Lanfranco Raparo, Marradi

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mercoledì 31 luglio 2024

I Fabroni

Breve storia di una famiglia

Dai documenti di G. B. Crollalanza



Nella storia di Marradi i Fabroni si incontrano ad ogni pié sospinto. In primo piano per tanti secoli, dal Medioevo alla fine dell’ Ottocento. Inaffondabili, inossidabili, passarono da protagonisti il loro tempo qui da noi ma anche a Pistoia, città dalla quale provenivano. Ci sono tante genealogie di questa famiglia, spesso un po’ leggendarie. 

Questa che state per leggere, una delle più attendibili, è del cavalier Giovan Battista Crollalanza, che è considerato il loro agiografo ufficiale. Per essere edotti dei fatti senza fare tanti discorsi conviene affidarsi a lui. Leggiamo:




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una comoda lettura
























giovedì 18 gennaio 2024

La famiglia Pagani

Una potente famiglia 
del Duecento

Ricerca di Claudio Mercatali


La Badia di Susinana 
ai primi del Novecento



Nel 1266 il cronista Frà Salimbene da Parma descrisse così l’aggressivo Pietro di Pagano "in montibus ... ex parte imperii magnus erat, famosus et nominatus, et doctus ad bellum". Castel Pagano era la corte d’origine della famiglia, (oggi nel Comune di Casola Valsenio) che in quegli anni fu inglobata nella corte di Susinana, uno o due chilometri a monte (oggi nel Comune di Palazzuolo). Nel '400 i Fiorentini cedettero Castel Pagano al vescovo di Imola.



Alla metà del Duecento con Pietro di Pagano la forza della famiglia crebbe molto e poi con suo figlio Maghinardo le fortune del casato raggiunsero il culmine e il potere si allargò fino a Faenza e Imola. Maghinardo è citato anche da Dante perché abile e spregiudicato in politica. (Inf XXVII 49-51, Purg XIV 118-120). 

Morì nel 1302 a Casa Cappello (San Adriano di Marradi) senza eredi maschi e questo nel medioevo era grave per una famiglia potente. Lasciò tutto alle due figlie e alla nipote. Nemmeno i suoi fratelli ebbero una discendenza, per diversi motivi:

Bonifazio morì prima di lui ed ebbe un figlio e una figlia: Bambo, l'ultimo erede legittimo dei Pagani, morì nel 1279 sotto le macerie del Castellone di Marradi, crollato per un terremoto. Albiera (morta circa nel 1317), nel 1280 sposò Giovanni di Ugolino degli Ubaldini da Senni e portò al marito l'eredità ricevuta nel 1302 dallo zio, e cioè i castellari di Mantigno, Valmaggiore, Bibbiana, Castel Pagano, Vezzano e Piedimonte.

Pagano, il secondo fratello, sposò nel 1256 Margherita di Guido Guidi di Modigliana e morì nel 1273, in battaglia al ponte di Galisterna contro i Manfredi. Suo figlio Bandino morì alla metà del Trecento. Fu priore di Popolano, candidato vescovo dal clero imolese nel 1299 (anche per intervento dello zio), ma non confermato dal papa Bonifacio VIII, per impedire una temibile unione del potere politico col religioso. A lui Maghinardo lasciò Fontana Moneta, Fornazzano, Pian di castello, La Grementeria, Valdifusa, Calamello, La Cavina e Camurano.


Ugolino l’abate, il terzo fratello, ereditò Gamberaldi e San Martino in Gattara.

Nel testamento Maghinardo definì con cura le eredità per le sue figlie, Andrea e Francesca (all’ epoca Andrea era un nome che si dava anche alle donne):


Andrea sposò Vanni Ubaldini da Susinana, dal quale ebbe l’aggressiva Marzia (o Cia), poi andata sposa a Francesco Ordelaffi, signore di Forlì. A lei il padre lasciò le rocche di Susinana, Cepeda, Montebovaro, Campanara e Crespino.


Francesca
sposò (1301) Francesco di messer Orso Orsini. Ereditò i castelli e i diritti feudali su Benclaro (Sant'Adriano), Gattara, Popolano e Montemaggiore, oltre al palazzo di Faenza. Francesca e il marito dissiparono l’eredità e alla fine i creditori pignorarono tutto e incendiarono Benclaro, dove i due si erano rifugiati. I coniugi, salvi ma poveri, si ridussero a una vita umile.


