Lanfranco Raparo, Marradi

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mercoledì 6 marzo 2024

Un furto all’osteria

Un viandante denuncia l’oste


Ricerca di Claudio Mercatali



Agli inizi dell’Ottocento la strada Faentina era in costruzione e il traffico fra la Romagna e la Toscana era aumentato di molto. Nel 1814 la rotabile non era ancora tutta idonea alle diligenze e Marradi era uno dei principali punti di sosta per i viandanti, visto che è a metà strada fra Faenza e il Mugello. Nel 1808 nel Comune c’erano 15 osterie e 13 bettole delle quali è rimasta traccia nei documenti dell’ Archivio Storico perché pagavano una tassa.


Le osterie davano da bere e da mangiare e pagavano 70 lire di tassa annua. Quelle  dette "in luogo alpestre" pagavano 27 lire. Chi erano gli osti all'inizio dell' Ottocento?


Annibale Carracci 1573 Il mangiafagioli
Bandini Bartolo, Marradi
Bandini Luisa, Marradi
Bellini Andrea, Biforco
Bombardini Vincenzo, Marradi
Campana Antonio, Biforco
Ciani Pietro, Marradi
Coralli Alessandro, Campigno (luogo alpestre)
Mancorti Biagio, Filetto
Mazzoni Giovanni, Casa Carloni
Sangiorgi Domenico, Popolano
Sartoni Giovanni, Marradi
Tana Carlo, Fantino (luogo alpestre)
Tana Gaspero, Fantino
Venturi Gaetano, Crespino
Zambelli Paolo, Marradi

Le bettole erano locali più malandati delle osterie. I bettolieri di Marradi pagavano 35 lire di tassa ed erano questi:
                                                                                                  A. Carracci 1573 Il bevitore
Bandini Filippo, bettoliere a S.Adriano
Ciani Pietro, Marradi
Coralli Marco, Campigno
Fabbri Carlo, trattore in Marradi
Graziani Vincenzo, acquacedrataio
Graziani Vincenzo, bettoliere a Marradi
Nannini Giuseppe, bettoliere a S.Adriano
Pazzi Rosa, bettoliera a Campigno
Piani Vincenzo, bettoliere in Marradi
Ravagli luigi, bettoliere a Marradi
Romagnoli Giovacchino, bettoliere in Camurano
Sartoni Giuseppe, Biforco                     
Venturini Giuseppe, bettoliere a Crespino

NOTA  L'acquacedrataio vendeva bibite, limonate e per dirla come oggi, la spuma al cedro.



Il Fatto

Il 24 settembre 1814 il commerciante Giacomo Molignoni si fermò all’osteria di Giovanni Sartoni, a Marradi. Era stanco, si era assopito dopo il pasto oppure il vino aveva allentato la sua attenzione e così l’oste profittò per mettere le mani nella sua borsa e sottrargli 135 Francesconi (una cifra consistente). Il Molignoni più tardi si accorse del furto e sporse denuncia al Vicario di Marradi, che ordinò una perquisizione in case dell’oste e successe che …



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Fonte   Archivio storico del Comune, Giornale Pratico - Legale.







mercoledì 31 maggio 2023

Ca d’ là

Una lite 
per riscuotere il dazio

Ricerca di Claudio Mercatali



Ca d’là è una casa lungo la strada Faentina, poco oltre la località Fantino, salendo verso Crespino sul Lamone. Di là da che? A metà dell’ edificio corre il confine fra Marradi e Palazzuolo cosicché questo è a cavallo fra due comuni. E’ una conseguenza del fatto che il proprietario della parte più vecchia, verso il fiume, che è di Marradi, nell’ Ottocento ebbe bisogno di ampliare e c’era posto solo verso la strada, che è nel Comune di Palazzuolo.
Secondo la leggenda uno che abitava qui andò a Marradi per registrare una nascita e all’ anagrafe si sentì chiedere in che stanza era nato il pupo. Non sarà vero, però in queste situazioni la burocrazia incombe e gli impicci non mancano. Anche nell' Ottocento ci fu qualche equivoco e qualche furberia. 


