Lanfranco Raparo, Marradi

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domenica 24 marzo 2024

I Goti qui da noi

I passaggi dei barbari
nella Val di Lamone

Ricerca di Claudio Mercatali




Certe vicende storiche importanti si trovano ben descritte nei libri riferite alle località dove si conclusero con una battaglia, senza considerare le località circostanti che pure di sicuro furono coinvolte anche se il fatto non si concluse lì.
E’ il caso dei passaggi dei Goti nella Valle del Lamone, alla caduta dell’ Impero Romano, nei secoli V e VI d. C. che non hanno lasciato traccia nel territorio e nella nostra memoria collettiva. Il loro passaggio fu una tragedia perché erano barbari alla ricerca di una nuova patria e si spostavano rapinando quello che serviva per sopravvivere.

Il primo grande passaggio, anno 405 d.C

Nell’ultimo periodo dell’ Impero Romano 200.000 Ostrogoti (Goti d'oriente) provenienti dalla Pannonia (circa l’odierna Ungheria) al comando del loro capo Radagaiso invasero l'Italia. Scavalcarono l’appennino e giunsero vicino a Firenze. Erano divisi in tre eserciti e quello rimasto in pianura fu massacrato dalla cavalleria dei Romani, mentre gli altri che erano fermi a Montereggi o Mons Regis, dietro Fiesole, non trovarono sorgenti d’acqua e nell’ agosto del 405 dopo una strenua resistenza si arresero. Centomila Ostrogoti morirono ed altrettanti furono catturati e venduti come schiavi al prezzo delle pecore (una moneta d'oro ciascuno). 



Quell’ anno deve essere stato drammatico anche per gli abitanti della valle del Lamone, perché di certo diverse colonne di Ostrogoti la percorsero per arrivare nel Mugello, devastandola in cerca di cibo e di cose da predare. La Historiarum adversus paganos libri septem (I sette libri di storie contro i pagani) è un trattato di storia di Paolo Orosio, scritto negli anni 417 e 418 che descrive anche questa vicenda della quale l’autore fu testimone. Lo stesso fatto è ben descritto anche dallo storico del Settecento Antonio Muratori, come si può leggere qui sotto. 




Il secondo grande passaggio, 
anno 542 d.C

Dopo la fine dell’Impero Romano l’Italia fu invasa anche dai Visigoti e scoppiò una guerra con i Bizantini che cercavano di riconquistarla. Il conflitto durò per circa 50 anni e ridusse la penisola alla miseria più nera. Nel 552 d.C. prevalsero i Bizantini. Ora siamo nel giugno 542 e Totila, l’ultimo re dei Goti combatte le ultime battaglie, assedia Faenza, poi risale la valle del Lamone e sconfina nel Mugello. 

I Bizantini lo bloccano fra Borgo San Lorenzo e Scarperia e da Ravenna arriva un altro esercito bizantino a rinforzo, lungo la valle del Lamone. La sconfitta dei Goti sembra certa e invece … Leggiamo il racconto dello storico Procopio di Cesarea, testimone della vicenda.

Anche questo fu un anno tragico per gli abitanti della valle del Lamone, tartassati due volte: prima dal passaggio dei Goti e poi da quello dei Bizantini che li inseguivano.



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lunedì 24 luglio 2023

Breve storia di Marradi

Un saggio importante
sulla storia del nostro paese

Estratto dal lavoro di Giuseppe Matulli



Giuseppe Matulli, omonimo dell'onorevole che è stato sindaco di Marradi, era un bancario con la passione degli studi storici su Marradi. Nel 1965 scrisse il libretto che stiamo per leggere, che è una delle basi di tante ricerche successive, per la chiarezza dell'esposizione e la precisione delle notizie. Non è certo una novità, molti ce l'hanno in casa (però molti altri no) e una copia è conservata alla Biblioteca Comunale.




Il lavoro fu finanziato dalla Comunità Montana dell'Alto Mugello, che comprendeva Marradi, Palazzuolo e Firenzuola. Per sua iniziativa fu ideato il progetto della "Fabbrica dei marroni" che poi fu finanziato dalla Regione e realizzato. Leggiamo:



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Capitolo secondo
L'epoca feudale


Capitolo terzo
La signoria dei Manfredi


Capitolo quarto 
Il dominio fiorentino


Capitolo cinque
La Repubblica Fiorentina




Capitolo sei
Dai Medici ai Lorena


Capitolo sette
Dal Risorgimento ai tempi moderni

Notiziario statistico












mercoledì 12 luglio 2023

I Galli Boi qui da noi

Sul possibile sito di una battaglia
Ricerca di Claudio Mercatali

 

