Lanfranco Raparo, Marradi

Lanfranco Raparo, Marradi
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mercoledì 6 ottobre 2021

Il castello di San Martino in Gattara

Una lunga disputa fra Faentini e Fiorentini
Ricerca di Claudio Mercatali




La chiesa e il castello di S.Martino come erano a metà '800 (disegno di Romolo Liverani)



Sopra l’abitato di San Martino sorgeva il “Castrum Gattariae”, controllato fin dal 1192 dalla Chiesa che lo aveva concesso, per un affitto annuo di una marca d’argento a Ugo e Raniero, Conti di Carpinio. 


Lo storico faentino del '200 Agostino Tolosano ci dice che ai suoi tempi era tenuto da un certo Amatore di Ugolino di Teodorico, un signorotto aggressivo che “recava disturbo ai vicini fiorentini, ai faentini e ad altre limitrofe popolazioni”. Per questo nel 1216 i Faentini assalirono Castrum Gattariae  e demolirono le due torri. Fu ricostruito e divenne di Fantolino di Albertino degli Accarisi, poi di Burniolo di Ugolino. 





Il castello e il paese in una mappa 
del Seicento



Nel 1289 il castello fu venduto a Maghinardo Pagani da Susinana che lo lasciò in eredità alla figlia Francesca, che lo vendette. Il Cardinale Anglic, nel suo censimento del 1371 scrive che il Castrum Gattariae era dei Manfredi di Faenza ed era abitato da un castellano con otto servi. Nel 1376 fu comprato dal comune di Firenze che lo affidò ai Manfredi del ramo di Marradi. Non fu una vendita spontanea ma una cessione per pochi soldi a seguito di una grave crisi in famiglia, e questo in seguito generò un contenzioso. 


Nel 1400 fu conteso fra Faentini, Fiorentini e Manfredi del ramo marradese. Nel 1506 i Veneziani occuparono il Castrum  ma dopo qualche anno persero la guerra contro il Papato e si dovettero ritirare dalla Romagna. 





Così il castellare passò allo Stato Pontificio ma decadde perché il confine con il neonato Granducato di Toscana era stato stabilito con un solido patto politico e non c’era bisogno di difenderlo con le armi.




La valle del Lamone
vista da Galliana


A parte il susseguirsi dei vari signorotti l’episodio più interessante è l’acquisto del castello da parte dei Fiorentini, che poi lo passarono in gestione ai Manfredi di Marradi. L’acquisto aveva una certa importanza perché il sito permetteva il controllo pieno dell’alta valle del Lamone e di Valnera, come si vede nella foto qui accanto. 



Clicca sulle immagini
se le vuoi vedere
a tutto schermo




Giovanni Manfredi di Marradi, nel 1428 dopo la caduta del Castellone, scrisse ad Averardo de' Medici una lettera implorando la liberazione di suo fratello Ludovico, in prigione nel carcere fiorentino delle Stinche, e in quella disse anche che non era vero che aveva svenduto Gattara ai Manfredi di Faenza. Giovanni scriveva bene e quindi lasciamo che sia lui a dire:

Ad Averardo de' Medici
… Appresso ho inteso che non avete voluto lasciar tòrre (prendere) cosa alcuna delle cose ch'io lassai, alli mulattieri i quali avrìa mandati per esse, rispondendoli che vi volete trattenere ogni mia cosa perché avete sentito ch'io dèi Gattara a Guidantonio (Manfredi di Faenza) della qual cosa molto mi maraviglio e non posso credere che questo e altro vi abbiano detto né sia vostra intenzione e prima vorrei morire che mancare di mia fé in cosa alcuna e state certissimo che piuttosto avrìa voluto e vorrei che i miei prima che altri i miei Magnifici ed Eccelsi signori fiorentini avessero interamente in loro dominio …                                  Mense die XXI Septembre 1428 Johannis Manfredi





Però ormai il castello era stato preso dai Faentini e i Fiorentini dovettero rinunciare per non creare un incidente diplomatico. I terreni sottostanti rimasero un po’ agli uni e un po’ agli altri, in un complicato puzzle fonte di discussione fino alla fine del Settecento, come si vede nelle vecchie mappe granducali e pontificie come questa qui sopra. Che cosa rimane del castello?




Non è difficile salire fino in cima al poggio per vedere.


Dopo una sudatina si arriva al pianoro dove ci sono i ruderi.


Da questo sito si vedono le due valli: quella del Lamone e quella di Valnera. Forse questo è il motivo per cui fu costruito il fortilizio.

Chi lo costruì? Non si sa, però Gattara è una parola che deriva dal longobardo watha, posto di osservazione, di guardia. Il gatto non c'entra.







venerdì 26 maggio 2017

La necropoli di San Martino in Gattara

Una visita al Museo 
Archeologico di Ravenna
ricerca di Claudio Mercatali



Il complesso museale
di S.Vitale, Ravenna


In un primo tempo i reperti trovati nella necropoli di San Martino durante gli scavi degli anni Sessanta furono esposti a Brisighella in alcune sale che dovevano essere le prime di un museo. Poi tutto fu portato al Museo Nazionale di Ravenna, dove venne allestita una sala apposita. 