Negli Annali di Giurisprudenza del 1897 c’è il verbale di una lite fra i due comuni a proposito della riscossione del Dazio sul consumo, che era dovuto perché qui c’era una storica osteria, rimasta attiva fino agli anni Cinquanta, gestita da ultimo dalla mitica Suntina, che vediamo qui accanto rivestita e nel fiore degli anni.

Nell’ultimo decennio dell’ Ottocento questa zona era affollata da operai che lavoravano alla costruzione della ferrovia Faentina, alloggiati alla meglio nelle baracche costruite dalle ditte appaltatrici e nelle case dei contadini. Al culmine dei lavori c’erano circa duemila operai e molti carcerati spediti qui a scavare gallerie in cambio di uno sconto sulla pena. Tutti erano più o meno disperati e nei turni di riposo affollavano le quattro osterie di Fantino. Tre erano nel comune di Palazzuolo ma l’osteria di Ca d’là era gestita da Angelo Sartoni, di Marradi, che pagava il dazio nel suo comune di residenza.





Fortunato Menghetti, appaltatore del dazio di Palazzuolo mosse causa al Comune di Marradi e il pretore gli diede ragione e stabilì che gli doveva essere restituita la somma indebitamente riscossa. Marradi fece ricorso chiedendo di trattenere per sé la metà dell’ importo, perché l’ingresso e il bancone erano nel comune di Palazzuolo ma una delle sale di mescita era nel comune di Marradi. Sembrerebbe una soluzione equa ma Palazzuolo ebbe ragione perché …

Leggete con pazienza il dispositivo della sentenza e lo saprete.



martedì 18 maggio 2021

Le sentenze del Tribunale di Firenze


Dal Tesoro Fόro Toscano
Ricerca di Claudio Mercatali


Che cos’era il Fόro Toscano? Il Fόrum nell’antica Roma era il quartiere degli edifici pubblici più importanti, dove si amministrava anche la giustizia. Dunque queste parole indicano il Tribunale di Appello di Firenze. Perché le sentenze emesse costituiscono un Tesoro? Anche qui bisogna intendersi: il thesaurum è una cosa preziosa, e le sentenze sono dei precedenti da conservare con cura per successive cause simili. Nel gergo degli avvocati si dice che “fanno giurisprudenza”. Il Tesoro del Fόro Toscano è una lunga serie di libri, faldoni e filze che lasciamo volentieri agli addetti e agli studenti di legge perché a noi ora interessano solo i processi su fatti avvenuti a Marradi. Non tutti, solo quelli più facili e interessanti.

Succedeva infatti che i contendenti, insoddisfatti della sentenza emessa dal Tribunale di prima istanza di Marradi (qui in paese c’era una Pretura) ricorrevano in appello e il processo passava al secondo grado di giudizio, che spettava alla Corte di Firenze.



Causa 1
In lite con il prete

Don Giovanni Sangiorgi nel 1830 sequestrò d’autorità una parte del raccolto del podere La Colombaia spettante al suo colono Alessandro Benini perché a suo dire gli era debitore. A riprova portò a suo favore alcuni fogli con i conteggi del dovuto, che però non erano controfirmati dal colono e quindi il Tribunale di Marradi gli diede torto e lo condannò al pagamento delle spese. Don Giovanni non accettò la sentenza e mosse ricorso in appello, però successe che …





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Causa 2
Le ragioni della moglie

Rosa Lacchini di Forlì nel 1808 aveva sposato l’avvocato Alessandro Fabroni ed era venuta ad abitare a Marradi. Il marito aveva trascurato i beni di famiglia e si era riempito di debiti fino al fallimento. Nel giorno della sentenza fallimentare anche lei si presentò fra i creditori … ma come! 
... Che la mia dote di matrimonio non vada ai creditori di mio marito! … e poi io ho diritto allo spillatico (un mensile per uso personale) … Queste erano le Regole nel Regno d’Italia quando mi sono sposata e valevano anche qui, anche se eravamo nell’ Impero Francese!! ... Leggiamo:






