Lanfranco Raparo, Marradi

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lunedì 18 dicembre 2023

Otto poeti che piacevano a Dino

L’homme des bois 
parla di loro

Ricerca di Claudio Mercatali



Dino Campana ebbe un rapporto difficile con Papini e Soffici. Per loro in sostanza era un pazzo che si credeva poeta e qualche volta ci riusciva. Questi critici non colsero il valore dei Canti Orfici (Papini) o persero (Soffici) il manoscritto di una delle più innovative opere poetiche del primo Novecento. Almeno qualcuno degli altri letterati fiorentini avrebbe dovuto cogliere la profonda cultura che traspare dagli scritti di Dino. Invece gli affibbiarono un epiteto offensivo: l’homme des bois (l’uomo dei boschi). Capirono di più i suoi compaesani, che pur non avendo studiato lo definivano in dialetto “e màt”, voce di per sé non spregiativa che significa soprattutto “fuori dalla norma”, “impulsivo oltre misura” e anche “intrattabile o ingestibile”, senza sottintendere una minus valenza. Campana conosceva la letteratura internazionale del suo tempo? Ecco otto autori che compaiono nei suoi scritti, non come semplice citazione ma proprio con frasi prese a riferimento:

I poeti americani

Conosciamo gli scrittori statunitensi soprattutto come ottimi narratori e romanzieri ma qui da noi una persona di media cultura fa fatica a citare un poeta nord americano. Eppure Dino Campana prese spunti anche da loro. Il più facile da individuare è:



Walt Whitman (West Hills 1819 – Camden 1892) fu poeta, scrittore e giornalista. E’considerato il padre della poesia americana, il primo poeta moderno a utilizzare il verso senza rima e la sua raccolta poetica Leaves of Grass (Foglie d’erba) è un classico della letteratura. Cantore della democrazia, della libertà condusse una vita per certi versi simile a quella di Dino Campana, ma non aveva disturbi mentali. Viaggiatore instancabile per tutti gli States, squattrinato, vendeva per suo conto le sue poesie ed era un anticipatore di quello che poi sarà il “sogno americano” (L’ American Dream è l'ethos nazionale degli Stati Uniti, un insieme di ideali che includono democrazia, diritti, libertà e uguaglianza, in cui la libertà è anche la possibilità per ognuno di poter raggiungere ogni obiettivo). Dino, chiuso in soffitta o solitario a Orticaia, un lontano podere di Marradi, riscrisse le poesie perse, ma si isolò e fu rifiutato da tutti più di quanto era stato fino ad allora e si sentì massacrato. Nell’ ultima pagina del libro c’è un verso di Walt Whitman  tratto da Song of Myself:

They were all torn
and cover'd with
the boy's blood

"I tre uomini erano tutti laceri e ricoperti dal sangue del ragazzo". Nel marzo 1916 scrisse a Emilio Cecchi: "Se vivo o morto lei si occuperà ancora di me la prego di non dimenticare le ultime parole che sono le uniche importanti del libro. La citazione è di Walt Whitman che adoro nel Song of myself quando parla della cattura del flour of the race of rangers".

Campana quindi si identifica con un giovane della poesia di Whitman massacrato a tradimento a Fort Alamo.


Julia Ward Howe (1819 -1910) fu una poetessa statunitense che scrisse tante poesie di struggente sentimento. Una di queste piacque a Dino Campana, che ne tradusse una quartina in un suo appunto senza scrivere dove l'aveva presa.



La fonte fu cercata a lungo. Poi la prof. Susanna Sitzia dell' Università di Cagliari scoprì che è una prosa poetica di Julia Ward Howe della raccolta At Sunset (1910) con il titolo In Music Hall.



I poeti francesi

Senza dubbio Campana conosceva bene la letteratura d’Oltralpe e ne fu influenzato molto. Uno dei suoi poeti preferiti fu Paul Verlaine

C’è un libricino di Mario Bejor, un compagno di università di Dino a Bologna, dove è raccontato l'aneddoto qui accanto:







Clicca sulle immagini
se le vuoi ingrandire
 a tutta pagina




Una terzina di Henry Becque è nei Canti Orfici nella descrizione del Viaggio a La Verna, quando il poeta contento e sfinito si ferma in un albergo di Stia, nel Casentino, e ascolta il dialogo di due avventori altrettanto stanchi. Leggi qui accanto.



I poeti dell'est europeo

Nel primo Novecento poetica e narrativa in lingua russa erano di alto livello. Nei Canti Orfici ci sono due immagini tratte da due poeti particolari, Baltrusajtis e Merežkovskij. Il primo merita attenzione anche perché Campana l’aveva indicato in modo vago al medico Carlo Pariani, al manicomio di Castelpulci: “Era un poeta del tempo degli zar” e dopo una ricerca profonda il dott. Leonardo Chiari, di Marradi, ha scoperto di chi si trattava.

Urgis Kazimirovic Baltrusajtis
nacque nel villaggio di Paantvardys (Jurbarkas Lituania) nel 1873 e morì a Parigi nel 1944. Fu poeta, traduttore e diplomatico. Nel 1893 si trasferì a Mosca per frequentare la Facoltà di matematica e fisica. 




