Lanfranco Raparo, Marradi

Lanfranco Raparo, Marradi
Visualizzazione post con etichetta Comunità di Ronta. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Comunità di Ronta. Mostra tutti i post

sabato 1 febbraio 2025

Alle Terme di Ronta del Mugello

Breve storia della stazione 
climatica idroterapica
ricerca di Claudio Mercatali



E' noto in tutto il Mugello che Ronta e il suo circondario godono di un clima invidiabile. Il paese è alla quota di circa 400 metri, quasi 200m più alto di Borgo San Lorenzo, che è in fondo alla conca. 



Questo è sufficiente per sovrastare la coltre di nebbia che staziona nel fondovalle del Mugello per tanti mesi all'anno. Anche oggi qui sono in attività alcune strutture alberghiere e due piscine.




Fidando su queste caratteristiche, sull'ambiente piacevole e sull'ottima qualità dell'acqua il Dr. Alberto Andreani agli inizi del Novecento aprì una casa di soggiorno dove praticava cure idroterapiche ed elettroterapiche. 




L'idroterapia è una pratica di medicina alternativa efficace: la cellulite si riduce, migliorano la circolazione e la reidratazione. Le tecniche sono diverse: bagni in acqua calda, rilassanti e depurativi e in acqua fredda, tonici.
L'elettroterapia è una terapia che allevia il dolore ai muscoli con scariche elettriche a bassa frequenza. Le prime applicazioni si devono a Guillaume Duchenne de Boulogne che scrisse “Dell’elettrizzazione prolungata e della sua applicazione alla fisiologia, alla patologia e alla terapia” (1855) e al suo allievo Plinio Schivardi nel suo “Manuale di Elettroterapia” (1864). Oggi l'elettroterapia è considerata una delle migliori forme di trattamento alternativo.




Clicca sulle immagini
se le vuoi ingrandire





Oggi l'edificio delle vecchie Terme è stato ristrutturato come condominio.



sabato 30 ottobre 2021

1920 Il disastro ferroviario di Ronta

L'incidente più grave avvenuto nella Faentina
ricerca di Claudio Mercatali



Il Poggio e il Ponte di Caino






Nel febbraio 1920 avvenne un grave incidente ferroviario sulla Ferrovia Faentina. Un treno merci proveniente da Marradi e diretto a Firenze, deragliò subito dopo la stazione di Ronta nel tratto di ferrovia sopra al Poggio, al cosiddetto Ponte di Caino. La locomotiva uscita dai binari precipitò nei campi sottostanti. Il motivo del disastro non fu chiarito ma forse la linea era rimasta danneggiata dal terremoto del luglio 1919 e gli addetti alla manutenzione non si erano accorti dei binari deboli o difettosi.



Clicca sulle immagini
se le vuoi ingrandire







martedì 24 agosto 2021

Una passeggiata a Pulicciano

Dove i Guelfi Neri 
sconfissero i Bianchi (1303)
ricerca di Claudio Mercatali


Pulicciano ... al mattino se nel fondovalle c'è la nebbia ...



Pulicciano è sopra a Ronta. Si parte da una straduccia che sale dal Poggio, al bivio per Luco. Al mattino se nel fondovalle c'è la nebbia quasi quasi è meglio, perché il panorama del Mugello appare lentamente via via che il sole dissolve la cappa. Dopo aver faticato un po' si arriva a Santa Maria in Pulicciano, una chiesa ricavata da un castello che nel Duecento gli Ubaldini ebbero dall'imperatore Federico II. Nel 1478 la chiesa fu ricostruita in gran parte e una lapide sulla facciata ci ricorda che qui Scarpetta degli Ordelaffi partecipò ad una battaglia fra Bianchi e Neri. Chi era costui? 




