Lanfranco Raparo, Marradi

Lanfranco Raparo, Marradi
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mercoledì 12 maggio 2021

Un marradese sul Titanic

Il dramma di Francesco Nannini
perito nel naufragio

Articolo di Eraldo Baldini
su RavennaNotizie






Francesco Nannini nacque a Popolano nel 1870. Dall'Anagrafe storica del Comune di Marradi sappiamo che la sua famiglia si trasferì a Genova Sampierdarena quando aveva quattordici anni. Nel 1912 si imbarcò sul Titanic come capo cameriere e morì nella terribile notte del naufragio. Il suo corpo non fu ritrovato, o se fu trovato non fu riconosciuto. Ecco come racconta la vicenda Eraldo Baldini, saggista e autore di molti studi sul folklore romagnolo in un articolo pubblicato su RavennaNotizie il 7 maggio 2021.






Clicca sulle immagini
se vuoi
una comoda lettura



... Francesco Nannini dorme in una camerata spartana condivisa con altri e guadagnerà a traversata più o meno tre sterline e mezza ...





... A volerlo con sé in quel ruolo è stato un altro italiano, il pavese Antonio Pietro Gatti, detto Luigi, per il quale ha lavorato anche in Inghilterra. E' lui ad essersi aggiudicata la gestione dei ristoranti di prima classe sul Titanic ...




... Per i passeggeri che vogliono cenare in privato, le suite sono dotate di sala da pranzo separata ...



... Non è il caso di ripercorrere le ore che seguirono la storia del naufragio ...























... Uno dei due romagnoli sul Titanic, assieme a Sante Righini, originario di Pisignano di Cervia ...













Claudio Bossi, citato molto a proposito nella bibliografia qui accanto, è un esperto e appassionato studioso della tragedia di questo transatlantico.



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sabato 8 giugno 2019

L'autobiografia di Luigi Maestrini

Militante sempre fedele
all’Idea
Dai documenti di famiglia
  
Maestrini con il carretto
dei canditi nella Piazza
di Marradi

Luigi Maestrini è stato un militante socialista e comunista della prima metà del Novecento. Marradese di adozione svolse gran parte della sua attività qui da noi, tanto da divenire una figura storica del socialismo. Poi, vedovo e perseguitato, si trasferì a Milano ma rimase fedele alle sue idee per tutto il Ventennio, pagando un caro prezzo.


Questa che segue è l'autobiografia, ritrovata fra le sue carte dal sig. Della Valle, che ne ha consegnato una copia alla Biblioteca Comunale di Marradi per futura memoria.
Nato a Borgo San Lorenzo l’ 8 maggio 1865
Nel 1898 a causa dell’aumento del pane fu proclamato lo sciopero in tutta Italia. Io ne fui l’organizzatore nel Comune di Marradi dove ottenni che le condizioni disagiate dei lavoratori fossero alquanti migliorate.


Dal 1900 al 1910 fui uno dei propagandisti della campagna anticlericale capeggiata dal settimanale L’Asino diretto dall’ onorevole Podrecca. In questo periodo di tempo fondai per ordine della Camera del Lavoro di Firenze la sezione marradese della suddetta camera.








Nel 1912 durante le elezioni amministrative fui eletto vicesindaco ed assessore ai lavori pubblici. Ricoprii detta carica fino all’ 8 novembre 1918.













Nel 1919 iniziatasi la campagna reazionaria fu ucciso a Firenze il compagno Lavagnini, segretario dei ferrovieri, e subito dopo incendiata la sede del giornale La Difesa Socialista. Per questo la Camera del Lavoro di Firenze proclamò lo sciopero e io ne fui l’incaricato per il Comune di Marradi ove organizzai manifestazioni di protesta in massa. Per questo il maresciallo della locale stazione dei CC.RR mi denunciò falsando completamente il rapporto e io devetti rifugiarmi nella Repubblica di S.Marino.


Ebbero inizio le persecuzioni contro di me e i miei famigliari. Gli sgherri fascisti in combutta con il Maresciallo cacciarono mia moglie dal Buffet della Stazione che essa aveva in gestione. Per personale interessamento dell’ on.avv. Pescetti e dell’ on.avv, Fantini riuscii a ottenere la libertà provvisoria, però rientrato nel paese venni di nuovo arrestato e inviato nelle carceri di Firenze. Ivi fui processato e condannato alla pena di 4 anni di carcere. Fui amnistiato dopo sette mesi. Già iscritto al Partito Socialista dal 1912 in occasione del Congresso di Livorno feci il passaggio al Partito Comunista. Iniziò da allora, la particolare attenzione alla mia persona e famiglia, da parte della soldataglia fascista. Ostacolato fui pure oltre che sull’idea su tutti i tentativi intrapresi per lavorare. Dopo due anni tutte le loro persecuzioni avevano raggiunto lo scopo.