Così il patrimonio di Maghinardo in parte fu dissipato o confluì come dote di femmine fra i beni degli Ubaldini e il cognome Pagani cessò, perché allora come oggi ingiustamente si eredita sempre il cognome dal padre. I Pagani avevano come stemma un leone rampante, azzurro, linguato e armato di rosso, in campo d'argento (il lioncel dal nido bianco ricordato da Dante Inf XXVII 50) poi adottato anche dagli Ubaldini di Susinana.

Questa è la bella storia dei Pagani, signori nel Duecento delle alte valli del Senio e del Lamone, protagonisti della storia di Palazzuolo e di Marradi, spesso confusi con gli Ubaldini, dei quali in realtà furono predecessori e solo dopo divennero parenti di loro per matrimoni. Tutta la vicenda conferma il detto che “la prima generazione fonda (Pietro Pagano), la seconda amplia (Maghinardo), la terza dissipa (sua figlia Francesca e suo marito).



Bibliografia

L. Passerini, Tavola dei Pagani, in P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano 1875
A. Campana, in Enciclopedia italiana XXV 923
P. Beltrami, Maghinardo P. di Susinana, Faenza 1908
Il testamento di Maghinardo da Susinana, in S. Gaddoni, Studi danteschi (ac. della R. Deputazione St. Patria Province Romagna), Bologna 1921, 63-88).
E. Repetti Dizionario geografico, fisico, storico della Toscana, Firenze 1833-1845
L. Baldisseri, Il castello di Susinana, in Il VI centenario dantesco, IV 2, 40 ss.
Enciclopedia Treccani, per un primo inquadramento dei fatti.


giovedì 25 giugno 2020

Il Codice di Lottieri della Tosa

I contratti fatti dai preti della nostra 
zona di fronte al vescovo di Faenza
Ricerca di Claudio Mercatali



Nelle ricerche di storia medioevale una ricca serie di notizie si ricava dagli atti notarili, che già allora descrivevano con dovizia di particolari le persone, i luoghi e le cose. L’archivio notarile di Lottieri della Tosa, fiorentino, vescovo a Faenza alla fine del Duecento è particolarmente interessante per noi. 
Che cosa faceva un vescovo fiorentino in Romagna in quegli anni, con un seguito di notabili toscani suoi concittadini? Una breve biografia di lui chiarirà i fatti:

Lottieri della Tosa di Odaldo nacque a Firenze alla metà del '200. Di famiglia guelfa, nel 1287 divenne vescovo di Faenza con l'aiuto di Maghinardo Pagani da Susinana, ghibellino ma legato alla Firenze guelfa per aver sposato Rengarda Della Tosa. Non a caso Maghinardo per il suo ambiguo atteggiamento politico fu definito da Dante "il leoncel dal nido bianco / che muta parte da la state al verno" (Inferno, XXVII, 50-51). 
Maghinardo con la nomina di un vescovo di sua fiducia voleva rafforzare il suo dominio sulla città che governò fino alla morte (1302) come Podestà o Capitano del Popolo. Il 30 settembre 1287 Lottieri della Tosa entrò solennemente in Faenza con un gran numero di prelati e nobili fiorentini. Dal 1290 fu coinvolto nella rivolta antipapale dei Comuni romagnoli, iniziata da Guido da Polenta di Ravenna e dallo stesso Maghinardo. Quando i Comuni romagnoli firmarono il trattato di pace del 1297 il vescovo annullò gli interdetti che aveva lanciato contro diverse città della Romagna nel corso della rivolta. Nel febbraio del 1302, pochi mesi prima della morte di Maghinardo, suo amico e protettore, Lottieri tornò a Firenze. Il suo ingresso in città fu ancor più solenne di quanto non fosse stata, quindici anni prima, la sua entrata a Faenza.

Ora il vescovo Lottieri ci interessa perché ha lasciato un ricco Codice di carte notarili, redatte in sua presenza dal notaio fiorentino Giovanni Manetti che Lottieri aveva portato con sé a Faenza. Sono 224, ricche di notizie su chiese e sacerdoti, ma un po’ difficili da leggere, perché il linguaggio notarile è di per sé arido e per giunta qui è in un duro latino medioevale. Però in diversi atti si parla della zona di Marradi e dunque andiamo a curiosare nelle faccende personali dei preti nostri compaesani di quel secolo remoto:

Atto 9   A termini di legge consegnato all’ interessato sacerdote Ugolino, da Giovanni Manetti notaio, il 23 gennaio 1289.


