frate coltissimo, teologo e giurista eletto per due volte Generale dell’ Ordine Vallombrosano, carica massima per quei religiosi. Scrisse il De jure et privilegis Abbatum Prelatorum, che significa “Riguardo al diritto e alle prerogative degli abati e dei prelati”, una raccolta di leggi ad uso dei frati.
Scriveva in latino e non si rivolgeva al pubblico ma ai confratelli e voleva che i suoi libri fossero conservati nelle biblioteche dei conventi e le leggi prescritte rispettate. Insomma era uno che dettava la Regola e gli si doveva obbedienza.

Com’è fatto il De jure abbatum?

L’edizione tedesca del 1698 che useremo ora è un elegante volume a stampa, di 584 pagine, pieno zeppo di leggi, disposizioni, ordinanze, bolle papali, circolari, prescrizioni e raccomandazioni. Un vero e proprio Codice Civile e Penale dei frati. Già allora era difficile da leggere e quindi Ascanio, per essere più chiaro, inserì tanti esempi di processi e condanne, di modo che i vari abati sapessero come comportarsi se fosse capitato qualcosa di simile nel loro monastero.

Qui di seguito ci sono tre verbali abbastanza piacevoli da leggere. Gli interrogatori sono un po’ surreali, perché il giudice, dotto e autorevole, rivolge la domanda in latino e il povero frate imputato risponde in italiano, cioè in lingua volgare, come allora si diceva:


De iure et privilegis Abbatum
Tip. Joannis Philippi Andrea 1698



Formula (= processo) LXI  (n° 61)   pg 466
Le percosse al buio

Mentre Don Maledìci va a letto viene aggredito e duramente bastonato da qualcuno nel corridoio del convento e denuncia il fatto all’abate:

Quomodo ira vulneratus reperiatur? (Con quale atto violento è stato prodotto il ferimento?
Don Maledici prout tacto pectore iuravit et respondit (Don Maledici toccato il petto giurò e rispose):
“Mentre tornavo alla mia camera quella notte sono stato ferito nell’entrata della porta del dormitorio, dove sta la mia camera, in questo modo che vostra signoria vede”.

Interrogatus quis eum ita vulneravit et admonitus ut dicat, respondit (Interrogato su chi lo ferì così, e ammonito perché lo dica, risponde):
“Non lo so, perché ero senza lume e colui che mi ferì mi diede standomi di dietro e subito fuggì via di maniera che io non lo potei vedere, essendosi anche smorzata la lampada”.

Interrogatus quem credit fuisse, respondit (Interrogato su chi crede che fosse, risponde):
“Credo che sia stato don Vindice degli Inflessibili, perché ieri avessimo parole insieme, ed egli si partì minacciandomi. Erano presenti don Venanzio e don Feliciano. L’ho nominato perché credo che così sia la verità”.

La sentenza L’abate dichiara il “non luogo a procedere per insufficienza di prove” e:…
Ad patienter ferendum et ad veniam percussori tribuendam Pater Abbas illum dimisit  (Il Padre Abate lo congedò invitandolo a portare pazienza e perdono per il suo feritore).




Il  ritratto di Ascanio, 
lo stemma di famiglia
e una breve storia del casato.



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Formula LXVIII   (N° 68)    pg 468 
Il frate che bestemmia

Turpilio è un frate che quando si arrabbia bestemmia. Un suo superiore, don Inquieto, lo sente e lo denuncia all’Abate. Un frate presente al fatto fa la sua testimonianza:

Domanda: An cognoscerat Turpilius de Improbis de tali Civitate (se conosca Turpilio degli Improbi, di tale convento).
Risposta: Io lo conosco benissimo e hora sta qui in questa stanza.
Dom: Cuius famae sit don Turpilius apud aliis (Che reputazione ha Turpilio presso gli altri?)
Risposta: Io non so in che conto lo tengano gli altri, perché bado a casi miei.
Dom: Cuius opinionis sit apud illum? (Che opinione ha di lui?)
Risposta: Io per me lo tengo per buon compagno, è vero che qualche volta va in collera e si lascia uscire di bocca qualche bestemmia.
Dom: Quo loco at tempore illum blasphemia proferentem audierit? (Dove e quando l’avrebbe sentito bestemmiare?)
Risposta: In molti luoghi e tempi l’ho udito e in diverse occasioni.
Dom: An unquam illum in Claustrum et in refectorium blasphemiantem audierit, et quo tempore (se mai l’avesse sentito bestemmiare nel convento o in refettorio e quando)
Risposta: Padre, io mi ricordo particolarmente che il giorno di S.Lorenzo nel Claustro bestemmiò assai il nome di Dio.
Dom: Quas blasphemias dixerit? (Che bestemmie avrebbe detto?)
Risposta: Egli disse al corpo, al sangue e altre simili, essendo saltato in collera per non so che.
Dom: An alii essent praesentes quando talis blasphemias protulit (Se altri fossero presenti quando proferì tali bestemmie).
Risposta: Vi erano don Inquieto de Malitioso e D.G.