  
 







La miseria e il lutto erano nella mia casa. L’ 11/2/1924 moriva la compagna della mia vita, uccisa da quei delinquenti (morta di crepacuore in seguito alle continue persecuzioni). Da allora a intervalli quasi regolari la mia già caduca persona faceva conoscenza delle diverse e svariate celle delle “Murate”. Stanco di queste persecuzioni venni nel 1936 a Milano presso i figli già da diversi anni fuggitisi dal paese, illudendomi di sfuggirli. Invano, mi seguì molto da vicino tutto il “Papier” a me relativo e ricominciò a Milano la serie interrotta a Firenze solo però che qua era attinente alla visita degli amati cugini Vittorio e Benito. L’ultimo mio viaggio per S.Vittore è datato dal 22/12/943 cioè nel giorno dell’uccisione di Resega. Finì colà trattenuto a completa insaputa dei famigliari sino al giorno 9 gennaio 1944.




 





27 dicembre 1956  Il funerale di Luigi Maestrini a Milano



Nel periodo clandestino ho fatto del mio meglio, svolgendo opera di propaganda in favore dell’ insurrezione e delle forze partigiane racchiudenti nella loro fila due miei nipoti (uno nella Lavagnini a Firenze – l’altro nella VI Pasubio brg Matteotti) e un mio figlio Commissario della 126a Brg Garibaldina Ricotti. Mentre questi combattevano nelle formazioni della liberazione un altro mio figlio Libero e un mio genero Renzi Giuseppe subivano le più atroci torture nei campi di concentramento politici della Germania. Questa è stata in riassunto la mia vita riferita all’attività politica, da questa spero e ne sono certo prenderanno insegnamento pure i   miei nipoti come lo hanno fatto i miei figli.   

In fede Luigi Maestrini




Per approfondire: Il funerale di Luigi Maestrini : nel tematico alla voce "I personaggi" oppure digita Luigi Maestrini nella casella di ricerca in alto a sinistra, sotto la copertina del blog.

sabato 16 dicembre 2017

I marradesi nel Minas Gerais

Os admiraveis italianos
de Poços de Caldas
ricerca di Claudio Mercatali


Il Minas Gerais, nel sud del Brasile, a fine Ottocento fu una meta per tanti emigranti italiani, fra i quali un nutrito numero di marradesi. La meta principale era Poços de Caldas, una città appena fondata e quindi si può dire che anche i nostri compaesani contribuirono a farla diventare com'è ora.
La storia di questa gente è stata raccontata da Mario Seguso, discendente da un emigrante veneto, nel libro Os admiraveis italianos de Poços de Caldas, dove parla spesso anche dei nostri compaesani.  Ma andiamo con ordine ...

Poços de Caldas è la principale città della sua regione situata in un altopiano a 1200m di quota media. Il punto più alto della città, con il Cristo Redentor, è a 1686m. La lettera "ç" non esiste nel nostro alfabeto e si legge circa come una "zeta". Il nome significa dunque "pozzi delle (acque) calde" perché Poços de Caldas è dentro ad una caldèra, cioè una valle formata dallo sprofondamento di un enorme vulcano spento in chissà quale era geologica. Dista 243 km da São Paulo , 460 km da Belo Horizonte e 470 km da Rio de Janeiro. I collegamenti sono realizzati con buone autostrade. Questi chilometraggi sono normali per un paese grande come il Brasile.



Il Turismo e la Storia

La città è ben curata, ricca d'acqua sulfurea, che è un' attrazione importante e si può bere in diverse fontane e al Thermas Antônio Carlos. Ci sono anche tante sorgenti d'acqua calda curativa e una funivia per raggiungere la Statua del Cristo Redentor. Prima dell' Ottocento la regione fu abitata dagli indiani Cataguases, cacciati dalle loro terre dai primi conquistatori portoghesi, cercatori d'oro. Poços è stata fondata nel 1872 e il primo nome fu Nossa Senhora da Saúde de Caldas. Oggi conta più di centomila abitanti.

 
La città alla fine dell'Ottocento


Il Clima

Le stagioni sono invertite rispetto alle nostre, perché siamo nell'emisfero sud. La stagione più fredda va da aprile a settembre e ha una temperatura media di 15 °C e le precipitazioni di 315 mm. L'estate è da ottobre a marzo e ha una temperatura media di 21 °C con precipitazioni pari a 1.430 mm. La temperatura media annuale è di 17 °C, con minimi di -6 °C e massime di 31,7 °C.

L'Economia

Questa era ed è una città mineraria e qui c'è una grande miniera di bauxite, che è un minerale dal quale si estrae l'alluminio. Poços de Caldas produce ogni anno 90.000 tonnellate di alluminio primario. La regione ha anche dei giacimenti di uranio. La città è nota per la lavorazione del vetro, secondo le tecniche portate qui dai fondatori delle fabbriche, discendenti dei vetrai artistici di Murano. In città ci sono quattro vetrerie: Ca' D'oro, São Marcos, Veneza e Bonora.

La città negli anni Cinquanta
Come racconta Mario Seguso nel suo libro, alla fine dell' Ottocento lo stato del Minas Gerais fu meta di una forte immigrazione di italiani. Il nome si potrebbe tradurre "Miniere Generali" ed è già chiaro in sé. Le risorse del luogo erano le miniere e le piantagioni di caffé.
Molti emigranti romagnoli dell' appennino cesenate erano operai delle miniere di zolfo della vena gessoso solfifera, che in quegli anni stavano chiudendo perché inadatte ai nuovi metodi di estrazione inventati dall' americano Frasch. Il dramma di questa gente è descritto in tanti articoli della stampa locale, come Il Savio  e Il Cittadino, che si possono leggere qui accanto.