Lottieri vescovo di Faenza per grazia di Dio augura salute nel nome del Signore al distinto sacerdote Ugolino rettore della chiesa di San Cassiano della Pieve di Ottavo (la Pieve del Tho) della diocesi faentina e canonico della chiesa di Popolano della detta diocesi. La tua ammirevole devozione ci induce a riconoscerti una speciale grazia e favore. E per questo con la presente disposizione ti concediamo che, non essendoci nessuna nostra contrarietà, tu possa liberamente tenere per te i detti benefici. Li presentiamo alle persone presenti apponendo su questo documento il sigillo testimonio nostro. Fatto in Faenza nel Vescovado alla presenza di frà Vita abate del monastero di Santa Maria Fuori Porta e Ventura rettore della chiesa di San Simone di Faenza, e altri. Anno 1289, 23 gennaio, seconda seduta.

NOTA   Il Canonico fa parte del collegio che celebra le messe più solenni nella cattedrale della diocesi. A quel tempo era un incarico di prestigio dato a sacerdoti di chiese abbastanza importanti (San Cassiano è una chiesa Arcipretale e Popolano una Priorìa).



Atto 38   Canonica di Popolano, fatto e consegnato 
26 marzo 1289

Redatto sopra l’aula del vescovado faentino alla presenza degli anziani Monaldo e Guidone di Luestano ed altri. 

Don Alberico, priore e canonico di Popolano della diocesi di Faenza, di fronte al venerabile padre don Lottieri, per grazia di Dio vescovo di Faenza, chiese di persona umilmente e in maniera devota il rinnovo per 28 anni di una licenza di affitto del fratello Aspectato di Popolano per il figlio Farolfino, per un casamento di detta canonica, posto vicino a detta canonica il quale confina con : II la via, III la fontana, IIII la parte riservata di questa canonica, dietro la promessa di dare ogni anno allo stesso priore e canonico un paio di capponi (unius paris caponis) per Natale. Udita questa richiesta, vista e letta, il venerabile padre predetto concesse la licenza secondo la forma della domanda predetta.

NOTE   Negli atti notarili di questo tipo i confinanti sui quattro lati della proprietà erano elencati con la numerazione I, II, III, IIII. Secondo il diritto Romano in uso nel Medioevo la durata tipica dei contratti era di una generazione, cioè di circa 29 anni.

Atto 56   Fatto in chiesa. Scomunica contro il sacerdote Albertino di Monte Romano 
13 giugno 1289
   
NOTA L’Atto è scolorito e in certi punti si legge male.

In nome di Dio amen
Noi Lottieri vescovo faentino per grazia di Dio Ad 1289 … legittimamente facesse citare, e anche ammonisse e requisisse don Albertino rettore della chiesa di Santo Stefano di Monte Romano pieve d’Ottavo … perché tornasse residente proprio lì a detta chiesa di Santo Stefano e … era tenuto a celebrare gli offizi e per questo come da noi asserito, con animo irato … si rifiutò e ancora rifiuta e si vanta contento della sua disobbedienza … ammoniamo lui per la malizia, l’assenza ingiustificata e la disobbedienza che mi è stata comunicata … affinché questo sacerdote Albertino entro quindici giorni ritorni alla sua chiesa di Santo Stefano e dimori lì e celebri i divini offici ai quali è tenuto. Altrimenti se continuerà ad eludere la nostra ammonizione in questo modo, che pubblicamente gli abbiamo fatto, procederemo contro di lui con la rimozione dalla sua chiesa … multa ed altri provvedimenti di legge, come è invitato per giustizia …

Questa ammonizione fu detta e fatta in queste note su disposizione del venerabile padre nel vescovado, sede del tribunale alla presenza dei testimoni don Domenico … di Bagnacavallo, Lottario Benincasa, Cenni e Neri, con i famigliari del detto venerabile e altri. Nell’ anno 1289, 13 giugno.

NOTA   Don Albertino obbedì al vescovo? Non lo sappiamo, però in altri contratti notarili successivi a questo compare il nome di don Buono come rettore di Monte Romano.