Causa 3
Una lite fra due camarlinghi

Carlo Bandini, camarlingo (cassiere) dell’Ospedale di Marradi fece causa a Giuseppe Pescetti, camarlingo prima di lui, perché pagasse una bella somma che a suo dire mancava dai bilanci. In un primo momento l'aveva pretesa d'autorità, con il cosiddetto "braccio regio" ossia battendo i pugni sul tavolo, cosa permessa dalla sua carica di amministratore. Pescetti si oppose alla richiesta ma il Tribunale di Marradi gli diede torto e ci fu un processo di appello …




Causa 4
Il lascito all’Ospedale
di Marradi

Ora serve una breve premessa: il testamento noncupativo è quello fatto a voce in presenza di testimoni. Invece il Legato è la disposizione testamentaria con cui si attribuiscono dei beni a un soggetto che non è fra gli eredi naturali, togliendoli dall'eredità.

Pier Maria Ronchi Ghinassi, un forestiero che era stato curato all’ Ospedale di Marradi, al momento della morte lasciò una ingente somma di denaro in dono con un Legato e un testamento noncupativo. Il fratello Lorenzo Ghinassi non accettò questo e andò in causa …



sabato 24 novembre 2018

I Padri Serviti a Marradi

La storia del convento
dell'Annunziata e la sua
chiusura (con tanto di liti)
ricerca di Claudio Mercatali




Il convento dei Padri Serviti (cioè dei servi di Maria) fu costruito nei primi decenni del Quattrocento, a metà strada fra Marradi e Biforco, sul luogo di un miracolo un po' mitico che sarebbe avvenuto lì. E' dunque un'istituzione più vecchia del Convento delle suore Domenicane che si trova nel centro del paese. Nei secoli successivi conobbe momenti di splendore e di crisi finché nel 1808 fu chiuso e soppresso da un editto di Napoleone.



Passata l'epoca napoleonica non riaprì, come invece fece il convento delle suore Domenicane e l'edificio fu acquistato dal Comune di Marradi che poi lo rivendette all'asta ricavandone un utile. Il tutto è descritto qui accanto in questa lunga memoria proveniente dai documenti dell' Ordine dei Padri Serviti di Firenze, che essendone stati gestori per tanti secoli ne sanno più di tutti.

 

 
 
 
 
 
 
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L'asta fu vinta dai fratelli Fabroni, dopo una serie di rialzi in concorrenza con altri signori del paese. Una volta divenuti proprietari i Fabroni sgomberarono la chiesetta annessa (che oggi non c'è più) traslocando senza tanti riguardi le panche offerte dalle varie famiglie signorili del paese. Il fatto di essere "buttati fuori" in questo modo suscitò il risentimento dei vari signori locali, che mossero causa per rimette tutto come prima e alla fine ....
 



Però dopo qualche anno i Fabroni chiusero l'accesso all'Annunziata con un cancello e cominciò un' altra causa. Questa volta per loro fu una mezza vittoria, come si può leggere qui di seguito.


 

giovedì 15 marzo 2018

1873 La multa al prete

Una contravvenzione
per una processione
senza permesso
Ricerca di Claudio Mercatali

 
 

Dopo l’unità d’Italia, per una quindicina d’anni  e anche di più il nuovo Stato stette sulla difensiva, per prevenire eventuali sussulti nostalgici dei sostenitori dei vecchi regimi, che ogni tanto si manifestavano creando dei problemi.

 
 
Il campanile della chiesa arcipretale di Marradi nell' Ottocento.
 
 
Negli anni immediatamente seguenti al 1870, quando con la breccia di Porta Pia fu conquistata Roma e cessò il potere temporale della Chiesa, i sussulti contro Casa Savoia e il nuovo Regno d’Italia si fecero più frequenti, anche se non costituirono mai una vera minaccia.


