Lanfranco Raparo, Marradi

venerdì 18 luglio 2025
1917 Luigi Orsini incontra Dino Campana
martedì 12 novembre 2024
Gli scritti di Campana del 1915 - 16
Dino Campana dopo aver pubblicato i Canti Orfici (1914) scrisse poco o niente. La malattia che progrediva rapidamente, la delusione per l’accoglienza scarsa che aveva avuto il suo libricino, l’incomprensione e la sua solitudine avevano inciso profondamente il suo animo e inaridito la vena poetica.
Sono pochissimi gli scritti campaniani del 1915 e 1916, per lo più incompleti o frammentari, ad eccezione di due poesie: Domodossola e Arabesco Olimpia. Dalla metà del 1916 in poi, fino al ricovero, gli scritti si riducono ancora: c'è la poesia Le Rose e per il resto semplici frasi, abbozzi e frammenti annotati su fogliettini, a volte senza senso compiuto.
Mario Novaro aveva la buona abitudine di corrispondere un compenso agli scrittori, che però spesso era meno di quanto gli autori ritenevano di dover avere, e questo era fonte di lamentele e seccature. Allora la Redazione inventò la figura di Anselmo Geribò, personaggio di fantasia, inflessibile responsabile editoriale e ragioniere, al quale attribuire ogni colpa. Anche Dino Campana ci credette e quando ricevette solo 10 lire per il manoscritto di Toscanità, scrisse così:
"Eccellente Signor Giurabò, Osteria della Mussa.
Rilevo dalla sua lettera assai gradita che lei mi ha pagato 10 lire per Toscanità. Con mio grande dispiacere non me ne sono accorto ancora e suppongo che la raccomandata sia giunta in altre mani. A fine di indagine la pregherei di confrontare la scrittura della lettera che Lei ricevé in ringraziamento, con questa. Le sarò veramente obbligato se poi potrà comunicarmi il risultato.(Io non ricevo mai direttamente le lettere essendo regolarmente assente, inoltre sono strettissimamente sorvegliato e quindi alla mercé di qualsiasi lazzarone). Speriamo dunque di poter lasciare al più presto questa santa e benedetta Italia. Intanto crepavo a Firenze per un principio di paralisi vasodilatatoria al lato destro e quei fiorentini mi hanno sempre rifiutato l'entrata in un ospedale. Ora mi rimetto da me. Allo sgelo sarò in grado di scavalcare le Alpi svizzere se sarà necessario. Sappia intanto che ero in cura per nefrite avendo avuto la congestione cerebrale durante un mese nell'ospedale locale. Ora finalmente dopo due mesi ho dovuto attaccarmi le sanguisughe da me, ultimo avanzo dei barbari in Italia. Sono assai dispiacente che lei mi misuri con il metro. No signor Girabò, io sono un uomo e se Lei paga 25 lire le ultime propaggini filosofiche del mal de Naples, ... dico se lei paga 25 lire al pezzo le infami propaggini (vociane) della putrefazione progressiva di una buona metà d'Italia, perché perdio dà solo dieci lire a me? Sappia caro signore che in questo momento una sola parola onesta ha un immenso valore storico e se Lei vivrà se ne accorgerà domani. La prego di comunicare possibilmente ai miei cari e stimatissimi amici Boine e Novaro che il mio indirizzo è e resterà Dino Campana, Marradi".
... Ricordi dal vero spuntano qua e là, assunti nella trama sentimentale e fantastica; trasfigurati. Le torricelle rosse le suggerisce il borgo natìo: "sono torri di Marradi". Di Olimpia, apparsa nel tramonto, dice: "Una Olimpia qualunque; può essere quella di Manet. L'ho vista l'Olimpia di Manet è al Louvre di Parigi. E' un nudo di bambina. Manet è un pittore impressionista, con effetti di luce più che altro, con la tecnica speciale di un impressionista. E' uno dei suoi più bei quadri".
Che cosa significa "cercando un paese dove vi sono dei giudici, come diceva il mugnaio"?