Nel 1899 fu uno dei fondatori della casa editrice Skorpion, che pubblicava la moderna e disinibita rivista Vesj (La Bilancia). Tradusse in russo Oscar Wilde e Gabriele d'Annunzio. Baltrušajtis nel 1904 venne in Italia e conobbe Giovanni Papini, che ricorda così quell' incontro:

"Nel remotissimo 1904 apparve nella mia vita la cara figura, mai dimenticata, del poeta Jurghis Baltrusajtis. Lo incontrai a Firenze in quel caffè delle Giubbe Rosse dove, in quegli anni lontani, si udivano e si leggevano tutte le lingue d'Europa. 
Era, a quel tempo, un giovane sulla trentina, forte e dritto, con un viso che pareva perpetuamente bruciato dai ghiacci del polo o dal sole dell' equatore e dove splendevano due occhi chiari, sereni, azzurri che sembravano occhi di angelo in esilio incastonati nella figura di un rude pastore del Settentrione. L'espressione della faccia era seria, a momenti severa e quasi minacciosa ma se per caso sorrideva si scopriva con meraviglia, in quel volto già tormentato dal dolore e dal pensiero, la divina luce della fanciullezza. Si diventò amici in pochi giorni, come avviene in quella beata età che corre dai venti ai trenta".

Dunque Dino Campana lesse gli scritti del poeta lituano perché costui frequentava i letterati fiorentini. Forse i due non si incontrarono mai. La poetica del lituano gli piacque e nei Canti Orfici, nella sezione 14 de La Notte, trascrisse i primi due versi di questa poesia:

Tutto il mio pensiero è bramosia del segreto delle stelle, / Tutta la mia vita è un chinarsi sull’abisso. // È sempre lo stesso enigma: tuono e silenzio / E spensieratezza sonnolenta e inquietudine angosciosa, / E la piccola erba, e nelle celesti altezze d’Iddio / I vivi scritti dei lumi notturni. // Non è forse un miracolo che volta a volta nel fiore dorma il seme, / E nel seme vi sia un fiorir nuovo, / E che un circolo leghi ed abbracci tutta / L’estensione delle cose, che non hanno limite! // Tutto il nostro pensiero è come un sonno vano. / Tutta la nostra vita non è che un tremito infinito. // L’impassibile Potere dell’Eternità / Torce in un filo misterioso attimo dopo attimo / Ed è cieco miseramente colui che ardisce / Distinguere la morte dalla vita. // Qual dolore che il terribile tempio dell’Universo / Ci sia nascosto dal grande sipario, / E che noi invano, con nostalgia senza tregua, / Dobbiamo vegliare per secoli dinanzi alla porta fatale!


Dimitrij Sergeevic Merežkovskij, poeta innamorato dell’Italia e in particolare di Firenze, compare nei Canti Orfici alla fine della prosa Firenze. Dino lo cita e prende da lui due o tre righe di descrizione dell’Arno.

I poeti tedeschi

Il Faust di Wolfang Goethe era ben noto a Dino Campana, che tradusse il passo qui di seguito e si identificò con il protagonista. Secondo un racconto popolare tedesco Faust era un sapiente che fece un patto con un demonio (Mefistofele) vendendogli l'anima in cambio della conoscenza assoluta delle cose. Medusa era un mostro mitologico che trasformava in pietra chiunque la guardasse. Fu uccisa dall' eroe Perseo, che le mozzò il capo guardando la sua immagine riflessa in uno specchio. Qui di seguito c'è la traduzione fatta da Dino Campana di un brano de La notte di Walpurga, tratta dal Faust di Goethe, che compare in una lettera di Dino a Leonetta Cecchi Pieraccini, spedita da Marradi nel settembre 1917. Accanto c'è la traduzione storica, di Guido Manacorda, edita da Mondadori nel 1932. Chi vuole le legga entrambe e scelga ...


Faust (Dino Campana) parla con Mefistofele. I due guardano una ragazza, ma vedono due cose diverse ...





Heinrich Heine era un poeta romantico che non poteva non incidere sulla sensibilità di Campana che infatti lo considerò un suo ispiratore, come lui stesso dice nella poesia Ermafrodito (non è nei Canti Orfici). Quello che state per leggere è difficile, più di quello che avete letto fin qui. Bisogna perimetrare tutta una situazione, che può essere interessante, affascinante o insopportabile a seconda della sensibilità vostra. Provate a leggere.


Heinrich Heine, poeta tedesco del primo Ottocento, era ben noto a Dino Campana. Scrisse le poesie romantiche del Buch der Lieder (Il Libro dei Canti, 1827). Di lui abbiamo moltissimi ritratti, perché era vanitoso e gli piaceva posare. Heine da vecchio si innamorò di Matilde, una giovane con la quale ebbe una relazione turbolenta e intensa.

In una poesia egli si augura di poter rimanere per sempre unito alla sua amata, riprendendo certe saghe nordiche che parlano dell’unione dopo la morte, del rapporto eterno oltre la vita, tutte a dire il vero un po’ macabre secondo il nostro gusto letterario:

Kennst du das alte Liedchen            Conosci la vecchia canzoncina
Wie einst ein toter Knab                  Come una volta a mezzanotte
Um Mitternacht die Geliebte           Un giovane morto prese a sé
Zu sich geholt ins Grab?                  La sua amata nella tomba?
Glaub mir, du wunderschönes,        Credimi oh meravigliosa fanciulla
Du wunderholdes Kind,                  Son io più vivo
Ich lebe und bin noch stärker          E ancor più forte
Als alle Toten sint!                          Di tutti i morti!
traduzione di Christine Kirschke

Dino Campana conosceva la biografia di Heine. Questo passo gli piacque, perché lo scrisse nei suoi appunti e forse ne trasse ispirazione per la poesia Ermafrodito. E' un inedito del cosiddetto Quaderno, ritrovato dai famigliari e pubblicato postumo dallo studioso Enrico Falqui. Secondo il mito la ninfa Salmace si innamorò perdutamente di Ermafrodito, figlio di Afrodite, e quando lo vide nudo che faceva il bagno in un fiume lo abbracciò e chiese agli Dei di rimanergli per sempre unita. Fu accontentata, affogarono, ma dai loro corpi fusi nacque una creatura che era maschio e femmina. Il mito non dice se lui era d'accordo per turtto questo, ma tant'è. Dunque per la poesia Ermafrodito Dino si ispirò al Buch der Lieder e al vezzo di Heine di farsi ritrarre nei quadri come un novello Narciso:

Ermafrodito (sarebbe Heine)

Ermafrodito baciò le sue labbra allo specchio
In un quadro profondo                                    .......... Heine guarda soddisfatto i suoi ritratti
Nerastro appare rosea, biaccosa la carne di lui sullo sfondo
Di ermafrodito in spasimi molli affogato       ..... La biacca è un pigmento bianco, da pittore
Dal paese della chimera eterno e profondo
Dove perdesi l'anima fantasticando                ...... il paese della chimera è Marradi
M'apparve affacciato alla superficie del mondo
Ermafrodito risveglio che inanellò l'acque insaziabile di giungere al fondo
Ermafrodito in spasimi molli affogato.       ... La ninfa abbraccia Ermafrodito e si fonde con lui
Dal fiume maledetto dove non canta la vita
Ti levi talvolta pur nelle notti lunari ed appari        ... Ermafrodito (Heine) appare a Dino 
Alla finestra mia con la madreperlacea luna
E stai come uno spettro vigilando il mio cuore
Che si consuma alla luce funerea lunare
La primavera anche ti è amica talvolta  ... Neuer Frühling (Nuova Primavera) è un ciclo di poesie di Heine
E passi lontano coi venti odorosi pei prati
Brucia il cuore al poeta mentre riguardano i bovi;
Ma sempre sopra al mio letto vigila la bocca stanca e convulsa
Il vago pallore del volto e delle tue bionde chiome.      ... Heine veglia il sonno di Dino


La descrizione della luna e del fiume dove non canta la vita corrisponde bene a quanto il poeta poteva vedere dalle finestre della sua casa di Marradi, che è su un fosso in parte coperto da una volta, che si vede qui accanto. La luna piena, rispetto alla casa di famiglia, sorge da est, così ...

Saranno stati questi i pensieri di Campana? Forse si, ma non tutte le cose logiche sono vere e non tutte le cose vere sono logiche.

C'è una lirica di Heine che dice:

"Sul cheto lido si è diffusa la notte, la luna esce dalle nuvole e dalle onde vien su un bisbiglio: quell'uomo lì è matto o è forse innamorato. Ha l'aria così triste e lieta, lieta e triste ad un tempo!
Ma la luna ci ride su, e con chiara voce risponde: Quegli è innamorato e matto, e per giunta è anche poeta".

Dunque in conclusione Dino Campana può essere considerato quello che si vuole ma non fu un homme des bois.



venerdì 31 marzo 2023

Nostra Signora della Fortuna

La chiesa di San Vittore 
e San Carlo, a Genova
(una lezione di poesia 
da Dino Campana)
ricerca di Claudio Mercatali




Genova è una città amata da Dino Campana, che vi soggiornò in diversi periodi per differenti motivi. Fu iscritto all' università, di lì partì per l'Argentina, si ispirò ai quartieri vecchi per le poesie, fu ricoverato all' ospedale, rispedito con il foglio di via ...

La poesia Nostra Signora della Fortuna, scritta in un foglio datato febbraio 1912, inizia con un canto dei fedeli davanti all’icona di legno conservata nella chiesa di San Vittore e Carlo. Era una polèna che decorava la prua della nave che il 17 gennaio del 1636 naufragò nel porto dopo un temporale.


Il fatto è raffigurato in due dipinti di Agostino Benvenuto nelle pareti del presbiterio. La poesia descrive la cerimonia per la festa che ancor oggi si tiene: gli archi d’oro del presbiterio, le colonne di porfido, il Cristo posto in una cappella alla devozione dei fedeli. I tre versi iniziali sono ripetuti, come l'intercalare usato negli inni. Una turba di suore con il caratteristico cappello "aquilonare" ...





Lasciamo stare tutto questo e analizziamo la poesia dal punto di vista metrico, ossia ragioniamo come un poeta di cento anni fa mentre compone i versi di una lirica. Quali sono le Regole seguite qui da Dino? Sono tante, difficili e strane per noi che non siamo del mestiere:



Secondo la metrica classica ogni verso (riga) deve avere lo stesso numero di sillabe, che in questo caso sono 12, cioè questo è un componimento dodecasillabo. Il conteggio non è per niente semplice, perché deve tener conto delle figure metriche sinalèfe, dialèfe, sinèresi, dièresi. Leggete qui di seguito con pazienza e cercate di rendervene conto.

Nella sinalèfe (simbolo ˆ ) la vocale finale di una parola e quella della parola seguente si fondono. Così il verso Tanto gentile e tanto ˆ onesta pare (Dante) ha sinalèfe in “tanto onesta” che si considera unita in “tantonesta” e quindi con 4 sillabe e non 5. Il contrario è la dialèfe (più rara, simbolo ˇ ) ossia due vocali si contano distinte anche se la pronuncia tende ad unirle: per esempio una ˇ anima invece di un’anima oppure: Ecco gli ˇ Inglesi invece di Ecco gl’Inglesi.