Che cosa si trovò di preciso a San Martino? Per avere una risposta non rimane che andare a Ravenna a vedere. Il Museo Archeologico ravennate fa parte del complesso di S.Vitale e quindi è nel centro della città. Dalla stazione ferroviaria dista poche centinaia di metri ed è facile da raggiungere anche a piedi. E’ una struttura immensa, proprio accanto alla famosa chiesa con i  mosaici.


... si entra da un primo chiostro ...







Clicca sulle immagini
se le vuoi ingrandire
... e poi da un  secondo ...


Si entra in un primo chiostro, poi in un secondo e infine si arriva alla sala che ora ci interessa dopo averne attraversate molte altre, piene zeppe di reperti archeologici o antichi di ogni tipo, mirabilmente esposti.

Per carenza di personale di solito la sala della necropoli di S.Martino è chiusa, ma una gentile signora la apre apposta per me e aspetta che abbia finito di fotografare.


 




Accanto ai reperti c’è un pannello
con questa spiegazione:




La necropoli di San Martino in Gattara nel comune di Brisighella si estendeva su un terrazzo fluviale alla sinistra del torrente Lamone. Gli scavi archeologici condotti in modo non continuativo dal 1963 al 1972 hanno portato alla scoperta di sepolture che coprono un arco di tempo di circa 200 anni, dalla metà del VI secolo al IV secolo avanti Cristo.


Le tombe erano a inumazione dentro fosse rettangolari ricoperte da ciottoli e collocate immediatamente all’ esterno o all’ interno di un recinto circolare delimitato da lastre di pietra infisse nel terreno.






Altre tombe erano disposte a formare un altro circolo, secondo un costume funerario dell’ ambiente umbro e di quello adriatico.
  


I corredi sono caratterizzati da oggetti di ornamento personale come fibule, anelli, armille e collane, indossati dal defunto al momento della deposizione e da una serie di oggetti che si ricollegano al ciclo del banchetto:



Le tombe femminili hanno il classico corredo di fusaiole e vasi porta profumi in vetro o pasta di vetro.




Le tombe maschili invece si segnalano per l’insistente presenza di armi da difesa come elmi e schinieri in bronzo e da offesa come  coltelli, cuspidi di freccia e punte di lancia o di giavellotto in ferro, solitamente deposti sulla spalla dell’ inumato in numero di tre.

La caratterizzazione dei defunti come guerrieri è estesa anche ai bambini, il cui corredo è talvolta contraddistinto dalle piccole dimensioni degli oggetti. Il sepolcreto di San Martino in Gattara, assieme alle necropoli di Montericco di Imola, Casola Valsenio e Dovadola, è riferibile a genti italiche stanziate da Imola al mare, identificabili con gli Umbri della tradizione storica. Queste popolazioni, nelle quali l’elemento guerriero riveste una particolare importanza sul piano sociale, erano certamente in rapporto con le aree culturali limitrofe e in particolare con l’ Etruria Padana attraverso la cui mediazione commerciale importavano beni di prestigio: ceramiche attiche dalla Grecia, vasellame e ricche armi di bronzo dall’Etruria propria. Nei pressi della necropoli sono stati scavati anche resti strutturali fra cui parti di un muro in ciottoli contraffortato, riferibile a fortificazioni o terrazzamenti.

 
NOTA Il vaso greco è un corredo della tomba n°12 . La foto successiva è relativa alla tomba n°3 e quella dopo ancora alla tomba n°10.

domenica 31 gennaio 2016

La famiglia di Vocusia


Una lapide Romana 
a S.Martino in Gattara
Da una ricerca della dr.ssa Francesca Cenerini



Chi era Vocusia Pacata?
E' semplice: lei e Caio Primo Vocusio, erano i genitori di Vocusio Mansueto. Tutti e tre abitavano nella zona che ora si chiama S.Martino in Gattara e vissero ai tempi dell' Impero Romano, una ventina di secoli orsono. Sappiamo di loro da una lapide, che Mansueto fece scolpire per la tomba dei suoi.





La lapide oggi è fissa al muro nella chiesa di quel paesino e il ricordo della gente dice che fu trovata all' inizio del Novecento, spezzata, nei pressi della chiesa. Meno male perché dai due pezzi separati non si leggono i nomi.

La chiesa di S.Martino




La storia ce la racconta per bene l'archeologa Francesca Cenerini, dell' Università di Bologna, che a suo tempo studiò la vicenda ...

Chi erano i Vocusi?
Per l’occhio dell’ archeologa la lapide è chiara:
C(caius) L(libertus) Vocusius e sua moglie erano schiavi liberti, cioè liberati. Per il diritto romano il loro figlio Mansueto, liberto anch’esso, era un libero cittadino.