Atto 74    6 luglio 1290 Assoluzione di don Ubaldino, priore di Popolano

Nel nome di Dio, amen.
Redatto sulle gradinate del vescovado di Faenza, alla presenza del chierico Pasquino, di Lotario Benincasa e Cenni di Bartolo, con i sottoscritti famigliari del venerabile padre (il vescovo) il notaio Mastonese e altri sottoscriventi.

NOTA   Quella che segue è una lettera di Pietro Saraceno vescovo e legato pontificio in Romagna, che scrive a Lottieri e lo autorizza a sciogliere l’interdetto ai danni di Ubaldino, priore di Popolano, che non aveva inviato l’elenco dei fumantes (i contribuenti) nei termini prescritti. Pietro Saraceno precisa che la concessione è per fare un piacere al vescovo Lottieri e soprattutto a Maghinardo Pagani, zio di Ubaldino.

Tutti gli ispettori elencati in questa pagina prendono atto che davanti a me, Giovanni Manetti notaio, con i testimoni sopradetti e il venerabile Lottieri vescovo di Faenza è stata recapitata la lettera qui di seguito scritta: 
“Venerabile in Cristo, padre e amico carissimo Lotterio, per grazia di Dio vescovo di Faenza, Pietro per permesso divino vescovo di Vicenza, vicario pontificio nella Provincia di Romagna, vi auguro la salute e la sincera carità di Dio; abbiamo ricevuto le lettere che ci hai mandato, e volendo per richiesta vostra annuire e compiacere il nobile uomo Maghinardo di Susinana in queste, consegnamo la presente alla vostra autorità, poiché il priore canonico di Popolano sia assolto dalla sentenza alla quale era incorso perché non presentò a noi nel termine stabilito i fumantes della sua Priorìa …     Dato a Rimini, il giorno XXIIII giugno”.

Per l’autorità che gli è stata conferita dal predetto Pietro vescovo di Vicenza, don Ubaldino priore canonico sopra detto è assolto dalla predetta sentenza, imponendogli una penitenza salutare.




Atto 80   Procura e vicariato per don Buono, consegnata all’ interessato il 26 luglio 1290

NOTA Abbiamo già incontrato don Buono, parroco di Monte Romano, nominato al posto di don Albertino, il prete che non voleva risiedere nella sua chiesa. Ora don Buono è nominato rettore della chiesa di San Cassiano al posto di don Ugolino, che parte “ultra mare per guerram Iesu Christi” (per la Crociata). Nel 1290 i Mussulmani assediarono San Giovanni d’Acri, la capitale del Regno cristiano di Gerusalemme, che cadde nel 1291.

In detto giorno e luogo e in presenza di detti testimoni, don Ugolino rettore della chiesa di San Cassiano Pieve di Ottavo, Diocesi di Faenza, con il consenso e la parola di don Bencivenni, vicario del venerabile padre don Lottieri vescovo di Faenza per grazia di Dio, che intende avviarsi oltre il mare per la guerra di Gesù Cristo, fece vice della sua chiesa, costituì e ordinò suo procuratore, vicario ed economo in detta chiesa, don Buono rettore della chiesa di Monte Romano, presente e consenziente, per le cose spirituali e temporali finché egli non tornerà o Dio farà di lui altro …

e il vescovo accettò con il mandato più ampio. Ugolino, che era anche canonico di Popolano, tornò dalla Crociata? No, perché nel 1302 don Buono era ancora rettore in sua vece.




Atto 113   Monastero di Gamogna, fatto e consegnato 
18 ottobre 1290

Nel nome di Dio, amen.
Atto scritto nel vescovado di Faenza alla presenza dei testimoni don Lorenzo priore di San Prospero e Guglielmo Benincasa sottoscriventi.

A tutti quelli che hanno visionato questo scritto è risultato ben chiaro che davanti a me Giovanni Manetti notaio e con i testimoni sopra detti il discreto uomo don Bencivenni canonico della Pieve di Calenzano, vicario di Lottieri vescovo di Faenza ha ricevuto questa richiesta:“Don Benigno, priore del Monastero di Gamogna spiega che per mancanza d’acqua non può macinare con il molino di detto monastero se non viene concesso dall’ abate di Badia della valle di portare acqua al suo molino attraverso i terreni del suo monastero. Il detto priore di Gamogna chiede in modo umile e devoto di concedere il permesso nel modo che a voi piacerà affinché possa cedere all’abate del monastero di Acereta un terzo del molino di Gamogna se l’abate del monastero di Acereta concederà la sua acqua e il passaggio per il terreno e questo a vantaggio di ambedue i monasteri. Viene dato e concesso al detto don Benigno il permesso richiesto, secondo la forma e il tenore della richiesta sopra detta.