Scarpetta dal 1295 ai primi del Trecento fu signore di Forlì. Nel 1296 a capo dei Ghibellini di Romagna assediò le truppe pontificie a Imola e fu scomunicato. Fu anche a capo dei Guelfi bianchi e tentò una rivincita sui Guelfi neri che li avevano cacciati da Firenze. Fra i Guelfi bianchi c'era anche Dante, che Scarpetta ospitò a Forlì dandogli lavoro come segretario. I Bianchi e i Ghibellini erano capeggiati da Scarpetta e i Neri da Fulcieri da Calboli, un altro forlivese (Calboli è un sito vicino a Predappio). Ecco che cosa dice lo storico del Trecento Dino Compagni:


"... La terza disavventura ebbono i Bianchi e Ghibellini per questa cagione che essendo Fulcieri da Calboli podestà di Firenze, i Bianchi chiamorono Scarpetta degli Ordelaffi loro capitano, uomo giovane e temperato, nimico di Fulcieri. E sotto lui raunorono loro sforzo e vennono a Pullicciano, appresso al Borgo a San Lorenzo ...".

Fra i due in effetti c'era rancore, perché a Forlì gli Ordelaffi avevano prevalso su Fulcieri e i Calboli. Però a Pulicciano Fulcieri si prese la rivincita e Scarpetta fuggì a Monte Accianico, sopra Scarperia. E Dino Compagni continua:

"... Scarpetta con altri de' maggiori fuggirono in Monte Accianico. E fu l'esercito de' Bianchi e Ghibellini cavalli VIIc (700) e pedoni IIIm (3000). E quantunque la dipartita non fusse onorevole, fu più savia della venuta ...".


Un esercito di 700 cavalieri e 3000 fanti era notevole e di certo si mosse dalla Romagna spartito in colonne, un po' attraverso il Muraglione e un po' per la Colla in modo da trovare viveri e foraggi quanto bastava. Scarpetta qui a Marradi "giocava in casa", perché aveva sposato Chiara Ubaldini da Susinana (Palazzuolo sul Senio). Dunque i marradesi di allora videro passare almeno la metà di queste genti e come al solito qualcuno guadagnò e molti altri si fecero derubare.

La storia del castello di Pulicciano annovera altri due assedi, andati a vuoto. Dallo storico E.Repetti (1833) apprendiamo che:

" ... Nettampoco potè averlo nel 1351 l'Oleggio e nemmeno nel 1440 Niccolò Piccinino quando quei due capitani condussero numerosi eserciti dei Visconti in Mugello per guerreggiare contro i Fiorentini ...". Sappiamo che anche queste genti passarono da Marradi e di certo si comportarono come le altre di cui si è detto prima. E' un po' la storia di tutti i paesi che si trovano lungo una via di collegamento antica.

I poggi di Ronta sono soleggiati e adatti alle colture di pregio. L'olio di Ronta si fa anche oggi e il vino rosso di Pulicciano ha un certo nome. Le cronache antiche dicono che il papa Giulio II il 26 agosto 1506 chiese ai Fiorentini il passo per andare a riprendere Bologna occupata dai Veneziani. Per evitare la pianura romagnola in rivolta aveva scelto di passare per i monti, da Rocca San Cassiano a Marradi e a Palazzuolo, ossia nella Romagna Toscana governata da Firenze. Il 17 ottobre 1506 i Dieci della Libertà della Repubblica Fiorentina scrissero a Piero Guicciardini che sua Santità avanza e che:


"... gli si spedisse incontro quattro o sei some di vino di Pullicciano del migliore che si trovava, qualche poco di Trebbiano, qualche soma di caci ravigginali buoni e almeno una soma di belle pere camille ...".





Insomma da Firenze consigliarono al governatore di fornire qualche quintale di formaggio con le pere, da annaffiare con del buon vino. Non era un cattivo trattamento e c'è anche un proverbio che dice: "al contadin non far sapere quanto sia buono il formaggio con le pere".

Da Pulicciano si può percorrere il sentiero 30 fino al crinale dell'appennino per sbucare circa alla Capanna Marcone, nella strada che da Prato all'Albero va al Passo del Giogo.




sabato 25 luglio 2020

Il Galateo

Qualche regola di bon ton secondo Giovanni della Casa

ricerca di Claudio Mercatali

 


Villa La Casa, a Mucciano (Panicaglia) 

dove nacque il monsignore 


 


Certe parole entrano nel linguaggio comune con una forza incredibile e tutti le usano. La parola “galateo” è una di queste. Le famose “regole del galateo” sono entrate nell’ immaginario collettivo come le leggi della buona creanza, anche se pochi di noi hanno letto l’opera
Galateo ovvero de’ costumi di Giovanni della Casa, dove sono descritte. Però questo non è importante, perché ormai la parola galateo è un nome astratto per dire “di buona maniera”. 