Secondo la regola generale delle epigrafi, l’ultimo che compare nelle lapidi (Mansueto) è quello che la commissiona e la dedica.
Dunque il figlio fece scolpire la lapide a memoria dei genitori Caio Primo e Vocusia.
La fattura della lapide, la grafica e le modalità dell’ incisione fanno ritenere che sia di Età Augustèa, cioè del periodo in cui visse Cristo.



Clicca sulle immagini
per avere una comoda lettura








Dai ritrovamenti di altri reperti nell’ appennino romagnolo sappiamo che in questo periodo nelle valli della nostra zona furono assegnate tante terre, con l'estensione massima di circa 200 iugeri per famiglia (4 iugeri fanno un ettaro, ossia un quadrato di cento metri di lato).
Era una riforma di Augusto, che voleva inserire nella società romana gli schiavi meritevoli, affrancandoli e assegnando loro delle terre, secondo il motto Vir bonus colendi peritus (l’uomo buono è esperto di cose da coltivare).







Mettendo insieme tutte queste notizie si può supporre che i Vocusi, plebei liberti, ebbero assegnato un podere di 40 - 50 ettari a S.Martino in Gattara.
E' possibile che la forma estesa del loro "cognome" fosse vox usi, ossia socievoli, discorsivi.
Il figlio era soprannominato mansueto, sua madre pacata, e quindi pare che i loro compaesani li considerassero persone calme, con le quali si può discutere e ragionare.
Probabilmente se la passavano bene, altrimenti il figlio non avrebbe avuto i soldi per far scolpire una pietra tombale per i suoi.






 


Fonte: Da un articolo della archeologa
Francesca Cenerini, impaginato da Claudio Mercatali.



lunedì 26 maggio 2014

La dogana di Rugginara

Truffe e pasticci
al confine
con lo Stato Pontificio
ricerca di di Claudio Mercatali




Negli anni 1820 – 1830 circa fu completata la strada granducale per Faenza, da Popolano al ponte di Marignano. Prima si passava dalla parte opposta del fiume lungo la direttrice Popolano – Campora – S.Martino cioè a solame, come d’uso per le strade antiche. La costruzione del ponte di Popolano, demolito nel 1970 e sostituito dal brutto ponte attuale, tagliò fuori la vecchia dogana, chiusa nel 1841. 




La strada Faentina nel 1833. 
Le case di Rugginara non ci sono 
perché furono costruite dopo qualche 
anno ed erano uffici doganali.



La nuova dogana fu costruita a Rugginara e le case che ci sono in quella località sono appunto i vecchi uffici doganali. Chi passava di lì si doveva fermare e pagare il dazio o le gabelle, in vigore nel Granducato di Toscana. Invece la dogana pontificia era a S.Cassiano.

Lo storico Antonio Metelli di Brisighella ci dice che lo Stato Pontificio nel 1848 incassava dalla sua dogana 6.000 scudi all’anno e il Granducato altrettanti. E’ tanto o poco? Per capire servirà sapere che nel 1839 la costruzione della “Strada nuova” cioè via Razzi costò circa 6.000 scudi. Dunque dalla dogana si ricavava un bel gettito, fra le proteste e i mugugni dei marradesi. I gabellieri di Rugginara ogni giorno andavano avanti e indietro, da Popolano a Marignano e fino a Galliana, per impedire che qualcuno passasse la frontiera senza pagare, ma era una lotta impari perché qui da noi non c’è un confine naturale che impedisca il transito da Marradi a Brisighella. Come si poteva fare per eludere la Dogana? Le tecniche erano diverse, e spesso efficaci, ma qualche volta andava male e allora i doganieri denunciavano l’evasore al Vicario di Marradi e si andava a processo. Nell’ Archivio storico del Comune ci sono i documenti di diversi processi per contrabbando, evasione fiscale, elusione del dazio e quant’altro. Leggiamo che cosa successe negli anni dal 1843 al 1848: 


Il ponte granducale di Popolano, 
demo­lito nel 1970 circa. 
La casa sulla destra è la vecchia 
dogana chiusa nel 1841



1843 Il modo più semplice per passare a S.Martino senza pagare le gabelle era quello di guadare il Lamone. Così fece Franco Cappelli, con i suoi amici, ma furono sorpresi e:



“Dani Marcello, doganiere a Rugginara le rappresenta (al Vicario) che la mattina del primo maggio scorso Ciani Giovanni, Cappelli Franco e Nannini Paolo, tutti di S.Adriano, infransero la Legge di Finanza perché con due muline e una cavallina attaccate a tre legni senza molle (tre barrocci) varcarono il Lamone al podere Fiume di Sotto per accedere dallo stato estero senza far capo al ponte di Marignano per pagare la tassa di transito. L’esponente porta a testimoni Luigi e Pasquale Benerecetti, abitanti a Fiume di Sotto e Giorgio Alpi, loro garzone”. 5 maggio 1843



... varcarono il Lamone al podere Fiume di Sotto ...