I Galli Boi immigrarono dalla Francia in un secolo imprecisato, il V o il IV avanti Cristo. Si stabilirono nell’ Emilia Romagna assieme ai Galli Lingoni fino ai contrafforti dell’ appennino, dove entrarono in contatto e in conflitto con gli Etruschi, gli Umbri e soprattutto i Romani. Erano organizzati in clan e non formarono mai uno stato unitario, anche se Felsina (Bologna), conquistata agli etruschi, fu la principale città di riferimento. Con i Romani ebbero quasi sempre la peggio: nel 283 a.C. a Viterbo il console romano Publio Cornelio Dolabella li sconfisse la prima volta, e nelle furibonde rivolte del 238, 231 e 218 subirono altri rovesci. Ottennero anche qualche vittoria, come nel 216 alla Selva Litana (tra Modena e Reggio) e anche a Castrum Mutilum (Mutillana, Modigliana). Nel 191 il console Scipione Nasica li sconfisse definitivamente e condusse i loro capi in catene a Roma al suo trionfo.

Come andarono le cose a Castum Mutilum? Nel luglio di un anno imprecisato fra il 238 e il 218 a.C. il comandante romano Caio Oppio giunse nei pressi di Modigliana per reprimere una rivolta dei Galli. Era tutto tranquillo e i Romani profittarono per mietere il grano maturo e fare scorte. Però i campi erano dei Galli e costoro, di fronte alla prospettiva di un inverno di fame e stenti, presero coraggio, arrivarono all’ improvviso e …

 Leggiamo il racconto di Tito Livio, il maggiore storico dell’Antica Roma:

La storiografia antica non dice di preciso dove si svolse la battaglia, però qui a Marradi conoscendo bene i luoghi possiamo fare qualche considerazione. Modigliana è un paese che sorge alla confluenza di tre torrenti: l’Ibola, scende dal Passo del Trebbio, il Tramazzo da Tredozio e l’Acerreta da Lutirano. Il primo scorre in una valletta stretta dove c’è poco grano da mietere. La valle più favorevole per i cereali è l’Acerreta, per una lunghezza di più di quindici di chilometri, fino a Lutirano e oltre. A metà di questo tratto, vicino alla chiesa di Santa Reparata la valle si stringe e i due versanti sono molto ripidi.

Questo è il posto giusto per una imboscata come quella descritta da Tito Livio. E’ possibile che i Galli, scesi alla zitta dalle attuali fattorie di Galliana e Galliata, attraverso i tanti sentieri del Monte Budrialto (il nome è prelatino e significa fosso) abbiano diviso in due lo schieramento romano circa al molino di Bedronico, dove scende la vecchia mulattiera che collegava Modigliana a Marradi. Anche Bedronico è un toponimo prelatino e bedo significa canale.



Siamo sicuri che Castrum Mutilum sia proprio Modigliana? Lo storico Emanuele Repetti ne era convinto, come si può leggere qui accanto.





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Invece lo storico don Girolamo Tiraboschi dice che il paese potrebbe essere Meldola. E' poco probabile che sia così anche perché questa cittadina è nella bassa collina vicino a Forlì, in un ambiente incantevole e dolce, nel quale è difficile trovare un posto per tendere delle imboscate.



Le nostre zone furono una delle roccaforti dei Galli anche in seguito, quando la loro sottomissione a Roma era compiuta. Per questo Tito Livio nel Libro XXXIII cita un altro episodio, nel quale i Romani evitano di entrare nel bacino del Lamone .


Per ampliare

Nel tematico del blog: 20.01.2020   Da Rugginara a Modigliana per una via antica (alle voci Comunità di Modigliana o Trekking su vie antiche).
Nel tematico alla voce "Comunità di San Martino" ci sono altri articoli che descrivono la necropoli dei Galli e i reperti che furono trovati dagli archeologi.




sabato 18 dicembre 2021

La Valle Acerreta prima dell'anno Mille

Il popolamento 
nei secoli più remoti 
Ricerca di Claudio Mercatali

Lutirano visto 
da Pian di Lazzaro
(confine con Tredozio)


Questa valle isolata o un po’ in disparte ha una storia antica. Le vicende sono più o meno le stesse avvenute nelle valli vicine, ma qui per una fortunata serie di circostanze i fatti sono documentabili. Non ci credete? Vediamo che cosa successe prima dell’anno Mille.

 I Galli

L’ottima resa agraria favorì l’insediamento dei Galli già due o tre secoli avanti Cristo. Lo sappiamo perché sono rimasti i nomi di Galliata o Galligata e Galliana, due fattorie ancora oggi attive che si estendono sul Monte Budrialto, fino al crinale con la valle del Lamone e oltre. Budrio o botro è una parola celtica, presente in diversi siti della Romagna, che significa con molti fossi o scoli d’acqua. La pendice comincia dalla fattoria di Bedronico. Anche questa è una parola celtica di sicura origine, derivata dalla radice bedo, canale. Infatti sotto Bedronico c’è il Molino Bedronico, che aveva un canale di adduzione molto lungo.