E i Marradesi? Le Agenzie di Reclutamento erano molto attive qui da noi, perché il Minas Gerais è montuoso, con tanti boschi, ha clima temperato e anche freddo, le grandi fazendas (fattorie) si estendono su terreni scoscesi. Dunque tutto sommato l'ambiente era adatto per i nostri emigranti.
I nostri erano soprattutto agricoltori ma c'erano anche molti operai, disoccupati dopo la fine dei lavori lungo la ferrovia Firenze - Faenza. Tutta questa gente aveva scavato quaranta o cinquanta gallerie nell' appennino e sapeva lavorare sotto terra o nei cantieri o negli sbancamenti a cielo aperto. Però una volta in Brasile furono impiegati quasi tutti nella coltivazione del caffè.

Campigno Farfareta (Marradi)

Chi furono gli emigranti che partirono da Marradi? Erano tanti?
Nell' archivio del comune, agli anni 1897 - 98 si trovano pagine intere di famiglie con cinque - sei figli che registrano all' anagrafe la loro partenza verso queste terre. Poi il flusso calò, ma non si interruppe mai fino al 1910 - 12. 

Luigi Tacconi era un pastore di Campigno Farfareta. Come gli altri in inverno faceva la transumanza verso la Maremma. Una vita dura, 200 km da fare a piedi, con il gregge, fino ai pascoli più caldi dove non nevica. Poi in primavera il viaggio di ritorno.
 
 
Sotto: Roccastrada e la Piazza dell'orologio
 
 
 
 
Nel dicembre 1895, il giorno 29 ci fu  il dramma. Nella piazza dell' Orologio, a Roccastrada, Maria Samorì, moglie di Luigi, fu trovata morta e le guardie non seppero mai il perché.
 
Così Luigi quell' anno tornò a Campigno vedovo, con le due figlie piccole, Drusilla e Iuginia, e il gregge. La sua disperazione deve essere stata grande, perché l'anno dopo partì migrante per il Brasile, a Poços de Caldas, nel Minas Gerais.
Di tutte queste cose siamo certi perché ci sono i documenti nell' Archivio Storico del Comune di Marradi.
 
 
Anagrafe storica del Comune di Marradi:
atto di morte di Maria Samorì a Roccastrada.
 
Il resto l'ha scoperto la sua bisnipote Sonia Kessar Montevecchi, che ci ha scritto dal Brasile. Ricordate la storia di Domenico Montevecchi di San Adriano emigrante nel Minas Gerais? Se avete l'amnesia consultate l'archivio tematico del blog alla data 1 ottobre 2012 oppure scrivete "Una storia di emigranti in Brasile" nella casella di .ricerca.
Nel Brasile Drusilla sposò Giuseppe Montevecchi e dunque due famiglie di emigranti marradesi, che qui da noi forse non si conoscevano perché Campigno è lontano da San Adriano, si imparentarono là e quindi Sonia Kessar Montevecchi ha la nonna (Drusilla Tacconi) e il nonno (Giuseppe Montevecchi) entrambi di Marradi.

lunedì 26 agosto 2013

Al Fin del Mundo



La fondazione di Ushuaia,
nella Terra del Fuoco
di Amadeo Cappelli
Francesco Cappelli e Claudio Mercatali




A Ushuaia d'inverno la temperatura media è di 1°C e in estate in media ci sono 10 °C. E' la città più meridionale del mondo, a 3000 km da Buenos Aires. Situata ai bordi del canale Beagle e circondata dai monti Martial, offre un paesaggio unico in Argentina: una combinazione di montagne, mare, ghiacciai e boschi. Se passate di lì potete visitare il Museo della Fine del Mondo (1902), che conserva le opere d'artigianato degli indiani Onas, resti di naufragi, documenti e foto sulla storia della regione. A ovest della città c'è il Parco Nazionale Lapataia, una riserva dove i castori fanno le loro dighe. C'è anche il Museo Marittimo, nel vecchio carcere, e si può fare un'escursione con il Tren del Fin del Mundo nella via usata dai carcerati per rifornirsi di legna.


 



El tren màs austral del mundo


Ushuaia, capoluogo della Terra del Fuoco, è una città fondata nel 1947, perché l' Argentina voleva ribadire la sovranità sull’isola Grande, oggetto di aspre dispute con il Cile. L’unica struttura sull’ isola era un vecchio penitenziario. Si dovette partire da zero: case, strade, ospedale, scuola, centrale idroelettrica.


Ad organizzare la spedizione fu Carlo Borsari, un imprenditore edile bolognese che convinse il governo argentino di saper operare con le sue maestranze anche in climi molto rigidi. Nella primavera del 1948 il presidente Peròn firmò il decreto che attribuiva all’imprenditore italiano la commessa. Il 26 settembre 1948 salpò da Genova la nave “Genova”, con a bordo 506 uomini e 113 donne, per un totale di 619 lavoratori. Gli italiani partivano per restare, e abitano ancora ad Ushuaia i discendenti di alcuni friuliani giunti con altri 1100 italiani nel 1948 e anche Amadeo Cappelli, di cui fra poco diremo. Ushuaia oggi ha 50.000 abitanti e deve molto agli immigrati italiani, che costruirono questa cittadina ai confini del mondo.

