Lanfranco Raparo, Marradi

Lanfranco Raparo, Marradi
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sabato 1 marzo 2025

Dino Campana e la battaglia di Mukden

Il Poeta guarda un filmato
in una festa d’estate

Ricerca di Claudio Mercatali

La battaglia di Mukden venne combattuta tra il 21 febbraio e l'11 marzo 1905 in Manciuria (oggi è una provincia cinese) durante la guerra Russo Giapponese del 1904 – 1905. Il generale giapponese Oyama Iwao assalì la linea di difesa russa approntata dal generale Aleksej Kuropatkin e obbligò i Russi ad abbandonare tutta la Manciuria meridionale. Fu uno scontro sanguinoso nel quale morirono 90.000 russi e 50.000 giapponesi.

L'eco di questo fatto d'armi in Europa fu vasto: per la prima volta un esercito europeo veniva sconfitto da un esercito asiatico e l'Impero Russo dovette negoziare una resa.

Erano i primi anni della cinematografia e le costose pellicole erano per gli eventi eccezionali come questo, che meravigliavano il pubblico. Fu così che anche Dino Campana vide un filmato muto dell’ evento e lo citò nell’apertura dei Canti Orfici, nella prosa La Notte, alla sezione 12, dove descrive un giorno di fiera passato con una ragazza . Ricordiamoci anche che il primo titolo della prosa La Notte era “Cinematografia sentimentale”. Leggiamo:

Ne la sera dei fuochi de la festa d’estate, ne la luce deliziosa e bianca, quando i nostri orecchi riposavano appena nel silenzio e i nostri occhi erano stanchi de le girandole di fuoco, de le stelle multicolori che avevano lasciato un odore pirico, una vaga gravezza rossa nell’aria, e il camminare accanto ci aveva illanguiditi esaltandoci di una nostra troppo diversa bellezza, lei fine e bruna, pura negli occhi e nel viso, perduto il barbaglio della collana dal collo ignudo, camminava ora a tratti inesperta stringendo il ventaglio. Fu attratta verso la baracca: la sua vestaglia bianca a fini strappi azzurri ondeggiò nella luce diffusa, ed io seguii il suo pallore segnato sulla sua fronte dalla frangia notturna dei suoi capelli. Entrammo. Dei visi bruni di autocrati, rasserenati dalla fanciullezza e dalla festa, si volsero verso di noi, profondamente limpidi nella luce. E guardammo le vedute. Tutto era di un’irrealtà spettrale. 


C’erano dei panorami scheletrici di città. Dei morti bizzarri guardavano il
cielo in pose legnose. Una odalisca di gomma respirava sommessamente e volgeva attorno gli occhi d’idolo. E l’odore acuto della segatura che felpava i passi e il sussurrio delle signorine del paese attonite di quel mistero. «È così Parigi? Ecco Londra. La battaglia di Muckden.» Noi guardavamo intorno: doveva essere tardi. Tutte quelle cose viste per gli occhi magnetici delle lenti in quella luce di sogno! Immobile presso a me io la sentivo divenire lontana e straniera mentre il suo fascino si approfondiva sotto la frangia notturna dei suoi capelli. Si mosse. Ed io sentii con una punta d’amarezza tosto consolata che mai più le sarei stato vicino. La seguii dunque come si segue un sogno che si ama vano: così eravamo divenuti a un tratto lontani e stranieri dopo lo strepito della festa, davanti al panorama scheletrico del mondo.

La data della battaglia ci permette di collocare nel 1905 o nel 1906 alcuni fatti descritti nell' apertura
dei Canti Orfici e di capire che qui il Poeta espresse le sue sensazioni di ventenne. 

Perché non possiamo essere certi dell’ anno avendo un riferimento storico così preciso?

Il fatto è che a quel tempo i filmati e le immagini avevano dei tempi di diffusione molto più lunghi di quelli odierni e saranno passati diversi mesi prima che questo fosse visibile dal pubblico europeo nelle fiere e nelle sale cinematografiche.