Fonti
Carlo Pariani, vita non romanzata di Dino Campana
Enrico Falqui, Campana, opere e contributi.
martedì 18 giugno 2024
A cena con Dino Campana
Leonetta Pieraccini, moglie del critico letterario Emilio Cecchi, incontrò Dino Campana più volte, perché il poeta si rivolgeva spesso a suo marito. Ora siamo nel 1916, in casa dei coniugi Cecchi, durante una cena di artisti e Leonetta racconta che:
Si sono cimentati in tanti a dimostrare che il paradosso è falso e questa che segue è una dimostrazione classica. Il ragionamento di Zenone a volte è vero e altre volte no, perché il moto dei corpi rispetta le leggi della Fisica e non i ragionamenti della Filosofia. Dunque:
Nel moto rettilineo uniforme la Velocità (V) = spazio (S) / tempo (t) cioè S= Vt
Se Achille corre a Va e la tartaruga a Vb con un vantaggio iniziale X avremo: Sa =Va t e Sb = Vb t + X
Per esempio con un gap iniziale di 60m Achille la raggiunge dopo 12 secondi se tiene un passo di 5,2 m/s e la tartaruga va a 0,2m/s. Oppure fa in modo che Va – Vb dia un divisore di 60. Quindi non è vero che Achille non pareggerà MAI il gap con la tartaruga. Ma se l’eroe non si regola così il tempo è espresso da un numero periodico o decimale non finito e ha ragione Zenone. Per esempio se Va =3,8m/s e Vb =0,2m/s risulta t= 60/3,6 = 16,666 ...
Fonte
La scultura qui sopra è "Forme uniche della continuità nello spazio", una celebre scultura futurista di Umberto Boccioni che rappresenta simbolicamente il movimento. E' l'immagine un po' misteriosa che compare nella moneta da 20 cent. coniata in Italia.
lunedì 18 marzo 2024
Dino Campana a Castelpulci
Di questa bella testimonianza, rimane alla mente l’immagine nostalgica del ritorno di Campana nel ricovero, sul sentiero attraverso il bosco, un percorso che il poeta avrà affrontato con passo agile e avvezzo, come quando camminava nelle foreste, sui monti «risentendo la prima ansia», verso La Verna, sulle tracce della “povertà ignuda” del «caro santo italiano» Francesco.
martedì 6 luglio 2021
Il Poeta in famiglia
con le persiane aperte ad angolo, però la casa natale era poco prima di questa e non esiste più.
Giovanna Diletti Campana detta Gina (1875-1967) era la moglie di Torquato Campana (fratello di Giovanni Campana, padre del poeta). Era originaria di Brisighella, dove i suoi parenti avevano una fabbrica di inchiostro di china. Quando scrisse i ricordi che sono qui di seguito era già molto anziana e lo fece per lasciare a suo figlio Lello un ricordo del poeta. Leggiamo che cosa ci dice:
Dopo qualche anno nacque Manlio (1888), Io conobbi Dino durante il mio viaggio di nozze, era allora nel collegio dei Salesiani a Faenza, avrà avuto 11 o 12 anni. Andammo a trovarlo mio marito ed io, era a ricreazione e venne da noi in parlatorio, tutto sudato, teneva in mano il frustino e la trottola.
Il collegio dei Salesiani di Faenza nel 1897
Anche i maestri dei Salesiani lo
giudicavano di grande ingegno, ma era uno scarabocchione disordinato. Dopo la
nascita di Manlio (Ninni), il cocco Dino passò in seconda, o per meglio dire in
terza linea.
Ninni sempre Ninni e solo Ninni. Marianna ancor più che Barberina si era affezionata a Dino. Quando veniva in casa per la questua della Chiesa mi chiedeva: "Come vanno su?" e si sfogava con me. Si ha da vedere un povero figliolo che quando escono per il passeggio la mamma gli dice: "Tu Dino vai sulla strada di Palazzuolo, noi si va per altra via. Quel noi era Fanny e Manlio. E gli abiti? Colla cosa che era disordinato egli aveva sempre i più brutti, o gli scarti del babbo e quando era lusso erano quelli provenienti da B. Cominciò a viaggiare e molte tappe le faceva a piedi, non aveva mai posto fermo, pareva un'anima in pena. Un giorno all'estero, non ricordo dove, passavano due signori, marito e moglie, pezzi grossi. Lui Dino corse ad abbracciare l'avvenente signora. Successe un putiferio, e stette in prigione diversi giorni e fu liberato grazie all'intervento di Cecchino (Francesco Campana zio di Dino) allora Procuratore del Re (a Pisa e a Firenze). Un'altra volta a La Verna portò via la borsetta a una signora.
Orticaia, podere della parrocchia di Gamberaldi
Egli stava molto a Orticaria, noi avevamo allora una modesta villetta in campagna al Corno, e per andare a Orticaria egli passava davanti alla nostra. Una volta si fermò e stette a desinare da noi. Fu tanto allegro e di buon umore che se ne andò via di mala voglia. Lo vidi allontanarsi mesto e zoppicante era in quel periodo che ebbe male a una gamba (novembre 1915).