 
Fra gli italiani che si trasferirono là c'erano anche dei marradesi ... Renato Benedetti, Francesco Pierantoni, ... Mercatali e Amedeo Cappelli con i suoi fratelli. Suo figlio, che si chiama Amadeo come il babbo vive ancora a Ushuaia. Gli abbiamo scritto e ci ha risposto così:




 Ushuaia negli anni Cinquanta. 
In primo piano il figlio maggiore di Amedeo.


 


Ciao Claudio! Come va? Te mando una breve reseña de la llegada de mi Padre a Ushuaia. No se si queres que agregue algo de comoera Ushuaia en aquel tiempo o que hicieron los italianos aca.-
Espero que te sirva.   Abrazo!      Amadeo


Amedeo Marcelo Cappelli llegó a la ciudad de en el primer contingente de Italianos contratados por la empresa “Borsari”, apenas terminada la Segunda Guerra Mundial, el navío llamado “Genova”, precisamente un 21 de Mayo  1948, hace ya 65 años, junto con sus hermanos Cecchino, Emilio y
Giovanni.


 Sopra: Amedeo Cappelli 
con la moglie.
 A fianco: A Ushuaia con i due figli


El resto de su familia, todos oriundos de Marradi, arribaron el 9 de septiembre de 1949 en la embarcación llamada Giovanna “C”. Ellos fueron su esposa Wilma Miniati, y sus dos hijos Antonio y Piero.-
La ciudad de Ushuaia, para aquel entonces contaba tan solo con un puñado de habitantes, que no llegaban a 1000. Los italianos sumaban en los dos contingentes 2000.-


 
Trabajaron tan solo dos años para la empresa Borsari, quien al no obtener respuestas del Gobierno Argentino de turno se marcho y dejó a todos sin trabajo, por lo que, para muchos italianos, no es un buen recuerdo.
Los italianos construyeron un primer barrio, que se llamo “vilaggio vecchio”, y luego otro que se llamó “vilaggio nuevo”.-
La familia Cappelli vivió en ambos Barrios.- Luego que la Empresa Borsari se marchara de Ushuaia, Amedeo Cappelli ingreso a trabajar como “guardabosques”, luego fue “guardaparques nacional”, y luego ingreso en el Estado como empleado de Gobierno.
Falleció el 12 de octubre de 1977 en Ushuaia, a los 63 años de edad. Su esposa Wilma falleció el 3 de febrero de 2010, como asi también sus hijos mayores.-
Quien escribe estas palabras, es el hijo menor, Amadeo Francisco, de 47 años, quien es abogado y escribano,  y trabaja en su propio estudio, quien ha ocupado diversos cargos públicos, y en la actualidad fue electo Presidente por segunda vez, del Colegio Público de abogados de la Ciudad de Ushuaia.-
Tiene una familia, su esposa Andrea, y sus hijas Tiziana de 13 años y Renata de 11.-


Che cosa si sa della ditta Borsari, che organizzò questa vera e propria emigrazione collettiva in un posto così remoto? Le notizie sono veramente contrastanti, come si può leggere qui sotto in questi due articoli di Micol Lavinia Lundari pubblicati da Rosa Maria Travaglini, in "Da Bologna al Fin del Mundo".
La spedizione a Ushuaia fece notizia e all'epoca fu commentata in diversi modi sulla stampa italiana. Ecco qui di seguito due opinioni del tutto opposte:


Il figlio del Console onorario: «Operai beffati e promesse mancate»

Fu il primo bolognese a nascere tra la neve di Ushuaia. Oggi denuncia 
le sofferenze degli italiani nella città mas austral del mundo:
«Borsari ci abbandonò senza paga e biglietto di ritorno»

di Micol Lavinia Lundari



Fu il primo italiano a nascere ad Ushuaia, e per questo divenne la mascotte dell'intero villaggio. Marco David (nella foto), professore di tecnologia meccanica e consulente tecnico a Bologna, ha lasciato l'Argentina a 13 anni e non vi ha più fatto ritorno. Non è facile, per lui, ricordare quel periodo. «Non si conoscono tutti gli aspetti della vita che noi italiani conducevamo in quella landa desolata. Non si conoscono le promesse mancate, la fatica di sopravvivere, il dramma che molti di noi dovettero affrontare».
Il padre, Aldo, era uno dei responsabili del cantiere dell'impresa di Carlo Borsari, e negli anni successivi all'arrivo nella Terra del Fuoco divenne Console onorario. La sua casa fu razziata dai militari argentini; le proteste presso il consolato e il governo italiano non portarono a nulla. «I giornali di allora e di oggi raccontano di un'integrazione felice tra noi e i locali. 




La nave Genova in partenza



Ma le tensioni c'erano, eccome: nessuno immagina cosa voglia dire lo sbarco, in due viaggi, di oltre duemila italiani tra operai e familiari in un borgo di appena mille persone. Può sembrare un'invasione».
I problemi, secondo David, iniziarono da subito.
«Agli emigrati erano state promesse case e un minimo di infrastrutture all'arrivo, invece dovettero vivere per cinquanta giorni sulla nave. Il tempo necessario per erigere i prefabbricati. 