Come giunse qui da noi?

La via più spedita sarebbe stata la ferrovia transiberiana, attiva dal 1903, ma era intasata dal traffico militare e partiva da Vladivostok, che dista più di 500 km da Mukden. In più è improbabile che i Russi abbiano consentito di filmare la loro cocente sconfitta e permesso la diffusione di un documento così umiliante per loro.


Dunque la pellicola e le vedute arrivarono in Europa via mare, forse su navi mercantili inglesi che circumnavigarono l’Asia. Una rotta così lunga richiedeva almeno due mesi, e poi per commercializzare tante pellicole e vedute c’era bisogno di altro tempo. Non è affatto certo che nell’estate del 1905, Ne la sera dei fuochi de la festa d’estate, il Poeta potesse vedere queste immagini in qualche fiera di Faenza o di Marradi. Dunque è probabile che la carrellata delle vedute di Parigi, Londra e Mukden sia stata vista nelle fiere estive del 1906.

Dove? A Faenza o a Marradi?

C’è un passo rivelatore: … E l’odore acuto della segatura che felpava i passi e il sussurrio delle signorine del paese attonite di quel mistero. La definizione “signorine del paese” è pertinente alle marradesi più che alle faentine.

Come andò l’approccio di Dino con la ragazza che era con lui?

Tutte quelle cose viste per gli occhi magnetici delle lenti in quella luce di sogno! Immobile presso a me io la sentivo divenire lontana e straniera mentre il suo fascino si approfondiva sotto la frangia notturna dei suoi capelli. Si mosse. Ed io sentii con una punta d’amarezza tosto consolata che mai più le sarei stato vicino.



lunedì 18 settembre 2023

Il babbo del Poeta

Gli ultimi anni 
di Giovanni Campana

Ricerca di Claudio Mercatali


L'entrata al Reparto uomini dell'ex ospedale,
oggi Scuola Superiore di Magistratura.


Il definitivo ricovero di Dino a Castelpulci fu un comprensibile dramma per i genitori, anche se da anni ormai erano abituati a tutto e non si meravigliavano più di niente. Giovanna Diletti Campana, moglie di Torquato, zio del poeta, a ottant’anni scrisse una memoria per ricordare Dino in famiglia dove disse:

Giovanna Diletti Campana


“Il babbo che io ricordi non andò mai a trovarlo a Castelpulci, non gli reggeva il cuore ma la mamma sì, andava”.

Con queste parole intendeva evidenziare il profondo dolore del padre del poeta ma a volte questa frase viene ricordata quasi come un rifiuto del babbo di accettare la realtà o un distacco affettivo mascherato con una scusante. Fu così? Vediamo di approfondire. Intanto bisogna dire che Giovanna Diletti abitava a Marradi e i genitori di Dino erano residenti a Lastra a Signa, vicino al manicomio, e lei non poteva verificare se facevano visita al figlio o no.

Poi si deve tener conto che Dino Campana morì all’inizio di marzo 1932, dopo 14 anni di manicomio, ma suo padre nell’agosto del 1926. Di che cosa morì Giovanni? I referti dell’ Ospedale di Marradi, dove fu in cura da ultimo, dicono che aveva un tumore alla prostata, che oggi sarebbe operabile e curabile ma nel primo Novecento aveva un esito infausto nel giro di qualche anno, senza che si potesse fare granché.


Dai documenti dei comuni di Lastra a Signa, S.Piero a Sieve, Marradi e Ferrara sappiamo che nel 1923 Giovanni si cancellò dall’ anagrafe di Lastra a Signa per trasferirsi a San Piero a Sieve ma lì cambiò idea e se ne andò senza completare il cambio di residenza e senza dire dove andava. Ritornò a Marradi, dove ottenne la residenza nel 1924 dopo che i tre sindaci scrivendosi chiarirono la sua posizione. 