Monsignor Giovanni della Casa


Giovanni della Casa quasi certamente nacque a Ronta, anche se Firenze ne rivendica i natali. Alto prelato e monsignore fu come si dice uomo di curia e d’apparato, impegnato nell’ Inquisizione e nei complicati intrecci politici del Papato nel Cinquecento.


Insomma era il contrario del bonario pievano mugellano. Per carattere era molto più deciso e di sostanza di quanto le sue leziose descrizioni lascerebbero intendere. Andiamo a curiosare nei suoi scritti per capire quali erano secondo lui i criteri della buona creanza. La sua opera si compone di trenta capitoli, qui di seguito c’è la sintesi di quattro.
Leggiamo:

 

Cap. III  Cose laide da non fare o nominare   


Percioché non solamente non sono da fare in presenza degli uomini le cose laide o fetide o schife o stomachevoli, ma il nominarle anco si disdice … 

E’ perciò sconcio costume quello di alcuni che in palese si pongono le mani in qual parte del corpo vien lor voglia. Similmente non si conviene a gentiluomo costumato apparecchiarsi alle necessità naturali nel conspetto degli uomini; né, quelle finite, rivestirsi nella loro presenza; né pure, si laverà egli per mio consiglio le mani dinanzi ad onesta brigata. E molto meno il porgere altrui a fiutare alcuna cosa puzzolente, come alcuni soglion fare con grandissima instanzia, pure accostandocela al naso e dicendo: – Deh, sentite di grazia come questo pute! –; anzi doverebbon dire: – Non lo fiutate, percioché pute –. E così il dirugginare i denti, il sufolare, lo stridere e lo stropicciar pietre aspre et il fregar ferro spiace agli orecchi, e deesene l’uomo astenere più che può. E non sol questo; ma deesi l’uomo guardare di cantare, specialmente solo, se egli ha la voce discordata e difforme.


Sono ancora di quelli che, tossendo e starnutendo, fanno sì fatto lo strepito che assordano altrui; e di quelli che, in simili atti, poco discretamente usandoli, spruzzano nel viso a’ circostanti …

 

Il continuo sbadigliare secondo il Monsignore è sintomo di scarsa educazione, e anche per noi oggi è così: “Dee l’uomo costumato astenersi dal molto sbadigliare, percioché pare che colui che spesso sbadiglia amerebbe di esser più tosto in altra parte che quivi, e che la brigata, ove egli è, et i ragionamenti et i modi loro gli rincrescano. Quando altri sbadiglia colà dove siano persone ociose e sanza pensiero, tutti gli altri, come tu puoi aver veduto far molte volte, risbadigliano incontinente, quasi colui abbia loro ridotto a memoria quello che eglino arebbono prima fatto, se essi se ne fossino ricordati. Et ho io sentito molte volte dire a’ savi litterati che tanto viene a dire in latino sbadigliante quanto neghittoso e trascurato…”

Il soffiarsi il naso, l’odorare o l’assaggiare sono mo­menti delicati: “Non si vuole anco, soffiato che tu ti sarai il naso, aprire il moccichino e guardarvi entro, come se perle o rubini ti dovessero esser discesi dal cièlabro, … Sconvenevol costume è anco, quando alcuno mette il naso in sul bicchier del vino che altri ha a bere, o su la vivanda che altri dee mangiare, per cagion dal naso possono cader di quelle cose che l’uomo ave a schifo. Né per mio consiglio porgerai tu a bere altrui quel bicchier di vino al quale tu arai posto bocca et assaggiatolo, salvo se egli non fosse teco più che domestico; e molto meno si dee porgere pera o altro frutto nel quale tu arai dato di morso.”.