 

La Terra del Fuoco


Le case di muratura ce le costruimmo noi». Un clima ben lontano da quello di Bologna, condizioni di lavoro difficilissime: «Alcuni
italiani morirono, nei primissimi mesi, perché non erano adeguatamente preparati alle bufere antartiche. C'era neve quasi tutto il tempo dell'anno, si potevano coltivare solo patate e carote, mangiavamo la carne delle pecore che riuscivamo ad allevare o il pescato. Quando le scorte alimentari finivano o la nave coi viveri non riusciva ad arrivare a causa del maltempo, andavamo a caccia o ci nutrivamo di scatolette. La mia prima insalata la mangiai a sei anni, quando andai in gita a Buenos Aires».
Di Carlo Borsari, secondo quanto racconta David, si persero presto le tracce. «Raramente lo si vedeva a Ushuaia, e poco dopo cominciarono a sparire anche le paghe dei lavoratori. Gli italiani persero la pazienza, si sentirono abbandonati e defraudati dei loro diritti. Basti pensare che facemmo una colletta per pagare il viaggio di tre di noi fino a Buenos Aires sulle tracce di Borsari. Fu mio padre, che aveva vinto un appalto con il governo argentino per la costruzione della strada di collegamento tra Rio Grande e Ushuaia, a dare uno stipendio ai tanti connazionali che, oltretutto, non avevano più né il biglietto di ritorno che Borsari gli aveva promesso, né i soldi per comprarselo».
Ma David, che vive oggi nella Bologna dei suoi genitori, racconta anche belle immagini. «Cercavamo di non perdere il nostro senso di patria e di italianità. Nonostante la fatica di reperire gli ingredienti, le donne bolognesi si ingegnavano per farci trovare nel piatto le tagliatelle al ragù. Ogni occasione era buona per far festa tra noi italiani: ogni compleanno, ogni ricorrenza era un modo per sentirsi meno soli, meno lontani da casa».


Franco Borsari: «Menzogne, così si infanga l'opera di mio padre»

Il figlio dell'imprenditore bolognese ne difende la memoria: 
«Mio padre salvò tanti emigrati 
dalla povertà del Dopoguerra e portò a termine la sua grande impresa. 
Pochi gli tributano il giusto onore» 
di Micol Lavinia Lundari



 Franco Borsari


«Calunnie. Solo calunnie alla memoria di mio padre e alla sua straordinaria impresa». Franco Borsari (nella foto) dalla sua casa di Pianoro risponde alle accuse che gli sono piovute addosso da sessant'anni a questa parte. «Molto di quello che è stato scritto sulla storia dell'emigrazione italiana a Ushuaia non corrisponde al vero. Quello che si vede è vero, e cioè che l'impresa di mio padre realizzò la sua promessa: costruire quasi dal nulla questa città. La ditta Borsari non era affatto una piccola falegnameria come alcuni sostengono. Come avrebbe potuto portare a compimento questo incarico?».


«Carlo Borsari non fuggì, non abbandonò i lavoratori bolognesi e friulani che portò con sé nella Terra del Fuoco. Certo, non rimase tutto il tempo a Ushuaia, ma questo perché doveva seguire altri appalti in Argentina, e aveva delegato ogni decisione a persone di sua fiducia». E porta la testimonianza di alcuni emigrati che scrissero ai parenti rimasti in Italia: un clima salutare e una terra fertile. «Mio padre era molto amato e gli italiani di Ushuaia gli furono sempre riconoscenti di averli salvati dalla miseria del Dopoguerra, assicurando loro un lavoro e una casa. Basti pensare che il figlio del medico fu chiamato Carlo in suo onore».
Fin dal 1949 sull'Empresa Borsari piovvero denunce di salari non pagati, di contratti non rispettati e di condizioni di vita al limite della sopportabilità, oggi rilanciate da Marco David, figlio di Aldo, Console onorario a Ushuaia. «Ogni cosa che era stata promessa alla partenza in Italia fu realizzata, secondo i tempi e i modi concordati con il governo argentino. Nessuno degli emigrati patì la fame, anzi, molti riscattarono un'esistenza precaria in patria e fecero là la propria fortuna».


Ci tiene a precisare un altro aspetto della vicenda su cui è stato scritto molto. Alcuni storici affermano che tra gli italiani che partirono da Genova vi erano anche fascisti sotto falsa identità, fuggiti dall'Italia nel periodo della caccia alle streghe. «Non è vero che il governo peronista fece pressioni perché venissero respinte le candidature di lavoratori simpatizzanti con il partito comunista, né che vi fosse un lasciapassare per chi aveva aderito al Fascio. L'unico criterio di assunzione che Carlo Borsari seguì fu quello dell'abilità nel fare il proprio mestiere». Smentisce anche che la data di arrivo nel porto di destinazione fosse un omaggio alla marcia su Roma di Mussolini: «Macché, doveva essere il 25 ottobre, ma la nave ritardò di tre giorni per un guasto».



Fonti:
1) Le notizie e le illustrazioni vengono, in vario modo, dalle famiglie Cappelli e Miniati di Marradi
2) Camara de turismo de Ushuaia. www. Interpatagonia. tour.com.
3) Micol Lavinia Lundari (per gli articoli).
4) Rosa María Travaglini “Da Bologna al Fin del Mundo”.
www.lastefani.it/settimanale/archivio07/article.php?director.

