Lanfranco Raparo, Marradi

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martedì 12 agosto 2025

La strada di Casa dell’Alpe

Una via tanto richiesta 
dai Palazzuolesi

Ricerca di Claudio Mercatali


La strada 
della Sambuca


Dov’è Casa dell’Alpe? E’ un podere alla Colla di Casaglia, nel versante mugellano, proprio sotto l’Hotel Gran Fonte dell’Alpe. Lì c'era la mulattiera che da Razzuolo arrivava al Passo della Colla prima che il Granduca Leopoldo facesse la strada attuale. A Casa dell’Alpe c’era il bivio: a destra si andava alla Colla e poi a Marradi e a sinistra si continuava fino a Prato all’ Albero e poi al torrente Rovigo, a Cà di Vagnella, a Ronchi di Berna e oltre la Sambuca, fino a Palazzuolo.


La strada di Casa dell'Alpe
nel Catasto Leopoldino (1822)


Ecco questa era la strada di Casa dell’Alpe, tradizionale e malagevole via per Palazzuolo. A piedi si potrebbe percorrere anche oggi, perché il tracciato è stato praticato dai barrocci e dai mulattieri fino alla prima metà del Novecento e sono rimaste tante tracce. Poi negli anni Cinquanta l’Ente Provincia di Firenze accontentò le secolari richieste di Palazzuolo e costruì la Strada della Sambuca, che parte dalla Colla di Casaglia con un tracciato diverso dalla vecchia via.

Negli articoli seguenti un palazzuolese ben informato dei fatti, che si firma Ipla, racconta la storia di questa via a partire dagli anni dell’Unità d’Italia con informazioni precise e considerazioni critiche e risentite, specialmente nei confronti dei Marradesi. A suo dire nell’ Ottocento e dopo i Marradesi remarono contro le richieste di Palazzuolo e furono fra i principali responsabili della mancata realizzazione della Strada di Casa dell’ Alpe, ossia della Strada della Sambuca come poi si chiamò quando finalmente fu fatta.

Ipla pubblicò i suoi articoli storici nel febbraio del 1921, dopo l’ennesimo e definitivo rifiuto della Provincia di Firenze al finanziamento richiesto. Leggiamo:


Primo articolo 
23 gennaio 1921

... nel 1861 il Consiglio Compartimentale (poi diventerà l'Ente Provincia) deliberò di accordare 100.000 lire globalmente ai due comuni di Palazzuolo e di Marradi perché costruissero una strada che li unisse fra loro. Tale deliberazione suscitò ira e sdegno in Palazzuolo, invece che contentezza. Veniva accordato ciò che non era stato chiesto ...

... domandava (il Consiglio Comunale di Palazzuolo) che il Consiglio Distrettuale medesimo ponesse la sua attenzione sulla strada che spiccandosi dalla Faentina alla Casa dell'Alpe sale l'Appennino e discende nella vallata del Senio ...



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Secondo articolo
13 febbraio 1921

... Credo opportuno ripubblicare, a maggior intelligenza di quanto finora è stato scritto, il memoriale del Consiglio Generale di Palazzuolo ...



... Fu naturale che la vicina Marradi disapprovasse ...












Terzo articolo
20 febbraio 1921

... I Marradesi questa volta avevano giocato un bel tiro ai loro vicini ...



... Palazzuolo dovette per allora desistere dall' intrapresa battaglia ed a ciò più che l'indifferenza od ostilità altrui maggiormente l'indusse un nuovo problema che s'affacciava all'orizzonte: la via ferrata.


Quarto articolo
27 febbraio 1921

I Palazzuolesi avevano cercato di coinvolgere anche gli altri comuni della loro vallata, Casola Valsenio e Riolo Terme, ottenendo qualche appoggio, più che altro formale.



domenica 6 novembre 2022

Il castello di Mantigno

Un trekking 
in Val dell'Agnello
a Palazzuolo sul Senio
relazione di Claudio Mercatali






Mantigno è nella valletta del torrente Ortali, abitata fin dai tempi antichi. I toponimi danno una indicazione chiara di questo: Budrio è una parola celtica che indica una confluenza di fossi, Sala è un noto toponimo longobardo per i luoghi dove si ammassavano i raccolti da spartire. Si ha notizia di una chiesa precedente alla attuale (del 1386) nel sito detto Chiesa vecchia.