La sinèresi c’è se due vocali vicine nella stessa parola si contano in una unica sillaba. Ad esempio la parola pa – re – a per sinèresi si divide in pa – rea. Dunque si fa una sinèresi quando due o tre vocali della stessa parola, che dovrebbero formare sillabe diverse (uno iàto), si contano come una sillaba sola (un dittongo).
Il caso opposto è la dièresi, ossia vocali contigue di una parola  si separano. Per esempio in dolce color d'oriental zaffiro (Dante Purg1 v13) "oriental"  si divide in o-ri-en-tal invece che o-rien-tal.  
Detto questo contiamo le sillabe come fece Dino:


LA MESSA  A SANTA MARIA DELLA FORTUNA

Nostra Donna Maria della Fortuna              a 12
Volge benigna i suoi divini sogni                   12
Sovra le menti che preghiera aduna.            a 12

Ne la chiesa, gravata gli archi d’oro               12 d’oro sinalèfe: do-ro
Tra le colonne in porfido, a l’altare            b 12 a l’altare sinalèfe: allal-ta-re
Ove splendono quattro fiamme d’oro            12 d’oro dialèfe: di-o-ro

Languida scende nell’aquilonare                b 12 nell'aquilonare dialèfe: nel-lo-aquilonare
Cappello, ricca femminile turba                    12 la virgola conta come l’articolo “la”
A l’altare del Dio per adorare.                    b 12

Come scivola ai venti l’augurale               c 12
Forma di che affacciato a le fortune            12 a le = alle
L’inquieta prora ha il sogno suo navale:   c 12 L’inquieta = lin-quie-ta    ha-il = hail

Discioglie la ondulante teoria                        12 di-scio-glie   dialèfe:  te-o-ri-a
Ne l’immoto profilo al morto Iddio              12
In mitica bellezza trionfale.                       c 11 autografo non chiaro: In una antica?

“Nostra Donna Maria della Fortuna          a 12
Volge benigna i suoi divini sogni                 12
Sovra le menti che preghiera aduna.”        a 12

Tale per gli archi d’oro del passato                        d 12
Passa la larva di un antico sogno                           e 12
Nel nulla. E ai suoi confini inconscio agogno       e 12 E ai = Eai,   incon-scio-ago-gno
Trascina cieca il cuore insaziato.                           d 12
(Genova)

L'autografo della poesia

 

A   Nel verso dodecasillabo l’accento tonico cade quasi sempre nella undicesima sillaba di ogni verso (cioè il verso si dice piano: fortùna, sògni. adùna, òro, altàre … ecc …). Nella metrica classica il dodecasillabo è quasi sempre composto da due senàri piani ma a volte anche da un ottonario seguito da un quaternario. Ai primi del Novecento con l'avvento del verso libero, molti poeti iniziarono ad usare dodecasillabi con metriche differenti da queste. Per esempio qui i versi sono quasi tutti divisibili in settenari + quinari.

B   Le poesie con i versi a sillabe costanti sono insolite nei Canti Orfici, tanto che dei sette Notturni dei Canti Orfici solo l’ultimo, La petite promenade du poète  ha i versi ottonari.

La rima dà musicalità, ma agli inizi del Novecento fu considerata condizionante e usata sempre meno. In questa poesia c’è una rima incrociata (d-e- e-d) nell’ ultima quartina, una ripetizione della prima terzina rimata messa fra virgolette, e altri accenni di rima secondo la scansione evidenziata dalle lettere accanto al testo qui sopra. Tutto questo è frequente nelle poesie inedite di Campana che furono ritrovate  in un brogliaccio detto Quaderno, precedente a Canti Orfici.

Dunque in totale, dal punto di vista “tecnico” questa è una lirica dodecasillaba, a versi piani, con metrica non tradizionale, con una quartina rimata e una terzina ripetuta. Ogni verso comincia con la lettera maiuscola. Il nostro poeta ci dimostra qui di conoscere tutti i parametri della poesia classica ma di saper andare oltre e più alto delle Regole, così come un tenore di fama può cantare sopra lo spartito.

Per ampliare
Altre analisi di questo tipo sono nel tematico del blog: Dino lezioni di poesia



lunedì 18 luglio 2022

Eugenio Montale parla di Campana

A scuola di poesia da Dino 
(sesta lezione)
ricerca di Claudio Mercatali



Eugenio Montale (Genova, 1896 – Milano, 1981) ottenne il Nobel per la letteratura nel 1975. Nel 1925 firmò il Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce. Nel 1967 fu nominato senatore a vita per meriti letterari. Si iscrisse nel Gruppo misto (fino al 1972), poi nel Partito Liberale Italiano (1972 - 1976), e infine nel Partito Repubblicano (1977 - 1981). Ebbe tre lauree honoris causa, dall' Università di Milano (1961), di Cambridge (1967) e dalla Sapienza (1974). E' sepolto vicino alla chiesa di San Felice a Ema, sobborgo di Firenze, con la moglie Drusilla.


Nell' ottobre 1942, prima di ottenere questi riconoscimenti, scrisse un articolo su Dino Campana, nella rivista Italia che scrive. Che cosa pensava Montale di Campana in quegli anni quando ancora il nostro poeta era sconosciuto al grande pubblico? Non rimane che leggere il riassunto di questo articolo ...




Le sue considerazioni sono interessanti, perché ritiene che gli scritti campaniani di maggior pregio sono i brani di prosa e non le poesie. E poi è convinto che Dino non riscrisse a memoria i Canti orfici, dopo lo smarrimento del manoscritto, ma usò anche i suoi appunti sparsi, soprattutto quelli del cosiddetto Quaderno, perso anche quello (un destino) ma ritrovato dai famigliari in quegli anni. 


Questo consente un confronto fra le prime stesure delle poesie e i testi definitivi. Per esempio le modifiche alla poesia Boboli, inserita nel Canti Orfici con il nome Giardino autunnale.