Perché il libro del Monsignore si chiama Galateo? Ecco la spiegazione.  

Cap. IV Aneddoto di Messer Galateo e del Conte Ricciardo (riassunto) 

Sappi che in Verona ebbe già un Ve­scovo il cui nome fu messer Giovanni Matteo Giberti … Avenne che, passando in quel tempo di là un nobile uomo, nomato Conte Ricciardo, egli si dimorò più giorni col Vescovo e con la famiglia di lui ... E percioché gentilissimo cavaliere parea loro e di bellissime maniere, molto lo apprezzarono; se non che un picciolo difetto avea ne’ suoi modi; e il Vescovo propose che fosse da farne aveduto il Conte. Al commiato il Vescovo, chiamato un suo famigliare, gli im­pose che, montato a cavallo col Conte, per accompagnarlo … per dolce modo gli venisse di­cendo quello che essi aveano proposto tra loro. Era il detto famigliare Messer Galateo. Costui, cavalcando col Conte … con lieto viso gli venne dolcemente così dicendo: – Signor mio, voi siete il più leggiadro et il più costumato gentiluomo che mai paresse al Vescovo di vedere; solamente un atto difforme voi fate con le labbra e la bocca, masticando con uno strepito molto spiacevole ad udire. Questo vi manda significando il Vescovo … Il Conte, che del suo difetto non si era mai aveduto, udendoselo rimproverare, arrossò così un poco … e disse: – Direte al Vescovo che, se tali fossero tutti i doni che gli uomini si fanno infra di loro, quale il suo è, eglino troppo più ricchi sarebbono che essi non sono. E di tanta sua cortesia e liberalità verso di me ringraziatelo sanza fine, assicurandolo che io del mio difetto sanza dubbio dili­gentemente mi guarderò; et andatevi con Dio.

Come ci si deve comportare a tavola? Sentiamo:

 Cap. V A tavola: modi dei commensali e dei servitori 



Annibale Carracci, il mangiatore di fagioli

… Dee adunque l’uomo costumato guardarsi di non ugnersi le dita sì che la tovagliuola ne rimanga imbrattata, percioché ella è stomachevole a vedere; et anco il fregarle al pane che egli dee mangiare, non pare polito costume. I nobili servidori, i quali si essercitano nel servigio della tavola, non si deono per alcuna condizione grattare il capo né altrove dinanzi al loro signore quando e’ mangia, né porsi le mani in alcuna di quelle parti del corpo che si cuoprono, né pure farne sembiante, sì come alcuni trascurati famigliari fanno, tenendosele in seno, o di dirieto nascoste sotto a’ panni; ma le deono tenere in palese e fuori d’ogni sospetto, et averle con ogni diligenza lavate e nette, sanza avervi sù pure un segnuzzo di bruttura in alcuna parte. E quelli che arrecano i piattelli o porgono la coppa, diligentemente si astenghino da sputare, da tossire e, più, da starnutire …


Annibale Carracci, il bevitore

E se talora averai posto a scaldare pera d’intorno al focolare, o arrostito pane in su la brage, tu non vi dèi soffiare entro, percioché si dice che mai vento non fu sanza acqua. Non offerirai il tuo moccichino comeché sia di bucato a persona: percioché quegli a cui tu lo proferi no ‘l sa, e potrebbelsi avere a schifo. Quando si favella con alcuno, non gli si dee l’uomo avicinare sì che se gli aliti nel viso, percioché molti troverai che non amano di sentire il fiato altrui, quantunque cattivo odore non ne venisse.


E con gli altri come ci si deve comportare? 

Cap.VI Comportamenti da tenere in compagnia 

Tu dèi sapere che gli uomini naturalmente appetiscono più cose e varie, e alcuni vogliono sodisfare all’ira, alla gola, altri alla libidine et altri alla avarizia et altro ma, comunicando infra di loro, non chiedono alcuna delle sopradette cose, come se elle non consistano nel favellar delle persone, ma in altro. Appetiscono quello che può conceder loro il comunicare insieme; e ciò pare che sia benevolenza, onore e sollazzo. E non si dee dire né fare cosa per la quale altri dia segno di poco amare o di poco apprezzar.