Al suo male che progrediva si aggiunsero le precarie condizioni di salute della moglie, che morì “per vizio cardiaco” nell’aprile 1925. Rimasto solo si trasferì a Ferrara, dove non ottenne la residenza perché privo di domicilio, però fu registrato all’ Anagrafe in aggiunta allo Stato di famiglia del figlio Manlio, dirigente di banca in quella città. 

Instabile, malato terminale, ripartì e ricomparve a Marradi dopo pochi mesi, ma fu ricoverato all’ ospedale del paese e morì nell’agosto del 1926.


Tutto questo ci permette di dire che dal 1923 compreso al 1926 Giovanni Campana fu tormentato dai problemi suoi, che lo rendevano instabile, forse anche confuso e non in grado di andare a visitare il figlio a Castelpulci.



Del resto essendo nato nel 1854 era quasi settantenne, come sua moglie Francesca, aveva un’età avanzata per l’epoca e una condizione di salute quasi come quella di un novantenne dei nostri giorni afflitto da qualche patologia.

Dunque le visite del padre al figlio, se ci furono forse furono possibili solo nei primi anni del ricovero. Però da alcune lettere scritte da Giovanni al sindaco di Marradi nel periodo 1918 – 1922 si può ancora rilevare che le sue condizioni di salute erano già dubbie in quel periodo.

Cosa si può concludere? Sembra chiaro che le visite del genitore al poeta ricoverato furono impedite dalla premorienza o da cause di forza maggiore e non è corretto interpretare la frase di Giovanna Diletti Campana come se sottintendesse un comportamento negativo.



martedì 12 settembre 2023

1897 Una dedica per Attilio Bandini che si sposa

Dai suoi amici Giovanni
e Torquato Campana


Ricerca di Claudio Mercatali
e Piermassimo Spagli



I Nuzialia erano dei libricini stampati in ridotte tirature (in genere dalle 50 alle 300 copie) che nei secoli scorsi si dedicavano agli sposi in occasione delle loro nozze, facendone dono agli amici e alle loro famiglie. Spesso erano delle piccole ricerche storiche, ma erano frequenti anche i sonetti e le poesie adatte alla circostanza, accompagnate da lettere augurali. Nel XVI e XVII Secolo erano riservati ai regnanti, in seguito all’alta aristocrazia e nel XIX secolo divennero una consuetudine anche nell’alta borghesia (professionisti, accademici universitari, militari, proprietari terrieri, funzionari pubblici). Ai primi del '900 erano ancora assai in voga.



Questa abitudine era in auge anche a Marradi e ci sono tanti opuscoletti celebrativi anche per battesimi, vestizioni monacali, sacerdotali e altro. Due di questi libelli sono mostrati qui accanto. Era una abitudine dei Signori, perché i popolani avevano altro da pensare e comunque i più non avevano soldi da spendere in questo modo.

Ora ci interessa un Nuzialia del 1897 dedicato in occasione delle sue nozze all’ avvocato Attilio Bandini, proprietario della attuale villa Ceroni, che poi dal 1903 al 1907 fu sindaco. 

Glielo dedicano i maestri Giovanni e Torquato Campana, rispettivamente padre e zio del Poeta. 




E’ una biografia di Celestino Bianchi, marradese illustre, che fu deputato per tante legislature e direttore del quotidiano  La Nazione.  Leggiamo:




Clicca sulle immagini
per avere una comoda lettura



































Ai primi del Novecento a Marradi c’era una discreta attività tipografica. Questo opuscoletto fu stampato nell’Officina dei fratelli Neri, ma c’erano anche le tipografie Toccafondi e Ravagli , che stampò i Canti Orfici.

La stampa commissionata dai fratelli Campana fu eseguita in ottavo, cioè disponendo le lastre che imprimevano l’inchiostro in modo da stampare otto pagine in recto folio e otto a retro folio. Questo per sfruttare al massimo la carta. La tecnica si capisce meglio con una illustrazione come questa qui accanto.