Clicca sulle immagini se vuoi una comoda lettura




Che cosa c'è di incorruttibile nella poetica di Campana secondo Eugenio Montale? Le sue conclusioni sono queste:



... Se non ripugnasse ridurre a brandelli un'anima che tese a una espressione totale e che pur ci ha lasciato un'immagine così frammentaria di se stessa, noi ci sentiremmo di ridurre l'opera così breve di Campana a poche pagine incorruttibili per le quali non crediamo che si possa negare al poeta di Marradi una voce ben diversa da quelle del suo tempo.
Un'antologia che comprenderebbe per esempio La Notte, La Verna, Firenze, Scirocco, Piazza Sarzano, Faenza qualche notturno, qualche pezzo delle poesie già citate, e pochi altri frammenti e pensieri. E' poco? E' poesia - prosa, cioè di tono basso? 
Neghiamo il cioè, non crediamo necessaria e sicura l'illazione. "Passato come una cometa" (Cecchi) Dino Campana non ha esercitato, forse, una "influenza incalcolabile" ma la traccia del suo passaggio è tutt'altro che insabbiata. In lui nulla fu di mediocre; i suoi stessi errori noi non li chiameremo errori ma inevitabili urti contro gli spigoli che lo attesero a ogni passo. Gli urti di un cieco, se vogliamo. I veggenti, anche se per avventura visivi come il nostro Campana sono irrimediabilmente, su questa terra, gli esseri più sprovveduti, più ciechi.


Fonte: Rivista Italia che scrive, anno 1942

La rivista Italia che scrive fu fondata nel 1918 da Angelo Fortunato Formìggini (Modena 1878 - 1938). Nel 1938 all'epoca delle leggi razziali Formìggini, ebreo, cambiò nome alla Casa editrice per evitare la confisca.

martedì 12 aprile 2022

Il Canto della tenebra

4a lezione di poesia
da Dino Campana
ricerca di Claudio Mercatali



Nei secoli passati le poesie si scrivevano in rima, ma alla fine dell' Ottocento questo linguaggio venne abbandonato quasi del tutto a favore del verso libero, ritenuto più espressivo e meno condizionante. Con il verso libero certe poesie potrebbero essere messe anche in prosa, ed è quello che fece Dino Campana nei suoi appunti con la lirica Il Canto della tenebra. I risultati della lirica in versi e della prosa sono questi:
 
Il Canto della tenebra (Dai Canti Orfici)

La luce del crepuscolo si attenua:
Inquieti spiriti sia dolce la tenebra
Al cuore che non ama più!
Sorgenti sorgenti abbiam da ascoltare,
Sorgenti sorgenti che sanno
Sorgenti che sanno che spiriti stanno
Che spiriti stanno a ascoltare ......
Ascolta: la luce del crepuscolo attenua
Ed agli inquieti spiriti è dolce la tenebra:
Ascolta: ti ha vinto la sorte:
Ma per i cuori leggeri un'altra vita è alle porte:
Non c'è di dolcezza che possa eguagliare la Morte
Più Più Più
Intendi chi ancora ti culla:
Intendi la dolce fanciulla
Che dice all'orecchio: Più Più
Ed ecco si leva e scompare
Il vento: ecco torna dal mare
Ed ecco sentiamo ansimare
Il cuore che ci amò di più!
Guardiamo: di già il paesaggio
Degli alberi e l'acque è notturno
Il fiume va via taciturno ......
Pum! mamma quell'omo lassù!




Il Canto della tenebra 
(da Taccuini abbozzi e carte varie).


La luce del crepuscolo si attenua inquieti spiriti sia dolce la tenebra al cuore che non ama più. Sorgenti sorgenti che state a cantare? Sorgenti sorgenti che abbiam da ascoltare? Sorgenti notturne che state a cantare? Più più più più. Ascolta: ti à vinto la sorte, ma per i cuori leggieri un'altra vita è alle porte. Non c'è di dolcezza che possa eguagliare la morte più più più. Intendi chi ancora ti culla. Intendi la dolce fanciulla. Che dice all'orecchio più più. Ed ecco si leva e scompare il vento, o ritorna dal mare, ed ecco sentiamo ansimare il cuore che ci amò di più. Guardiamo: e di già il paesaggio degli alberi e l'acqua è notturno: il fiume fuggì taciturno.


Dunque il poeta ci lascia scegliere? No, perché la versione pubblicata è la poesia, mentre la prosa è solo uno studio scritto nei suoi appunti.


giovedì 6 gennaio 2022

La petite Promenade du poète e Prosa Fetida

A scuola di poesia 
da Dino Campana, 2° lezione


ricerca di Claudio Mercatali



Il Quaderno era una raccolta inedita di scritti di Dino Campana con l’abbozzo di poesie che in parte poi furono pubblicate nei Canti Orfici. Gli scritti andarono persi (un destino) forse bruciati dagli Indiani della Ottava Armata Inglese nell’ottobre 1944, quando occuparono tutte le case agibili di Marradi, che era sulla Linea Gotica. Essi per scaldarsi bruciavano tutto il possibile: le persiane, le porte, i mobili delle case vuote e le carte, le filze di documenti del Comune e dei privati.

Quella che fra un po’ leggerete è Prosa Fetida, una lunga poesia molto esplicita che in seguito il poeta ridusse in una forma meno schietta e la pubblicò nei Canti Orfici con il titolo La petite Promenade du poète, il settimo e ultimo dei Notturni. La versione definitiva dei Canti Orfici, è questa:

Me ne vado per le strade
Strette oscure e misteriose:
Vedo dietro le vetrate
Affacciarsi Gemme e Rose.
Dalle scale misteriose
C’è chi scende brancolando:
Dietro i vetri rilucenti
Stan le ciane commentando.
. . . . . . . . . . .
La stradina è solitaria:
Non c’è un cane: qualche stella
Nella notte sopra i tetti:
E la notte mi par bella.
E cammino poveretto
Nella notte fantasiosa,
Pur mi sento nella bocca
La saliva disgustosa. Via dal tanfo
Via dal tanfo e per le strade
E cammina e via cammina,
Già le case son più rade.
Trovo l’erba: mi ci stendo
A conciarmi come un cane:
Da lontano un ubriaco
Canta amore alle persiane.