Addormentarsi quando si è in compagnia è segno di scarso apprezzamento: “… Poco gentil costume pare che sia quello che molti sogliono usare, di volentieri dormirsi colà dove onesta brigata si segga e ragioni, percioché, così facendo, dimostrano che poco gli apprezzino e poco lor caglia de’ loro ragionamenti …

Farsi i fatti propri è segno di noia: “… E per questa cagione il drizzarsi ove gli altri seggano e passeggiar per la camera pare noiosa usanza. Sono ancora di quelli che si dimenano e sbadigliano, rivolgendosi ora in su l’un lato et ora in su l’altro, e pare segno evidente che la brigata con cui sono rincresce loro. Male fa similmente chi, tratte fuori le forbicine, si dà a tagliarsi le unghie, quasi che egli abbia quella brigata per nulla e si procacci altro sollazzo per trapassare il tempo. Non si deono anco tener quei modi che alcuni usano: cioè cantarsi fra’ denti o sonare il tamburino con le dita o dimenar le gambe; percioché questi così fatti modi mostrano che la persona sia non curante d’altrui”.

Non sta bene voltarsi di spalle o far vede la biancheria: “… Oltre acciò, non si vuol che l’uomi mostri le spalle altrui, né tenere alto l’una gamba sì che quelle parti che i vestimenti ricuoprono si possano vedere: percioché cotali atti non si soglion fare, se non tra quelle persone che l’uom non riverisce”.

Appoggiarsi alla spalla e “dare di gomito” a chi ascolta non è educato: “… Dee l’uomo recarsi sopra di sé e non appoggiarsi né aggravarsi addosso altrui; e, quando favella, non dee punzecchiare altrui col gomito, come molti soglion fare ad ogni parola, dicendo: – Non dissi io vero? –  Eh, voi? – Eh, messer tale? – e tuttavia vi frugano col gomito”.

sabato 18 luglio 2020

Filippo Pananti

Un arguto poeta di Ronta, famoso
per gli epigrammi
ricerca di Claudio Mercatali


Filippo Pananti nacque a Ronta del Mugello nel 1776 e vi morì nel 1837. Poeta e personaggio sui generis, ebbe una vita avventurosa e interessante.Lasciamo che sia lui stesso a raccontarcela:

“...E' un mezzo secolo e vari anni di più che sono nato in Ronta, piccola ma graziosa terra del Mugello, bella provincia della Toscana. La mia famiglia era civile ed assai comoda, ma in seguito ha sofferto disastri e perdite considerevoli. Ebbi la prima educazione nel collegio di Pistoia, fui poscia all'Università di Pisa ed ebbi la laurea; ma, simile in questo solo a tanti altri celebri amanti delle Muse, ebbi avversione all'esercizio dell'arte legale. Passai in Francia e fui due anni professore nelle scuole celebri di Sorèze.
Passai colà giorni felicissimi, ma d'un animo inquieto mantenendomi sempre, viaggiai in Spagna, corsi tutta la Francia, i Paesi Bassi, l'Olanda, e venni in Inghilterra, ove la guerra riaccesa mi chiuse.



Dimorai dieci anni nella Gran Bretagna e vi fui professore di lingua italiana, poeta a quel teatro italiano, e giornalista, facendo guadagni molto considerabili. Sembrandomi d'essere sufficientemente provvisto, pensai di riposarmi dalle fatiche letterarie, m'imbarcai per la Sicilia con l'idea di fare un viaggio nella Grecia e nel Levante, e poi riposarmi; ma per via caddi in potere dei pirati algerini, che mi tolsero la più gran parte de' miei beni che io aveva affidata al mare in una speculazione mercantile. Perdei anco la libertà, ma questa la riebbi subito per la potente prestazione del console d'Inghilterra...”