Per tutti questi motivi una legge del Regno imponeva di chiedere un permesso al Comune e al Prefetto per ogni manifestazione che radunasse gente. Anche le celebrazioni  religiose all' aperto dovevano essere autorizzate, perché si temeva che per mezzo di quelle il clero potesse svolgere un’attività politica a danno del Regno.

Fu così che don Cavina, arciprete di Marradi, fu denunciato all’autorità per non aver chiesto l’autorizzazione per la processione. Gli venne comminata una contravvenzione ma il prete fece ricorso e il 22 ottobre del 1873 il Tribunale di Firenze si pronunciò così: …



... Le processioni ecclesiastiche, comunque fatte, non costituiscono violazione degli art. 26,27 e 177 della Legge di Pubblica Sicurezza ...




 
 
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lunedì 20 novembre 2017

Felicino da Campolungo


Una lite finita male
all'osteria
di Madonna dei Tre Fiumi
ricerca di Claudio Mercatali



Madonna dei Tre Fiumi
nell'Ottocento

Il 27 dicembre1824 Felice Giannelli, per gli amici Felicino da Campolungo, di ritorno a Marradi, si fermò all' osteria di Madonna dei Tre Fiumi e incontrò altri marradesi con i quali si mise a giocare alla morra.

In questo gioco antico due giocatori calavano la mano a dita distese e  gridavano un numero compreso fra 2 e 10. Vinceva chi indovinava il numero che risultava dalla somma delle dita aperte.




La calata si ripeteva per un numero di volte prestabilito e alla fine si faceva il conto delle vincite.





Il gioco si prestava a diversi imbrogli, specialmente se i due giocatori non calavano il braccio assieme o chiudevano le dita dopo aver visto la calata dell'avversario. Per questo era vietato ...





Anche quella volta scoppiò la lite e successe che ...






Dov'è Campolungo? E' un podere vicino a Biforco al quale si arriva salendo al Castellaccio e percorrendo la strada a fianco dell'attuale campo sportivo di Marradi.




C'erano diversi marradesi quella sera all' osteria di Madonna dei Tre Fiumi perché forse in quella fredda sera di dicembre non era agevole salire alla Colla di Casaglia. E così i testimoni del fattaccio furono tanti …


L'avvocato Lorenzo Collini era un ottimo professionista. Membro dell' Accademia dei Georgofili, per tanti anni segretario dell' Accademia della Crusca …


Riuscì a far assolvere Felicino con questa arringa? Non lo sappiamo.


giovedì 11 maggio 2017

Le ragioni di Rosa Lacchini

Una moglie che chiede
i danni al marito
ricerca di Claudio Mercatali



Nel primo Ottocento l’avvocato Alessandro Antonio Fabroni era proprietario dei poderi di Villanova, La Ponara e Valconti  (La Poderina). Nel decennio 1820 -1830 le cose non erano andate bene per lui ed era pieno di debiti tanto che il primo maggio 1834 i suoi creditori lo citarono in giudizio al Tribunale di Marradi per essere pagati.

I poderi di Alessandro Fabroni furono messi all'asta, con il bando pubblicato nella Gazzetta di Firenze.







Anche la signora Rosa Lacchini, sua moglie, si iscrisse sollecita nel gruppo dei creditori chiedendo di essere rimborsata:

1)      Per l’ammontare della dote che aveva portato al marito quando si sposarono.
2)      Per i mancati frutti sulla dote, 5%  dal 3 luglio 1816 data del matrimonio.
3)      Per il costo del corredo nuziale, venduto per pagare i debiti.

All'epoca non  era tanto frequente che una donna citasse in giudizio il marito per danno patrimoniale e quindi gli atti di questo processo furono pubblicati nel Tesoro del Foro Toscano, ossia nella raccolta di sentenze significative, di cui tener conto in casi analoghi. Dunque non volendo  Rosa Lacchini con le sue ragioni entrò nella giurisprudenza.