La stessa radice c'è nel nome Abeto, Abìd in romagnolo, che difficilmente può essere il nome della pianta, perché di abeti qui non ce ne sono (siamo a 300m slm e queste piante proliferano molto più in alto).  Però c’è il molino di Cà d’zò (Casa di sotto) che aveva un doppio canale, dalla Acerreta e dal fosso laterale di Stagnana. Al confine con Modigliana, nei pressi della chiesa di Santa Reparata nel 200 a.C. forse fu combattuta una feroce battaglia fra i Galli e i Romani. La descrive lo storico romano Tito Livio, nel Libro XXI della sua Ab Urbe còndita (storia di Roma dalla sua fondazione). Leggiamo che cosa dice:

Il destino dei Galli era la sottomissione a Roma ma sempre Tito Livio nel Libro XXXIII scrive che nel 195 a.C. una coorte romana, giunta a Modigliana dal Passo del Trebbio, bloccata dai Galli all’inizio della valledo dovette tornare indietro. Dunque anche qui come a San Martino in Gattara è documentata la presenza di questa popolazione celtica.


 

I Romani

Dopo la sottomissione dei Galli arrivarono i coloni Romani e i due popoli si assimilarono. Ai tempi di Augusto la valle era un ricco comprensorio agricolo della regione Aemilia. L’imperatore assegnò, come altrove, molte terre ai suoi legionari reduci dalle battaglie, secondo il motto Vir bonus colendi peritus (l’uomo valido è esperto di coltivazioni). 




I poderi Taverna, Pruneta, Senzano di sotto, Vello, Bovignana, Vossemole, vicini a Lutirano, erano coltivati anche allora, perché durante gli scavi del metanodotto detto algerino dai campi affiorarono i resti di case coloniche di quei secoli, e i reperti sono conservati al Museo delle Genti della montagna di Palazzuolo.

 


I Longobardi

Tutto passa e dopo la fine dell’ Impero nel territorio di Marradi arrivarono i Longobardi. Questi germani, rudi guerrieri, cacciatori e allevatori di pecore e maiali non vennero per predare ma per risiedere. Abitarono la valle Acerreta dal 600 al 900 d.C. prima in posizione dominante e poi in assimilazione con gli indigeni.  Di loro non rimane quasi niente, perché non avevano una lingua scritta e una cultura da tramandare. Però qualche eco si sente nella radice germanica di certe parole: il nome del podere Pizzafrù si spiega solo con spitz, vetta, e così Linsetola da linse, lenticchia, Le ghialde da Gli Aldi, i vecchi, Borgo di sopra e di sotto, da burg, posto sorvegliato, Rè ed corniόla da korn, grano, Rio Faggeto da Cafaggio, ossia riserva di caccia. Anche i nomi di certi monti danno una traccia: Poggio Dorneta, da dorn, spina, Il Viglio, da wild, selvatico, e forse il Monte Solistra da hirsch, cervo. Poi ci sono due dei sette Gattoleti del comune di Marradi, da watha, posto di osservazione e le chiese di Abeto e Trebbana dedicate a san Michele, l’ arcangelo con la spada caro ai Longobardi. Altre tre sono alla Maestà di Piaiano, a Grisigliano e a Tredozio, che sono qui vicino.

Dunque è probabile che alcuni clan di Longobardi dopo la fine disastrosa del loro regno in Italia siano rimasti autonomi in questa valle per un paio di generazioni in più rispetto ad altri posti. Se le cose andarono così si venne a ripetere nel Medioevo quello che era successo al tempo dei Galli, ossia l’isolamento del sito consentì il permanere di certe identità un po’ più a lungo rispetto a quelle ormai prevalenti.



Nel nono secolo l’assimilazione era compiuta e la valle era quasi tutta sotto il controllo dell’ episcopo (il vescovo) di Faenza. Lo sappiamo da lui stesso, che nell’ anno 823 si lamentò con il futuro imperatore Lotario, in transito verso Roma, dove fu incoronato. Era successo che Tigrimo di Modigliana, uno dei primi conti Guidi, di probabile discendenza tedesca, si era appropriato delle terre di Lutirano e Valle Acerreta (oggi Badia della valle). 






Lo storico faentino Agostino Tolosano, nel suo Chronicon del XIII secolo ci dice che Lotario emise un bando e restituì le terre al vescovo. E’ possibile che da questo fatto derivi il nome di Lutirano, inteso come sito Lotariano, ossia regolato da Lotario. Però non ci sono altri elementi a conferma di questa ipotesi.