Nel Medioevo Mantigno fu un Castrum, ossia un luogo fortificato, parte del sistema difensivo degli Ubaldini fino al 1362 – 1372 quando venne preso dai Fiorentini, durante la complicata guerra di conquista di Palazzuolo. Essi assediarono i siti fortificati del Comune e poi li rasero al suolo, per impedire che i tenaci Ubaldini li riprendessero, come avevano fatto altre volte. L'azione del radere al suolo non avveniva nella furia della battaglia ma con una operazione successiva, pianificata e affidata a imprese di demolizione pagate apposta. Per questo i resti del castellare di Mantigno non sono più evidenti e si trovano solo poche tracce.


Prima di questa soluzione definitiva il Comune di Firenze per anni aveva nominato un castellano obbligato a risiedere sul posto con un manipolo di armigeri. Costui firmava un vero e proprio contratto di lavoro, rogato da un notaio proprio nel castello, per avere la certezza che avesse visionato il sito e la presa di possesso fosse effettivamente avvenuta. Queste precauzioni erano necessarie perché il posto era pericoloso, minacciato dagli Ubaldini sempre pronti a riprendersi quello che il Comune di Firenze aveva tolto loro. La stessa procedura c'era per tutti gli altri quindici o venti castellari di Palazzuolo e all'Archivio di Stato di Firenze ci sono le pergamente con i contratti, come questa qui sopra.



La rocchetta con il castellare non è nel borgo di Mantigno e per raggiungerla si deve fare un trekking, corto ma tosto. Bisogna salire fino all'attuale podere abbandonato di Val dell' Agnello dove ci sono i ruderi della casa fortificata sede del castellare. Infatti bisogna tener conto che la parola "castello" in questo territorio si riferisce a un insieme di edifici, fra i quali uno residenziale abitato dal castellano nei periodi di tranquillità (in questo caso il borghetto di Mantigno) e uno in quota, scomodo e poco accessibile ma più sicuro in caso di assalto.  

Attorno c'erano sette o otto poderi con case munìte quanto basta per resistere a qualche atto ostile. Insomma Mantigno nel Medioevo era una vera e propria Corte castellana con una sua economia e le sue regole. Il Comune di Firenze, che l'aveva conquistata e persa più volte aveva ben chiaro il fatto e nominava il castellano con un presidio per esercitare una funzione di governo. Non era la strategia giusta perché gli abitanti di questa frazione in qualche modo erano parenti o consorti o amici degli Ubaldini e sopportavano a stento un governatore nominato dalla Città che in sostanza era un estraneo e in certi casi non vedeva l'ora di andarsene a fine contratto, cioè dopo due o tre anni.

Per questo nel 1373 Firenze demolì tutti i castellari di Palazzuolo, che allora si chiamava Podere degli Ubaldini e perché il nuovo corso fosse chiaro a tutti cambiò anche il nome in Podere Fiorentino e nominò un Capitano unico per tutto il comune che risiedeva nel centro del capoluogo nel cosiddetto Palazzo dei Capitani.


Il tempo è si è fermato attorno a Mantigno e le testimonianze di tutto questo sono ancora evidenti.

Salendo dalla strada campestre che comincia qualche centinaio di metri prima di Mantigno si incontra la casa di L'Ocarello, toponimo errato che andrebbe scritto Lucarello, come nel Catasto Leopoldino del 1822. Lucus o locus significa posto, sito, e Lucarello è come dire Posticino. Questo complesso fu costruito in almeno tre tempi diversi: l'edificio a destra ha i marcapiani di mattoni murati e quindi è recente, la parte sinistra è del 1725 come si legge in una incisione sull' architrave di una finestra ma la parte centrale è più vecchia, con le pietre alla base consumate dall' umidità del terreno e  quindi impostata ai tempi degli Ubaldini o poco dopo. 





Se si prosegue per questa via dopo aver sudato un po' si arriva a Val dell'Agnello, una casa poderale in rovina che al suo tempo fu la sede più difendibile della corte castellana di Mantigno. E' possibile che alla sommità del monte di fronte ci fosse una rocchetta per una eventuale estrema difesa.