1843 Si poteva nascondere la merce, ma i doganieri avevano il diritto di perquisizione, fino a Marradi. Fu così che Giovanni Sangiorgi di Filetto, che veniva dalla Romagna con un carico di biancheria da portare al signor Fabio Fabroni fu trovato a Popolano con una certa quantità di tabacco da fiuto nascosto in una cesta di panni e pagò una multa ricevendo questa quietanza come ricevuta: 

“Il sottoscritto doganiere fa quietanza a Giovanni Sangiorgi di Filetto della multa fattagli a Popolano il 23 novembre scorso per due libbre di tabacco in polvere, da fiuto, di qualità estera. La multa di 21 lire è stata depositata nelle mie mani e ne sono contento e soddisfatto”.

Il doganiere Francesco Paladini 6 dicembre 1843.



1844 Si poteva anche cercare la via della corruzione. I commercianti Luigi Villa e Lorenzo Gondoni, forestieri, arrivarono il giorno 13 giugno a Rugginara. Erano le dieci di sera e forse venne offerto un passaggio rapido e notturno della frontiera, pagando una tangente al posto delle gabelle o furono loro a offrire denaro ai gabellieri. Sta il fatto che qualcosa non andò per il verso giusto e scoppiò una lite. La merce fu sequestrata e i commercianti denunciarono i doganieri al Vicario di Marradi. La vicenda non era chiara e il Vicario prima di decidere chiese lo Stato di servizio dei tre Doganieri all’ufficio delle Regie Entrate e così scoprì che:

· Paladini Francesco, Livorno 1809: “sottoposto dal capo distaccamento ad un giorno di arresto per essersi rifiutato di fare il servizio di guardia dal medesimo ingiuntogli”.

· Marzi Giovanni, colle Valdenza 1804: “sottoposto a calcato monito onde impiegasse maggiore fermezza nella direzione di un Distaccamento, per non essere eliminato dal comando dei sottoposti, cioè degradato” (cosa poi avvenuta, trasferito a Marradi).

· Pasqualetti Pasquale, Cortona 1812 “Sottoposto a monito per essere attaccato da malattia venerea. Otto giorni di arresto di rigore per aver accettato un regalo dal console francese mentre era di guardia a un brigantino francese carico di merce di contrabbando naufragato nella spiaggia di Migliarino (Pisa)”. 

I due commercianti si resero conto di aver sollevato un putiferio e allora cercarono un accordo e scrissero questa lettera a Firenze:

Alla Direzione Generale delle Regie Imposte di Firenze

A proposito del sequestro di sedici colli di cotone eseguito il 16 giugno 1844 dalle Guardie di Rugginara, ci siamo determinati ad avanzare umilissima istanza per il recupero della mercanzia previo pagamento delle gabelle e diamo quietanza discretissima prima dell’ inizio del processo. Intendiamo renunziare spontaneamente di buon animo ad ogni risentimento per le offese ricevute. Luigi Villa e Lorenzo Gondoni 13 agosto 1844

L’intendenza di Finanza accettò e il Vicario dichiarò chiuso il caso.

Tutti questi impicci e soprattutto le pignolerie erano mal tollerati dalla gente, e in effetti l’imposizione di questi balzelli era una vera ingiustizia.




La “carta di via” era una specie di passaporto 
per la Romagna. Questa è del sig. Angiolo 
Felice Fabroni, che andò a Faenza il 27.04.1852



1848 Dopo la Prima guerra di Indipendenza, vinta dagli Austriaci, ci furono accenni di rivolta contro lo Stato Pontificio e il Granducato e successe il fatto più noto, che a quanto ci racconta lo storico Antonio Metelli avvenne così:

“ … Erasi di quei dì tumultuato in Modigliana, per odio contro la tassa di pedaggio posta al varco dé confini, il che aveva fatto nascere i medesimi appetiti in Marradi, poiché avendo i Modiglianesi rotta la catena che serrava il passo, pareva alla minutaglia che togliendo ogni divisione tra gli Stati fosse un andare a libertà e alla riunione dell’Italia e facilmente i Marradesi se ne persuasero consistendo il commercio loro nel carbone che giornalmente portavano in Romagna. Essi, corsi a furia a Rugginara vi svelsero dagli arpioni la catena e tolsero di mezzo l’odiato balzello. Queste cose si seppero a Firenze e affinché lo Stato non venisse a mancare della pecunia che ritraevasi dalle gabelle venne mandato a Marradi un nerbo di Polacchi che nel disfacimento degli eserciti si erano rifugiati in Toscana ed erano stati poco prima assoldati per togliere loro ogni pretesto di tumulto, i quali poi per loro natura lasciarono le cose poco meno come prima…”. 