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La signora senza mezzi termini accusava il marito di inòpia (ossia di non provvedere al necessario per vivere) di incapacità nell’ amministrazione dei poderi e non voleva rimetterci i suoi soldi. Il suo avvocato nell’ arringa sostenne che:
… la donna per le sue doti e adempimento delle stipulate condizioni matrimoniali ha l’ipoteca legale contro i beni del di lei marito, e prende vita dal dì del contratto matrimonio …

Il giudice le diede ragione in pieno e dunque dai beni del marito reclamati dai creditori si dovette togliere un certo importo, per pagare i danni alla moglie che aveva subìto un danno patrimoniale. In più Rosa chiese che:
4)      Si continuasse a versargli lo spillatico, cioè il mensile  per le spese
personali delle mogli dei benestanti.
5)      Le fosse assicurato  il vedovile, ossia una eredità  di 537 lire
in caso di premorienza di lui.

Anche in questo ottenne soddisfazione e dunque i creditori di Alessandro Fabroni si dovettero rivalere solo sul rimanente.

lunedì 21 maggio 2012

Il Tribunale di Marradi

Alcune “malefatte” 
dei Marradesi
dal 1838 al 1847
 di Claudio Mercatali



Con la legge del 7 ottobre 1837 l’ordinamento Leopoldino di Giustizia del Settecento fu modificato. In base alle nuove leggi il Vicario di Marradi, cioè il giudice del tribunale, aveva questi poteri:

  •  Per il danno contro le cose le sue sentenze di solito erano inappellabili fino a 400 lire (era una cifra abbastanza alta) e per importi fino a 800 lire ci si poteva appellare al Tribunale di Prima Istanza di Rocca S.Cassiano, dal quale dipendevano i comuni della Romagna Toscana. Se il danno era ancora più grande si passava al giudizio del tribunale di Firenze.
  • Per il danno contro le persone la legge imponeva che l’ingiuria, la colluttazione semplice, la rissa senza ferimento e altro fossero giudicate dal Vicario, ma per il danno con ferita, con “traccia” come si diceva, bisognava andare in giudizio al tribunale di Rocca S.Cassiano.
Nell’Archivio del Comune, negli atti del Vicariato, ci sono le filze con i carteggi di tanti processi, tenuti dal 1820 al 1860. Quasi sempre si tratta di piccoli episodi di varia umanità, per lo più liti, contrabbando, collutazioni, risse e furti. Per questa ricerca sono state lette le filze dal 1838 al 1847. Come si comportarono i Marradesi in quegli anni? Vediamo:
                                                                                                                              
1 giugno 1838       Il prete cacciatore                La villa di Sessana    
“Al Vicario di Marradi … Il sacerdote Alessandro de’ Pazzi, parroco a Sessana, vi riferisce che la sera del primo giugno 1838 alle 11, udito qualche rumore, uscì di casa e trovò una persona, non riconosciuta stante il buio, che aveva trascinato lontano la sua cagna da caccia e aveva posto una leva fra la soglia e l’uscio della stalla del cavallo e forzato il catenaccio. Rincorse detta persona per i campi ed esplose contro di essa una fucilata con la munizione n°3, ma sparò a stabilita distanza. Tanto si crede di dover far noto a Vostra Signoria.
        L’esponente don Alessandro de’ Pazzi                                                    

8 giugno 1844   Il fiasco

“Spett. Vicario di Marradi, io Giuseppe di Giovanni Valmori, pigionale di S.Adriano, vi rappresento che mentre venivo da Marignano per andarmene a casa, a Fiume di Sotto fui assalito da Lorenzo Maretti, contadino dei Valloni di S.Adriano, e da Luigi Giraldi, contadino alle Bicocche, che cominciarono a bastonarmi incolpandomi di aver preso un fiasco di vino che essi avevano riposto in un casotto del sig. Fabio Fabroni, benché gli dicessi che non avevo preso nulla. Cercavo di fuggire ma essi mi perseguitavano. Faccio istanza che sia proceduto contro i medesimi a tenore delle veglianti disposizioni”.