Questo dei pirati algerini da molti è considerato un episodio esagerato. Il fatto è che con Pananti non si riesce sempre a capire dove finisce la verità e comincia il novellare. Lo studioso Giuseppe Giusti ce lo descrive così:

“… era lepidissimo raccontatore da tenere a bada la brigata tutta una sera. Parlava pronto e brioso come scriveva: era semplice negli abiti, e anco un po’ al di là … Per le vie, per le conversazioni stava a balzello di modi e di detti arguti: e beccatone uno che gli paresse il caso, via a farne un raccontino o un epigramma”.

L’epigramma a detta degli esperti è: “la ristretta essenza della satira” perché breve e di concetto arguto. I poeti latini erano specialisti in questo e ci sono giunti gli epigrammi di tono aspro di Giovenale e Marziale, quelli un po’ comici di Catullo e Orazio e altri ancora un po’ sentenziosi.

Villa Pananti è un grande edificio lungo la Faentina vecchia, subito dopo Ronta, nella viuzza che si prende a ripiego quando è chiuso il passaggio a livello di Panicaglia.


Negli Epigrammi di Filippo Pananti troviamo tutti e tre i tipi:


 Pananti era sempre arguto e pungente. Qualche esempio?  Leggiamo:


Pananti scrisse anche due poemetti in sesta rima, che si intitolano La Caccia alla civetta e La Tesa del paretaio. Anche qui la poesia acuta e un po’ pungente non manca. Leggiamo La Civetta e facciamo un po’ di metrica:




Oltre che poeta Filippo era anche un appassionato di cavalli da corsa. Nell'estate del 1790 vinse la corsa dei cavalli sciolti, che si teneva qui a Marradi in occasione della Festa della Madonna del Popolo, e si meritò una citazione nella Gazzetta Toscana, che è qui sopra.



lunedì 20 novembre 2017

Felicino da Campolungo


Una lite finita male
all'osteria
di Madonna dei Tre Fiumi
ricerca di Claudio Mercatali



Madonna dei Tre Fiumi
nell'Ottocento

Il 27 dicembre1824 Felice Giannelli, per gli amici Felicino da Campolungo, di ritorno a Marradi, si fermò all' osteria di Madonna dei Tre Fiumi e incontrò altri marradesi con i quali si mise a giocare alla morra.

In questo gioco antico due giocatori calavano la mano a dita distese e  gridavano un numero compreso fra 2 e 10. Vinceva chi indovinava il numero che risultava dalla somma delle dita aperte.




La calata si ripeteva per un numero di volte prestabilito e alla fine si faceva il conto delle vincite.





Il gioco si prestava a diversi imbrogli, specialmente se i due giocatori non calavano il braccio assieme o chiudevano le dita dopo aver visto la calata dell'avversario. Per questo era vietato ...





Anche quella volta scoppiò la lite e successe che ...






Dov'è Campolungo? E' un podere vicino a Biforco al quale si arriva salendo al Castellaccio e percorrendo la strada a fianco dell'attuale campo sportivo di Marradi.




C'erano diversi marradesi quella sera all' osteria di Madonna dei Tre Fiumi perché forse in quella fredda sera di dicembre non era agevole salire alla Colla di Casaglia. E così i testimoni del fattaccio furono tanti …


L'avvocato Lorenzo Collini era un ottimo professionista. Membro dell' Accademia dei Georgofili, per tanti anni segretario dell' Accademia della Crusca …


Riuscì a far assolvere Felicino con questa arringa? Non lo sappiamo.


martedì 30 maggio 2017

Per grazia ricevuta


15 settembre 1895 
Su un presunto miracolo
a Ronta
ricerca di Claudio Mercatali










Pietro Boni era diventato muto, e i medici non riuscivano a capire il perché. Il priore di Campiano gli diede da portare la bandiera, alla processione di pellegrinaggio al santuario di Madonna dei Tre Fiumi, e Pietro improvvisamente recuperò la parola e riuscì anche a cantare.

Il priore si convinse che questo era un fatto soprannaturale e scrisse la lettera qui sopra al Messaggero del Mugello...



Però dopo una settimana un altro lettore, di tutt'altro avviso, scrisse quest'altro articolo e spiegò che, secondo lui ...