1849 Qualche tempo dopo anche il Governo Pontificio mandò dei soldati al confine con il Granducato e successe che:

“ … vennero da Brisighella venticinque fanti pontifici, condotti da un tenente. Andando costoro ogni giorno pel contado in traccia dé malandrini che infestavano le campagne, accadde per la poca pratica che avevano dé luoghi, che entrassero nei confini della Toscana dalla parte di Marradi, e arrivati a Rugginara sparsero terrore fra i soldati che vi riscuotevano le gabelle, sicché arraffato in fretta il pubblico denaro se ne fuggirono verso Marradi. Scopertasi poi la verità il Governo Toscano richiamossi fortemente pei violati confini a quello del Pontefice, il quale per satisfare i vicini ordinò che que’ fanti venissero ritratti …”. 





Le case della Dogana
di Rugginara





La riscossione delle gabelle cessò nel 1859, dopo il plebiscito per l’Unità d’Italia. I due Stati non c’erano più e quindi la dogana non aveva più significato. Gli uffici di Rugginara furono chiusi, però l’edificio era praticamente nuovo e l’Erario del nuovo Regno d’Italia lo mise all’asta e lo vendette a dei privati. Con il passare degli anni il ricordo della dogana di Rugginara sbiadì sempre di più fino a cancellarsi. Le colonnine di confine dove c’era la catena non ci sono più e anche lo stemma granducale sopra la porta di ingresso si è consumato e non si riconosce.







Quello che rimane dello stemma 
granducale sulla porta degli uffici doganali.




Fonte: Documenti dell'archivio storico
del Comune di Marradi




martedì 22 aprile 2014

La stele di Calesterna

Storia di un nome 
o di un soprannome
di Claudio Mercatali e
Luisa Calderoni



La stele di Calesterna è una lapide tombale di età Romana rinvenuta a Marradi nel Settecento o forse prima, e descritta per la prima volta nel 1743 dall'archeologo Antonio Francesco Gori. Per tutto l'Ottocento se ne perse traccia e venne rinvenuta per la seconda volta nel 1892 nel fosso degli Archiroli, dove serviva come pietra da lavatoio. Oggi è murata lungo le scale di una casa in via Fabbrini, a Marradi.
Si tratta di una lastra d'arenaria alta 1,50 m e larga 0,74 m per uno spessore di 8 cm sulla quale è  questa epigrafe:

VIV
C.Calesternae. C.F.
Patri
Trabenniae. L.F.
Tanniae Matri
Sex Calesternae. C.F.
Fratri
C.Calesterna. C.F. fecit.

La lettura delle lapidi romane non è sempre univoca, per le frequenti abbreviazioni e le sigle. Secondo una regola con molte eccezioni,  la prima riga è una sorta di titolo e VIV sta per "Ai vivi" e l'ultima riporta il nome di chi la fece fare, che era Caia Calesterna. Oggi noi diremmo:

"Per i vivi: Caia Calesterna fece (questa lapide) per il padre Caio Calesterna  (o di Calesterna), per la madre Trabennia Tannia, per Sesto (di?) Calesterna, fratello".



Sopra: la prima descrizione della lapide fatta dall' archeologo Gori in Inscriptionum Antiquarum, 
un catalogo del 1743.

La lapide è importante perché è l'unica ritrovata nel Comune di Marradi e prova che la zona dove ora sorge Marradi era abitata anche in età romana. In particolare interessa la parola Calesterna, che è insolita nell' onomastica latina.
  
L'archeologo Francesco Orioli nel 1855, in un articolo pubblicato nel Giornale Arcadico (vedi qui accanto) avanzò l'ipotesi che la parola etrusca Caletra o Calestra non fosse un nome di persona ma significasse "città, paese". Dunque Calesterna sarebbe il nome di un antico insediamento, più vecchio di Marradi, di cui non è rimasta traccia né ricordo. Se le cose stanno così Calesternae significa "di Calesterna" cioè di questo paese di cui si è persa memoria.

Nel 1892, dopo il secondo ritrovamento della lapide nel fosso degli Archiroli, l'archeologo Gian Francesco Gamurrini in "Notizie di scavi di antichità" riprese questa idea motivandola a dovere. In particolare egli escludeva che Calesterna fosse un nome di persona, perché non si trova in nessuna delle migliaia di lapidi tombali che ci sono giunte.
Invece ci sono tanti nomi latini di località, con la stessa terminazione, derivati dall'etrusco, per esempio, Claterna, Literna, Cluserna ....