NOTA   Questo è un tipico contratto di livello, per concedere terre e diritti alle condizioni scritte in “duo libelli pari tenore conscripti” (da qui il nome del contratto): due cartelle uguali e ogni contraente firmava quella che rimaneva in mano all' altro. Perciò abbinato a questo appena letto c’è l'Atto 114 dell’abate di Acereta, cioè la sua risposta.



Atto 114   Monastero di Acereta, fatto e consegnato 
18 ottobre 1290

Agli ispettori che hanno visionato questo scritto è risultato ben chiaro che davanti a me Giovanni Manetti notaio e con i testimoni sopra detti, il discreto uomo don Bencivenni canonico della Pieve di Calenzano, vicario di Lottieri vescovo di Faenza ha ricevuto questa richiesta: “Il notaio Dracone, procuratore di don Matteo abate di Acereta in modo umile e devoto chiede il permesso di dare la loro acqua e il passaggio per i loro terreni ai priore di Gamogna per il suo molino se il detto priore concederà la terza parte del molino a compenso dell’acque e del terreno predetto ...

NOTA   Il molino di cui si parla è quello di Rio di Mèsola o forse quello di Ponte della Valle, non più attivi ma ancora esistenti.



Atto 203   Chiesa di Abeto, licenza consegnata 
27 ottobre 1291

In nome di Dio, amen
Fatto nella sala del vescovado di Faenza alla presenza dei testimoni Peppo di Susciana (Sessana?) plebato di Modigliana e Spunta figlio di Azzolino di Lutirano, sottoscriventi. Don Ugolino, rettore della chiesa di San Michele di Abeto, presentatosi a Lottieri, vescovo di Faenza per grazia di Dio, chiese in nome della sua chiesa e in suo favore, di dargli licenza per rinnovare a livello una locazione di ventotto anni, di un certo molino della sua chiesa posto nel Rio di Stagnana, alle migliori condizioni che potrà. Per questa ragione il venerabile padre predetto udita la richiesta fatta, concesse e diede a don Ugolino la licenza secondo quanto dichiarato.

NOTA    Dov' è Susciana? Siccome il notaio Giovanni Manetti era fiorentino è probabile che abbia trascritto il nome Sessana con la "sc" data la nostra tendenza e pronunciare la "s" in modo pesante.


Per ampliare
Lottieri della Tosa, di Massimo Tarassi Dizionario Bio. degli Italiani vol. 37 (1989)


venerdì 6 luglio 2018

La Badia di Susinana

Una passeggiata nel feudo
preferito da Maghinardo Pagani
ricerca di Claudio Mercatali

 
 
La Badia di Susinana era feudo dei Pagani, già noti nel XI secolo come Signori di Castel Pagano (Ca­strum Pagani) a sud-ovest di Mercatale, al confine fra Palazzuolo e Casola Valsenio.
Maghinardo nacque alla metà del Duecento e morì nel 1302. Suo padre lo mandò a Firenze per studiare e perché conoscesse bene la città e i Fiorentini. Sposò la ricca fiorentina Mengarda della Tosa, per amore, almeno a giudicare da come ne parla nel suo testamento. Uomo d’arme e poli­tico spregiudicato fu Capitano del Popolo a Faenza e Signore di Forlì. Con i ghibellini Azzo d'E­ste e Uguccione della Faggiola espugnò Imola. Invece nel 1289 a Campaldino (nel Casentino) com­battè con i guelfi di Firenze, contro i ghibellini.

Per Maghinardo passare dai Guelfi ai Ghibellini non era un problema. Se la politica è l’arte del compromesso lui la praticava perfettamente. Quando il papa Bonifacio VIII chiese al condottiero francese Carlo di Valois un arbitraggio tra Guelfi Bianchi e Neri, a Firenze, Maghinardo parteggiò per i Neri. Aveva intuito che Carlo di Valois li avrebbe favoriti. Dante Alighieri, che non era un gran politico, parteggiò per i Bianchi e dovette fuggire dalla città nel 1301. Non a caso Maghinardo e Bonifacio VIII sono citati nella Divina Commedia, all’Inferno.

