Lanfranco Raparo, Marradi

Lanfranco Raparo, Marradi
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venerdì 1 agosto 2025

Fu fondata prima Vallombrosa o Camaldoli?

Una disputa tra i frati

Ricerca di Claudio Mercatali


Il monastero di Camaldoli fu fondato da san Romualdo circa nell'anno Mille e nello stesso tempo san Gualberto fondò Vallombrosa. Sono ambedue conventi benedettini, ma separati. Però agli inizi del Settecento l'abate camaldolese Guido Grandi scrisse un libro per dimostrare che Vallombrosa era una filiazione di Camaldoli e dopo qualche anno il monaco vallombrosano Fedele Soldani ne scrisse un altro per dimostrare che non era vero. Era nata una disputa accanita, per una questione di prestigio ma anche di soldi perché la primogenitura di Camaldoli avrebbe portato a quel monastero più donazioni e lasciti e quindi più potere.

Guido Grandi era un abate visitatore, ossia ispettore di monasteri e anche lettore di filosofia nel monastero fiorentino di S. Maria degli Angeli, dove insegnava matematica, materia in cui divenne esperto, tanto che il granduca Cosimo III volle conoscerlo. Era sempre impegnato in questioni, polemiche e dispute.

Nella corrispondenza qui di seguito Orazio Mazzei, un monaco della Badia del Borgo di Marradi gli comunica che Fedele Soldani cerca di accattivarsi le simpatie del cardinale Aldobrandini. Soldani nelle sue Questioni istoriche cronologiche vallombrosane (Lucca 1731) negava che Vallombrosa fosse stata una filiazione della Congregazione camaldolese. Il Grandi gli aveva già contestato questo, con una dura lettera firmata con lo pseudonimo don Vitale Marzi e il Soldani gli aveva risposto per le rime. Orazio Mazzei, della Badia del Borgo, che parteggiava per Guido Grandi gli chiese una copia dei suoi libri da mandare al cardinale, in modo da smontare le tesi del suo rivale. Leggiamo:


All'illustrissimo padre visitatore Guido Grandi
monastero de' Camaldolesi Faenza


Come bene dice Antonio Lupis nella sua Segreteria Morale, che un uomo allor quando ha perso il rossore si rassomiglia al porco dritto, quale talmente ha indurito la pelle, che più non sente le percosse dei sassi. V.S. Ill.ma avrà cognizione mediante l'infamia della sua condotta del nostro religioso padre Fedele Soldani, Monaco Vallombrosano, che messosi a fronte di S.E. Ill.ma ha preteso con i suoi scritti, e stampe non solo di impugnare la di lei sapienza e Virtù ma di più biasimarla come apocrifa, e totalmente mendace. Questo medesimo religioso, vero geroglifico di una meretrice, che stimando gli atti più disonesti di una galanteria d'amore, si è presentato personalmente davanti alla Maestà del nostro Ministro Aldobrandini dignitosissimo protettore della nostra Congregazione e con i medesimi suoi libri a lui dedicati per ricevere da quello in premio qualche grado onorifico nella nostra Religione.
Io che amo assai la giustizia e sempre son tutto a favore del merito, ritrovandomi all'età di 68 anni molto sciente e consapevole del di lui primato e pubblico successo, vorrei reprimere appresso il medesimo porporato la di lui baldanza mezzo d'uno dei suoi virtuosi libri stampati da V.S. Ill.ma sotto il nome di padre Marzi, nei quali apparendo chiare le bugie del medesimo venefico soggetto, conoscesse l'inganno con il quale pretendeva allucinare la prudenza di un santo dignitosissimo cardinale. Mi onori dunque trasmettermelo avvisandomi la spesa, che io puntualmente soddisfacendo per via del vostro padre di Santa Umiltà gli resterò con quelle obbligazioni con cui vi dico:

Vostro obbligatissimo servo don Orazio Mazzei, monaco
Santa Reparata, Marradi 28 agosto 1733

Dopo tre giorni arrivarono a Marradi i libri e il monaco della Badia ossequioso ringraziò della considerazione ricevuta.

All'illustrissimo padre visitatore Guido Grandi
monastero de' Camaldolesi Faenza


M'accresce la sicurezza di aver luogo nella stimatissima grazia di Vostra Grazia Eccellentissima il ricevimento che fò oggi dei suoi dottissimi e bei libri per mano di un nostro lavoratore; ed essendo questa occasione per me una delle più considerabili contentezze stimo perciò infinitamente l'uffizio di dover io esser marrano per far spiccare appresso di sua Eccellenza Aldobrandini la di lei gloria, e nel medesimo tempo reprimere la baldanza di chi si voleva far conoscere qual alter Deus in materia di cronologia, del qual studio (a mio parere) non è se non alquanto infarinato. ..... il vero, a parere di Seneca le dignità a chi è degno di pena accrescono maggior esca al male, là dove la depressione gli mette al dovere e gli serve di freno che all'avventargli alle scellerataggini, chi non si adoprerà per reprimere la superbia di quello, che piccolino di merito pretende di farsi grande. Essendo dunque io amicissimo e buon servitore da qualche tempo della signora Sor Maria Teresa e Sor Maria Geltrude Aldobrandini, sorelle del medesimo Eccellentissimo porporato e degnissime monache della Crocetta di Firenze, perché faccino maggiore spicco i suoi libri, procurerò con ogni cautela e diligenza che per le mani loro gli venghino presentati da parte di Sua eccellenza Reverendissima;sarà poi mio pensiero accompagnargli con una lettera informativa del soggetto contraddittore per far conoscere a Sua Eccellenza se egli per tanto tempo che è stato presule della religione apostata e ramingo che sono stati sette anni possa e abbia potuto mai impratichirvisi e dei pubblici archivi e del privato della Nostra Congregazione a fine di farsi vedere alle stampe.
Nel rendere poi a vostra Eccellenza ossequiose grazie la supplico altresì di darmi qualche riscontro che gli siano stati accetti i sentimenti espressi con altra mia in ordine alle sue maggiori felicità, col farmi abbondante parte dei suoi comandamenti, mentre baciandole riverentemente le vesti, mi dico

suo obbligatissimo servo don Orazio Mazzei, monaco
da Santa Reparata, Marradi 31 agosto 1733