... Lo vidi allontanarsi mesto e zoppicante ...
Quando decise di andare in America il padre non si fidò a dargli i denari del viaggio e pregò lo zio Torquato di andare con Dino ad accompagnarlo fino a Genova. Lo zio accettò e quando furono a Genova Dino disse di andare in un posto e si assentò. Combinarono di trovarsi al porto.
Il Porto di Buenos Aires nei primi anni del '900
Ma le ore passavano e Dino non si vedeva, si può immaginare l'ansia e la pena del povero Torquato perché il bastimento stava per partire. Finalmente arrivò Dino proprio in tempo per salire. In America fece un po' tutti i mestieri da mozzo a tanti altri. Quando ritornò dall'America marinaro, aveva una larga fascia colore azzurro legata alla vita era bello e molto allegro.
Le liti con la mamma erano assai frequenti, forse era incomprensione dall'una parte e dall'altra. Dino era geloso e questo è indubbio, certo è che egli cercava invano nella mamma l'affetto del nome di mamma! Intelligente come era ben si avvedeva delle differenze che la mamma faceva fra lui e il fratello. Le moine tributate a quest'ultimo e gli improperi a lui diretti.
Sembrava rustico ma spesso fermava Mimma (Maria Soldaini Campana cugina di Dino) e per fare una carezza la prendeva per il collo e la sollevava di peso. Una volta intervenni e gli dissi: Dino non fare così può essere nocivo. Dimenticavo scrivere che finché vissero le due vecchiette non passava giorno senza che non andasse a trovarle. In seguito la famiglia di Dino si trasferì nella casa di via Pescetti, nella casa del nonno dove visse finché ammalò di mente. Il babbo (Giovanni Campana 1854 - 1926) che io ricordo non andò mai a trovarlo a Castel Pulci, non gli reggeva il cuore ma la mamma si andava.
E quando accusava qualche male Dino diceva che l'avrebbe guarita lui per mezzo dell' elettricità, aveva lui diceva il modo e il mezzo per guarire l'intera umanità. Questo negli ultimi tempi. Era questa la sua idea fissa, e dava spiegazioni da incantare. Nel sanatorio non mangiava con gli altri ammalati, ma bensì con i dottori e superiori che se lo contendevano perché sapeva di tutto, conosceva tutto e la sua conversazione era ambita.
Fonte: Souvenir d’un
pendu, Carteggio 1910 – 1931 a cura di Gabriel Cacho Millet Edizioni
Scientifiche, Napoli.
venerdì 12 giugno 2020
Campana fra noi
Negli anni 1912 e 1913 Dino Campana si iscrisse all'Università di Bologna, facoltà di chimica, su consiglio di un parente. Un indirizzo di studi meno adatto a lui si fa fatica ad immaginarlo e infatti il Poeta non combinò niente. Però l'ambiente umano era accogliente, anche godereccio e maturarono diverse amicizie, fra le quali quella con Federico Ravagli, che poi diventerà professore di lettere e grande estimatore del Poeta.

Tipi, caratteri, figure, costituivano nel complesso un assortimento gustoso di gaia giovinezza ...

Perché Campana portava sempre con sé, gelosamente, il manoscritto delle sue prose e dè suoi versi: per averli sottomano quando gli fosse venuto l'estro di rileggere, di limare, di rifinire.
Campana partecipava attivamente a queste nostre manifestazioni. Di due numeri unici, Il Papiro e Il Goliardo è stato a un tempo collaboratore e rivenditore. Con quanto impegno abbia aderito alla mia richiesta di scritti da pubblicare, si vedrà dal materiale consegnatomi per la stampa. E dico subito che la sua collaborazione fu tanto entusiastica ch'io dovetti ridurla per mancanza di spazio ...
diffondeva pel ciel le lodi a Dio
venerdì 27 settembre 2019
Di giorno in giorno

L'atto del poetare proveniva in lui da un incanto di realtà schiettissimo. C'era un contrassegno direi fatale e carnale, suggello autentico della sua genialità. Quelle che egli chiamò "le supreme commozioni della sua vita", gli conducevano il ritmo in andature corali, popolari. E segnatamente nel paesaggio, egli si esaltò in una bellezza italiana, specificamente toscana, di autorità antica e veneranda. La sua sensibilità spasmodica, di errante e perseguitato, non gli preludeva l'ispirazione ed in parte il cammino verso una forma classica della vita e dell'arte; verso l'idea di una felicità, come egli diceva: "mediterranea"; l'idea che sembrava respirata nelle città tirrene del nostro Trecento.