Lanfranco Raparo, Marradi

Lanfranco Raparo, Marradi
Visualizzazione post con etichetta Dino per chi lo conobbe. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Dino per chi lo conobbe. Mostra tutti i post

venerdì 18 luglio 2025

1917 Luigi Orsini incontra Dino Campana

Un trekking 
con il Poeta 
sul Falterona

Ricerca di Claudio Mercatali



Luigi Orsini all'epoca del fatto


Il Monte Falterona era una delle mète preferite da Campana. Passò di qui per la prima volta nel 1910 partendo da Campigno, nel famoso viaggio a La Verna, descritto in alcune delle pagine più alte dei Canti Orfici. Ora siamo nell’agosto del 1917 e il poeta sta salendo un’altra volta lungo le pendici della montagna. E’ in una condizione del tutto diversa da quella del 1910, perché la malattia ha ormai preso il sopravvento e nemmeno la montagna tanto amata riesce a dargli un po’ di serenità. 

A un certo punto incontra due gitanti faentini, Luigi Orsini e il suo amico Cicognani e si accoda.






 Loro non sanno chi è ma colgono il suo disagio e la confusione mentale che lo tormenta. Leggiamo:



Clicca sulle immagini
se le vuoi ingrandire
a tutto schermo


Luigi Orsini era nipote di Orso Teobaldo Felice Orsini da Meldola (Forlì), che nel 1858 attentò alla vita di Napoleone III (fu arrestato e fucilato). Nacque a Imola nel 1873, dottore in legge ma professore di Lettere dal 1911 al 1938 al regio Conservatorio di Milano. 
Era una cattedra di prestigio, Orsini era subentrato a Emilio Praga e a Giuseppe Giacosa e dopo di lui fu tenuta da Salvatore Quasimodo. Scrisse diversi articoli soprattutto su Il Popolo d'Italia, Il Resto del Carlino e L'illustrazione italiana. Visse a Milano, ma restò sempre legato alla Romagna. Morì a Imola nel 1954.


martedì 12 novembre 2024

Gli scritti di Campana del 1915 - 16

 Le poesie dopo i Canti Orfici

Ricerca di Claudio Mercatali



Dino Campana dopo aver pubblicato i Canti Orfici (1914) scrisse poco o niente. La malattia che progrediva rapidamente, la delusione per l’accoglienza scarsa che aveva avuto il suo libricino, l’incomprensione e la sua solitudine avevano inciso profondamente il suo animo e inaridito la vena poetica.
Sono pochissimi gli scritti campaniani del 1915 e 1916, per lo più incompleti o frammentari, ad eccezione di due poesie: Domodossola e Arabesco Olimpia. Dalla metà del 1916 in poi, fino al ricovero, gli scritti si riducono ancora: c'è la poesia Le Rose e per il resto semplici frasi, abbozzi e frammenti annotati su fogliettini, a volte senza senso compiuto.




Domodossola è una poesia di vena patriottica del 1915 – 1916 che ha almeno tre stesure simili: una del maggio 1915 inviata per lettera ad Ardengo Soffici, una del maggio 1916 inviata a Mario Novaro editore del periodico La Riviera ligure, con il titolo Canto proletario italo francese, e una terza che lui disse di aver scritto apposta (era una bugia) nel 1916 per Bianca Lusèna, una crocerossina che abitava a Livorno in casa di Bianca Fabbroni Minucci, pittrice di Marradi, dove il Poeta era stato ospite per qualche tempo.


Questa qui accanto è la versione data ad Ardengo Soffici. Leggiamo:







Però la versione effettivamente pubblicata fu quella comparsa sulla rivista La Riviera ligure nel marzo 1916. Era un periodico di Oneglia, l'attuale Imperia, molto attiva nel primo ventennio del Novecento. Aveva una veste tipografica elegante, perché il direttore e scrittore Mario Novaro era l'industriale dell'Olio Sasso e la finanziava con generosità. In più era un estimatore del nostro poeta. Dino Campana pubblicò poesie in tre numeri della Riviera Ligure:

nel Novembre 1915 (n°47)  
A Bino Binazzi: Toscanità.
nel Marzo 1916 (n°51)  
Arabesco Olimpia e Vecchi Versi.
nel Maggio 1916 (n°53) 
A M. N. Domodossola 1915. 
In questo numero c'è anche Ritorna lontano. La tua giornata d'amore, una bella poesia di Luisa Giaconi, che a Campana piacque molto e l'editore Diego Novaro la pubblicò pensando che fosse di Campana.

Sono qui di seguito, tratte dagli originali della rivista.