Il cardinale Aldobrandini, Legato Pontificio di Ferrara, in quei giorni si recò in visita a Faenza e quindi l'intervento del monaco della Badia era divenuto superfluo:


All'illustrissimo padre visitatore Guido Grandi
monastero de' Camaldolesi Faenza



Giungono qua a Marradi le nuove come l'eminentissimo Aldobrandini, Legato di Ferrara, sia per venire o per dir meglio sia già venuto costì nella città di Faenza ove tanto lei che il cardinale hanno le loro stanze e residenza, e io considerando di porgere al sopraddetto Prelato in opportuna occasione personalmente le sue opere gliele trasmetto con tutta la diligenza acciò abbia egli stesso quell'onore. Per dire il vero io volevo presentarglieli per me stesso personalmente nell'occasione di passar da Ferrara, andando alla sua casa di Governo, ma trattenendomi fino a Santa Reparata, festa di questa abbazia, dove siamo meschini monaci, mi è parso più a proposito per lei abboccarsi con Sua Eminenza che già conosce il soggetto descrittogli già dalla sua sorella monaca della Crocetta e da suo nipote don Fabio, i quali in Firenze hanno veduti, letti e commentati gli istessi libri. Intanto con tutta la vivezza del mio spirito potrò ringraziare il reverendo abate Guido, confermandole sempre più la mia volontà di servirlo, mentre nel pregare per Voi dal cielo ogni maggiore prosperità mi confermo col dirmi.

da Santa Reparata, Marradi 1ottobre 1733 don Orazio Mazzei, monaco



A
l Reverendissimo don Guido Grandi Visitatore dei Camaldolesi

Credo che a quest’ora Vostra Signoria avrà terminato le sue fatiche nelle visite di sua Congregazione e secondo mi accennò il padre Mauri si sarà restituito alla sua quiete, e stanza, dove avrà trovato come si portò l’accidente propizio che il detto padre consegnasse in propria mano a S.E. Aldobrandini i suoi libri, al medesimo porporato molto graditi. Io me ne rallegro seco mentre ho conosciuto aver avuto buon fine i suoi virtuosi sudori. Come vedrà dall’inclusa io non mancai di cooperare a quel bando che gli promisi, di fargliene presentare per la sorella sua monaca, ma sapendo essere costì S.E. me gli feci rimandare e spediti a Faenza hanno sortito con tutta gloria il suo fine. Vedrà dall’inclusa stessa l’aver avuto la medesima religiosa gran gusto di vedergli e sentirà come il padre Soldani da Poppi con stravagante affettazione incensa Sua Eccellenza a fargli credere essere il corpo di San Pietro ligneo a Vallombrosa ed essere della sua famiglia. Io che ho passato il tempo di anni 40 nella mia religione e che più volte sono stato di famiglia a Vallombrosa so che per quante diligenze abbia fatto il reverendo padre abate in cercarlo mai l’ha potuto ritrovare e leggo di più che era di famiglia e di casata aldobrandesca; vorrei che sopra di ciò S.E. mi dicesse la sua opinione acciò mi confermasse e mi facesse palese gli sbagli del soggetto. Compatisca l’incomodo e si arricordi che il maggior contento che possa ricevere è l’impiegarmi in qualche suo comando a fargli conoscere che io col cuore mio le dico:

Don Orazio Mazzei di Santa Reparata, Marradi a dì due 9embre 1733

Ma perché tanto accanimento? Come mai il monaco vallombrosano Orazio Mazzei sosteneva le ragioni del camaldolese Guido Grandi? Per semplice amore della verità? Don Diego Colombari da Forlì, abate della Badia del Borgo nel 1738 nel suo libro Ricordanze scrisse:

Ricordo come in Marradi in un luogo pubblico esistente al tempo del Reverendissimo abate Targioni (1732 - 1733) fu attaccato un cartellaccio contro l’onore del padre Abate a causa che non correggeva il padre Allegri che frequentava troppo spesso la visita di certa signora. Il cartello dunque toccava l’onore del padre Abate come fosse complice e consenziente di qualche male, e pure mai usciva di casa per la sua vecchiaia, toccava l’onore di detto padre Allegri, della Signora e del suo sposo. La giustizia però non potè fare il suo corso perché non rinvenne il certo autore, però vi furono indizi sopra un religioso di casa. Sia detto il tutto acciò gli Abbati vedino di riconoscere i suoi polli, perché spesso si avvera quel santo detto: Inimici hominis domestici eius (Un uomo ha i suoi nemici in casa).

Insomma nel 1733 dentro il monastero della Badia del Borgo c’era un sommessa lotta per la nomina del nuovo abate e può darsi che il monaco Orazio Mazzei fosse partecipe di questa.



Fonti
Carteggi del padre camaldolese Guido Grandi, Bibl. Univ. di Pisa EVA Internet culturale
La storia della Badia del Borgo di Fuvia Rivola, Livietta Galeotti e Teresa Montuschi




mercoledì 24 gennaio 2024

L’Abbazia di Crespino sul Lamone

Breve storia di una Badia 
dell’anno Mille

Ricerca di Claudio Mercatali



Nel Comune di Marradi ci sono sei grandi monasteri antichi: Badia della valle, Gamogna, la Badia del Borgo, la Badia di Crespino, il Monastero dell’Annunziata e il Monastero delle monache domenicane.