Per approfondire si segnala una bella ricerca fatta da Vincenzo Benedetti, presentata al Teatro Animosi di Marradi, con la partecipazione del sig. Borsari. La ricerca comprende anche una videocassetta.

lunedì 1 ottobre 2012

Una storia di emigranti in Brasile



L'altra parte del cielo
O outro lado do céu
di Sonia Kessar
Mario Catani, Claudio Mercatali,
Antonella Visani



Alla fine dell'Ottocento le partenze degli emigranti da Marradi erano tante. Si emigrava un po' dappertutto e un gran numero si imbarcava per il Brasile. Qualcuno rientrava deluso, dopo qualche anno, ma la maggior parte non tornava più. Di tutta questa gente ogni tanto arrivava qualche notizia, ai parenti o agli amici, e nella maggior parte dei casi pareva che la loro vita fosse migliorata. Fu così che Domenico Montevecchi cominciò a pensare di emigrare. Chi era? Dalle schede dell'anagrafe del comune di Marradi (Firenze) sappiamo che Domenico nel 1897 abitava nel paesino di S.Adriano, al numero 20, era un colono, (nato nel 1858), sposato con Maria Assirelli (nata nel 1867), e i due avevano quattro figli, Giuseppe (1890) Pietro (1892) Francesco (1894) Luigi (6 maggio 1897).

Chissà quante volte avrà discusso con la moglie e con gli amici di questa sua idea. Qual era il posto giusto per emigrare? L'Argentina o il Brasile?
Nella nostra zona, negli anni 1896 e 1897 un'ondata migratoria consistente era verso la regione brasiliana del Minas Gerais e gli Agenti per l'emigrazione, cioè gli intermediari che proponevano i contratti di lavoro indirizzavano la gente lì.
Domenico e chissà quanti altri marradesi avranno chiesto al Comune qualche informazione, e dal Ministero dell' Interno venne il consiglio di evitare la parte settentrionale, considerata insalubre, come si legge qui sotto, in questa lettera del 21 gennaio 1889.



Nella cartina: il Minas Gerais



A sinistra: la lettera informativa 
del 21.01.1889









 
Qui accanto: le schede anagrafiche 
di Domenico Montevecchi e sua moglie
Maria Assirelli.







 Fra il 1894 e il 1900 cinquantamila italiani emigrarono nel Minas Gerais. La maggioranza erano contadini dell' Emilia Romagna e del Veneto.
Gli elenchi degli emigranti per il Brasile venivano compilati dal Comune ogni tre mesi e questi sono i nomi di chi andò in Brasile nell' estate del 1896 e 1897.
Nei fogli qui accanto ci sono anche Domenico e Maria, con i loro figli.




Clicca sulle immagini
se le vuoi ingrandire



Non c'era molto tempo per decidere, perché i contratti di lavoro non bastavano per tutti. Arrivavano anche notizie su una crisi del prezzo del caffé che rendeva più difficile trovare una sistemazione nel sud del Brasile. Domenico e molti altri marradesi erano partiti appena in tempo e infatti negli anni successivi l'immigrazione nel Minas Gerais cessò quasi del tutto.



Gli emigranti italiani nel Minas Gerais
1894     1895     1896      1897    1898   1899  1900
4.410   6.422   19.000   17.303   2.111   650    21


Per partire serviva il passaporto e siccome tanti non sapevano scrivere, la Questura di Firenze scrisse al Comune di Marradi questa lettera del 17 febbraio 1897, dove si dice di accettare anche le domande a voce.

La nave dove si imbarcarono Domenico e Maria si chiamava Aquitaine ed era un piroscafo francese di 1988 tonnellate, costruito in Inghilterra dai cantieri Sunderland Ship Building Co. per la Société Générale de Transports Maritimes a Vapeur de Marseille.
Faceva la rotta tra l'Europa e l'America del Sud, con partenza da Marsiglia e scalo a Genova e a Valencia.
Le destinazioni finali erano: Rio de Janeiro, Santos e Buenos Aires. La nave aveva due alberi maestri, una ciminiera e navigava a 12,5 nodi di crociera. All'andata imbarcava emigranti e al ritorno merci, soprattutto caffè, grano argentino e carne conservata.














A destra: I prezzi dei piroscafi per l'America del Sud in partenza da Genova nel 1903.
Sopra: il piroscafo Aquitaine 

Per consuetudine, quando i piroscafi attraversavano l'equatore i capitani facevano fare qualche rintocco alla campana della nave. Sarà successo così anche in questo viaggio. Domenico e Maria entrarono così nell'emisfero Sud, dove non c'è la Stella Polare, perché si vede l'altra parte del cielo ...

............................................

Olá, Boa tarde! Eu sou a Sonia Kessar, e Dominic era o meu bisavô. Se você quiser falar mais sobre esta história .....


Sonia Regina Gamba Kessar nasceu em São Caetano do Sul, São Paulo, Brasil. Atua nas áreas de jornalismo e comunicação e também tem formação em Publicidade e Sociologia. Poetisa e Humanista. Nos últimos quinze anos trabalha na assessoria de imprensa da área cultural (teatro, cinema, música, dança e literatura).