Anche i Canti Orfici sono impressi in ottavo e siccome il volumetto conta 174 fogli + 2 bianchi finali il bravo stampatore Bruno Ravagli impiegò 176 / 8 = 22 ottavi di stampa, cioè 22 fogli pieni di poesie e prose davanti e di dietro. Poi negli anni Sessanta cominciarono le stampe offset e in rotocalco e questo metodo fu usato di meno.


domenica 18 giugno 2023

Campana, Orazio e Bel Ami

ovvero Marradi 
angolo che ride

Leonardo Chiari



Quando pensiamo al rapporto tra Dino Campana e Marradi, il suo paese d’origine, ci viene subito in mente qualche parola come “difficile” o “conflittuale”; per non dir di peggio. Può anche darsi che l’idea di un Campana odiato dal suo paese che lo chiamava “e màt” e gli tirava i sassi sia un po’ esasperata; magari enfatizzata da quei giornalisti, in primo luogo Sebastiano Vassalli, che a Marradi, sulle tracce del poeta, non si erano poi trovati così bene; e per ripicca spararono sui marradesi. 

È innegabile, tuttavia, che il rapporto tra Campana e il suo paese natale sia, quantomeno, “difficile”: è lui stesso a dircelo. Certo non è facile capire in cosa consistesse, esattamente, questa difficoltà di rapporti (anche i biografi tentennano). 

Per esempio bisogna ricordare i 44 sottoscrittori che aiutarono il poeta a far pubblicare il suo capolavoro, i Canti Orfici, proprio a Marradi, nel 1914. E i marradesi presenti nei Canti Orfici? C’è «Catrina» (romagnolo per “Caterina”), una fanciulla di Campigno, contadina, che seduce la fantasia di Campana che la paragona a una specie di madonna di Dante e dello Stilnovo. C’è la «bona gente» di Orticaia (Gamberaldi) che lo accoglie, pare, dolcemente al termine del suo pellegrinaggio a La Verna. Ma siamo pur sempre nei confini, nelle frazioni, come Campigno e Gamberaldi; degli abitanti di Marradi “centro” non si parla; oppure se ne parla, nelle lettere, ma di certo non in modo edificante: ad esempio, è lo stesso poeta a dirci che quella famigerata dedica a «Guglielmo II Imperatore dei Germani» la aggiunse nei Canti Orfici per «far dispetto al farmacista al Sindaco all’arciprete».

Date queste premesse, sembrerebbe che il poeta di Marradi non amasse particolarmente il suo paese. Eppure quando parla di Marradi, come ne La Verna, Marradi (Antica volta. Specchio velato), tutto è ridente, ride tutto: «Il mattino arride sulle cime dei monti» (un verso rifatto forse sulla traduzione di uno del Romeo e Giulietta di Shakespeare: «il mattino sulla cima dei bruni monti sorride»); il Castellone ride; stando a un’altra versione, si legge: «Il vecchio castello che ride sereno sull’alto»; il campanile di Marradi ride: «Una cupola rossa ride lontana con il suo leone»… insomma: a Marradi ride tutto; o meglio ridono gli elementi naturali e architettonici. Si obietterà che in questo ritratto di Marradi si fornisce una veduta aerea, dall’alto, cioè non si scende in paese, e soprattutto non vi sono i marradesi, a parte una «Venere», chissà chi è, che «passa in barroccio accoccolata per la strada conventuale».


Marradi


Il vecchio castello che ride sereno sull’alto
La valle canora dove si snoda l’azzurro fiume
Che rotto e muggente a tratti canta epopea
E sereno riposa in larghi specchi d’azzurro:
Vita e sogno che in fondo alla mistica valle
Agitate l’anima dei secoli passati:
Ora per voi la speranza
Nell’aria ininterrottamente
Sopra l’ombra del bosco che la annega
Sale in lontano appello
Insaziabilmente
Batte al mio cuor che trema di vertigine.



Marradi
(Antica volta. Specchio velato)

Il mattino arride sulle cime dei monti. In alto sulle cuspidi di un triangolo desolato si illumina il castello, più alto e più lontano. Venere passa in barroccio accoccolata per la strada conventuale. Il fiume si snoda per la valle: rotto e muggente a tratti canta e riposa in larghi specchi d’azzurro: e più veloce trascorre le mura nere (una cupola rossa ride lontana con il suo leone) e i campanili si affollano e nel nereggiare inquieto dei tetti al sole una lunga veranda che ha messo un commento variopinto di archi!