Nel linguaggio campaniano la fila dei puntini in mezzo a una poesia  indica lo stralcio di un contenuto. Che cosa eliminò il poeta prima di pubblicarla nei Canti Orfici? Vediamo:

Nel Quaderno la stessa poesia (XVIII inedito) descrive un’altra situazione: Giovan Pietro Malalana (Dino Campana) nel giorno dell' Epifania si ubriaca e va a puttane a Borgo S.Frediano, un quartiere popolare di Firenze che ai tempi del poeta era anche un po' malfamato. La prostituta sta mangiando una aringa e lo fa aspettare. Nell'attesa Giovan Pietro si abbiocca e poi durante i preliminari si addormenta. Allora la prostituta, nel vedere il suo sesso disprezzato, lo caccia via ...

Giovan Pietro Malalana
Tipo strano quanto mai
Nel gran dì della Befana
S’ebbe tanti e tanti guai
Che alla sera, stanco morto
E infangato come un cane
Volle bere come un porco
E abbrutirsi colle ciane
Se ne venne per le strade
Strette oscure e misteriose
Dove dietro le vetrate
Se ne stanno Gemme e Rose
Per le scale misteriose
Verticali al Paradiso
Dei soldati e delle spose
Ingannate dal marito.
Gemma e Rosa i fiori in testa
Se lo accolsero ridendo
E Matilde che alla lesta
Su da un piatto sta inghiottendo
Sollevò la bocca tinta
E gli disse in un sorriso:
Mangio ancora un pò d’aringa
Ed ho subito finito.
alaccorto ed ubriaco
i sdraiò con mala grazia
Sbadigliando a perdifiato
In sul muso della... Grazia
Che seccata di quell’uomo
Dalla barba già d’un mese
A squittire prese a buono
Nel suo gergo fredianese.
Il poeta se ne frega
E si sta come un Pascià
Tra le Urì di miglior lega
Del paradiso di Allà
E alle rose in carta rosa
E alle labbra di carmino
Di madonna l’ulcerosa
Ha già fatto un sonettino
Stanno zitte le figliole
A veder l’amor nascente
Anche Grazia – per la pace!
Biascia l’ultimo accidente.
Il poeta è addormentato!
Da quel pazzo che fu sempre
Nel più bello s’è scordato
Che l’amore è onnipotente...
Laa Nunziaaaca – nel vedere

Il suo disprezzato
Infuriata da vedere
S’è levata e l’ha scossato
Non si dorme sulle panche
O poeta capellone
Porta fuori le tue ciancie
E la sbornia sul groppone
E il decino t’un lo paghi?!...
Vàia vàia cappellone...
Se ne va il poeta stanco
Colla sbornia sul groppone
Per la scala misteriosa
Ridiscende brancolando
Dal di sopra han chiuso l’uscio
E lo stanno massacrando
Alla porta della strada
S’impunzona sospirando...
Dietro i vetri rilucenti
Stan le ciane commentando
Per la strada solitaria
Non un cane. Qualche stella
Nella notte sopra i tetti
E la notte gli par bella
E cammina il poveretto
Nella notte fantasiosa
E pur sente nella bocca
La saliva disgustosa
Sente il tanfo della casa
Ripugnante. Per le strade
Ei cammina e via cammina
Or le case son più rade

Trova l’erba e si distende                                         
Infangato come un cane
Da lontano un ubriaco
Canta amore alle persiane.                                               


lunedì 18 ottobre 2021

Una lezione di poesia da Dino Campana

Come nacque la poesia
"La sera di fiera"
ricerca di Claudio Mercatali  


Federico Ravagli (Bagnacavallo, 1889 – Bologna, 1968) è stato un importante studioso di Dino Campana. Lo conobbe personalmente ai tempi dell'Università a Bologna (1912) gli fu sincero amico e ne apprezzò con altrettanta sincerità la poetica. Non è poco, perché Campana ebbe estimatori ed amici soprattutto dopo la morte. In più Ravagli parla schietto e chiaramente, da buon romagnolo ed è piacevole da leggere. La cugina del poeta, Maria Soldaini Campana e il fratello Manlio gli consegnarono a più riprese degli inediti campaniani, che studiò con cura e furono pubblicati postumi dalla figlia nel 1972 nel cosiddetto Fascicolo Marradese inedito, della editrice Giunti Marzocco di Firenze. 

Ecco qui di seguito una analisi di Ravagli sul manoscritto della poesia La sera di fiera. Come nasce una poesia? A volte è un atto d'impulso, ma spesso è frutto di mille ripensamenti. Il nostro poeta non fa certo eccezione e scrive di getto ma poi rielabora tante volte. Leggiamo:

Dalle ultime pagine del "Fascicolo marradese" di Ravagli

...Questa quattordicesima pagina non ha titolo; è scritta in cinque parti distinte. Il poeta ha cominciato a scrivere dal principio della parte superiore sinistra, fino a occupare, nel senso verticale, un quarto circa del foglio, successivamente si è servito della parte superiore destra. Ha poi continuato nel centro del foglio, fino a oltre la metà di esso, con scrittura spedita e con una sola parola cancellata. Il foglio restante è stato scritto come in principio, su due parti, prima sulla sinistra e poi sulla destra, separate da due linee approssimativamente verticali. Dall'esame del testo si rileva che la lirica è stata frutto di successivi ripensamenti da parte del poeta; infatti le due parti in alto sono state riprese in basso; costituiscono l'inizio della lirica e sono i versi più tormentati: di essi, oltre alle molte varianti e trasposizioni, abbiamo due o tre redazioni ...
... sicché questa potrebbe ricostruirsi - secondo l'autografo - in due stesure: una costituita dalle due parti in alto più quella centrale, l'altra formata dalle due parti in basso più quella centrale ...