In realtà dietro a questi cambi di parte c’era il dramma del feudatario che si barcamenava perché vedeva svanire il suo mondo, schiacciato dall’ espandersi del comune di Firenze.


La sua “arme”, il suo stemma, è «d'argento, al leone azzurro, linguato, armato e bordato di rosso».
Anche lo stemma di Palazzuolo c’entra con Maghinardo, perché la donnina che guarda dai merli del castello sarebbe Marzia, detta Cia, figlia di Vanni da Susinana e dunque nipote di Maghinardo. I
Pagani e gli Ubaldini avevano interessi in ambedue i versanti dell’appennino. Perciò abbiamo notizie di Maghinardo da storici toscani e romagnoli. Le vicende sono tante.
 
A fianco: lo stemma di Maghinardo
e sotto lo stemma di Palazzuolo sul Senio.

Lo storico fiorentino Giovanni Villani arriva a questa conclusione:  "… ghibellino era di sua nazione e in sue opere, ma co’ Fiorentini era guelfo e nimico di tutti i loro nimici, o guelfi o ghibellini che fossono; e in ogni oste e battaglia che Fiorentini facessono, fu con sua gente a loro servigio e capitano …". In effetti egli ebbe con Firenze un rapporto par­ticolare di odio amore o forse si rendeva ben conto che nulla avrebbe potuto ottenere con la forza. Invece in Romagna guerreggiava continua­mente. Negli ultimi anni del Duecento scacciò i Manfredi da Faenza e prese il potere. Si impadronì dei castelli di Rontana, Quarneto e Fo­gnano, nella valle del Lamone. Altri castelli li ottenne con dei colpi di mano.

Lo storico romagnolo Achille Lega ci descrive così la conquista del castello di Monte Mauro, nella valle del Sintria, fra Brisighella e Casola Valsenio:

"… Nel silenzio di una oscura notte, levate d'improvviso le sue più ardite milizie, camminò alla volta di Monte Maggiore; e a piedi del monte lasciati i cavalli in silenzio le fe' salire su per quegli aspri colli. Pervenuto in sulla cresta, subitamente le lanciò alla scalata. Fra il bujo, l'agitazione e lo strepitio delle armi e le grida, destatosi il Castellano, non gli giovò chiamare aiuto, che già il Castello era nelle mani di Maghinardo; e la vista del vessillo coll'arme de' Pagani da quella superba vetta tutta Romagna impaurì…".

Lo storico romagnolo Antonio Metelli ci ricorda che Maghinardo fondò Brisighella, dopo aver distrutto il castello di Baccagnano, a lui ostile:
"... i poveri abitanti sopravvissuti alla distruzione del maniero at­traversarono a guado il Lamone andando alla ricerca di anfratti, grotte, incavi, per ripararsi e trovare nuovo rifugio". Di sicuro il paese di Brisighella acquista importanza con la presenza di Maghinardo.

 
 
 
 
Gli storici non gli attribuiscono mai violenze e crudeltà e questo, considerato il tempo in cui visse, non è poco. Inoltre è ricordato a distanza di sette secoli, e anche questo non è poco. All’Archivio di Stato di Firenze c’è la pergamena con il suo testamento. Lo studioso Paolo Campidori ci fornisce tanti dettagli di questo documento. Il 19 agosto 1302, nel suo castello di Benclaro, a S.Adriano, presso Marradi, “… sofferente nel corpo, ma sano di mente e poiché nulla è più certo della morte e nulla più incerto dell’ora della morte …” Maghinardo fa testamento e dispone dei suoi beni. Il  27 agosto muore. In punto di morte rivolge un attestato di stima a Firenze:



 “… poiché durante la mia vita ebbi rispetto e onore per il Comune di Firenze, in egual modo esorto e prego le mie eredi e ad esse prescrivo in virtù della mia benedizione che allo stesso comune esse portino reverenza e onore perpetuo …”.
 