A fianco: Gamurrini parla
di Calesterna  in "Notizie
di scavi di antichità" (1892).


per cui, secondo Gamurrini, Calesterna era il nome di un posto abitato che doveva essere circa all' incrocio delle due valli del Lamone e di Campigno, cioè a Biforco. Questa conclusione venne accettata e ripresa da quasi tutti gli archeologi e gli storici successivi, però oggi ha dei punti deboli. Il fatto è che i campi attorno a Biforco, negli ultimi cinquanta anni sono stati scavati tutti, per costruire il paese attuale e non è mai stata trovata nessuna traccia antica. Al Castellaccio è stato sbancato addirittura il fianco del monte per costruire il campo sportivo e il palazzetto dello sport, senza incontrare resti archeologici o cimiteri. In più gli scavi di S.Martino in Gattara, nel corso degli anni Sessanta dimostrarono che l'alta valle del Lamone era abitata dai Galli Boi e si trovano facilmente toponimi come Galliana, Galliata, Boesimo, ma non ci sono nomi etruschi.
Per questo forse Calesterna non era una località ma il soprannome di suo padre, e anche il suo e di suo fratello, derivato dal greco: kallìste significa bellissima e stèrnon è il petto.
Dunque Calesterna potrebbe essere un nomignolo che vuol dire "dal bel petto". La prova? Nel vocabolario del greco antico si trovano le parole "callìsternos", dal bel petto, e "callìsteuma", di eccellente bellezza.

Il vocabolario del greco antico

La prima ipotesi, quella del paese chiamato Calesterna è quella più accreditata, però anche l'altra non è male. Quando Caia di Calesterna, o dal "bel petto" fece fare la lapide di certo non immaginava che dopo ventuno secoli ci sarebbe stato ancora qualcuno interessato a lei ... ma tant'è.


Fonti: Giuseppe Matulli, La via del grano e del sale, 1988. Atti degli Accademici dei Lincei.



La  stele agganciata ad una parete  della casa di via Fabbrini

Relazione del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali


....Considerato che la stele funeraria, sagomata a trapezio ( h cm.148, largh. cm 74, spess. cm 8), in pietra arenaria grigia, con qualche scheggiatura lungo i margini, recante l'iscrizione latina, non incorniciata, su 8 righe:
VIV (is) / CCALESTERNAI.C (ai) F(ilio)/ PATRI/ TRABENNIAE L(uci) F(iliae)/ TANNIAE. MATRI/ SEX.CALESTERNAE. C(ai) F(ilio)/ FRATRI/ C.CALESTERNA. C(ai) F(ilius) FECIT./,
databile nella seconda metà del I sec. A.C, in possesso del Sig. raffaele Becherucci, Casignano, Scandicci (FI), riveste interesse particolarmente importante ai sensi della citata legge, perché unica attestazione conosciuta della famiglia Calesterna, gens di origini umbro etrusche, e perché si configura, grazie alle sue peculiarità toponomastiche e per i suoi riferimenti topografici, come documento di grande importanza nell' individuazione del tracciato della via antica ricalcante l'odierna Via Faentina e nella definizione dell' omogeneità sociale ed economica dei due versanti appenninici già in età preromana, (...)

DECRETA
Art.1 - La stele funeraria, descritta nelle premesse è dichiarata di interesse particolarmente importante ai sensi della legge 1-6-1939 n. 1089 e come tale è sottoposta a tutte le disposizioni di tutela contenute nella legge stessa.

Il Ministro
Il Sottosegretario F.To Astori


 Roma, lì 22 Giugno 1991





sabato 12 aprile 2014

Un trekking da Valnera a Monte Romano

Per vedere i monti 
e le stelle
ricerca di Claudio Mercatali




La chiesa di Monte Romano
negli anni Trenta



Nell' Alto Medioevo Monte Romano era abitato dai Longobardi. Il nome in romagnolo è "mont ermàn" e la traduzione corretta sarebbe "Monte Ermanno" dal tedesco herman = fratello. I prefissi "mont" e "val" sono longobardi e indicano "un posto in alto, un poggio" e "un posto in basso, una buca". Dunque il nome significa "poggio dei miei fratelli, della mia tribù" e i Romani non c'entrano. Ora saliremo da Valnera e percorreremo il crinale sopra Valgrande, secondo il percorso mostrato nella mappa qui sotto. I Longobardi non ci interessano, però il sito dimostra che i nomi hanno un preciso significato e, se si riesce a ricostruire la loro origine, raccontano la loro storia. A proposito di storie, ecco che cosa dice lo scrittore Pino Bartoli su Valgrande:

Una manciata di tenebre (da Fuochi sulle colline)

"Correva l'anno 1836. In quell'anno si era rapidamente sparsa la voce che il Granduca di Toscana si apprestasse ad aprire una strada che dall'altipiano di Casaglia raggiungesse Marradi e Brisighella. Il Consiglio della Comunità brisighellese fissò in duecento scudi il contributo, tassa di passo, così la chiamò il Granduca, che avrebbe concesso ai fini della concretizzazione del progetto. Solo una famiglia non volle saperne di pagare ulteriori imposte: la famiglia Ceroni di Valgrande.
Il podere Valgrande, posto verso Monte Romano e precisamente nella parrocchia di Grementiera, costituiva allora come oggi, l'estremo lembo della Romagna incuneato fra i contrafforti dell' Appennino Tosco - Romagnolo. Oggi è uno dei tanti poderi abbandonati dell'alto brisighellese, ma nel 1836, Valgrande con l'appendice di altri piccoli poderi, era considerata residenza padronale tanto da giustificare, in quei tempi di sapore feudale, il rango di signorotti della zona che i Ceroni avevano assunto nei confronti dei villani.