Ognuno ha una sua storia: i primi due sono dell’anno Mille fondati da San Pier Damiani, il terzo e il quarto furono prima camaldolesi e poi vallombrosani, invece l’ Annunziata era un convento del Quattrocento dei Padri Serviti di Firenze.

Per carenza di vocazioni Badia della Valle e Gamogna furono chiusi e declassati a semplice parrocchia alla metà del Seicento, le Badie del Borgo e di Crespino subirono la stessa sorte circa un secolo dopo. L’Annunziata e il Convento delle Domenicane vennero chiusi d’autorità nel 1808, espropriati al tempo di Napoleone. I Padri Serviti non riaprirono più, invece le monache domenicane riuscirono a riprendere il loro monastero dopo l’epoca napoleonica e ancora oggi lo abitano, seppure in numero esiguo.


Questo è il quadro d’insieme di queste istituzioni, in estrema sintesi. Ora ci interessa la Badia di Crespino sul Lamone e ci concentreremo su quella. 




Una delle descrizioni migliori della sua storia si deve a Emanuele Repetti, storico e geografo della prima metà dell’Ottocento, ed è qui accanto.






Anche il prete veneziano Andrea Cappelletti scrisse nel 1862 sul monastero di Santa Maria nascente in Crespino, partendo da quanto aveva detto Repetti ma aggiungendo alcune notizie pungenti.




La chiesa di Santa Maria nascente, oggi parrocchiale, è quella del monastero, che ha ancora gran parte delle forme originarie. Nell’altare destro c’ è un interessante dipinto del Trecento, attribuito a Jacopo del Casentino e studiato in dettaglio dalla prof.ssa Livietta Galeotti che né raccontò la curiosa storia in un pregevole lavoro.



Per ampliare

Chi vuole notizie più ampie e precise dei sei monasteri può cliccare alla voce Conventi e monasteri, nell’Archivio tematico del blog.

Chi vuole sapere di più sul dipinto mutilo dell’altare destro può digitare questo titolo “Storia di un dipinto del Trecento La madonna della chiesa di Crespino” nella casella di ricerca del blog e si aprirà l’articolo completo della prof.ssa Livietta Galeotti Pedulli.


giovedì 24 marzo 2016

Il mitico monastero di Biforco

Alla ricerca 
di un eremo perduto
ricerca di Claudio Mercatali



L'Alpe di S.Benedetto è un tratto dell' appennino che comprende anche la fascia più elevata del comune di Marradi. La cartina a fianco chiarirà più delle parole. 
Il nome venne dato perché qui nell' Alto Medioevo, vicino all' anno Mille, furono fondati eremi e monasteri.
Gamogna, Badia della Valle e la Badia di S.Reparata al Salto sono fra i più noti e sono disposti a triangolo proprio in mezzo al comune di Marradi. C'è poi il Monastero di S.Benedetto in Alpe, che addirittura dà nome al paese in cui sorge. C'era anche una leggendaria comunità a Biforco, di riferimento per gli eremiti che vivevano in spelonche sparse nelle alte valli del Campigno e del Lamone.

Ora ci interessa proprio questa, di cui si è persa ogni traccia. L'indagine sui documenti antichi non è facile perché il nome Biforco si ritrova in località diverse. C'è via del Biforco anche a S.Benedetto in Alpe che appunto è alla biforcazione del fiume Montone nei rii Troncalosso e Acquacheta, proprio come Biforco di Marradi rispetto alle valli di Campigno e del Lamone. Per giunta ambedue erano sedi di comunità benedettine che seguivano la Regola di San Romualdo.


Lo schedario Rossini della Biblioteca di Faenza è un vasto archivio di notizie storiche.



Dunque il nome di per sé non permette di distinguere l'uno dall' altro se non c'è qualche altra indicazione. Così nello Schedario Rossini della Biblioteca di Faenza sono citati entrambi i "Biforchi" e il geografo Emanuele Repetti nel suo Dizionario del 1833 cita perentorio solo il monastero di S.Benedetto in Alpe, ma con date di fondazione che sono forse più attinenti alla comunità dei monaci di Biforco di Marradi.




Il Dizionario di Emanuele Repetti è la fonte più importante per la storia e la geografia dei comuni che fecero parte del Granducato di Toscana. Però in questo caso è di poco aiuto.





In più c'è da considerare anche il paesino di Corezzo di Biforco del Casentino, vicino a La  Verna, dove c'era un antico monastero.


Per venire a capo della questione conviene fare riferimento ai settecenteschi Annali Camaldolesi di  Giovanni Benedetto Mittarelli. Forse anche l'abate Mittarelli aveva dei dubbi, perché nei suoi Annales si pone la domanda: Ubi Bifurci locus? (Dov'è Biforco?) e lo identifica così:




 
Clicca sulle immagini 
se le vuoi ingrandire


"Biforco è nei monti del Dominio Fiorentino verso Faenza, posto tra il castello di Marradi e l'abbazia di S.Maria di Crespino, dove c'è un monastero dedicato a S.Benedetto, chiamato anche di S.Benedetto in Alpe, da non confondere assolutamente con un altro monastero della Santissima Trinità o di S.Benedetto in Alpe, perché si trova in vetta ai monti del Casentino, non lontano dal Pratomagno …"

" ... In Biforco Romualdo fondò il monastero o l'eremo nel 986 (Grandius nelle sue tavole cronologiche stima 987) al tempo dell'edificazione di S.Michele in Verghereto".