... Appena nel nostro periodico apparve la relazione della grazia concessa al contadino della mia Chiesa da Colei che giustamente il popolo cristiano chiama Virgo Potens, Mater gratias alcuni fortunati mortali ai quali la madre natura concesse il raro privilegio di intendere tutti i segreti con il loro prodigioso cervello, mentre a noi poveri pitocchi fu dato appena di distinguere appena il pane dai sassi ...       Leggi l'articolo qui accanto.




Fonte: Il Messaggero del Mugello
15 settembre 1895




lunedì 13 marzo 2017

Angelo Gatti

Uno scienziato mugellano 
da rivalutare
 ricerca di Claudio Mercatali


Jenner vaccina 
un bambino 



Il fatto è noto a tutti: iniettando un po' di agente infettivo nel corpo di un paziente si sollecita il suo sistema immunitario a produrre gli anticorpi che poi serviranno per agire subito se ci sarà un contagio vero.

Perché il vaccino si chiama così? Che cosa c'entra la vacca?
La storia della biologia ci dice che il primo vaccino, contro il vaiolo, fu ricavato dal medico inglese Edward Jenner dal corpo delle mucche infette. Egli infatti si era accorto che i figli dei contadini, che vivevano a stretto contatto con il bestiame, si ammalavano di vaiolo vaccino, che non è mortale, e rimanevano poi immuni dal vaiolo umano, ben più pericoloso. Perciò pensò di iniettare in un bambino un po' di vaiolo di mucca e, dopo la sua guarigione, un po' di vaiolo umano, per vedere se guariva ...
Se oggi un medico facesse una cosa del genere finirebbe in carcere subito, ma nel Settecento le cose andavano diversamente.

 


Angelo Gatti era un medico di Ronta, emigrato in Francia dove lavorava al servizio del re. Il suo metodo di immunizzazione era diverso da quello di Jenner e consisteva nell' iniettare nei pazienti il vaiolo umano, in soluzione acquosa molto diluita, in modo da provocare solo l'inizio della malattia.

Ecco qui accanto un articolo su questo argomento pubblicato sul periodico Al Contrario, un foglio originale e alternativo che si stampava a Borgo san Lorenzo nei primi anni Ottanta.



Clicca sulle immagini 
per avere
una comoda lettura




Questo sistema detto vaiolazione, era efficace ma pericoloso. 
Gatti tornato in Toscana convinse il Granduca a far "vaiolare" gli abitanti del Mugello, che però non ne volevano sapere ...

Allora il Granduca per dare l'esempio sottopose  alla vaiolazione i suoi figli, che guarirono dopo pochi giorni e rimasero immunizzati. Così i contadini del Mugello e anche i marradesi si sottoposero alla cura con meno scetticismo.


Perciò qui da noi a fine '700 venne fatta una delle prime campagne di prevenzione di massa nella storia della medicina. 

Lapide nella casa natale di Gatti, al Fondaccio, cioè all' ingresso di Ronta da Borgo S.L.  




Dallo storico Emmauele Repetti (1839, leggi qui sopra) apprendiamo che i Marradesi non erano tanto diffidenti nei confronti delle vaccinazioni:

"... Prova della robustezza e della sanità di codesti abitanti sia la decrepita età alla quale giungono; giacché a Marradi e nel distretto si contano molti vecchi di età superiore alla ottuagenaria e nonagenaria. Le malattie dominanti costà sono quelle dei climi freddi e rigidi, del genere cioè infiammatorio.
Sono già decorsi diversi anni senza siasi riaffacciato il vaiolo arabo, stante la facilità con la quale i genitori si prestano a far inoculare il vaccino ai loro figliuoli, e mercé lo zelo dei professori dell'arte salutare che hanno potentemente cooperato a togliere un notevole pregiudizio ...".


Il fatto che il Granduca si fosse fidato delle nuove cure di Angelo Gatti fece scalpore anche fuori dalla Toscana.
Ecco qui accanto alcune corrispondenze da Firenze pubblicate dalla Gazzetta di Ravenna del 1774.





Fonte: periodico Al Contrario, per gentile concessione del dr. Benvenuti, proprietario di Radio libera Mugello e a suo tempo editore della testata.