Quello che voglio sostenere, però, è che l’immagine di Marradi che ride viene proprio da un marradese, che noi di Marradi conosciamo bene: Anacleto Francini, che di “riso” se ne intendeva. Commediografo, showman, giornalista, paroliere, autore della canzone Creola, Anacleto Francini, in arte “Bel Ami”, è stato un amico di Campana, tanto che quest’ultimo, in una lettera del 1915, lo raccomanda a Papini. Il poeta aveva persino recitato, nel Teatro Animosi, in ben due commedie di Bel Ami.

Ebbene, il 1° Aprile 1906 Anacleto Francini aveva pubblicato, sul Corriere della Romagna Toscana, una lunga poesia intitolata Marradi. Si tratta di un componimento di 48 versi, in strofe saffiche (3 endecasillabi e 1 quinario), di gusto carducciano (viene in mente Piemonte di Carducci).



Marradi

Ille terrarum mihi praeter omnes Angulus ridet…Hor.
(Quell’angolo di terra pù di ogni altro mi sorride … Orazio)


Da l’onda, specchio nobile di gelsi,che si dissolve in cascatelle argute,
emergon, ricchi di vigneti, i colli
del mio paese.

Fumano ne la stanca opra dïurna,
pei maggesi odorati di ginestra
i bianchi bovi; un fioco scampanìo
giunge col vento.

E van le chiostre dei selvaggi monti

via digradando in fosche lontananze,
e l’ardue schiene curvano a la furia
degli aquiloni

che esercitano i tuoi ruderi informi,
vecchio castello, su cui tanta il tempo
ala distese, pallido fantasma
di medio evo.

Ma tu ricordi quando alle Scalelle,
fiero insorgendo al mercenario insulto,
da le sudate glebe erse la fronte
il montanaro,

e a mezzo solco abbandonato il curvo
aratro, in lancia trasmutò la marra,
e il castaneo flaüto silvestre
in oricalco.

Scagliò agli eccelsi vertici il solenne
vindice grido, e le vendute schiere
el Conte Lando attese al varco,
come tigre in agguato.

Allor si franse a l’improvviso assalto
l’ira de l’empie torme e la baldanza,
e giacque: un raggio livido di sole
come uno scherno

illuminò le fuggitive terga
fra’l tuon de’ tronchi e de’ macigni immani,
come valanghe, ne le valli fonde
precipitanti.

Or quei monti una mite aura di pace
recinge, e i campi ove biondeggia il giugno;
ne la gloria del sole aureo sorride
Cerere amica,

lieta pei boschi e l’ubertose valli,
tra l’ondeggiar de’ clivi e dei frumenti,
e i verdi paschi, e i placidi meandri
del mio Lamone;

e nei solcati colli ove la spica
cresce nudrita dal sudore umano,
palpita eterno il canto de la vita
e del lavoro.


Il cuore della poesia (vv. 17-36) è dedicato alla celebre battaglia delle Scalelle, quando i contadini marradesi, il 25 luglio 1358, sconfissero il Conte Lando e le sue schiere di mercenari. Anacleto Francini si rivolge, in un bellissimo endecasillabo, direttamente al “Castellone”: «Ma tu ricordi quando alle Scalelle…» (v.17). Ed ecco, nel racconto della battaglia, lo stile s’innalza, sfiorando le vette dell’epica. C’è anche, incastonato nei versi, un accenno all’origine del nome “Marradi”, che probabilmente viene da “marra”, cioè una piccola zappa con ferro triangolare: «in lancia trasmutò la marra» (v. 22): il soggetto è il montanaro che trasforma la sua zappa in una lancia da scagliare in testa al Conte Lando. Inoltre, subito dopo, c’è un richiamo a un altro emblema di Marradi, il castagno: questa volta è il «castaneo flaüto silvestre», con cui i contadini marradesi si trastullavano bucolicamente, a essere tramutato in strumento bellico, l’«oricalco», cioè la tromba di guerra.