La sentenza: … ut recto itinere iret ad propriam cellam, necinde descenderet, neque con aliquo loquerentur sub pena carceris ad arbitrium dd.PP. visit illumque dimisit. (… che andasse diritto alla propria cella, e non uscisse, né parlasse con un altro, sotto pena del carcere, per suo volere l’Abate lo giudicò e congedò).

Formula LXXVI    (N° 76)     
pg 470  Una dura condanna

Ascanio Tamburini non scherzava quando si trasgrediva la Regola:
“Nos, Spiritus Sancti nomine implorato, in causa contra P.N. Procuratorem huius Monasterii, pronunciamus sententia grave peccato contra votu paupertatis tam in convivis pro monachis quam in aliis donationibus, nempe trium anulorum aureorum donatorum uni consaguineae … Preacipimus in carcere per tres annos includendum ibi jejunius pani et acqua in poena tantis sceleris …
(Noi, implorato il nome dello Spirito Santo nella causa contro P.N. amministratore del suo monastero, pronunciamo la sentenza per un grave peccato contro il voto di povertà tanto nei convivi in favore dei monaci quanto per altre donazioni, appunto tre anelli d’oro regalati a una parente … Prescriviamo il carcere per tre anni includendovi il digiuno a pane e acqua in pena per tante scellerataggini …).

Ascanio scrisse anche il De jure Abatissarum et Monialium (Riguardo al diritto delle Abbadesse e delle Monache) che era un codice simile a questo. Nel Seicento, come dice anche il Manzoni nei Promessi Sposi, le ragazze delle famiglie ricche spesso venivano messe in convento per non dividere il patrimonio. Qualcuna aveva o maturava una vocazione ma altre no e si comportavano come se il convento fosse una specie di collegio femminile dal quale uscire, almeno qualche volta.
Da quanto stiamo per leggere si capisce che non era semplice mantenere la disciplina. Data la fama di Ascanio da molti monasteri si chiedeva un suo parere sui vari casi che capitavano e lui rispondeva pazientemente anche alle richieste più strane. Leggiamo:


De casibus, in quibus dubitari potest, Moniales egressu clausuram violare (Dei casi nei quali si può dubitare che l’uscita delle Monache violi la clausura)

pg 123 Disputatio XIX   (n° 19)



Caso 1 Infrange la clausura la monaca che con ambedue i piedi (ambobus pedibus) oltrepassa la porta del convento? Risposta: non è una trasgressione, se è avvenuta per pochi palmi e poco tempo.
Caso 2 La monaca che per giusta causa è uscita dal Monastero, senza il permesso della Superiora, è soggetta a punizione? Risposta: no, se finita la giusta causa è rientrata.
Caso 3 La monaca che entra in case contigue al monastero ha trasgredito? Risposta: Alle monache è vietato l’accesso ai luoghi dove possono entrare dei laici.
Caso 4 La monaca che sale sul tetto (super tegulas tecti) è uscita dalla clausura? Risposta: no, perché il tetto è una pertinenza del monastero.




Caso 5 Se una monaca entra nella ruota e la fa girare ha oltrepassato il limite del convento? Risposta: Se gira la ruota verso gli estranei e non esce non c’è violazione, ma l’atto è disdicevole.
Caso 6 Le monache autorizzate a stare in case vicine al convento per raccogliere le elemosine se escono da quelle per altri motivi violano la clausura? Risposta: no, perché queste case non fanno parte della clausura.
Caso 7 La monaca che, come un maschio, siede a cavallo (quasi equitans) del muro del monastero infrange la clausura? Risposta: se sta seduta sul muro che chiude l’orto non infrange la clausura.
Caso 8 La monaca che ha subito delle gravi molestie infrange la clausura se esce per andarle a denunciare a un Superiore? Risposta: Poterit exire si evidens periculum vitae fuisset.
Caso 9 Quando una monaca autorizzata esce dal monastero e si trattiene in altre case, rompe la clausura se esce da quelle?
Risposta: no, perché sono tutte case esterne al monastero.
Caso 10 Una monaca che sta sulla porta aperta (in ostio aperto) del Monastero, infrange la clausura se per gioco rivolge la parola a compagni esterni (socis extra illud)?
Risposta: Non infrange la clausura se non esce.
Caso 11 Una monaca impazzita (phraenetica) se esce dal monastero è soggetta a sanzione?
Risposta: La pazza che esce dal monastero non è punibile.
Caso 12 Una monaca che assiste un parto, se esce per portar fuori il neonato è punibile?
Risposta: no, se è per evitare un pericolo alla vita (lex umana non tollit jus naturale servandae vitae).