Dalle parti in alto (1 e 2) si ricava questo:

Il cuore stasera mi disse: non sai?
Lei fresca come rosa che sapeva
Che vagava col sogno e il suo profumo
E il sogno al tremolare delle stelle
Quando amavi guardar dentro i cancelli le stelle pallide notturne
Certo è morta: non sai?
Era la notte di fiera. Babele
Di fumi prodigiosi in fasci in un cielo di fiamma
mostruoso tessuto di fiamma nel soffio dei mantici

La rosabruna incantevole
Dorata da una chioma bionda
Colei che la grazia imperiale
Incantava con rosea freschezza
nei mattini e tu seguivi
nell'aria la fresca incarnazione
di un mattutino sogno
(e ti passava avanti silenziosa
e bianca come un volo di colomba)


La parte centrale (3) dice:

stellato dell'umile pianto delle lampade
E per i portici bui vaneggiavo
Solo dietro le voci limpide degli angioli
Inteso alle morenti melodie
Sepolti sotto gli archi delle strade
Ombra peccaminosa vago errante
A un paradiso turbinosi allori
Cercante


Invece nelle due parti in basso
 (4 e 5) c'è scritto:




Il cuore stasera mi disse non sai?
La rosabruna incantevole
Dorata da una chioma bionda
Colei che con grazia imperiale
Incantava la rosea freschezza dei mattini:
E tu seguivi nell'aria
La fresca incarnazione di un mattutino sogno
E che pure vagavi quando il sogno e il profumo
Velavano le stelle
(Quando amavi guardar dietro i cancelli
Le stelle pallide notturne)
Che soleva passare silenziosa
E bianca come un volo di colomba
Certo è morta non sai?

E soleva vagare come in sogno
E il profumo velavano le stelle
(E tu amavi guardar dietro i cancelli
le stelle le pallide notturne)
Che soleva passare
silenziosa e bianca
come un volo di colombe
Certo è morta non sai?
La notte di fiera della perfida Babele
saliva in fasci verso un ciel di fiamma



Di solito Campana usava la lettera maiuscola all' inizio di ogni verso ma qui non lo fa sempre. Quale fu la versione definitiva? Nessuna delle due. Le parti 4 e 5 corrispondono alla prima metà della poesia dei Canti Orfici ma la parte 3 non c'è. Dunque il poeta ebbe altri ripensamenti, ma i foglietti sui quali forse li scrisse non ci sono giunti. La poesia nella versione definitiva è questa.:

Il cuore stasera mi disse: non sai?
La rosabruna incantevole
Dorata da una chioma bionda:
E dagli occhi lucenti e bruni colei che di grazia imperiale
Incantava la rosea
Freschezza dei mattini:
E tu seguivi nell’aria
La fresca incarnazione di un mattutino sogno:
E soleva vagare quando il sogno
E il profumo velavano le stelle
(Che tu amavi guardar dietro i cancelli
Le stelle le pallide notturne):
Che soleva passare silenziosa
E bianca come un volo di colombe
Certo è morta: non sai?
Era la notte
Di fiera della perfida Babele
Salente in fasci verso un cielo affastellato un paradiso di fiamma
In lubrici fischi grotteschi
E tintinnare d’angeliche campanelle
E gridi e voci di prostitute
E pantomime d’Ofelia
Stillate dall’umile pianto delle lampade elettriche

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Una canzonetta volgaruccia era morta
E mi aveva lasciato il cuore nel dolore
E me ne andavo errando senz’amore
Lasciando il cuore mio di porta in porta:
Con Lei che non è nata eppure è morta
E mi ha lasciato il cuore senz’amore:
Eppure il cuore porta nel dolore:
Lasciando il cuore mio di porta in porta.
 


martedì 22 settembre 2020

Dino Campana all'Università di Bologna

In giro per la città,
in un giorno di sconforto
ricerca di Claudio Mercatali

L'Istituto Ciamician,
sede della Facoltà di Chimica


Questa è la descrizione di una giornata nera dell' inverno 1912, vissuta a Bologna da Dino Campana, allora studente di chimica all' Università. Il poeta gira per il centro cittadino, nervoso e insoddisfatto, e descrive cose e persone. I vari momenti della giornata non sono in successione cronologica e forse il poeta mescola sensazioni e immagini di un tempo più lungo. La prosa qui di seguito è la prima stesura di quella che nei Canti Orfici sarà "La giornata di un nevrastenico" e che nella versione provvisoria che stiamo per leggere ancora non ha un titolo. Perché prendere questa bozza e non la stesura definitiva? Questo interrogativo se lo pose Federico Ravagli che per primo pubblicò il brano nel Fascicolo Marradese e si chiese:

"Siam noi i colpevoli, gli spregiudicati, i profanatori che nella illusione di meglio apprezzare l'opera di uno scrittore andiamo a rovistare magari fra i detriti e le scorie del suo travaglio interiore; noi che interroghiamo carte e documenti, dove l'anima è messa a nudo, col suo umano fardello di colpe di aberrazioni, di miserie ...".