Oltre Val dell'Agnello il panorama si apre e si vede la valle di Bibbiana e il Passo della Faggiola, dove c'erano altri due castellotti degli Ubaldini. Volgendo lo sguardo dalla parte opposta la vista spazia fino al Passo della Sambuca e a Lozzole, sede di un altro importante fortilizio della Consorteria, che diede tanto filo da torcere ai Fiorentini. Dunque Val dell'Agnello era un sito collegato a vista con gli altri castellari, con i quali comunicava con segnali di fumo. Altri mondi.
Il posto invita a proseguire, perché percorrendo il crinale i panorami si susseguono. Ora siamo a 800m di quota, la salita è passata quasi tutta e la fatica è relativa. Raggiunta all' incirca la quota 900 si arriva a un capanno di caccia molto curato e si incontra una strada campestre praticabile con una jeep. Se si percorre verso destra si arriva al Passo della Faggiola dopo qualche chilometro, se si va a sinistra si scende di nuovo verso Mantigno dalla parte di Sala e Budrio, chiudendo l'anello del trekking con un percorso altrettanto lungo.



Per ampliare

Nel blog all'archivio tematico alla voce "I castelli della valle"
Rocche e Castelli di Romagna di AA.VV.-1970 libro n.1-pag. 242





martedì 24 maggio 2022

La diaspora degli Ubaldini

La sorte 
dopo la sconfitta del 1373
ricerca di Claudio Mercatali





Dopo un centinaio di anni di guerriglia finalmente i Fiorentini riuscirono a sgominare gli Ubaldini del Mugello e di Palazzuolo. Questo clan di autocrati forse di origine longobarda aveva formato una grande famiglia comitale su ambedue i versanti dell' appennino, composta da centinaia di membri imparentati o legati da interessi comuni molto forti. Firenze li contrastò sempre perché aveva bisogno di controllare il Mugello e i passi dell' Appennino e per questo voleva la sovranità sui siti. Ora lasciamo stare i vari episodi di questo secolare conflitto, descritti più volte qui sul blog e partiamo dal 1372 - 1373, anni della loro definitiva sconfitta.



In quel tempo il Comune di Firenze intraprese una vera e propria campagna militare nel Podere degli Ubaldini (oggi Palazzuolo sul Senio) e il capitano di ventura Obizzo da Montecarulli conquistò uno a uno i quattordici castellari sull'appennino e li demolì. Il Comune di Firenze il 12 dicembre 1372 pose una taglia di mille fiorini sui principali esponenti del clan: Gaspare Ubaldini, Atto, Pietro e Taddeo figli di Vanni da Susinana, Giovanni e Baldinaccio figli di Azzone, Maghinardo e Antonio di Ugolino di Tano, Andrea di Ghisello, Gottifredo detto il Conte figlio di Azzone, Piero figlio del predetto Maghinardo. Venne catturato solo Maghinardo di Tano, dopo un assedio al castello del Frassino, a metà strada fra Palazzuolo e Marradi, che fu decapitato a Firenze ed esposto al Bargello per diversi giorni. 
Gli altri dopo una serie di duri scontri furono sconfitti e fecero perdere le tracce. Non erano fuggiti e nel 1387 scatenarono una furibonda rivolta alla Badia di Susinana, repressa a fatica dal vicario fiorentino Domenico di Guido del Pecora, che per punizione portò la campana della Badia a Figline Valdarno, dove tuttora si trova nel museo civico.




Il Comune di Firenze sarebbe stato disposto a lasciare la proprietà dei vari poderi alle tante famiglie di Ubaldini ma voleva per sé la sovranità dei siti, tanto che il nome antico Podere degli Ubaldini divenne per decreto Podere Fiorentino. Tutto questo non era nella cultura del clan, che confondeva il concetto di proprietà con quello di sovranità e il contrasto divenne insanabile. 






Dopo un'altra rivolta nel 1402 il Capitano di Palazzuolo emise un bando di espulsione per tutti gli Ubaldini vietando per sempre la loro residenza nel Comune. Fu quasi una pulizia etnica, forzata ma senza vittime e così il clan piano piano scomparve dalle cronache di Palazzuolo.


Era cominciata la diaspora. Dove andarono tutti costoro? Le sorti furono diverse: chi accettò la sottomissione venne lasciato nella sua dimora, purché non fosse a Palazzuolo. Poteva mantenere anche lo stemma di famiglia sulla facciata di casa, con il teschio del cervo, come successe agli Ubaldini di Galliano (nel Mugello) e di Marradi. Molte famiglie vendettero le proprietà al Comune di Firenze e in cambio ottennero denaro e la cittadinanza fiorentina, con il diritto di aggiungere uno scudo crociato allo stemma. Invece i tanti irriducibili e quelli sottoposti a bando dovettero andare via e non tornarono più. Erano diventati banditi nel primo significato del termine, che non è sinonimo di delinquente, anche se la storiografia fiorentina li descrive spesso come dei ladroni.