Cioè “la legge umana non prende il posto del diritto naturale di conservare la vita”.

E con questa bellissima motivazione lasciamo Ascanio alle sue questioni di diritto, perché a volerle leggere tutte si andrebbe avanti per diverse centinaia di pagine.



NOTA: Non so se interessa a qualcuno ma delle tante questa è la ricerca
che mi ha dato più soddisfazione.


sabato 16 gennaio 2016

Marradi nel 1620


Secondo la descrizione

del Cancelliere Manetto Berti

di Luisa Calderoni


Lo stemma dei Fabroni

Il 12 gennaio 1620 il capitano Alessandro Fabroni, il dottor Luca e suo fratello Leonardo, assieme a Filippo Fabroni percorsero in lungo e in largo Marradi assieme al Cancelliere Manetto Berti, venuto apposta per un sopralluogo.
Il Cancelliere descrisse i palazzi dei Fabroni, cioè praticamente mezzo paese, e compilò una ettagliata relazione. Come facciamo a saperlo? 
Lo sappiamo perché è stata trovata una vecchia copia della relazione. Non si sa perché i Fabroni chiesero al Cancelliere questa specie di estimo dei loro fabbricati, ma non importa, però ci interessa la descrizione del Cancelliere, che ci permette di fare un salto nel tempo. Ora rifaremo lo stesso percorso che questi signori fecero nel gennaio del 1620. In che modo?


 
E’ semplice, seguiremo passo passo il racconto di Manetto, che è un pignolo e si sofferma su tanti dettagli:

…Trasferitomi in compagnia dei predetti (Fabroni) alla chiesa dell’Annnunziata, fuori Marradi circa un terzo di miglio, vicino alla strada maestra per Firenze, in un pratello avanti a essa fu visto esservi due strade lastricate a sdrucciolo per potervi venire da ogni banda, ed entrati in chiesa mi fu mostro l’altare di pietre conce nelle quali si veddero due Arme ( = stemmi) … una a sinistra dell’ altare con tre spade che finiscono in un punto e sopra tre martelli e una a destra, quella della religione dei Servi, simile a quella della Santissima Annunziarta di Firenze … e poi mi fu mostra la pila dell’acqua benedetta nella quale si vede intagliata l’Arme dei Fabroni …

Dunque L’Annunziata aveva due strade d’accesso. C’erano ancora nel 1822 e si vedono nella  carta del Catasto Leopoldino. Dopo la visita il nostro Confaloniere attraversa il Lamone:



… et avendo finita la visita della chiesa fui condotto poco lontano da essa a visitare una casa grande detta Il Casone e così passato il ponte e fiume del Lamone mi fu mostro dai detti Fabroni il ponte che dissero essere già tutto di sasso ed oggi si vede che vi son le basi di qua e di là con maglie grosse e per di sopra vi è il ponte di legno … arrivato mi fu fatto vedere un casamento antico con portici dinanzi in volta e nei portici l’arma Fabroni e di poi fu vista la scala per salir sopra, si vedde essere scala nobile con antico e nei portici l’arma Fabroni con begli appoggiamani di pietra et a terreno buone stanze e tra le altre la stalla capace di quaranta cavalli almeno e per di fuora si vedde esservi principio nobile con sopra la colombaia grande, alta anzi quasi di torre …

I PALAZZI DEI FABRONI
Ø    Il palazzo Fabroni davanti al Comune 1475, 
Palazzo Cannone, accanto al Suffragio 1499
Ø      Villa degli Archiroli, ora villa Ceroni 1550, 
Villa  Annunziata, con annessa chiesa 1493
NOTA Si trova scritto Fabroni o Fabbroni a seconda dei documenti


Quindi sotto l’Annunziata c’era un ponticello. Il Casone oggi è un edificio piccolo, e la colombaia non c’è. Evidentemente qui è successo qualcosa, forse un incendio, un crollo, 
nel ‘600 o nel ‘700 .... Si va verso Marradi:

… e tornato per il medesimo ponte me ne andai alla volta di Marradi … dove arrivato mi fu mostro a man ritta una casa posseduta di presente da Matteino di Bartolomeo Fabroni. La quale appare fatta con disegno nobile, antica bene e non finita, con una porta di bozzi rilevati bene a mezza botte, finestre a terreno simili, e di sopra al primo piano quattro finestre che posano in un cordone di bozzi e finestre simili a quelle della porta et all’ultimo cinque finestre grandi, la prima et l’ultima son consumate …




Dove siamo? L’unica casa di due piani a “man ritta con disegno nobile ” all’inizio del paese è l’attuale palazzo Ceroni Bernabei, che però è più grande di quello descritto da Manetto. Proseguiamo:


… trasferitomi seguitando la visita nella piazza di Marradi mi fu mostro che non vi erano altre case se non quelle dei Fabroni eccetto due degli Ubaldini usciti di Firenze … e si cominciò la visita da una casa in testa di detta piazza, che dall’aspetto si vedde essere antica e fu detto esser già di Matteo di Sandro Fabroni, la quale per di fuora ha una porta nel mezzo con bozzi antichi assai rilevati e al primo piano di sopra sette finestre alte tonde e all’ultimo altrettante simili e nelle cantonate due scudi di pietra con l’Arme dei Fabroni …




Qui è chiaro, si parla di Palazzo Cannone. Gli “scudi di pietra nelle cantonate” ci sono ancora, tutti consumati. Andiamo avanti:

… e trasferitomi nella scuola della città di Marradi mi fu mostro nella stanza dove stanno gli scolari dove son le panche e la cattedra … un’arme piccola entro solo tre martelli (= un piccolo stemma con tre martelli) …

Questa descrizione della “scuola” di Marradi in piazza è interessante. E’evidente che una casa a fianco di Palazzo Cannone aveva questa funzione.

 … e seguitando per la medesima piazza dirimpetto al palazzo del Capitano di Marradi fu vista un’Arma antichissima alla casa di … ? Fabroni con lettere che dicono Ant.o di Pierone Fabroni 1474 che è antichissima e la seconda parola non si intende.




E qui siamo “dirimpetto” al Comune e si parla del palazzo che sta di  fronte.

.. e arrivati nella Chiesa delle Monache di Marradi fu mostro l’altar grande con tavola di marmo di Giorgio di Arezzo bella et in più d’essere scritture di Luca di Jacopo Fabroni che la fece fare, et arrivati alla chiesa di S.Lorenzo, principale del luogo, furono mostre due cappelle con l’Arme dei Fabroni una accanto all’altar grande a man manca et altra da quella banda ricontro alla porta del fianco della chiesa et altra avanti a detta porta di fianco simile.

Queste cappelle oggi non ci sono, perché la chiesa fu riedificata alla fine del ‘700. Però la “porta del fianco della chiesa” è quella sulla statale, vicino alla strettoia. Siamo a sera e Manetto si ferma. Il suo giro riprende il giorno dopo, 13 gennaio 1620:

… seguitando la visita e arrivato nella strada dov’è il magazzino destinato a tenere i grani, mi furono fatte vedere due case, una del Capitano Giovanni Fabroni luogotenente della Banda di Romagna e l’altra dell’Alfier Sallustio Fabroni ridotta per di fuor alla moderna nelle quali si vedderro dipinte due Arme dei Fabroni et una pietra nella cantonata …

Quando il fosso della Badia era scoperto, c’era un ponte di fronte al palazzo Fabroni che oggi ospita la Banca Popolare di Ravenna, e l’arcata c’è ancora, sotto la pavimentazione. Era il Ponte del Magazzino, perché portava al magazzino del grano. La “pietra nella cantonata” è lo stemma nell’angolo.

… e seguitando per la medesima strada, arrivati alla casa di messer Giannotto del sig.Luca Fabroni posta alla fine del Castello di Marradi verso Firenze venendo per la medesima strada del magazzino e nell’arrivare del principio di essa fu visto essere fondato nella strada maestra una muraglia con una strada sopra di essa larga 3 braccia e lunga 75, a sdrucciolo, con cordoni di pietra a ogni braccio, fatta anticamente per andare a quella casa e solo per inizio di essa ed entrati in detta casa si entrò in un cortile sopra la porta del quale fu vista un’Arme antica …

Manetto Berti con pignoleria misura l’accesso alla villa Ceroni e dice anche che c’erano paracarri di pietra ogni braccio (= 0,58 metri), cioè più fitti di quelli di oggi.

… e si arrivò alla casa di messer Giannotto, che fu vista assere antica e ridotta alla moderna, con buoni appartamenti, giardino, fonte, peschiera et altro e con una colombaia sopra. Alta anzi di torre intonacata di nuovo …               (Il giardino e la colombaia sono quelli della villa Ceroni).