E quindi ci siamo: 
... prima dell'anno Mille a Biforco di Marradi fu fondato un eremo secondo la regola di San Romualdo, che è in sostanza quella dei frati camaldolesi. 
L'abate Mittarelli annota anche che un certo eremita Pietro da Biforco ospitò San Romualdo presso di sé:

"... Adnotabimus infra Petrum Bifurcensem eremitam appellari a Damiano Romualdi discipulum, statim ac Romualdus Bifurcum se recepit. Sed de hoc monasterio plura in annis subsequentibus dicemus.

(Annotiamo da San Damiano fra le altre cose un eremita chiamato Pietro di Biforco, discepolo di Romualdo, ospitò senza indugio a Biforco presso di sé Romualdo. Ma di questo monastero diremo più cose negli anni a venire ..").

Chi era Petrus Bifurcenses? 
Per sapere qualcos' altro di lui bisogna seguire il consiglio del Mittarelli, che ci rimanda agli scritti del suo contemporaneo Romualdo Maria Magnani, prete faentino, che descrive l'eremita Pietro così:

" ... era questi, come dissi, nativo di quel contorno; e fabbricossi in Biforco una piccola celletta larga quattro braccia ad imitazione di quella antica di S.Ilarione. 



Quivi menando una vita eremitica e solitaria era da tutti tenuto e stimato per uomo grave e da bene. 
Era d'un incredibile astinenza facendosi soltanto di pochi legumi tramontato il sole ..."



Don Magnani scriveva in italiano ed è piacevole da leggere, al contrario dell' erudito Mittarelli e chi vuole può approfondire leggendo qui sopra.

Questo eremita Pietro, che viveva in una celletta larga quattro braccia (0,58 metri x 4 = 2,32 metri) e mangiava solo un pugno di fagioli dopo il tramonto ha un non so che di simpatico e potrebbe essere quello della Grotta del Romito.



lunedì 20 ottobre 2014

1896 Il Comune mette all'asta il Monastero delle Domenicane


Nel Consiglio comunale si accende una discussione
e alcuni consiglieri 
si dimettono
ricerca di Claudio Mercatali


Il centro il Marradi






Per capire quello che stiamo per leggere serve un breve riassunto sulle vicissitudini del Monastero delle Domenicane di Marradi nella seconda metà dell’ Ottocento. Il convento, nel 1866, era stato espropriato dallo Stato e alle suore era rimasto solo un usufrutto.
Nel 1888 il Comune di Marradi, dopo un lungo contenzioso con l’Amministrazione dei beni demaniali, riuscì ad averlo in proprietà.



1889  Verbale di cessione del Monastero al Comune  di Marradi da parte 
dell'Amministrazione dei Beni Demaniali


Però il Comune era a corto di soldi e nel 1896 mise tutto all’asta e nel 1898 il convento tornò di proprietà delle monache. Non fu una decisione indolore, una parte dei consiglieri comunali votò contro la delibera di vendita, altri accusarono il Sindaco di favorire le monache e si dimisero.


Forse la vendita fu una necessità dovuta alla debolezza finanziaria del Comune o forse fu una scelta giusta dell’Amministrazione dell’epoca, perché a quel tempo le priorità erano la costruzione delle nuove scuole comunali e le strade più che la ristrutturazione di questo importante edificio.


Questo che segue è il verbale del Consiglio Comunale del 28 novembre 1896 quando 
ci fu da decidere se vendere o no. Leggiamo:

“… Il Sindaco Agnolozzi commendator Emilio mette in discussione il Progetto di massima per l’alienazione del soppresso Monastero delle Domenicane di Marradi:
  • L’asta si terrà con il metodo della candela di cera d’api. Il prezzo della vendita sarà pagato dal compratore al Comune in tre rate uguali, entro due anni. Le spese dell’incanto, del contratto e della registrazione faranno carico per metà all’acquirente e per l’altra metà al Comune.
L’asta con la candela si usa anche oggi.
Il prezzo di vendita è l’offerta migliore quando si spegne lo stoppino.
       
  
  • La chiesa sarà dall’acquirente tenuta aperta in perpetuo e officiata. In compenso per tale onere il Comune cede per uso del custode i locali indicati nell’annessa pianta (sei stanze accanto all’ingresso delle attuali Scuole Elementari)
  •  L’acquirente ha l’onere del mantenimento della chiesa…”.


Si apre la discussione:

“… I consiglieri Visani Scozzi dr. Paolo e Bandini dr. Attilio, opinano che la vendita all’asta pubblica tal quale è oggi proposta è esiziale (= rovinosa) per gli interessi del Comune, perché le condizioni sembrano fatte apposta per favorire le Monache ed escludere qualunque altro dalla vendita. Rilevano essere eccessivo quanto si stabilisce a favore del cappellano (lasciargli sei stanze). Il consigliere Bandini dr. Attilio nota infine che nei beni da vendere è compresa una parte dell’area necessaria per l’ampliamento dell’edificio scolastico, per cui il Comune sarebbe obbligato a riacquistarla…”.



 

Sopra, il refettorio  
A sinistra, la sala capitolare




 


“… Il Sindaco Agnolozzi commendator Emilio e l’assessore Fabbri Giovanni Antonio affermano che ogni indugio nell’alienazione torna a svantaggio dell’ Amministrazione Comunale, per le spese che deve annualmente sostenere e per il deperimento dello stabile. Respingono le accuse di voler favorire le religiose e che l’asta prevede il concorso di altri all’acquisto dello stabile. La Giunta è convinta di aver fatto quanto era nell’interesse del Comune e nell’animo della maggior parte del Paese…”.