GLI UBALDINI DI MARRADI


Il paese era stato coinvolto poco nelle vicende degli Ubaldini, perché la valle del Lamone era soprattutto sotto il controllo dei conti Guidi di Modigliana e dei Manfredi, però alcune famiglie c'erano anche qui e altre se ne aggiunsero con la diaspora da Palazzuolo e da Firenzuola.


Il più aggressivo fu senza dubbio Bartolomeo Ubaldini detto Il Tronca o Gamba tronca perché zoppo a seguito di una rissa. Marradi era il posto giusto per lui perché è a soli 5 Km dal confine con Palazzuolo e certi contatti li poteva ancora mantenere. Ai primi del '400 fu autore di un complotto ordito ai danni di Firenze in accordo con il condottiero Jacopo Dal Verme, che aveva conquistato Bologna e aveva mire ampie. Ci voleva ben altro contro Firenze e infatti i due non combinarono niente. 


I discendenti del Tronca continuarono a risiedere a Marradi, come risulta da alcuni antichi contratti di compra vendita, però furono dei tranquilli cittadini.




La famiglia di Domenico Ubaldini detto Pulìgo nei primi anni del Quattrocento si trasferì a Firenze e lui, nato nel 1492, divenne un abile pittore.











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Le cronache del 1428 parlano anche di Bernardino Ubaldini della Carda che non era marradese ma fu il capitano al servizio di Averardo de' Medici che conquistò il Castellone di Marradi. Ottenne la resa del maniero anche perché promise la liberazione di Ludovico Manfredi, signore del paese. 






I Fiorentini non mantennero le promesse e questo fu uno dei motivi del suo passaggio al servizio della Repubblica di Siena. Di certo Bernardino conosceva le vicende dei suoi parenti qui da noi perché diversi Ubaldini di Palazzuolo sottoposti a bando dopo la sconfitta del 1373 si erano rifugiati proprio al castello di Belvedere della Carda, al confine fra Marche e Umbria, dando vita a una progenie, come sarà più chiaro fra un po' continuando a leggere.





Nel 1564 Lorenzo di Ottaviano di Michele Ubaldini fu Capitano di Marradi con nomina del Comune di Firenze e i poteri descritti qui accanto. Forse i suoi antenati si saranno rivoltati nella tomba nel sentire che uno di loro aveva accettato un tale incarico per conto dell'odiato nemico, ma tant'è.



GLI UBALDINI 
DI APECCHIO

Però gli irriducibili furono tanti. Giovanni d'Azzo, l'ultimo degli Ubaldini della Pila (nel Mugello) si rifugiò presso gli Ubaldini della Carda, conti di Apecchio, e al suo seguito o dietro al suo esempio gli irriducibili della famiglia, quelli che proprio non ne volevano sapere della sottomissione a Firenze, fecero altrettanto.

Fino al XII secolo Apecchio era stato un dominio del vescovo di Città di Castello, ma nel XIII secolo dopo una lunga lotta aveva prevalso la famiglia Ubaldini della Carda, proveniente dal vicino castello di Carda, imparentati con gli Ubaldini di Montaccianico, signori del Mugello. Città di Castello non aveva certo la forza di Firenze e qui i tenaci Ubaldini ebbero la meglio e conquistarono la sovranità del sito.


Gli Ubaldini posero Apecchio sotto protezione del Ducato di Urbino al tempo di Guido da Montefeltro, che era figlio naturale di Bernardino della Carda. Nel 1514 Apecchio divenne una contea indipendente e tale rimase fino al 1752, quando morì senza eredi Federico II (1745-52). La Santa Sede profittò del fatto e prese il controllo diretto della contea occupandola senza indugio, prima che spuntasse qualche pretendente. All'Unità d'Italia Apecchio divenne un comune della provincia di Pesaro Urbino.


Dunque il nocciolo della consorteria degli Ubaldini del Mugello e di Palazzuolo ai primi del Quattrocento trovò rifugio presso i più fortunati parenti marchigiani. Con la secolare cultura di famiglia i nuovi arrivati contribuirono a governare per 350 anni un paese che anche oggi ha più o meno le dimensioni di Palazzuolo. Questo è un buon segno, perché i dittatori non durano così a lungo.