Quello che rimane della casa
poderale di Valgrande



I Ceroni di Valgrande davano un' interpretazione eccessiva al prestigio di cui credevano di essere investiti, con l'aggiunta di una arroganza e una prepotenza senza limiti. Erano cinque fratelli, scolpiti in modo uguale dal tempo, impietriti dalla solitudine e da un orgoglio smisurato.
Quando il gabelliere Gandini si recò ad esigere il nuovo balzello, i padroni di Valgrande non solo si rifiutarono di pagare ma stracciarono l'intimazione dicendo che "le tasse per una strada che a loro non serviva non le avrebbero pagate". Il gabelliere non osò protestare e non protestò neppure quando uno dei cinque energumeni lo invitò, anzi gli ordinò di mettersi a tavola con loro.
- Non si esce da casa Ceroni senza prima aver mangiato -
Il poveretto si accartocciò sulla sedia e sebbene vedesse la fame girare sui muri per i venti e più chilometri che aveva dovuto sorbirsi a piedi per portarsi a Valgrande, non toccò quasi per niente l'enorme scodella di maccheroni che una delle donne di casa gli aveva messo sotto il naso. Il buon odore della minestra infiorata da uno spesso strato di ragù teneramente abbracciato ai funghi, faceva ballare il suo stomaco vuoto, ma la paura di quei cinque che lo guardavano come un porcellino alla grassa, gli aveva tappato il gozzo.
Lasciò che i padroni di casa finissero i loro piatti, poi fra mille scuse e poveri sorrisi volse i suoi passi verso Brisighella. Otto giorni dopo, in compagnia di due carabinieri il messo gabelliere Gandini tornò a Valgrande. Lasciarono i cavalli legati a una croce di legno che fino a pochi anni fa segnava il bivio della mulattiera che porta a Montusco, podere nascosto alla vista dei Ceroni, e proseguirono a piedi con l'intento di sorprendere gli abitanti di Valgrande nella loro tana e procedere quindi alla riscossione o al sequestro. I Ceroni invece sembravano attenderli.



... lasciarono i cavalli al bivio della mulatiera che porta a Montusco ...






La tavola era apparecchiata anche per loro, per la "forza" come si diceva allora per chiunque portasse una divisa.
- Siamo venuti per quelle tasse - e stavolta il sorriso del gabelliere era coperto da un buono strato di sfottitura e autorità - non crediate di comprarci con due maccheroni ... Questi spilorci non pagano le tasse e vorrebbero magari anche farci morire di fame - finì col dire il Gandini rivolto ai suoi angeli custodi.
I Ceroni non dissero niente.
Sul fuoco un paiolo enorme stava arricciando con gli ultimi bollori una catasta di maccheroni.
- Stavolta - pensò il gabelliere - mi rifaccio. Non ho mica paura stavolta ... e guardò di nuovo la "forza" che messa lanterna e fucile in un angolo, si era già sistemata a tavola. I piatti che arrivarono di lì a poco sembravano covoni di grano.



I Carabinieri pontifici.