Mario Novaro aveva la buona abitudine di corrispondere un compenso agli scrittori, che però spesso era meno di quanto gli autori ritenevano di dover avere, e questo era fonte di lamentele e seccature. Allora la Redazione inventò la figura di Anselmo Geribò, personaggio di fantasia, inflessibile responsabile editoriale e ragioniere, al quale attribuire ogni colpa. Anche Dino Campana ci credette e quando ricevette solo 10 lire per il manoscritto di Toscanità, scrisse così:

"Eccellente Signor Giurabò, Osteria della Mussa.

Rilevo dalla sua lettera assai gradita che lei mi ha pagato 10 lire per Toscanità. Con mio grande dispiacere non me ne sono accorto ancora e suppongo che la raccomandata sia giunta in altre mani. A fine di indagine la pregherei di confrontare la scrittura della lettera che Lei ricevé in ringraziamento, con questa. Le sarò veramente obbligato se poi potrà comunicarmi il risultato.(Io non ricevo mai direttamente le lettere essendo regolarmente assente, inoltre sono strettissimamente sorvegliato e quindi alla mercé di qualsiasi lazzarone). Speriamo dunque di poter lasciare al più presto questa santa e benedetta Italia. Intanto crepavo a Firenze per un principio di paralisi vasodilatatoria al lato destro e quei fiorentini mi hanno sempre rifiutato l'entrata in un ospedale. Ora mi rimetto da me. Allo sgelo sarò in grado di scavalcare le Alpi svizzere se sarà necessario. Sappia intanto che ero in cura per nefrite avendo avuto la congestione cerebrale durante un mese nell'ospedale locale. Ora finalmente dopo due mesi ho dovuto attaccarmi le sanguisughe da me, ultimo avanzo dei barbari in Italia. Sono assai dispiacente che lei mi misuri con il metro. No signor Girabò, io sono un uomo e se Lei paga 25 lire le ultime propaggini filosofiche del mal de Naples, ... dico se lei paga 25 lire al pezzo le infami propaggini (vociane) della putrefazione progressiva di una buona metà d'Italia, perché perdio dà solo dieci lire a me? Sappia caro signore che in questo momento una sola parola onesta ha un immenso valore storico e se Lei vivrà se ne accorgerà domani. La prego di comunicare possibilmente ai miei cari e stimatissimi amici Boine e Novaro che il mio indirizzo è e resterà Dino Campana, Marradi".


Nel libro di Carlo Pariani, il dottore che ebbe diversi colloqui con Campana a Castelpulci, si legge a proposito di Arabesco Olimpia:
Olimpia di Manet


... Ricordi dal vero spuntano qua e là, assunti nella trama sentimentale e fantastica; trasfigurati. Le torricelle rosse le suggerisce il borgo natìo: "sono torri di Marradi". Di Olimpia, apparsa nel tramonto, dice: "Una Olimpia qualunque; può essere quella di Manet. L'ho vista l'Olimpia di Manet è al Louvre di Parigi. E' un nudo di bambina. Manet è un pittore impressionista, con effetti di luce più che altro, con la tecnica speciale di un impressionista. E' uno dei suoi più bei quadri". 
L'Olimpia dipinta ne richiama una di carne: "Era una ragazza di dodici o tredici anni. Un ricordo d'infanzia figlia di un droghiere svizzero che stava a Marradi".


A proposito di Domodossola 1915 Dino Campana scrive, a Novaro:

" ... A lei che è stato per me così cordiale vorrei dedicare una poesia patriottica che scrissi ancora nel luglio scorso: però passata la prima fiammata la abbandonai ed è rimasta incompleta. La potrei rivivere e terminare nel senso di un "addio all' Italia", solamente. (Ma questo addio, anche praticamente, è terribilmente difficile poterlo dare.). (Inoltre sono gravemente ammalato ancora). In qualunque confine avrò memoria di affetto per lei. Pieno di dolci e funesti presagi partirò forse ugualmente cercando un paese dove vi sono dei giudici, come diceva il mugnaio. In ogni caso né da vivo né tanto meno da morto si avrà ragione di me. E tutto sia perduto fuorché l'onore! Ed anche questo in tempi così critici avra? non avrà? il suo valore".

Che cosa significa "cercando un paese dove vi sono dei giudici, come diceva il mugnaio"?
Secondo un aneddoto forse un po' inventato, l'imperatore Federico II di Prussia voleva espropriare un mulino e abbatterlo perché a suo dire imbruttiva la vista dal suo nuovo castello di Sans Souci. Pur di averla vinta corrompeva i giudici a cui il mugnaio si rivolgeva. Con tenacia il mugnaio riuscì a trovare un giudice onesto che lo aiutò a vincere la causa. Ecco il significato di questa espressione, per dire che alla fine la giustizia trionfa.

Tutto è perduto, fuorché l’onore (tout est perdu fors l’honneur) viene da quanto scrisse il re Francesco I di Francia alla madre Luisa di Savoia dopo la disfatta di Pavia (1525).