É bisneta de Domenico Montevecchi e Maria Assirelli.
É neta de Giuseppe Montevecchi e Drusilla Tacconi.
É filha de Alexandre Gamba e Benedita Montevecchi Gamba.
É casada há 33 anos com Theodore Kessar, nascido em Athenas, Grécia.
É mãe de uma filha de 28 anos, nascida no Brasil, Sophie Ecaterini Kessar Aurichi, casada com André Fiorini Aurichi.

Com agradecimentos especiais pelo convite e todo o meu carinho a: Mario Catani, Claudio Mercatali e Antonella Visani. Abraços carinhosos




  “Esta é a história de uma brava gente de Marradi, que tinha nas veias o mesmo sangue que eu tenho, mas que infelizmente não tive a sorte de conhecer pessoalmente, pois quando nasci, todos já haviam morrido. É a história de um casal humilde que buscava apenas dignidade, terra e alimento para seus quatro filhos. Uma história sobre o sonho e a esperança de um mundo novo com dias melhores. São fatos que ouvi desde muito pequena, narrados pela minha mãe que hoje junto a documentos e fotos que guardo com muito carinho como se fossem relíquias e tesouros. É a história da minha família, aqui no Brasil, bem longe, do outro lado do céu.”          Sonia Kessar



É sabido que a viagem da Itália para o Brasil durava mais de 30 dias e as condições nos navios eram péssimas, sem nenhum conforto ou higiene. Domenico e Maria traziam, além da bagagem humilde, o bem mais precioso, seus quatro filhos: Giuseppe (meu nonno), Pietro, Francesco e Luigi. Mas, o sonho de vir para a América do Sul, terra de oportunidades, com clima tropical e abundancia de trabalho, alimentos e de terras, logo foi desmoronado.

Os vapores possibilitaram a realização de viagens mais rápidas e não havia controle das epidemias e pandemias entre os passageiros. Muitos ficavam seriamente doentes e morriam. Durante a viagem, Domenico e Maria passaram por uma terrível experiência: a morte de um dos filhos, Pietro, de 5 anos, que foi sepultado no mar, embrulhado apenas num lençol branco.
Depois de passarem dias de angustia, tristeza e desespero - Domenico, Maria e os filhos finalmente aportaram no Rio de Janeiro, Brasil, em dia 3 de agosto de 1897.
Do porto, foram encaminhados para a Hospedaria dos Imigrantes de Juiz de Fora (Minas Gerais) e após a triagem, no dia 8 de agosto de 1897, partiram de trem – com mais dez famílias de italianos - para a Fazenda Lambary, em Poços de Caldas, estado de Minas Gerais, contratados por Vinci Fortunato, para a fazenda de café de propriedade de Joaquim Cândido da Costa Junqueira. Lá se estabeleceram como lavradores, e, durante anos, seguiram suas vidas mesclando a cultura italiana com a brasileira, os idiomas italiano e português.



 Documento original da chegada da família Montevecchi ao Brasil
 (Arquivo Público Mineiro)




A Fazenda Lambary – Poços de Caldas – Minas Gerais – Brasil

Localizada a 1.100 metros de altitude, tem invernos secos, noites frias e dias quentes durante a colheita.

As terras são férteis devido ao maior teor de potássio no solo que propícia o cultivo do café, premiado internacionalmente.



O dia a dia no Brasil

Os anos que se seguiram foram difíceis para Domenico, Maria e seus filhos que tinham força para trabalhar e uma alma cheia de esperança. Nas fazendas, as mulheres que não trabalhavam nas plantações, cuidavam dos filhos, da casa e, aos finais de semana, transportavam a cavalo os produtos que eram vendidos no centro da cidade de Poços de Caldas: doces caseiros, pães, cestos, galinhas, etc.

O trabalho, de sol a sol, nas plantações era duro. As mãos ficavam calejadas e chegavam a sangrar.

Os colonos acordavam às quatro horas da manhã e às cinco já estavam nas lavouras de café. O sol que aquecia a Toscana era o mesmo sol que ajudava o café a crescer aqui no Brasil.

Imagino quantas vezes meus bisnonnos, Domenico e Maria, olharam para as colinas da fazenda e lembraram com saudades da distante Toscana.
Era função das crianças levar o almoço para os adultos, pais e irmãos que trabalhavam na roça, equilibrando na cabeça pesadas panelas de comida quente. As crianças não iam à escola e trabalhavam ajudando nos afazeres de casa. Algumas também trabalhavam nas lavouras de café.

Imigrantes italianos 
(adultos e crianças) trabalhando 
nas plantações de café
(A  colheita, Antonio Ferrigno 1903)


Os caçadores
A carne de caça era muito importante para o homem italiano que naquela época costumava sair para caçar nas matas. Em grupos de três ou quatro, levavam suas espingardas e ficavam fora alguns dias trazendo na volta muitos animais como pacas, tatus, javalis (porco do mato), etc.
As cobras venenosas eram uma ameaça constante na vida dos caçadores e também nas lavouras de café.  Muitos morriam com as picadas e outros eram milagrosamente curados graças aos remédios caseiros, preparados à base de álcool e raízes que deveriam ser ingeridos logo após a picada da cobra.