Il coro interno


Si vota:
Il Sindaco Agnolozzi commendator Emilio, visto che nessuno presenta altre proposte, chiude la discussione e passa ai voti per appello nominale.
  • Rispondono si, approvando la vendita 11 consiglieri: Agnolozzi Emilio, Matulli Angelo, Agnolozzi Pietro, Piani Franco, Torriani Cesare, Mughini ing. Antonio, Cattani dr. Giovanni, Matteucci Giulio Cesare, Cattani Beniamino, Maiani Angelo
  • Rispondono no 7 consiglieri: Fabbroni Ugo Carlo, Bandini cav. Alfredo, Bandini dr. Attilio, Fabbroni Giovan Piero, Visani Scozzi dr. Paolo, Campana Raffaello, Ceroni ing. Francesco



 Il giardino del monastero
(l'Ort del mong)




La motivazione dei contrari la illustra Visani Scozzi:
… Perché in ordine alla relazione del 20.10.1893 si ritiene dannosa la rinuncia oggi fatta alla proprietà del campo e perché si ritiene che la vendita si sarebbe effettuata a migliori condizioni dopo che fosse stato chiesto il concentramento delle religiose al quale secondo l’opinante (cioè Visani Scozzi) il Comune avrebbe avuto diritto a termine dell’art. 6 della legge 7 luglio 1866….”

Il ”campo” di cui qui si parla è “l’Ort del Mong” e il “concentramento delle suore” è il fatto che secondo i sette consiglieri contrari, alle poche suore rimaste doveva essere riservato solo un pezzetto di Monastero, per mettere all’asta tutto il resto libero da vincoli.




Il monastero delle Domenicane prima 
della costruzione delle Scuole Elementari,
cioè a fine Ottocento




A questo punto c’è il colpo di scena. Prende la parola il consigliere Attilio Bandini:


… io sottoscritto in segno di protesta dichiaro di non poter più far parte di questo Consiglio e rassegno le mie dimissioni …”.

A lui si associano i consiglieri Alfredo Bandini, Gian Piero Fabroni, Francesco Ceroni e quindi il totale dei dimessi sale a quattro. Queste dimissioni non saranno più ritirate, nonostante alcuni tentativi di mediazione di cui si trova traccia nei documenti dell’archivio storico, e anzi il dissidio diventerà più profondo. E’ la crisi più grave del Consiglio comunale dai tempi dell’Unità d’Italia, perché la dimissione di quattro consiglieri in un sol colpo non era mai successa. 
L’amministrazione Agnolozzi andrà avanti ugualmente, verificando ogni volta il numero legale, perché anche in seno alla maggioranza c’erano delle crepe, per altri motivi. Però con un Consiglio incompleto e un dissidio interno il Comune fu amministrato a stento per qualche anno.



Fonti
Documenti dell’Archivio storico di Marradi.
Si ringrazia l'archivista Mario Catani per l'indispensabile aiuto dato.

Gli altri articoli della stessa serie sono in archivio a queste date:
29/01/2014 La soppressione del monastero delle Domenicane di Marradi
28/06/2014 Il convento delle Domenicane
30/07/2014 I poderi delle suore

mercoledì 30 luglio 2014

I poderi delle suore



Un estimo antico (1655)
delle rendite del Monastero
delle Domenicane di Marradi
di Claudio Mercatali



Il monastero nell' '800, con i suoi giardini interni, secondo la ricostruzione di V.Mercatali



Il Monastero delle suore Domenicane di Marradi è antico. Fu fondato nel novembre del 1575. Lo studioso Carlo Mazzotti, in un suo libro dice che:

 La fabbrica del convento fu intrapresa a spese della Comunità di Marradi cedendovi le rendite dei mulini per alcuni anni” ma fu finanziata anche dagli immancabili Fabroni. Come si manteneva un monastero, visto che nessuno lavorava? 




Chiese e conventi si sono sempre mantenuti con le rendite agrarie dei loro poderi. In più c’erano le elemosine, i lasciti e le eredità. Nel corso dei secoli spesso la proprietà si ingrandiva e pagava poche tasse. Nel caso dei Monasteri femminili, come questo di Marradi, un buon introito veniva anche dalle “vestizioni” ossia dalla dote che le famiglie lasciavano al momento in cui una figlia si faceva suora. Questo è un punto delicato, perché spesso non si riusciva a capire se la vocazione monacale fosse autentica o indotta dalla famiglia per non dividere il patrimonio, come ci insegna il Manzoni nei Promessi Sposi. Lo studioso Carlo Mazzotti ci dice che nel 1655 il monastero di Marradi stentava ad andare avanti, per miseria, e allora:

“… in cagione di queste misere condizioni le Monache inviarono un memoriale alla Congregazione dei Vescovi supplicando che fosse loro concessa la licenza di poter accettare come monache soprannumerarie Elisabetta Bassani di Francesco e Lucia Bassani di Baldino, cugine, che non erano di Marradi. Questo tornava utile perché le nuove suore di Marradi pagavano mille e ottocento lire per la vestizione, mentre queste due estranee portavano tremila lire”.


Quali erano le proprietà del Convento delle Domenicane? Qui sopra c’è l’elenco dei poderi delle monache, nel 1655, che è cambiato nel corso dei secoli a seguito di tante vicende.
La rendita agraria è la stima di quanto si può ricavare mediamente da un podere. Non è un valore preciso, ma un estimo, più o meno raffinato a seconda del numero dei raccolti che si usano per definirlo. Nel caso dei Monasteri la resa agraria media era quasi sempre calcolata su un gran numero di anni, perché queste proprietà rimanevano agli Enti ecclesiastici anche per dei secoli. Perciò si può ritenere che i conteggi qui sopra siano attendibili. La quota padronale della rendita, ossia la parte di raccolto che spettava al padrone, di solito era il 50% del totale.