Fonti
Fondazione Mario Novaro, Genova
Carlo Pariani, vita non romanzata di Dino Campana
Enrico Falqui, Campana, opere e contributi.


martedì 18 giugno 2024

A cena con Dino Campana

Da un racconto
di Leonetta Pieraccini

ricerca di Claudio Mercatali



Leonetta Cecchi Pieraccini, pittrice,
ritrae se stessa nel suo studio



Leonetta Pieraccini, moglie del critico letterario Emilio Cecchi, incontrò Dino Campana più volte, perché il poeta si rivolgeva spesso a suo marito. Ora siamo nel 1916, in casa dei coniugi Cecchi, durante una cena di artisti e Leonetta racconta che:

... In condizioni normali il Campana appariva mite e riservato; taciturno addirittura; con la testa affondata nelle spalle e il volto appesantito di rossore, sembrava trattenuto da un' invincibile timidezza a parlare; e poco, e sommessamente, parlava: d'un tratto era capace di esplodere in una sghignazzata feroce, o avere un'uscita tenerissima. Così fu la prima volta che lo avvicinai a Firenze, nell' inverno del 1916. 
Aveva accettato, dopo molte riluttanze, di restare a cena in casa nostra, insieme a Giannotto Bastianelli; ma si era seduto a tavola di traverso, in posizione e in funzione di spettatore, anziché di commensale, perché, di natura selvatica, non riusciva a mangiare e bere in casa altrui. Ascoltava passivo il Bastianelli il quale, loquace e appassionato, discuteva di musica e di poesia; e lui, Campana, si immergeva sempre di più nella barba e nella zazzera, come un piccione che affonda la testa fra le penne del collo per dormire. D'improvviso, cogliendo una pausa, si tirò su, alzò la destra, segnò il tempo come un maestro di musica che dà il via, e dolcemente incominciò:




La Badia del Buonsollazzo
(bianca in faccia al Mugello turchino
e al ricurvo ampio Appennino
roseo al sole ed all'ombra paonazzo) ...



Era una poesia di Bastianelli. Campana andava avanti, sicuro come se leggesse, seguitando a battere il tempo con la mano: lui che si vantava di non conoscere l'arte di nessuno, a cominciare da Dante (faceva eccezione soltanto per Villon e Whitman), sapeva a mente quella lunga lirica e in tal guisa la declamava, rendendone un così armonioso chiaroscuro. 


Il Bastianelli, dopo il primo sussulto di stupore, si sforzò di assumere un contegno spigliato, ma la sua emozione divenne presto palese; e al termine della recitazione, incapace di trovare parole adeguate, interruppe il pasto e, spinti indietro piatti e bicchieri, accese una sigaretta, puntò i gomiti sulla tavola e si mise a fumare meditando. Il Campana intanto era ricaduto nel suo solitario mutismo e il silenzio si fece generale: finché fu rotto dallo scoppio improvviso di una sconcertante risata dello stesso Campana il quale, ripetendo un paio di volte: "la celebrità mi corre dietro e non mi raggiunge mai", se ne andò.





Che cosa significa quest'ultima frase? Qui c’è un equivoco e forse la frase del poeta fu: “la celerità mi corre dietro e non mi raggiunge mai”, perché la celebrità non rincorre le persone e semmai è il contrario. Dino aveva fatto il liceo classico, aveva una cultura filosofica e questa frase richiama un famoso paradosso del filosofo greco Zenone che dice: se Achille (il piè veloce, la celerità) rincorre una tartaruga non giungerà mai pari a lei, perché al momento del congiungimento la tartaruga si sarà spostata un po’ e così via per successivi e infiniti spazi sempre più piccoli.


Si sono cimentati in tanti a dimostrare che il paradosso è falso e questa che segue è una dimostrazione classica. Il ragionamento di Zenone a volte è vero e altre volte no,  perché il moto dei corpi rispetta le leggi della Fisica e non i ragionamenti della Filosofia. Dunque:


Nel moto rettilineo uniforme la Velocità (V) = spazio (S) / tempo (t) cioè S= Vt

Se Achille corre a Va e la tartaruga a Vb con un vantaggio iniziale X avremo:  Sa =Va t   e   Sb = Vb t + X

Achille raggiunge la tartaruga quando Sa (lo spazio che ha percorso) è pari a Sb: Va t = Vb t + X      cioè: (Va – Vb) t = X       e infine: t = X / (Va –Vb).