Incominciarono.
E per far vedere che proprio proprio non aveva nessuna paura, Gandini finì per primo la sua parte nettandosi con le mani i baffi impregnati di sugo.
- Non si va in giro a dire che in casa dei Ceroni si muore di fame ... e Sabèn, l'azdòr (il reggitore, del podere, il capo famiglia) riempì di nuovo la scodella dell'esattore.
Sembra, così mi raccontò il vecchio Nannini, ultimo proprietario di Valgrande, che il gabelliere il mercoledì, giorno di mercato a Brisighella, avesse spiegato a suo modo le scontro con i Ceroni, dicendo che "i maccheroni di Valgrande erano buoni ma pochi, e sono arrivato a casa morto di fame". E questo in fondo era vero.
Il gabelliere fece un debole tentativo per rifiutare e poi abbassò la testa sul piatto, visto che anche i carabinieri si sforzavano di finire la loro porzione, intimoriti dalle pesante, fastidiosa presenza di tre fratelli che come ad un segnale convenuto si erano portati alle spalle di ognuno dei convitati.
L'azdòr era sparito. l'altro fratello intanto, aiutato dalle donne, riempiva i piatti posandoli con fare imperioso sotto il naso dei malcapitati.
- Mangiate! Avanti mangiate! Sono pochi? Coraggio, ce ne sono degli altri! -
Con lo sguardo ormai spento, tutti sbracati a causa dei bottoni che saltavano via come tappi di bottiglia, i tre cercavano faticosamente d'alzarsi. Prontamente erano rimessi a sedere senza tanti complimenti dai rispettivi "camerieri" appostati alle spalle. Nessuno parlava più. Una poltiglia di tenebre era scesa sulla cucina dove stava per avvenire un delitto atroce, ripugnante.
Mentre i carabinieri pontifici ad un certo punto furono lasciati liberi di trascinarsi nella buca del letame a vomitare l'inferno che era in loro, Gandini incapace ormai di qualsiasi reazione veniva ingozzato a forza. Nella bocca tenuta aperta i maccheroni gli furono spinti in gola con il mattarello.
Con gli occhi schizzati fuori dall'orbita, Gandini morì soffocato nella maniera più schifosa e orripilante. Lo gettarono nella buca del letame come "un sacco di merda" così dissero i Ceroni. Poi presero a braccio i due gendarmi e si recarono ai cavalli.
La terribile vendetta di quelli di Valgrande, che ancora oggi non si racconta senza rabbrividire d'orrore, non si era fermata con la barbara  morte inflitta al gabelliere.
Sabèn, che si era allontanato un'ora prima, aveva tagliato le labbra ai cavalli che impazziti dal dolore mostravano i denti in un ghigno spaventoso.
- Anche loro ridono, vedete come ridono! Ridono come ridiamo noi ... - e la risata dei Ceroni sembrò un'onda pazza di violenza che andava a schiantarsi su quel mondo così semplice, così arcaico di allora, lasciando un segno che ancora oggi ti fa restare con il fiato sospeso.
La sera stessa i Ceroni, lasciata Valgrande nelle mani delle loro donne, si rifugiarono nel confinante Granducato di Toscana. Nessuno seppe più niente di loro ...".

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E ora andiamo. Il tracciato del trekking non è difficile. Si tratta di percorrere per intero l'orlo della valletta dove di trova Valgrande. La mappa qui accanto è chiara quanto basta.
 Si parte da Cà di Pedù, un podere lungo la strada per Valnera ben riconoscibile e mostrato qui sotto.
L'imbocco della nostra strada è alle spalle rispetto al punto di scatto di questa foto.
  
La strada sale costantemente e si percorre con poca fatica. La zona è bella, con grandi spazi, campi di grano e, in giugno, una gran fioritura di ginestre e altro.
Il primo podere, Il Casotto, si intravede nella foto qui accanto ed è già nella parrocchia della Grementiera, che comprende tutta questa valletta.
La pianta in primo piano è il finocchio selvatico. Se viene stropicciato fra le mani libera delle essenze profumate, che svaniscono dopo poco ma lasciano addosso una nota bassa di odore gradevolissimo.


Dopo aver faticato un po' si arriva a Pedù, un podere disabitato, a mezza costa.



Pedù




Il panorama è già interessante, ma per goderlo appieno bisogna guadagnarselo, salendo una ripida erta lunga quasi un chilometro, che porta al Crinale delle Salde.
Uno dei modi per ingannare la fatica è quello di non guardare continuamente avanti, perché il pendio ripido scoraggia. Così, guardando a terra, scopro che questo posto è ricco di erbe commestibili, che non mi sarei aspettato di trovare.
Ci sono quasi tutte le compagne del finoccchio selvatico, cioè le monocotiledoni che vivono a solame, nei terreni basici e siccitosi, con poca terra e molto galestro.
Ecco qui accanto il tarassaco a foglia roncinata, la plantaggine a nervatura parallelinervia e i vitalbini, cioè le punte di vitalba. Mescolando queste tre con un 60% di radicchio selvatico si ottiene un' insalata amarognola appetitosa. Però bisogna arrivare qui a metà primavera. Terrò a mente per un prossimo trekking.





Ora più delle parole contano le immagini, perché da qui si vede mezzo mondo.







Al Crinale delle Salde la visuale si allarga. Per andare a Monte Romano bisogna imboccare verso destra la strada campestre che si vede qui accanto nella prima foto in alto, altrimenti si va a Gamberaldi, un posto dove siamo già stati con questo blog il 13 ottobre del 2010 (vedi nell' archivio).  



Clicca sulle immagini
se le vuoi ingrandire








Si arriva così alla Chiesiuola di Monte Romano, che è questa. Qui c'è un altro bivio, al quale bisogna girare a destra, lungo una strada piana che passa poco sopra a Valgrande, il podere del fattaccio descritto prima.


 La Chiesiuola di
Monte Romano






I Longobardi saranno stati anche dei rozzi barbari, ma questo posto l'avevano scelto proprio bene.



L'Osservatorio di Monte Romano
ha una sala vetrata per le comitive.











Da qui si vede anche una gran parte del cielo e infatti c'é un osservatorio astronomico gestito dal Gruppo Astrofili Antares di Romagna, al quale si può accedere come specificato al sito www.osservatorioastronomico.info.


E così sono passate piacevolmente tre ore, e cinque o sei chilometri.