Ma torniamo a Marradi che ride. Vi sono diversi indizi che Campana conoscesse questo componimento. Senza entrare troppo nei tecnicismi, Marradi di Francini si apre con l’immagine dell’acqua - specchio, un’ immagine che è anche in Marradi (Antica volta. Specchio velato) di Campana. Francini chiama il Castellone: «Vecchio castello»; e così fa anche Campana quando scrive, nei suoi appunti del Quaderno, «Il vecchio castello che ride sereno sull’alto». In Francini c’è «ne la gloria del sole aureo sorride Cerere amica» (Cerere è la dea dei campi) e in Campana: «traspare il sorriso di Cerere bionda» (siamo nel diario de La Verna). Entrambe le «Cerere» dei due poeti sorridono. Per la verità, vi sono tanti altri dati che fanno sospettare che Campana, almeno quando scriveva di Marradi, avesse in mente proprio la poesia Marradi dell’amico Anacleto Francini; ma per ora fermiamoci qui.


Vorrei invece attirare l’attenzione su un altro dettaglio. Intanto vale la pena ricordare che «il vecchio castello» e la «cupola rossa» di Campana ridono anche perché hanno una porta (un arco, una volta) che nel poeta suggeriscono l’immagine di un volto sorridente. Ma c’è un dettaglio interessante, dicevo, nella poesia di Bel Ami. In epigrafe, sotto il titolo Marradi, si legge infatti una citazione del poeta latino Orazio: «Ille terrarum mihi praeter omnes / Angulus ridet…» (Odi, II, 6, vv. 13.14) che in italiano si può tradurre con “quell’angolo di terra mi sorride più di qualunque altro”. Anche qui c’è il riso. Orazio parlava delle colline vicino a Taranto; Anacleto Francini, Bel Ami, che cita Orazio, parlava, chiaramente, di Marradi. In realtà la locuzione di Orazio «Angulus ridet» era già al tempo di Francini quasi proverbiale per denotare un luogo appartato, naturale, lontano dal caos cittadino, che ride, cioè rende felici (per chi sa goderselo). Marradi era questo per Bel Ami. Sarà stato così anche per il suo amico Campana?

lunedì 12 giugno 2023

Dino Campana parla di noi

I Marradesi negli scritti
di Dino Campana.

Ricerca di Claudio Mercatali



Ecco qui di seguito un elenco di marradesi citati in vario modo da Dino Campana, nei Canti Orfici o in qualche altro scritto.



Federico Consolini, avvocato, sindaco e poi podestà, nel 1912 era iscritto alla facoltà di farmacia dell’Università di Bologna, poi passò alla facoltà di legge a Urbino. Dall’archivio storico dell’Alma Mater risulta l’unico marradese iscritto a un corso con frequenza all’Istituto di chimica Ciamician, dove quell’anno studiava il poeta. Per questo è il marradese così descritto nella prosa “La giornata di un nevrastenico”: … Poi ho incontrato uno del mio paese e riodo le grida degli sciacalli urlanti che mi attendono ancora lassù. (Udiste voi nell'ora della terribile angoscia la folla gridare barabba barabba; vedeste barabba guardare su voi con lo stesso disprezzo del vostro segretario comunale?). Veramente non posso suicidarmi senza essere vigliacco. E poi oramai ...




Pietro Costa,
"l'uccellino" che compare nel Viaggio a La Verna era il figlio invalido della padrona di Orticaia, un podere di Marradi amato da Dino Campana. Di certo fece compagnia al poeta mentre scriveva, tanto da essere amorevolmente descritto.