Insomma le suore erano ricche o no? Vediamo.
 
Ogni anno spettavano al Convento 63 some di castagne, ossia 82 quintali e 2175 libbre di carne di maiale, cioè 761 Kg. C’erano anche 114 corbe di grano, che sarebbero circa 41 quintali. Dalle pecore e le capre arrivava il latte e dalla vendita dei bovini, quando c’era, qualche altro soldo. Probabilmente si ricavava qualcosa anche dalla vendita delle biade, dell’uva e delle foglie di gelso, ma non molto perché i poderi elencati qui sopra sono poco adatti per i foraggi e la vigna. 

Nel 1648 le monache erano 34, di cui 29 corali e 5 converse; però vi era posto per 36 monache. Con questi dati si possono fare diversi conti, tutti un po’ impropri a dire il vero, però utili per avere un’idea delle quantità. Qui sotto c’è un conteggio da cui risulta che ogni suora poteva contare mediamente ogni giorno su sei o sette etti di castagne, mezz’etto di carne e circa tre etti di pane.

Quantità annua totale          Al giorno (diviso 365)           A persona (diviso 34)
82 q di marroni                               22,46 Kg                                   6,6 etti
761 Kg di carne                                2,08 Kg                                   0,6 etti
41 q di grano                                  11,23 Kg                                   3,3 etti

Quindi in questa clausura si faceva una vita abbastanza grama. E i soldi? Dai poderi si ricavava poco, e poco altro si poteva ottenere dalle elemosine. Non sembra che i Signori del paese fossero particolarmente munìfici e anzi, all’occorrenza, bussavano alla porta del convento per farsi prestare dei soldi. 

 Marradi visto da Giugòla 
(qui accanto)
e da S.Bruceto (sotto)

Da antichi documenti sappiamo che il convento nel 1655 vantava crediti verso Federico Fabroni per 500 lire e verso Cesare Fabroni per 740 lire. La vera rendita “finanziaria” veniva dai Legati di Messe e dai lasciti con obblighi testamentari. 



Cioè spesso i benestanti lasciavano al Convento una certa somma annua (il Legato) purché venisse detto un certo numero di messe in loro ricordo. Queste funzioni avvenivano soprattutto negli altari laterali, dedicati ai santi. Così per esempio nell’altare di S.Antonio Abate le suore avevano l’obbligo di far dire messa ogni mattina per i soliti Fabroni e alla Cappella del SS. Crocifisso c’era l’obbligo permanente di quattro messe alla settimana in memoria dell’avv. Giovanni Tamburini. 



Altri obblighi di questo tipo, tutti a pagamento, erano per la famiglia Gondi e Castelli. Tutto ciò era scritto in veri e propri contratti firmati di fronte ad un notaio. Insomma nella chiesa delle suore si diceva messa anche due o tre volte al giorno, per gli obblighi del calendario liturgico e per molti altri motivi. A complicare ancor più le cose c’è il fatto che, siccome le monache non possono dire messa, tutte queste funzioni spettavano all’Arciprete, che aveva sul Monastero i cosiddetti diritti parrocchiali, ossia riscuoteva un tanto a messa.


 S.Domenico (sul lato destro della chiesa)


Nonostante ciò le suore vissero quasi sempre in ristrettezze finanziarie, fino ai primi decenni dell’Ottocento. Poi le cose migliorarono, perché nel 1817 ottennero dal vescovo di Faenza una liberatoria dai diritti parrocchiali e poi, nel 1820, ereditarono i beni e gli arredi del soppresso monastero di Tredozio. Infine nel 1830 – 1840 ottennero anche le proprietà dei Frati della Badia di Susinana, dopo la chiusura di quel cenobio. Con queste entrate straordinarie nel 1838 fu costruita ex novo la chiesa attuale, la cosiddetta "gisa del mong".




sabato 28 giugno 2014

Il Convento delle Domenicane


La petizione a salvaguardia 
del giardino del convento 
delle Domenicane di Marradi
ricerca di Luisa Calderoni





Nel 1866 il Governo dell' Italia appena unificata, presieduto da Bettino Ricasoli, approvò la legge di confisca dei beni ecclesiastici.
Un' enorme quantità di beni della Chiesa, conventi, monasteri, poderi, edifici, mobili e arredi accumulati in secoli di donazioni passarono seduta stante al nuovo Stato italiano senza alcun indennizzo. Anche il convento delle Domenicane di Marradi fu espropriato e passò prima al Demanio e poi al Comune.


 




Verbale del passaggio del Convento
dal Demanio al Comune, nel 1888


Dal 1888 al 1898 l'edificio del convento fu di proprietà comunale e le suore ne abitavano una parte solo come usufruttuarie. L'Amministrazione comunale, nel 1894, mise all'asta il giardino del convento e successe che ...

I marradesi, guidati dal signor Cesare Torriani, nel 1894 fecero una raccolta di firme per salvaguardare il giardino del convento delle Domenicane che rischiava di essere venduto dal Comune di Marradi a beneficio della comunità. Quella che segue è la trascrizione della petizione seguita da un lungo elenco di firme.







A destra: la delibera del Consiglio comunale del 7 luglio 1894 per la vendita del giardino. Fu questo atto che provocò la lettera qui sotto.