La sentenza: Non luogo a procedere contro il Valmori per mancanza di prova dell’avvenuto furto e diffida a ripetere gli atti per Giraldi e Maretti.


Il podere Fiume di Sotto




13 giugno 1844   La tangente alla Dogana

I commercianti Luigi Villa e Lorenzo Gondoni, forestieri, il 13 giugno arrivarono alla dogana granducale di Rugginara. Erano le dieci di sera e forse si sentirono offrire un passaggio rapido e notturno della frontiera, dietro pagamento di una tangente al posto delle gabelle. Oppure furono loro a offrire denaro ai gabellieri, che rifiutarono. Sta il fatto che qualcosa non andò per il verso giusto e scoppiò una lite. La merce fu sequestrata e i commercianti denunciarono i doganieri al Vicario di Marradi. La vicenda non era chiara e il Vicario prima di decidere chiese all’ufficio delle Regie Entrate lo Stato di servizio dei Doganieri, che non erano di Marradi, e così scoprì che:
·       Paladini Francesco, Livorno 1809: “sottoposto dal capo distaccamento ad un giorno di arresto per essersi rifiutato di fare il servizio di guardia dal medesimo ingiuntogli”.
·       Marzi Giovanni, colle Valdenza 1804: “sottoposto a calcàto mònito onde impiegasse maggiore fermezza nella direzione di un Distaccamento, per non essere eliminato dal comando dei sottoposti (cioè degradato, cosa poi avvenuta, e trasferito a Marradi).
·       Pasqualetti Pasquale, Cortona 1812 “Sottoposto a mònito per essere attaccato da malattia vene­rea. Otto giorni di arresto di rigore per aver accettato un regalo dal console francese mentre trovavasi di guardia a un brigantino francese carico di merce di contrabbando naufragato nella spiaggia di Mi­gliarino (Pisa)”.

 A destra: ... mentre trovavasi di guardia 
a un brigantino francese ...

I due commercianti si resero conto di aver sollevato un putiferio e allora cercarono un accordo scrivendo questa lettera a Firenze:

Alla Direzione Generale delle Regie Imposte di Firenze
A proposito del sequestro di sedici colli di cotone eseguito il 13 giugno 1844 dalle Guardie di Rug­ginara a noi infrascritti, ci siamo determinati ad avanzare umilissima istanza per il recupero della mercanzia previo pagamento delle gabelle e diamo quietanza discretissima prima dell’inizio del processo. Intendiamo renunziare spontaneamente di buon animo ad ogni risentimento per le offese ricevute.                       
 Luigi Villa e Lorenzo Gondoni           13 agosto 1844

La sentenza: L’Intendenza di Finanza accettò e il Vicario dichiarò chiuso il caso.

31 agosto 1844   La nipote

“Luigi del fu Pietro Ghezzi, domiciliato al soppresso Monastero dell’ Annunziata, rappresenta alla Signoria vostra che il 29 lu­glio, circa un’ora dopo il mezzogiorno, partito dal caffè del sig. Luigi Marchionni per andare a desinare, dopo lo Spedale si senti chiamare per cognome da Domenico Tagliaferri, cappellaio di Camurano, e gli domandò cosa volesse. Costui gli rispose scaricandogli un colpo di bastone fra il collo e il capo dicendo che era tempo che finisse di star dietro a sua nipote. Perciò fa istanza contro il Tagliaferri perché si proceda secondo la Legge”.


La sentenza: Domenico Tagliaferri fu condannato per rissa e ferimento a tre giorni di carcere se­greto a pane e acqua.


A sinistra:  ... e dicendomi che era ora che finissi di star dietro a sua nipote ...