Italiano se casa com italiano
Naquela época nem tudo era tristeza. Os casamentos realizados nas fazendas eram muito divertidos. Normalmente, ainda muito jovens, os italianos se casavam com italianos ou descendentes e muitas vezes o casamento era realizado entre primos de primeiro grau.
No final do século XIX, 74% dos noivos e 95% das noivas casavam com pessoas nascidas na Itália. As festas eram simples e alegres, com música e muita fartura de comida: vinho, queijos, pães e carnes frescas de galinha, porco e boi.
Além dos três filhos que chegaram da Itália, Domenico e Maria tiveram outros quatro que nasceram no Brasil. O primeiro a nascer em solo brasileiro ganhou o mesmo nome do irmão que morreu no navio: Pietro (Pedro em português). Pedro nasceu um ano depois da chegada dos pais ao Brasil, no dia 27 de setembro de 1898. Além dele, mais três crianças nasceram em Poços de Caldas: Luiz, Elvira e Lorenzo.
Meu bisnonno, Domenico Montevecchi que faleceu de uma complicação de gripe, aos 66 anos, em 23 de dezembro de 1924, está sepultado no Cemitério Municipal de Poços de Caldas, Minas Gerais, Brasil. Maria Assirelli viveu mais alguns anos e quando faleceu, foi sepultada no mesmo cemitério.



Atestado de Óbito de Domenico Montevecchi que faleceu de uma complicação de gripe, aos 66 anos, em 23 de dezembro de 1924. Está sepultado no Cemitério Municipal de Poços de Caldas, Minas Gerais, Brasil.



Giuseppe Montevecchi, meu nonno, casou-se ainda bem jovem, na fazenda, em Poços de Caldas, com Drusilla Tacconi, uma imigrante italiana de Firenze.  Aos 18 anos tiveram o primeiro filho, num total de 13, mas devido às condições precárias, somente quatro filhos sobreviveram: Maria (a mais velha), Benedito, Ana e Benedita, minha mãe.


Meu nonno Giuseppe Montevecchi, minha nonna Drusilla Tacconi com a filha Olívia (ano 1935)


Meus tios Maria e Benedito se casaram em Poços de Caldas. Minha nonna, Drusilla Tacconi, que tinha a saúde frágil faleceu muito cedo, aos 40 anos, no dia 6 de julho de 1936. Está sepultada no Cemitério de Poços de Caldas, Minas Gerais.
Depois da morte da esposa, meu nonno, Giuseppe Montevecchi deixou a fazenda em Poços de Caldas, Minas Gerais, e, em 1942, mudou-se para a cidade de São Caetano do Sul, Estado de São Paulo, com suas duas filhas menores, Ana e Benedita (minha mãe). Meu nonno, sempre muito doente, trabalhou como operário até o final de sua vida, nas indústrias de louças e porcelanas, dirigidas pelo italiano, Conde Francesco Matarazzo.


A Carteira profissional de Giuseppe Montevecchi
 Indústrias Reunidas Francesco Matarazzo













A religião
Mesmo com a vida difícil no Brasil, os Montevecchi nunca deixaram a religião de lado. Católicos Apostólicos Romanos praticantes, tinham uma fé inabalável. Em todas as casas, por mais humilde que fosse sempre havia um pequeno altar com os santos protetores.
A fé e a religião eram os grandes estímulos para continuar a viver. Giuseppe Montevecchi, durante anos, fez parte da Congregação de Marianos, da Paróquia Sagrado Coração de Jesus, em São Caetano do Sul.

Os santos de fé de Giuseppe Montevecchi:
Madonna Achiropita (original do ano de 1900)


Minha terra, minha mãe
Giuseppe Montevecchi - que chegou ao Brasil aos sete anos – nunca mais voltou para sua querida Marradi. Ele contava à minha mãe, Benedita, que apesar da vida difícil que teve na Itália, seu sonho era pisar novamente na terra onde nasceu, nem que fosse por um único minuto, uma última vez.
Meu nonno, que estava com a saúde muito debilitada, morreu em junho de 1954, seis meses antes do meu nascimento, sem realizar o sonho de voltar para sua terra natal, Marradi. Ele jamais perdeu seu sotaque italiano.

A saga dos Montevecchi é mais uma dentre tantas outras histórias de sangue, suor e lágrimas de imigrantes que se espalharam pelo mundo. Mas, no meu caso, esta história sempre será única, emocionante e especial, permeada de amor, luta, sacrifícios e acima de tudo, bons exemplos. E foi em Marradi que tudo começou. Mas, aqui no Brasil, quando olho para cima tenho certeza que meus antepassados estarão sempre comigo.

Minha mãe, Benedita Montevecchi, meu irmão José Carlos, com um ano, e meu nonno Giuseppe Montevecchi, na cidade de São Caetano do Sul, São Paulo, Brasil (ano 1952)

Depois de tanto tempo, ainda carrego no coração e na alma, os sonhos e sofrimentos dessas pessoas que amo sem nunca ter conhecido. Durante o dia eles são o azul profundo. Durante a noite eles são raios de luz, estrelas cintilantes que brilham no infinito.
Os Montevecchi deixaram para os descendentes um grande legado sobre a bondade, a caridade e a fé no futuro. Pra mim, em especial, eles deixaram a missão de contar essa linda história e o orgulho de fazer parte do bravo povo “marradesi”, aqui, deste outro lado do céu.

Sonia Kessar