Per esempio con un gap iniziale di 60m Achille la raggiunge dopo 12 secondi se tiene un passo di 5,2 m/s e la tartaruga va a 0,2m/s. Oppure fa in modo che Va – Vb dia un divisore di 60. Quindi non è vero che Achille non pareggerà MAI il gap con la tartaruga. Ma se l’eroe non si regola così il tempo è espresso da un numero periodico o decimale non finito e ha ragione Zenone. Per esempio se Va =3,8m/s e Vb =0,2m/s risulta t= 60/3,6 = 16,666 ...


Fonte 
Leonetta Cecchi Pieraccini, Visti da vicino, Vallecchi 1952
La scultura qui sopra è "Forme uniche della continuità nello spazio", una celebre scultura futurista di Umberto Boccioni che rappresenta simbolicamente il movimento. E' l'immagine un po' misteriosa che compare nella moneta da 20 cent. coniata in Italia.




lunedì 18 marzo 2024

Dino Campana a Castelpulci

Nel peggiore dei mondi possibili

di Lorenzo Bertolani, 
da www infinitetracce


La facciata di Castelpulci,
oggi scuola per Magistrati


Una particolare testimonianza da me raccolta alcuni anni fa a Scandicci, è quella della signora Alina Barbetti, figlia di Ettore Barbetti, infermiere a Castel Pulci sin dal 1910. 



Verso la fine degli anni Venti, il Barbetti, per motivi politici, venne abbassato di grado e preposto alla dispensa del sanatorio. Intorno al 1928 gli venne affiancato, come aiuto, Dino Campana. Ecco alcuni passaggi della vivida testimonianza di Alina:


Campana stette in dispensa col mio babbo dal ‘28 fino alla sua morte. Ricordo bene che Campana è venuto alcune volte a mangiare a casa mia accompagnato dal babbo. Io stavo a Rinaldi e davanti a casa mia di là dalla strada c’era un muricciolo dove si stava sempre a sedere. «Vieni, vieni» diceva il babbo a Campana «ci si siede qui, non si dà noia a nessuno, si aspetta che la massaia ci abbia fatto da mangiare». La massaia era la mia mamma. Allora io ho questo ricordo bello di Campana e del mio babbo che parlavano tranquilli sul muricciolo vicino al fiume, e parlavano tanto! Da Castel Pulci a casa mia ci venivano a piedi e poi, quando tornavano, risalivano per il bosco sul sentiero che portava al manicomio.

Devo dire che non l’ho mai sentito parlare di poesia. Campana aveva anche momenti cattivi ma erano più i momenti buoni che quelli cattivi. Questo anche perché era più guidato, forse perché si sapeva che era poeta, era più seguito anziché essere lasciato nelle camerate o negli stanzoni. In fondo io di Campana ho l’impressione di una persona normale, per come l’ho conosciuto io.





Di questa bella testimonianza, rimane alla mente l’immagine nostalgica del ritorno di Campana nel ricovero, sul sentiero attraverso il bosco, un percorso che il poeta avrà affrontato con passo agile e avvezzo, come quando camminava nelle foreste, sui monti «risentendo la prima ansia», verso La Verna, sulle tracce della “povertà ignuda” del «caro santo italiano» Francesco.



martedì 6 luglio 2021

Il Poeta in famiglia

Ricordi su Dino Campana 
di Giovanna Diletti Campana



Marradi nei primi anni del Novecento. La casa dei Campana è quella in primo piano, a sinistra,
con le persiane aperte ad angolo, però la casa natale era poco prima di questa e non esiste più.





Giovanna Diletti Campana detta Gina (1875-1967) era la moglie di Torquato Campana (fratello di Giovanni Campana, padre del poeta). Era originaria di Brisighella, dove i suoi parenti avevano una fabbrica di inchiostro di china. Quando scrisse i ricordi che sono qui di seguito era già molto anziana e lo fece per lasciare a suo figlio Lello un ricordo del poeta. Leggiamo che cosa ci dice:

 … Dino nacque a Marradi il 20 agosto 1885, alle ore 14,30 nella casa di proprietà dell'ing. Vincenzo Mughini. Sua mamma, Francesca Luti detta "Fanny" (1857 - 1925) essendo allora sposa giovane, non sapeva fasciarlo, usava allora, ed era una barbaria, di fasciare i piccini da sotto le braccia fino ai piedini e richiedeva certo un po' di abilità. Supplivano per lei Marianna e Barberina Bianchi, due zitelle che abitavano allo stesso piano. Barberina era levatrice e così si può ben dire che fu allevato da loro. Dino si affezionò a loro e loro a Dino.

Dopo qualche anno nacque Manlio (1888), Io conobbi Dino durante il mio viaggio di nozze, era allora nel collegio dei Salesiani a Faenza, avrà avuto 11 o 12 anni. Andammo a trovarlo mio marito ed io, era a ricreazione e venne da noi in parlatorio, tutto sudato, teneva in mano il frustino e la trottola. 