Nel 1778 lo storico fiorentino Marchionne di Coppo Stefani come se si dovesse scusare per le tante note denigratorie ricevute dalla famiglia nei secoli precedenti, scrisse ai nobili Giuseppe Maria e Pietro Ubaldini questo elogio:












Per ampliare sul blog

Archivio tematico alle voci "I castelli della valle" e "Comune di Palazzuolo".



martedì 29 marzo 2022

Alla ricerca dei castelli nelle valli del Lamone e del Senio

Quattro castellari nei dintorni 
di Marradi e Palazzuolo

ricerca di Claudio Mercatali



Nell'appennino romagnolo il Medioevo ha lasciato molte tracce. Le valli del Santerno, del Senio, del Lamone e del Tramazzo erano sede dei feudi degli Ubaldini e dei conti Guidi, due famiglie comitali che dominavano in ambedue i versanti dell'appennino, fino al Mugello gli Ubaldini e fino al Casentino i Guidi, con un intreccio di interessi e parentele difficile da definire e variabile nei secoli. 

Il loro dominio si esaurì alla metà del Trecento, a seguito dell'estendersi del Comune di Firenze, che voleva il controllo dei valichi della Futa, del Giogo, della Colla e del Muraglione. Queste famiglie feudali, forse di origine longobarda, costruirono decine di castellari, case a torre, fortilizi arroccati, tutti demoliti dai Fiorentini o abbandonati dallo Stato Pontificio, che però hanno lasciato dei resti o delle tracce individuabili. Ora vedremo quattro di queste costruzioni, le prime due in rovina e le altre rase al suolo.


IL CASTELLO 
DI FORNAZZANO

Castrum Monti Rotundi era un castello vero e proprio, con torre e cinta muraria, che alla metà dell' Ottocento fu disegnato da Romolo Liverani. 


Nel Duecento apparteneva a Ugolino da Zerfognano, uomo buono e nobile citato da Dante nella Divina Commedia. Poi passò a Maghinardo Pagani, che lo lasciò in eredità a suo fratello Ugolino e al nipote Bandino priore di Popolano. 

   La storia di questo fortilizio è spesso associata al castello di Gamberaldi, perché i due sono abbastanza vicini, al confine fra Toscana e Emilia Romagna. 




Poi passò ai Manfredi di Faenza e ai Veneziani quando invasero la Romagna all'inizio del '500. Marino Sanuto, uno storico veneto dell' epoca lo elenca fra le conquiste fatte dalla Serenissima nella nostra valle, che però durarono solo qualche anno perché il papa Giulio II chiamò i Francesi e si riprese tutto. 





Dopo il castello decadde e piano piano andò in rovina ma i resti sono evidenti anche oggi. Si sale dalla chiesa di Fornazzano e dopo aver sudato un po' si arriva al crinale dove c'è il fortilizio ...



Angelo Talassi, scrittore ferrarese del '700 cittadino adottivo di Faenza, nel suo romanzo epico comico L'Olmo abbattuto racconta che il conte Pietro Agostino Ferniani, governatore di Faenza fece abbattere un olmo secolare alla chiesa di Sarna, perché a suo dire era d'intralcio sulla strada. Nacque una disputa con il curato sostenuto dal vescovo e il conte Ferniani indispettito chiamò a raccolta gli abitanti di vari castelli della valle per punire Sarna (che non si potevano rifiutare perché molti erano servi suoi). Una specie di Armata Brancaleone scese minacciosa e sgangherata dai castellari di San Cassiano, Calamello, Gamberaldi e anche Fornazzano descritta come si può leggere qui accanto. Ci fu una battaglia? No perché piovve a dirotto e secondo Talassi gli improvvisati soldati di Fornazzano e gli altri un po' alla volta tornarono a casa, fradici e sconsolati come anche quelli della compagnia nemica radunata dal curato e dal vescovo.




LA ROCCA 
DI PALAZZUOLO

Il Castellaccio o Rocca San Michele è sopra al paese ed era degli Ubaldini.




Del resto il nome di Palazzuolo nel Medioevo era Podere degli Ubaldini (poi divenne Podere Fiorentino nel 1374, e nei secoli seguenti Palazzuolo di Romagna finchè nel 1951 fu ribattezzato Palazzuolo sul Senio). 



Visuale verso il Passo 
del Carnevale




Non sembra che questo castellare nonostante la posizione fosse il più importante e le cronache parlano più spesso di Lozzole e della Badia di Susinana. 