“ Ill.mi Signori Consiglieri del Comune di Marradi

E’ a notizia di noi sottoscritti, o Onorevoli Consiglieri, che nella deliberazione del giorno 7 del corrente mese, vi siete al tutto determinati di togliere alle benemerite Religiose Domenicane il campo o resedio annesso al loro convento, ( lasciandone alle medesime soli 5 metri) coll’intendimento di costruire in quel lembo di terra un mercato.




Questa vostra deliberazione è al sommo disapprovata non solo da noi sottoscritti del paese, ma ancora da tutto il Comune. Imperciocchè essa tende a distruggere un Corpo morale, che, ( e Voi non lo potete negare) è benemerito di tutto il Comune e massime del nodtro paese. Ed in vero quel campo è, per così dire, la vita di quelle religiose e in ispecie delle insegnanti e delle
giovani studenti, poiché in quello nelle ore di sollievo respirano un po’ d’aria pura e si prendono un onesto sollazzo per ristorare le forze del corpo. Ma quando Voi, o Onorevoli Consiglieri, avete inalzato un muro alla distanza di 5 metri dalle loro celle non solo avete loro tolto un luogo di onesto diporto, ma altresì ( cosa incredibile a dirsi) avete tolta la luce e l’aria alle celle delle medesime. Questi elementi necessari alla vita si negano forse ad alcuna delle nostre famiglie? No certamente. Eppure Voi, onorevoli Consiglieri, volete colla vostra Deliberazione negare questi elementi necessarisssimi alla più numerosa delle famiglie, degna per tutti i conti di ogni rispetto. Da ciò non è egli chiaro che Voi distruggerete a poco a poco una gloria di questo paese, un luogo di sana educazione, che gli intelligenti nostri avi si edificarono con tanta cura?


Inoltre colla vostra Deliberazione ci togliete ogni speranza di collocare un giorno dentro quel recinto qualcheduna delle nostre figliuole per esservi educate. Imperciocchè tolti che siano a questo Istituto gli elementi più necessari alla vita, come verremmo a capo dei nostri desideri, se per vostra colpa esso addiviene meno salubre?



Ma supposto anche che fosse egualmente salubre, sarebbe nulladimeno turbata del tutto la pace di questo Convento e tornerebbe infruttuosa l’educazione, se Voi costruiste fin sotto quell’abitazione un mercato, da cui del continuo le bestemmie, il turpiloquio, le liti ed altre parole immorali andrebbero a ferire le pudiche orecchie delle giovani. Dal che Voi ben dovete comprendere nella vostra saviezza di quanto danno tornino quelle immoralità alle Religiose, e specialmente alle giovani, che con esse convivono per apprendere quella civile e religiosa educazione necessaria alle giovani che un giornodovranno reggere e governare la famiglia.






Voi ci direte che il resedio per le religiose e il giardino, in cui possono respirare aria pura e andare a diporto lungi dalle occasioni di udire parole immorali. Ma vi rispondiamo che questo pure difetta assai d’aria, poiché, come voi ben sapete, è circondato d’ogni intorno dalle abitazioni.



E poi diteci a che pro volete voi fare un nuovo mercato mentre ora il commercio non ha più quell’abbondanza e quella floridezza dei tempi andati? Per la qual cosa sì pel vivo desiderio che noi abbiamo che resti in piedi questo Monastero fondato dalla pietà dei nostri avi, sì per dare attestato di gratitudine alle nostre ottime maestre, vi presentiamo questa riverente istanza pregandovi col maggior calore che tutti promettiate a queste Religiose il libero possesso del campo annesso al loro convento: Vi ricorda finalmente, Onorevoli Consiglieri, che voi non siete i rappresentanti di un partito, ma sibbene della maggioranza di un intero Comune: che siete gli interpreti dei nostri voti: questo fu il mandato che vi affidammo. Dunque a seconda dei nostri voti diportatevi in questo affare."

Marradi il dì Luglio 1894
Cesare Torriani 





 Come si legge nei fogli qui sopra questa petizione venne firmata da moltissimi marradesi e allora l'Amministrazione sospese la vendita.



mercoledì 29 gennaio 2014

1808 La soppressione del Monastero delle Domenicane di Marradi


Un editto i Napoleone
abolisce i conventi

ricerca di Claudio Mercatali




Il ponte sul Lamone 
e  il Convento nel 1801




Nel 1796 Napoleone conquistò l’Italia e dopo qualche anno fondò la Repubblica Cisalpina. Tutti i vecchi sovrani furono cacciati e anche il Granduca di Toscana dovette lasciare Firenze. Dal 1799 al 1807 il Granducato si chiamò Regno d’Etruria. Le vicende di quegli anni furono tumultuose e sarebbe difficile riassumerle qui. In sostanza l’inizio del periodo napoleonico segnò una vera rivoluzione politica e di costume, con tante leggi nuove. Una di queste aboliva i privilegi della Chiesa e i monasteri, con una procedura dura e spicciativa.

Vediamo che cosa successe al Monastero delle Domenicane di Marradi, secondo il racconto dello storico Carlo Mazzotti: “ … il giorno 13 giugno 1808 il Commissario governativo dell’ Amministrazione generale della Toscana, procedeva all’inventario dei beni immobili del monastero e poco dopo si venne alla confisca del patrimonio e all’abolizione del convento...”

E le suore? “ … Quando il convento fu abolito le Religiose dovettero far ritorno alle loro famiglie. Alcune furono accolte presso famiglie distinte del paese. Si narra che quando le famiglie vennero a riprendere le loro figlie la Superiora, lasciata la chiave nella porta di clausura, si ritirò nella sua cella per non essere spettatrice di tali strazianti partenze …” .