Il collegio dei Salesiani di Faenza nel 1897


Anche i maestri dei Salesiani lo giudicavano di grande ingegno, ma era uno scarabocchione disordinato. Dopo la nascita di Manlio (Ninni), il cocco Dino passò in seconda, o per meglio dire in terza linea.

Ninni sempre Ninni e solo Ninni. Marianna ancor più che Barberina si era affezionata a Dino. Quando veniva in casa per la questua della Chiesa mi chiedeva: "Come vanno su?" e si sfogava con me. Si ha da vedere un povero figliolo che quando escono per il passeggio la mamma gli dice: "Tu Dino vai sulla strada di Palazzuolo, noi si va per altra via. Quel noi era Fanny e Manlio. E gli abiti? Colla cosa che era disordinato egli aveva sempre i più brutti, o gli scarti del babbo e quando era lusso erano quelli provenienti da B. Cominciò a viaggiare e molte tappe le faceva a piedi, non aveva mai posto fermo, pareva un'anima in pena. Un giorno all'estero, non ricordo dove, passavano due signori, marito e moglie, pezzi grossi. Lui Dino corse ad abbracciare l'avvenente signora. Successe un putiferio, e stette in prigione diversi giorni e fu liberato grazie all'intervento di Cecchino (Francesco Campana zio di Dino) allora Procuratore del Re (a Pisa e a Firenze). Un'altra volta a La Verna portò via la borsetta a una signora. 


Orticaia, podere della parrocchia di Gamberaldi


Egli stava molto a Orticaria, noi avevamo allora una modesta villetta in campagna al Corno, e per andare a Orticaria egli passava davanti alla nostra. Una volta si fermò e stette a desinare da noi. Fu tanto allegro e di buon umore che se ne andò via di mala voglia. Lo vidi allontanarsi mesto e zoppicante era in quel periodo che ebbe male a una gamba (novembre 1915). 


... Lo vidi allontanarsi mesto e zoppicante ...


Quando decise di andare in America il padre non si fidò a dargli i denari del viaggio e pregò lo zio Torquato di andare con Dino ad accompagnarlo fino a Genova. Lo zio accettò e quando furono a Genova Dino disse di andare in un posto e si assentò. Combinarono di trovarsi al porto. 


Il Porto di Buenos Aires nei primi anni del '900


Ma le ore passavano e Dino non si vedeva, si può immaginare l'ansia e la pena del povero Torquato perché il bastimento stava per partire. Finalmente arrivò Dino proprio in tempo per salire. In America fece un po' tutti i mestieri da mozzo a tanti altri. Quando ritornò dall'America marinaro, aveva una larga fascia colore azzurro legata alla vita era bello e molto allegro.


Le liti con la mamma erano assai frequenti, forse era incomprensione dall'una parte e dall'altra. Dino era geloso e questo è indubbio, certo è che egli cercava invano nella mamma l'affetto del nome di mamma! Intelligente come era ben si avvedeva delle differenze che la mamma faceva fra lui e il fratello. Le moine tributate a quest'ultimo e gli improperi a lui diretti.

Sembrava rustico ma spesso fermava Mimma (Maria Soldaini Campana cugina di Dino) e per fare una carezza la prendeva per il collo e la sollevava di peso. Una volta intervenni e gli dissi: Dino non fare così può essere nocivo. Dimenticavo scrivere che finché vissero le due vecchiette non passava giorno senza che non andasse a trovarle. In seguito la famiglia di Dino si trasferì nella casa di via Pescetti, nella casa del nonno dove visse finché ammalò di mente. Il babbo (Giovanni Campana 1854 - 1926) che io ricordo non andò mai a trovarlo a Castel Pulci, non gli reggeva il cuore ma la mamma si andava. 


E quando accusava qualche male Dino diceva che l'avrebbe guarita lui per mezzo dell' elettricità, aveva lui diceva il modo e il mezzo per guarire l'intera umanità. Questo negli ultimi tempi. Era questa la sua idea fissa, e dava spiegazioni da incantare. Nel sanatorio non mangiava con gli altri ammalati, ma bensì con i dottori e superiori che se lo contendevano perché sapeva di tutto, conosceva tutto e la sua conversazione era ambita.

 

Fonte: Souvenir d’un pendu, Carteggio 1910 – 1931 a cura di Gabriel Cacho Millet Edizioni Scientifiche, Napoli.

venerdì 12 giugno 2020

Campana fra noi

Federico Ravagli racconta gli anni
del Poeta all'università di Bologna
ricerca di Claudio Mercatali



Negli anni 1912 e 1913 Dino Campana si iscrisse all'Università di Bologna, facoltà di chimica, su consiglio di un parente. Un indirizzo di studi meno adatto a lui si fa fatica ad immaginarlo e infatti il Poeta non combinò niente. Però l'ambiente umano era accogliente, anche godereccio e maturarono diverse amicizie, fra le quali quella con Federico Ravagli, che poi diventerà professore di lettere e grande estimatore del Poeta.