Visuale verso
Quadalto


Nell'immaginario collettivo dei palazzuolesi è un sito un po' sinistro anche se non ci sono episodi antichi a conferma. Forse per questo contribuì un episodio truce capitato lì nel Seicento quando il castello era già in rovina. Si tratta dell' omicidio di due prostitute che ricattavono un prete che aveva avuto un figlio da una di loro. Il racconto un po' bieco basato sulle cronache dell'epoca fu pubblicato sull'Eco del Senio, un periodico curato dal maestro palazzuolese Campomori.




Che cosa è rimasto del castello? Per saperlo bisogna salire dalla attuale Area Camper di Palazzuolo lungo un sentiero sulla roccia e dopo una sudatina si arriva a Caramelli, un ex podere che in origine era una dipendenza del castello, come testimoniano i resti. Dopo un'altra sudatina si arriva al fortilizio, su un crinale dove si gode di un'ampia vista su due versanti. 

Le rovine sono imponenti. Il sito si raggiunge male e solo un sentiero recente permette di arrivare in cima in modo agevole.






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IL CASTELLO DI GAMBERALDI

Campus araldi è un sito antico. Gli ari erano i guerrieri longobardi e – aldo è un suffisso che significa "vecchio". Dunque il toponimo forse significa campo dei vecchi guerrieri


Il contratto di acquisto del castello di Gamberaldi fatto da Pietro Pagani, padre di Maghinardo.

La zona è isolata rispetto alla viabilità odierna ma nel Medioevo non era così perché la Badia di Susinana era una dimora degli Ubaldini e dei Pagani che per arrivare al Lamone passavano da Gamberaldi. 


Anche oggi si può scendere facilmente a Valnera o salire al valico del Monte Carnevale o percorrere il Crinale delle Salde fino a Monte Romano.

Se ne erano accorti anche i Tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale, e senza conoscere nulla di quanto stiamo dicendo fissarono qui un caposaldo della Linea Gotica, che procurò difficoltà agli Alleati e apprensioni ai marradesi che erano sfollati qui credendo di mettersi in disparte.



Tutto questo giustifica la presenza di un castellare vicino al podere Le Lastre e anche una dogana al podere Perdolina. 





Il castello di Gamberaldi è uno dei quattordici ceduti nel 1362 per testamento da Giovacchino Ubaldini ai Fiorentini, in cambio di un vitalizio e della cancellazione di una parte dei suoi debiti. 

Fu demolito nel 1384 per decisione del Comune di Firenze. Individuarne i resti non è semplice, perché Firenze fece radere al suolo tutti i castellari degli Ubaldini per dimostrare a tutti che il vecchio potere era finito.





Negli archivi fiorentini ci sono i contratti per le demolizioni date in appalto a ditte che potevano svendere i materiali recuperati. Era un modo per spendere meno e per svilire i beni dei vinti. Perciò conviene cercare nei dintorni, nel raggio di pochi chilometri dove possono essere state riutilizzate le pietre del castello. Vittorio Pratesi la cui famiglia è proprietaria di Gamberaldi da diversi secoli dice che le pietre delle porte e delle finestre della parte vecchia provenivano dalla demolizione del castello.


Il sito visto da lontano è proprio adatto per un fortilizio.









I resti che affiorano sono pochi. Furono riportati alla luce da qualche sconosciuto archeologo dilettante, con un sondaggio fatto
con molta cura.






IL CASTELLO 
DEL FRASSINO

Questo fortilizio è citato da diversi storici nelle Cronache trecentesche del Comune di Firenze, perché era la dimora di Maghinardo d'Ugolino di Tano Ubaldini, uno dei promotori della rivolta del 1373 di questa famiglia contro la Città.
 
Fu il canto del cigno degli ultimi feudatari dell' appennino, che furono definitivamente sgominati dal capitano fiorentino Giovanni Cambi.

Il castello del Frassino cadde dopo due settimane di assedio e Maghinardo fu condotto a Firenze e decapitato al Bargello perché fosse chiaro ai suoi famigliari che i Fiorentini facevano sul serio.



La storia è già stata descritta qui nel blog nel post La conquista di Palazzuolo e quindi andiamo avanti. Dov' era il castello del Frassino? Le fonti antiche più attendibili indicano la Colla di Santa Lucia, un sito panoramico dove la visuale spazia dal Monte Lavane a est, al Passo della Faggiola, a ovest. Il nome non è casuale perché Santa Lucia è la protettrice della vista.