Però sotto sotto si coglie anche l’esortazione agli eredi perché facciano attenzione ai Fiorentini, che avevano mire ben precise sulla valle del Senio. Maghinardo aveva due figlie, Francesca e Andrea (questo nome si dava anche alle femmine) e quasi tutto il patrimonio va a loro e alla nipote Alberia. Alla moglie Mengarda vennero “restituite le doti che io ebbi al tempo del contratto di matrimonio” e cioè “millequattrocento lire di Pisa in fiorini”. Dal testamento apprendiamo che Maghinardo aveva due fratellastri: Giovannino e Ugolino. Il primo eredita la tenuta del Castello di Praticino, fra Fantino e Lozzole; il secondo, il castello di Gamberaldi. Naturalmente Maghinardo aveva un nutrito stuolo di servi, palafrenieri, cuochi e scudieri. Uno di questi, Matteo di Ragnolo, “diletto, fedele, segreto servitore” eredita una borsa di denaro. Maghinardo “libera” Romanuccio da Campanara, il suo cuoco, e i suoi fratelli “da ogni debito di vassallaggio ... per sempre”. A Donato di Lozzole, palafreniere, lascia del danaro e i tre cavalli preferiti Fanestro, Caprona e Palafredo. Dispone somme per gli scudieri Baliscerio e Mengolino. Il castello di Benclaro, dove muore, e il Palazzo di Faenza vanno alla figlia Francesca.
 
Per la sua sepoltura Maghinardo dispone:

“… scelgo come mia sepoltura e voglio che il mio corpo sia sepolto presso la chiesa e monastero di S. Maria di Rio Cesare secondo l’usanza e vestito dell’abito dell’ordine di Vallombrosa e non di­versamente… ”.


E qui c’è una bella leggenda. Il feretro sarebbe in una cripta, «là dove la terra riceve il primo bacio del sole». Una volta l'anno, all'equinozio di primavera, un raggio di sole, filtrando da un pertugio, svelerebbe il luogo del sepolcro. Nessuno ha mai trovato questo luogo e quindi dov’è se­polto Maghinardo non si sa.
Partiamo per fare un giro nei luoghi tanto cari a questo personaggio.
Nomi e siti ci sono ancora e non ci possiamo sbagliare. Basta andare alla Badia di Susinana, nel comune di Palazzuolo sul Senio, al confine con la Romagna. La Badia è intatta e con gli edifici attorno forma un piccolo borgo. Tutta la zona fa parte di una Azienda faunistico venatoria che ha un ufficio informazioni nel quale alcuni impiegati molto cortesi sono ben disposti a fornire dettagli storici e suggerimenti per un trekking. Tutta la tenuta è molto apprezzata dai cacciatori di cinghiale. Chi ama l’arte venatoria si troverà senz’altro a suo agio. Chi non la ama farà uno sforzo di tolleranza, aiutato dal fatto che qui si caccia da almeno settecento anni, cioè appunto dai tempi di Maghinardo, che naturalmente era un cacciatore, come tutti i signori del medioevo. Rio Cesare si trova qui. Nella parte alta della tenuta, dopo aver camminato per qualche chilometro, si arriva Casa di Piraccio (Cà ed piraz) dove c’è il ristorante La Bettola del Prataiolo e un agriturismo con piscina per chi volesse continuare il trekking il giorno dopo.

 
Il ponte della Badia nel primo Novecento.
 
 
 
Come andò a finire la vicenda dei Pagani e degli Ubaldini eredi di Maghinardo? Non bene, a dire il vero. Ecco che cosa dice lo storico Repetti (1833):
 “… Nel 1362 essendo venuto a morte Giovacchino di Mainardo degli Ubaldini, Firenze fu dichiarata libera e assoluta erede dal suddetto dinasta con testamento del 6 agosto 1362…”.

Dunque il Comune di Firenze ereditò il contado. Però nel 1373 scoppiò una rivolta, capeggiata da Maghinardo di Tano, che non riconosceva valida questa donazione. I Fiorentini erano duri in questi casi e Maghinardo fu catturato al Castello del Frassino e decapitato a Firenze davanti al Bargello. Nel giugno 1387 le soldatesche del Comune di Firenze repressero un'altra ribellione a Susinana e portarono la campana della badia a Figline Valdarno. La richiesta di Palazzuolo per averla indietro non è mai stata accolta, però ogni anno, nella quarta domenica di luglio, si tiene il Palio della Campana che è una amichevole disputa a colpi di catapulte fra due squadre di Palazzuolo e di Figline.