Il professore racconta così i fatti, nel suo libro Dino Campana e i goliardi del suo tempo (editrice Marzocco, 1942).

Il prof. Federico Ravagli al tempo dei fatti narrati


... In questo ambiente romantico e tumultuoso, scapigliato e beffardo, capitò un giorno un individuo strano, accigliato, male in arnese. Al primo apparire al bar Nazionale non ispirò gran simpatia: ma era con Olindo Fabbri, uno dei nostri e questo bastò per introdurlo gaiamente, per farlo conoscere a tutti. Aveva a nome Campana, era studente di chimica, poeta e giramondo.

Dimostrava alcuni anni più di noi. Tarchiato, biondastro, di mezza statura, si sarebbe detto un mercante, a giudicarlo dall'apparenza, un eccentrico mercante con magri affari. Le commesse del bar, i camerieri, gli estranei lo guardavano con circospetta ilarità. Aveva una lunga capigliatura biondo - rame, folta e ricciuta, che gl'incorniciava un viso di salute: due baffetti che s'arrestavano all'angolo delle labbra, una barbetta economica che non s'allontanava troppo dal mento.

Si rivelò subito poco socievole, il nuovo venuto, timido quasi, alieno al chiasso e alle espansioni; sicché non pareva certo il nostro l'ambiente più adatto per lui. Chi sa. Se ne sarebbe andato prima o poi; avrebbe ripreso il viaggio verso ... un'altra università. L'aria di Bologna non poteva conferirgli. Troppo rude, troppo taciturno, troppo primitivo, quell'anziano studente di chimica di Marradi. Questi, press'a poco, i primi commenti.

Invece no. Imparammo a conoscerlo meglio, a considerarlo con attenta benevolenza: e finì con l'imporsi alla nostra affettuosa ammirazione.
Perché venne rivelando una ricchezza insospettata di energie spirituali. Ci avvedemmo che sotto quella ruvida scorza, sotto quell' apparenza scontrosa e quasi ostile, c'era un fervore gagliardo di vita sognata e sofferta. Il suo mistero ci attrasse e più la sua umanità. Era un po' strambo, si: ma poiché anche noi non s'era proprio a modino, non eravamo fatti su misura, così venne a inserirsi naturalmente nella nostra vita di goliardi.

Eravamo una gaia brigata di studenti di varie facoltà, romagnoli in maggioranza, che dopo aver frequentato per parecchio tempo la fiaschetteria Morelli di Via d'Azelio e l'Ideal bar di via Rizzoli - noi lo chiamavamo il "bar delle vergini", a gloria delle commesse -, s'erano trasferiti al Nazionale, sotto le Due Torri.
Tipi, caratteri, figure, costituivano nel complesso un assortimento gustoso di gaia giovinezza ...

 ... Campana senza avvedersene, finì col sentirsi attratto. Trovò degli svagati dilettanti di rime, dei sognatori notturni, dei "bohemiens" come lui, in tono minore. Dei compagni fervidi e sinceri che talora strillavano, si, un po' forte; ma ai quali si poteva pur perdonare il disagio acustico, in virtù dell'accordo spirituale. Io, allora, ero studente di legge: collaboravo assiduamente in quotidiani e riviste senza guadagnare un centesimo; e facevo crescere con tenacia, nel cassetto della scrivania, il numero dei miei inediti. Di più: non ero astemio e vestivo male...


... Campana era pienamente solidale: e ne dava una fiera dimostrazione. E' indubbio però che in tempi ordinari egli non sfigurava troppo con molti di noi. E se il suo abito era più dimesso e trasandato, non certo serviva alle critiche e alla derisione di alcuno.

Mi pare ancora di vederlo. Con quel suo cappello rotondo, di feltro: e il giacchettone dalle tasche ampie, capaci, piene di fogli, di carte , di libretti.
Perché Campana portava sempre con sé, gelosamente, il manoscritto delle sue prose e dè suoi versi: per averli sottomano quando gli fosse venuto l'estro di rileggere, di limare, di rifinire.

Talora, d'estate, gli accadeva di abolire qualche indumento di prima necessità. Un giorno capitai con lui - chi sa come, chi sa perché - nella prima sala del caffè San Pietro, ritrovo allora quasi elegante. Egli non si sedette: si sdraiò addirittura nel divano rosso che girava tutt' intorno alle pareti e mise in mostra le scarpe logore e le gambe nude: con grave scandalo dei clienti più timorati e con visibile dispetto dei camerieri più arcigni. Nessuno, naturalmente, osò dirgli parola.