Per leggere i documenti  
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19 maggio 1845    La gravidanza

“Caterina Cappelli, erbaiola dimorante in Marradi, espone che circa due anni fa contrasse amicizia con Eugenio Romagnoli e che l’amicizia aveva come pegno che egli la facesse sua moglie. Venuta in luce la di lei gravidanza il Romagnoli si rifiutò di contrarre con essa matrimonio. La predetta Caterina fa pertanto causa per procedere criminalmente contro Eugenio Romagnoli per il suddetto stupro, a condannargli nella pena sancita dalla legge e alla refusione dei danni. Si portano a testi­moni di questa relazione: Maria Grementieri, bracciante di Marradi e Maria Naldoni, contadina al Chiuso”.   
                                      19 maggio 1845

La sentenza: Innocenza piena per Eugenio Romagnoli, perché “l’amicizia” durava da due anni e Caterina aveva avuto tempo e modo per capire che Eugenio non aveva intenzione di sposarla (in questo genere di processi le donne avevano quasi sempre torto) .

2 agosto 1847 Ancora Eugenio Romagnoli

“Ill.mo Vicario, Luigia Fabbri, fruttaiola in Marradi, vi rappresenta che la sera del 2 agosto, tra le otto e le nove, Eugenio Romagnoli si fece lecito di ingiuriare e di menare uno schiaffo alla comparente, la quale non faceva altro che rimproverarlo di essere stato la cagione che il di lei marito Francesco Fabbri l’aveva picchiata fuor di modo. Il fatto è avvenuto di fronte alla bottega di Eugenia Pratesi, lavandaia in Marradi, e cito per testimoni Angelo Miniati, Pietro Ravagli e Artemìda, moglie di Pietro Solaìni. 
L’esponente fa istanza che sia proceduto criminalmente contro Eugenio Romagnoli a forma della legge.                   3 agosto 1847

Il processo si tenne il 17 agosto e l’esito pareva scontato, ma in aula il Romagnoli portò come testimone Rosa Bombardini, che da una finestra aveva visto la lite:
Domanda: “Il Romagnoli, la sera del 2 agosto diede alla Fabbri della troia puttana e uno schiaffo?”
Risposta di Rosa: “Io di queste cose non so niente. Per me del Romagnoli posso dire che è un bravo giovinotto. La Fabbri ha la lingua troppo lunga”.

La sentenza: Eugenio e Luigia furono invitati a discutere in privato le loro cose e a ripresentarsi. Nella seconda udienza ognuno di loro firmò quietanza all’altro e il processo finì.

8 ottobre 1847  E  fiò de fré

“Le Regie Guardie granducali espongono alla Signoria Vostra (il Vicario) che la sera dell’ 8 ottobre 1847 il noto pregiudicato Carlo Sartoni, detto “e fiò de fré” (il figlio del frate) vagava per il paese con aria minacciosa e in onta al precetto del ritiro serale dal quale era vincolato, e si era allertata la popolazione contro di lui. All’oggetto di prevenire disordini le Guardie Regie si portarono presso il domicilio del Sartoni, con il caporale Stefano Barnabò.
Il Sartoni insofferente vibrò un colpo di coltello a Barnabò e fortunatamente non lo ferì essendo esso riuscito a ripararsi chiudendo l’ uscio”. Chi era Carlo Sartoni? Il Vicario volle leggere la sua fedina penale e così scoprì una lunghissima serie di reati: arresti domiciliari per ingiurie, danneggiamenti, tre giorni di carcere per rissa, sottoposto a divieto di consumare alcolici, furto, e poi apprese anche che il 20 dicembre 1844 era stato condannato dal precedente Vicario per resistenza, fe­rimento e spergiuro a tre anni di pubblici lavori alle bonifiche di Grosseto, dai quali lavori era tornato da poco.

La sentenza: Carlo Sar­toni fu inviato al Tribunale di Rocca S.Cassiano e poi ad altri Tribunali.

 Estratto della fedina penale 
di Carlo Sartoni



Bibliografia Archivio storico del Comune filza 2015 doc. 60, 103, 183, 325, 418, filza 2016  doc 594.
 Si ringrazia Antonella Visani, responsabile dell'Archivio storico, per la collaborazione offerta.