Clicca sulle immagini
se le vuoi ingrandire






Francesco Ravagli,
professore di lettere al liceo di Cortona (Arezzo) e poi a Carpi (Modena) destò l'ammirazione del Poeta ed era fratello di Bruno Ravagli, lo "stampatore dei Canti Orfici". Fu lui a fondare la Tipografia Ravagli, attiva prima a Cortona, poi a Carpi (Modena) e infine a Marradi.

Bruno Ravagli, che stampò i Canti Orfici, sopportò tante sfuriate di Dino e si meritò una dedica in inglese nel libro. 




La storiografia lo descrive come un povero tipografo di paese, ma in realtà era diplomato all' Accademia d'Arte di Perugia e aveva un vivo senso artistico, come si vede qui sopra.



Il farmacista e il sindaco sono citati assieme all'arciprete in una dedica su una copia dei Canti Orfici. Dino in paese aveva sentito una loro aspra critica all' imperatore di Germania Guglielmo II che nel 1914 era un nemico ma per Campana era ammirevole, tanto da dedicare a lui i Canti Orfici. La dedica ha il sottotitolo «Die Tragödie des letzten Germanien in Italien» ossia la tragedia dell’ultimo dei germani in Italia frase enigmatica forse riferita a sé stesso, sulla quale i critici si sono a lungo arrovellati.


L'arciprete Luigi Montuschi
compare negli scritti campaniani anche in un appunto del 1916, molto aspro ...






Luigi Bandini, professore di lettere a Formia e amico del poeta, si fece promotore della famosa raccolta di denaro fra 44 marradesi, che consentì la stampa della prima edizione dei Canti. Proprio nel 1914 fu eletto consigliere comunale.




Camillo Fabroni
era uno dei 44 promotori della raccolta di denaro per la pubblicazione dei Canti Orfici. Compare come testimone in calce al contratto di stampa, assieme a Luigi Bandini. Era proprietario del palazzo che dà su via Fabroni, con lo stemma in pietra all’angolo di via Fabbrini. Persona bonaria e disponibile, i suoi amici gli diedero il nomignolo Camìll de sas, inteso che il sasso era lo stemma del suo casato sulla facciata.




Mimma era la cugina del poeta, ragazzina all'epoca d'oro campaniana, descritta dal prof. Federico Ravagli impegnata a convincere il poeta a leggere qualche poesia in inglese o in francese.




Iori
ossia Iole Rivola, era una maestra di Marradi che forse ebbe una dolce simpatia per il poeta che le regalò una copia dei Canti Orfici con la dedica A Iori occhio di sole. Morì di tubercolosi nel 1928 ma sua sorella Nella gestì una cartoleria a Marradi fino agli anni Sessanta.


Catrina "figlia selvaggia della conca dei venti ..." a dire del poeta era una contadina di Campigno descritta minuziosamente del Ritorno del Viaggio a La Verna "… forse dimentica dell'amore del poeta", cioè del fatto di non aver preso in considerazione qualche advances. Dalla anagrafe storica nel periodo 1884 – 1896 risultano nate a Campigno solo Caterina Gamberi e Caterina Neri. Per un complesso di motivi che sarebbe lungo descrivere qui la prima ha più probabilità di essere la persona descritta dal poeta.



Olimpia
è la protagonista della poesia Arabesco Olimpia, scritta nel 1916. Il medico Carlo Pariani chiese al poeta chi fosse e lui rispose: “... Un ricordo d’infanzia, la figlia di un droghiere svizzero che stava a Marradi”

Dall’anagrafe e dagli elenchi dei commercianti di Marradi risulta che l’unico droghiere con una figlia con quel nome era Salvatore Matteuzzi. Olimpia fece la postina per tanti anni a Casaglia.




Bianca Fabbroni Minucci, pittrice, proprietaria di una villa a Gamberaldi di Marradi, ospitò il Poeta nella sua casa di Livorno dal maggio 1916 al successivo 23 giugno. Gamberaldi è un sito in cui Campana soggiornava volentieri, ospite i amici di famiglia.

Dunque sono almeno quattordici i marradesi chiaramente identificabili. Non sono molti i poeti del Novecento dai quali affiorano così tante persone del proprio paese natale.