Ma gli atti eccentrici e bizzarri non erano frequenti in Campana: tutt' altro. Ché la sua vita ordinaria era fatta di discrezione e di riservatezza. Chi, astraendo dall' abito, l'avesse osservato con attenzione, si sarebbe facilmente accorto che egli aveva, pur nella figura selvatica, qualcosa di nobile e di casto, di mansueto e di compunto: qualcosa, negli occhi cerulei, che esprimeva raccoglimento e dolcezza.
Il suo fare era, di solito, contegnoso e tranquillo, il gestire misurato e aristocratico, il parlare lento e sommesso. Si esprimeva con quella tipica cadenza dei tosco romagnoli, che è fatta di morbide inflessioni e di venature aspre: la parlata illustre natìa ch'egli non aveva alterato per nulla, nonostante gli fossero famigliari diverse lingue europee.
Non usava il dialetto. Con la lingua del popolo ebbe a cimentarsi solo qualche volta: quando offrendo prova di molta allegria e di maggiore buona volontà, tentava di unirsi ai coristi estemporanei degli stornelli romagnoli, ai quali Fabbri dava l'avvio ...

Così visse con noi, come noi, la vita dei goliardi. Partecipò ai comizi chiassosi, tumultuò nelle agitazioni scioperaiole, frequentò i ritrovi gaudenti della nostra giovinezza scapigliata. Ma sotto certi aspetti egli visse la vita di ogni giorno con più misura, con meno intemperanza, con più ritegno di molti ...

... Tra i numerosi studenti che lo conobbero in quegli anni, dimostrò per me particolare predilezione. Avevo rispetto de' suoi segreti di vita, ero in guerra perpetua col sussiego e con l'ipocrisia, ammiravo la sua arte. Quando non mi trovava al caffè, veniva spesso a cercarmi a casa: con grave disappunto di mia madre, alla quale l'aspetto dello strano visitatore destava qualche preoccupazione. Ero uno degli studenti ... più attivi, promotore di manifestazioni, organizzatore festaiolo, redattore di "numeri unici".

Per tutto questo mio armeggiare, ero membro di "comitati" occasionali: e avevo parte preminente nella pubblicazione dei fogli commemorativi. Tante cose c'eran da fare: rivolgersi a varie tipografie e prendere accordi con la più conveniente: distribuire mansioni molteplici ai compagni aggregati ...



Campana partecipava attivamente a queste nostre manifestazioni. Di due numeri unici, Il Papiro e Il Goliardo è stato a un tempo collaboratore e rivenditore. Con quanto impegno abbia aderito alla mia richiesta di scritti da pubblicare, si vedrà dal materiale consegnatomi per la stampa. E dico subito che la sua collaborazione fu tanto entusiastica ch'io dovetti ridurla per mancanza di spazio ...

 ... Ma i fogli goliardici, Campana non si accontentava di scriverli e di venderli: li leggeva anche. E come li leggeva. Un giorno venne fuori a recitar, da Il Papiro, a memoria:


 ... lo scampanio
rapido schioccante sfaccendato
diffondeva pel ciel le lodi a Dio

L'autore era presente. Figurarsi. Si sentì poeta davvero.  

venerdì 27 settembre 2019

Di giorno in giorno

Emilio Cecchi ricorda
Dino Campana
ricerca di Claudio Mercatali


Emilio Cecchi, critico letterario, conosceva Dino Campana e lo aiutò in diverse occasioni. Lui e sua moglie Leonetta Pieraccini furono due punti di riferimento del nostro poeta nei momenti di maggiore sbandamento. Lo sappiamo perché ci sono diverse lettere di Dino a Emilio Cecchi e a sua moglie, e altrettante risposte. Cecchi era un sincero ammiratore di Campana e non mancò mai di parlarne nei suoi libri. Questo che segue è un suo giudizio tratto dal saggio di critica letteraria Di giorno in giorno:

"... Se uno torna col pensiero agli anni della formazione, in Italia, d'un nuovo senso della poesia, è colpito al vederli, così brevi anni, ingombri di tanti morti; e tutti morti giovani, o assai giovani: Corazzini, Michelstaedter, Gozzano, Tozzi, Onofri, Bastianelli, Boine, Serra, Slataper. Dino Campana non fu tra i più giovani, relativamente alla morte materiale; ma gli anni da lui passati, fra il 1918 e il decesso nel 1932, in un ospedale psichiatrico, furono anni di morte. Quanto sorprendente e quasi mitologica era stata l'apparizione, fra le scomparse più tragiche fu quella di Dino Campana".