E il convento? “ … Il Convento fu venduto, il 15 ottobre 1810 per lire 2500, ad un certo Francesco Ravagli di Marradi, il quale per ricavarne qualche utile lo affittò ad alcuni inquilini”. Costui era il nonno di Ottavio Ravagli, per tanti anni gestore di un tabaccheria al centro del paese.


Sopra: il giardino interno
Sotto: La parte detta “Ort del Mong”.



L’epoca napoleonica fu una tempesta. Gli editti di Napoleone avevano immediata efficacia ed erano applicati senza indugio. Dunque per le monache non ci fu nulla da fare e furono sfrattate ed espropriate di ogni bene. Diciamo pure che furono depredate di tutto. Il dramma per loro, che erano di clausura, era soprattutto il fatto che dovettero tornare alla vita quotidiana, di tutti noi, senza conoscerla e senza saper fare un mestiere. Questo per sette lunghi anni, cioè finché durò il Regno d’Italia napoleonico.  




Alla caduta di Napoleone (1815) 
successe che:

“ … non appena piacque a Dio di ridonare la pace alla Chiesa, esse si affrettarono a riacquistare il loro convento e a ritornare alla pace della vita claustrale. Fu la superiora Teresa Margherita Torriani, di Marradi, a recarsi alla Corte di Firenze (quella del Granduca che nel frattempo era tornato) a perorare la causa del Monastero e a riacquistarlo per il prezzo stesso per il quale era stato venduto… non tutte fecero ritorno, perché alcune, nelle angosce dell’esilio, erano volate al cielo; due, insofferenti di rimanere più a lungo nel mondo, erano entrate nel Monastero delle Domenicane della Crocetta, a Firenze, ove continuarono a permanere fino alla morte …”




La pianta del monastero nel catasto
leopoldino (1822).



Le Domenicane di Marradi furono brave e intraprendenti e riuscirono a rientrare in possesso dei loro beni. Non fu così per tutte le suore.

Per esempio quelle di Tredozio:
 “ … le Religiose tornate nella Comunità furono 31, ma fra loro vi erano alcune Domenicane del convento di Tredozio, le quali non videro più ritornato a nuova vita il loro Convento dopo la raffica napoleonica. Queste portarono nel Convento di Marradi, spoglio di tutto, molte mobilia, utensili da cucina, panche del coro, le tavole del refettorio, le campane della chiesa, eleganti e preziosi paramenti sacri, scampati alla confisca...”.

IL CONVENTO DI TREDOZIO
Il convento Domenicane di Tredozio, fu venduto nel 1840 ai Fabroni
di Marradi ed è stato acquistato dal Comune di Tredozio nel 1986.

Dopo la caduta di Napoleone una parte del patrimonio dei Vallombrosani della Badia di Susinana fu concesso alle suore di Marradi. Con le nuove rendite fu costruita la chiesa del Monastero, la “gisa del mong”. Quella precedente era pericolante. A ricordo fu posta una lapide all’ ingresso:

Questa chiesa
dedicata a Maria V. madre di Dio
che il tempo edace
aveva reso labente
e le pie monache
del patriarca S.Domenico
fecero di nuovo costruire
ed abbellire
fu consacrata con solenne rito
il 21 ottobre 1838
 da Mons. Giovanni Alberto Folicaldi




La sottopriora del Convento, suor Margherita Torriani di cui abbiamo detto prima, guidò con polso fermo la ricostituzione e pur di avere indietro i beni del convento accettò l’obbligo di far scuola alle figlie del popolo, cioè capì che era necessario darsi anche un’utilità sociale, pur rimanendo di clausura. Inoltre non accettò la supervisione dell’Arciprete sulle faccende del Monastero, così come era stato per più di duecento anni.
L’arciprete di Marradi, un certo don Lorenzo de’ Pazzi, il 3 febbraio 1817 si lagnò di questo con il Vescovo:
 … Non essendo a mia notizia se sia ripristinato nelle debite forme questo Convento, ricorro all’ Eminenza Vostra per intendere come mi debbo regolare circa i diritti parrocchiali relativi a detto Convento, tanto più che ora sta per morire una monaca, della quale io non ne sono stato informato per somministrarle i Sacramenti. Se questo Convento adunque è esente dai diritti parrocchiali, come sembra che creda l’attuale custode don Giovanni Fabroni, il quale nella notte di Natale cantò messa a porta aperta, anzi nell’atto stesso che si cantava nella parrocchiale … attendo dell’E.V. le opportune istruzioni…”.
In sostanza il buon Arciprete si lagnava della perdita “dei diritti parrocchiali” e di una certa “concorrenza“ che le suore gli stavano facendo con queste forme di apertura verso l’esterno.

E il Vescovo gli rispose: … non è così facilmente definibile quali siano le debite forme perché un convento abbia a dirsi ripristinato se principalmente si abbia a riguardo alle attuali circostanze. La Clausura ristabilita, la Superiora dichiarata, la Disciplina prescritta possono riguardarsi come dati, nel caso, bastanti… Confido nella saggia di Lei prudenza che vorrà prestarsi a queste mie viste e protestandole la mia distinta stima”.
 



Perciò il vescovo disse che il Monastero poteva andare bene così e da allora l’arciprete non fu più automaticamente il Confessore delle monache. Insomma il monastero riaprì in una forma che potremmo dire un po’ più aggiornata e aperta verso l’esterno con la chiesa fruibile anche per il pubblico, con il coro delle monache durante la messa, l’educandato, la scuola di cucito, e soprattutto con l’obbligo di istruzione delle bambine. E dunque in fondo anche il terremoto napoleonico ebbe qualche utilità per le monache e non passò invano.


Fonte Carlo Mazzotti Il Monastero delle domenicane di Marradi,  Lega srl, Faenza 1960