 La stazione di Bologna

La prosa è bella, diretta, durissima, più della versione definitiva. Leggiamo:







"La vecchia città dotta e sacerdotale era avvolta di nebbie nel pomeriggio invernale. I colli trasparivano più lontani sulla pianura percossa di strepiti. Si vedeva vicino in uno scorcio falso di luce plumbea lo scalo delle merci. Lungo la strada di circonvallazione passavano sfumate figure femminili, copiosamente avvolte di pelliccie, i cappelli romantici copiosamente ornati, passavano a piccole scosse automatiche, rialzando la gorgiera carnosa come volatili di bassa corte. Dei colpi sordi, dei fischi, dallo scalo continuavano ad accentuare la monotonia diffusa nell’aria e il vapore si confondeva colla nebbia. I fili pendevano e si riappendevano ai grappoli di campanelle dei pali telegrafici che si susseguivano automaticamente.

... lungo la strada di circonvallazione passavano sfumate figure femminili ...

Porta Galliera

Dalla breccia dei bastioni rossi corrosi, nella nebbia si aprono le lunghe vie silenziose deserte. Il malvagio vapore della nebbia intristisce tra i palazzi velando la cima delle torri, le lunghe vie silenziose come dopo il saccheggio. Traversano la via saltellando delle "ragazzole" artificiosamente avvolte nella sciarpa e la rendono più vuota ancora. Come mai si vedono tante donne per questo cimitero?
Mi chiedo e mi sembrano tanti piccoli animali saltellanti, tutte uguali, tutte nere, che vadano a covare in un lungo letargo un loro malefico sogno.


Studentesse nel laboratorio di chimica



Numerose le studentesse sotto i portici. Si vede subito che siamo in un centro di cultura. Parlano e cercano di sorridere a fior di labbra. A tre a tre formano il corteo pallido e interessante delle grazie moderne. Vanno (ore 11) a lezione da un celebre professore che ha scoperto la cadaverina (acido ossi b caprin capronicone). Sorrisi, aria di mistero. Ce n'è una che per novità atteggia la bocca a un riso mefistofelico: ah! il riso mefistofelico della signorina intellettuale! Entrano sospirando ne’ l'Università.
(Dal caffè) E’passata la Russa. La piaga delle sue labbra ardeva nel suo viso pallido. E’venuta è passata portando il fiore e la piaga delle sue labbra. Con un passo elegante, troppo semplice e troppo conscio è passata. La neve seguita a cadere e si scioglie indifferente nel fango della via.

Via Orefici

Clicca sulle immagini
se le vuoi ingrandire



La sartina e l’avvocato ridono e chiacchierano. I cocchieri imbacuccati tirano fuori la testa dal bavero come bestie stupite. Tutto mi è indifferente. Non mai come in questa giornata risalta il grigio monotono e sporco della città. Tutto fonde come la neve in questo pantano: e in fondo sento che è dolce questo dileguarsi di tutto quello che ci ha fatto soffrire. Tanto più dolce che presto la neve si stenderà ineluttabilmente in un lenzuolo bianco e allora potremo riposare in sogni bianchi ancora.

C’è uno specchio avanti a me e l’orologio batte: la luce mi giunge dai portici a traverso le cortine della vetrata. Scrivo.



Notte. Passeggiata deserta sotto l'incubo dei portici. Goccie e goccie e goccie di luce sanguigna. Fuori cade la neve. Sento veramente la dolcezza dei seppelliti. Scompaio in un vico e dall'ombra un'ombra sotto un lampione s'imbianca. Ha le labbra rosse. A te a te che vuoi dall'ombra mostrarmi l'infame cadavere di Ofelia.

Tristezza acuta. Epilogo. Mi ferma il mio antico compagno di scuola, già allora bravissimo ora di già in belle lettere guercio professor purulento che mi confessa guardandomi con un sorriso lercio e mi dice potresti provare a mandare qualcosa all’Amore Illustrato.

Sopraggiunge lo sciame aereoplanante delle signorine intellettuali che ride e fa glu glu mostrando i denti che sembra in caccia dei nemici della scienza e della cultura, (diplomabili diplomabili professionali) che va a frangersi ai piedi della cattedra dove un illustre somiero ramperà col suo carico di nera scienza catalogale. Poi ho incontrato uno del mio paese e riodo le grida degli sciacalli urlanti che mi attendono ancora lassù. (Udiste voi nell'ora della terribile angoscia la folla gridare barabba barabba; vedeste barabba guardare su voi con lo stesso disprezzo del vostro segretario comunale?). Veramente non posso suicidarmi senza essere vigliacco. E poi oramai ...

Finale.  Sull'uscio di casa rivolgo il consueto sguardo d'addio al classico baffuto colossale emissario della polizia nazionale incaricato della mia sorveglianza (e il mio pensiero va a te venerato professore e senatore che credo ci hai lo zampino) non che agli assistenti. (Non che a Giuda, il mio migliore amico impiegato all'Università!)".
Ah! i diritti della vecchiezza! Ah! quanti maramaldi!

La caricatura di un "polismano",
la guardia, in bolognese


Federico Ravagli conclude: "Così ha fine la penosa avventura di una giornata di esaltazione e di follia. Numerosi personaggi visti, o appena intravisti, animano la scena dei Canti Orfici: qui si aggiungono figurine e figurette, appena abbozzate e fuggevoli, che son, purtroppo, creature non già dell'arte, ma della psicopatia. Così, a quelle battute meditate e squillanti, s'uniscono queste note sorde, questi accenti d'angoscia, buttati giù senza preoccupazioni letterarie, malati d'incubo, inquinati di sospetto, quasi grido dell'anima esacerbata".

Fonte: da Federico Ravagli, Fascicolo Marradese, Firenze,
Giunti Bemporad Marzocco 1972