Però il "castello" era solo un fortilizio, forse una casa torre o una dimora ben guarnita per la difesa. E' difficile essere più precisi perché nel 1384 l'edificio fu demolito dai Fiorentini. La demolizione sistematica è l'evento più sfavorevole per la ricerca storica di un edificio, perché lo cancella quasi del tutto.


Partiamo dalla Colla di Santa Lucia e cerchiamo ogni indizio che ci riporti a quei tempi antichi. Le pietre d'angolo della casa sulla Colla sono squadrate e lunghe mezzo metro, troppo per una casa poderale. Forse sono materiali che vengono dalla demolizione del castello.

La visuale è ampissima, 
verso Marradi e verso Palazzuolo.







Scendiamo alla casa del podere Frassino ma il tragitto è breve. Si arriva ad un rudere grande:

A) L'edificio attuale è di tre piani, alto dieci o quindici metri, troppi per un podere che in questo sito si poteva edificare più facilmente in orizzontale.


B) Dentro c'è un arco in pietra alto due piani, incomprensibile in una casa di contadini. A fianco dell' arco cinque ferri infissi formano una scala a muro che dalla stalla portava al piano abitato.

La casa è databile in base alla consunzione delle pietre alla base perché da altri edifici antichi si sa che il salnitro della stalla e l'umidità del suolo impiegano circa sette - otto secoli per conciare l'arenaria come si vede qui sopra. In più la facciata è rinforzata con un barbacane, un po' meno consunto e questo significa che già nel Cinquecento ci fu bisogno di un rinforzo per il corpo dell' edificio che quindi è ancora più vecchio. Di più non è dato di sapere.


A volte i castellari come questo si compongono di due edifici, uno residenziale e un altro a torre, più o meno distante, arroccato in alto. E' così anche nella Rocca di Palazzuolo abbinata al podere Caramelli. 

I resti della rocchetta del Frassino sono nel crinale sopra la Colla di Santa Lucia, scavati e rimossi dai tanti appassionati che sono venuti a frugare qui avendo saputo della vicenda di Maghinardo. Nessuno ha mai trovato niente di importante perché come si è detto prima la rocchetta non fu distrutta in guerra ma demolita con cura, con un atto premeditato.


I due edifici del Frassino non erano di certo sufficienti per reggere l'assedio di una milizia del Comune di Firenze. Allora perché Maghinardo di Tano si rifugiò qui? Fantastichiamo un po': l'abile capitano fiorentino Giovanni Cambi riuscì ad avvicinarsi di soppiatto e Maghinardo rimase imbottigliato nella rocchetta senza poter fuggire nei suoi monti dove sarebbe stato irreperibile. 
Invece secondo lo storico del Cinquecento Piero Buoninsegni furono gli abitanti del Frassino, stanchi di essere tartassati dai soldati fiorentini a consegnarlo, come si può leggere qui sopra.

Dov'è sepolto Maghinardo di Tano? Qualche anno fa sull' Eco del Senio, un periodico che si stampava a Palazzuolo fu pubblicato questo articolo, che dà una risposta alla domanda.
Forse i Fiorentini di allora si resero conto che la pena imposta al coraggioso palazzuolese era stata eccessiva.


Per approfondire sul blog

Archivio tematico alla voce "I castelli della valle"
03.10.2011 Lozzole antica rocca
20.04.2019 La conquista di Palazzuolo

Bibliografia


Rocche e castelli di Romagna vol.1 Bologna 1970 Nuova alfa, Biblioteca@comune.modigliana.fc.it con prenotazione dalla gentile bibliotecaria Erika Nannini,

Agostino Tolosano (XII sec.) Chronicon faventinum
Matteo Villani (XIV sec.) Nuova Cronica
Scipione Ammirato (XVI sec.) Dell'istorie fiorentine, libro XIX, 144
B. Azzurrini (XVI sec.) Ad Scriptores rerum Italicarum historiae Faventinae
Giulio Cesare Tonduzzi (XVII sec.) Historie di Faenza pg 385
Gian Benedetto Mittarelli (XVIII sec.) Annales Camaldulenses, anno 1297
Ludovico Antonio Muratori (XVIII sec.) in Scriptores rerum Italicarum, CI
Emanuele Repetti (XX sec.) Dizionario libro III, 89