Emilio Cecchi nota che un folto gruppo di poeti coetanei di Campana morirono giovani, in condizioni drammatiche, come per maledizione ...
Serra e Slataper in guerra, Boine per tisi, Gozzano e Corazzini per tubercolosi, Tozzi per l'epidemia della Spagnola, Bastianelli e Michelstaedter suicidi.
" ... Ho conosciuto alcuni poeti, nostrani e forestieri. Non pretenderò che fossero poeti immensi; ma erano di certo fra i massimi che l'epoca poteva mettere a mia disposizione. Accanto a loro provavo ammirazione, riverenza. Accanto a Campana, che non aveva affatto l'aria di un poeta, e tanto meno d'un letterato, ma di un barrocciaio: accanto a Campana si sentiva la poesia come se fosse una scossa elettrica, un alto esplosivo.

Non so di che specie egli fosse; se superiore o inferiore alla comune nostra; certo è che era d'altra specie. Un fauno insaccato in quei miseri panni di fustagno, o un altro essere così, tra divino e ferino, non avrebbe fatto diversa impressione. Genio poetico egli ebbe forse più d'ogni altro della nostra generazione, se avesse potuto maturarlo e svilupparlo a fondo. Italiano dello stipite di Giotto, di Masaccio e d'Andrea del Castagno.

L'atto del poetare proveniva in lui da un incanto di realtà schiettissimo. C'era un contrassegno direi fatale e carnale, suggello autentico della sua genialità. Quelle che egli chiamò "le supreme commozioni della sua vita", gli conducevano il ritmo in andature corali, popolari. E segnatamente nel paesaggio, egli si esaltò in una bellezza italiana, specificamente toscana, di autorità antica e veneranda. La sua sensibilità spasmodica, di errante e perseguitato, non gli preludeva l'ispirazione ed in parte il cammino verso una forma classica della vita e dell'arte; verso l'idea di una felicità, come egli diceva: "mediterranea"; l'idea che sembrava respirata nelle città tirrene del nostro Trecento.



 

... Campana non aveva affatto l'aria di un poeta, e tanto meno d'un letterato, ma di un barrocciaio ...

Nessuno ha più saputo, come Campana, nel rapido e largo stacco dei suoi versi e delle liriche in prosa, riuscire modernissimo e, al tempo stesso, naturale, popolaresco. Egli passò come una cometa; ed anche oltre le strette ragioni formali, in una sfera più vasta e calorosa, la sua influenza sui giovani fu incalcolabile, e s'è tutt'altro che spenta. Egli dette un esempio di eroica fedeltà alla poesia: un esempio di poesia testimoniata davvero col sangue. Da lui e dal coetaneo Ungaretti, s'inaugura un tono intimo e grave nella nostra ultima lirica".



giovedì 27 giugno 2019

Raffaello Franchi scrive su Dino Campana

Dalla rivista Campo di Marte,
15 agosto 1938
ricerca di Claudio Mercatali
 

 
Firenze nei primi anni del Novecento era una delle capitali italiane della Letteratura. I circoli di Papini e Soffici, le riviste letterarie La Voce, Lacerba, La Ronda, Solaria e Il Marzocco, facevano testo. Una vita cittadina brillante si svolgeva al bar delle Giubbe Rosse e al caffè Paszkowski.
 
 
Raffaello Franchi, ritratto
da Ottone Rosai
 
 
Raffaello Franchi, fiorentino (1899 - 1949) in quegli anni
era un ragazzo, fattorino del telegrafo con la passione
per la poesia e stravedeva per Papini e i letterati
dell' ambiente della Voce e di Solaria.
 

A. Viviani ce lo descrive così:

"quando venne la prima volta in casa di Papini (1914) con le tasche piene di poesie manoscritte mi parve di riconoscere a un tratto Giannettino di collodiana memoria scappato di nascosto dalle pagine del libro. Ragazzetto petulante e di loquela un po' becera, allora, con i pantaloni corti e le calze lunghe nere, goletta bianca inamidata alla marinara e sciarpa rossa a fiocco, saltellava irrequieto nel piccolo studio di Papini, senza trovare il modo di sedersi".

 
Questo ragazzo, nell'ambiente alternativo e frizzante dei letterati fiorentini, imbastì una relazione con Sibilla Aleramo, che aveva 23 anni più di lui e pianse quando lei lo lasciò per Dino Campana. Il ricordo della poetessa gli rimase dentro per diversi anni, come del resto l'amore per Dino Campana, come lui stesso ci dice nell'articolo qui accanto:

 
" ... Dino Campana è stato uno dei più forti amori letterari della mia adolescenza ...".
 

Fonte: Campo di Marte, rivista di Lettere e Arte. Quindicinale  fondata a Firenze nell' agosto del 1938 e finanziata dall' editore Enrico Vallecchi. I redattori erano Alfonso Gatto e Vasco Pratolini. Chiuse nel settembre 1939 allo scoppio della II Guerra Mondiale.