I frati eremiti

Nell’anno Mille l’alta valle era sede di diverse comunità di monaci. In particolare San Pier Damiani nel 1056 fondò l’Eremo di Gamogna e il cenobio di Badia della Valle. Infatti secondo la sua Regola la vita spirituale del monaco era compiuta se ad un periodo di vita comunitaria, cenobitica, si alternava un periodo di vita eremitica.

Così siamo arrivati al nostro traguardo, però nei secoli seguenti sono successe altre cose: nel Trecento forse al Passo della Collina nacque il beato Giovanni da Vespignano, nel Quattrocento forse arrivarono i fiorentini  della fallita Congiura dei Pazzi, in fuga da Firenze dopo l’attentato a Lorenzo il Magnifico, nel Cinquecento forse alla fattoria di Pian di Sotto aprì una delle prime filande di seta del Comune di Marradi e forse ci sarà una prossima ricerca per tutto questo.


Per ampliare


I Galli Boi qui da noi
25 gennaio 2019   Un trekking indietro nel tempo
21 gennaio 2020   Da Rugginara a Modigliana per una via antica 
29 agosto 2020   Un trekking con i Longobardi
30 ottobre 2020   Un sito dove forse nacque un santo

Nel Tematico del Blog alla voce Comunità di Lutirano ci sono diversi altri articoli 



sabato 29 agosto 2020

Un trekking con i Longobardi

A caccia con loro 
nella valle Acereta
ricerca di Claudio Mercatali


I Longobardi



I Longobardi furono rudi guerrieri, cacciatori e grandi mangiatori di carne di maiale, ma anche abitanti convinti del Mugello e del nostro appennino per quasi duecento anni. Lo considerarono apprezzabile e non solo una terra di conquista da tassare, come fecero i Bizantini in tante parti d’Italia. Poi conquistarono anche la pianura romagnola scacciando i Bizantini, temporeggiatori ed eleganti come quelli dei mosaici di Ravenna. Il re Liutprando nel 740 prese e saccheggiò Faenza ma fece edificare la chiesa di Santa Maria ad Nives, per farsi perdonare. Una certa storiografia ci ha descritto o rappresentato così queste genti, ma forse tutte queste cose non sono del tutto vere. 





Mettiamo da parte la storia, che ora non ci interessa e facciamo un trekking lungo il confine con Tredozio, in un sito che quasi di sicuro fu di caccia per i Longobardi, frequentato anche ai tempi nostri per le battute al cinghiale. Oggi uno dei nostri scopi è la caccia al toponimo, per trovare qualche nome che ci può far risalire fino a loro. “Trovare” è un verbo difficile da coniugare in questa indagine, perché la lingua longobarda è scomparsa da più di mille anni, e per giunta non era scritta. Sappiamo che era un dialetto sassone, bisnonno del tedesco attuale e quindi faremo riferimento a questo.

Sia chiaro che così facendo il vero, il verosimile e l'inverosimile si confondono, perché le regole della toponomastica intesa come scienza impongono di non fare affidamento solo sulle assonanze. Diamo un limite alla fantasia cercando dei nomi riferibili:
1) al tedesco, non tanto nella pronuncia, ma proprio nella radice delle parole.  
2) ad una caratteristica del posto altrettanto chiara.

Però questi luoghi sono interessanti anche senza pensare ai Longobardi e osserveremo un po’ anche la natura attorno, per capire perché questi antenati nostri diedero certi nomi ai posti.


La via da percorrere comincia dal Passo al confine con Tredozio, va a Trebbana e poi scende nella valle dell’Acerreta. Si parte dalla villa La Collina, della famiglia Vespignani dal 1576. Il posto è incantevole, con alcuni poderi sul versante di Tredozio e altri su Marradi, trasformati in agriturismi, con tanto di piscina.

Si riconoscono bene perché le case sono tinteggiate di rosso, anche a Lutirano, come piaceva a Jacopino Vespignani, il vecchio proprietario sindaco di Tredozio per tanti anni. Così è per il Manzino e la Collinaccia, nel crinale di confine fra Marradi e Tredozio, cioè fra la regione Toscana e l’Emilia Romagna.  La strada vicinale finisce al podere Il Campaccio e comincia una via percorribile solo a piedi. Dopo 1 km si arriva al Poggio Dornéta, primo toponimo di possibile origine longobarda, perché in tedesco dorn significa spino. Là sullo sfondo, sul crinale accanto c’è il Monte del Villio o Viglio, forse da wild selvatico, incolto. Si va avanti con poca fatica, perché siamo in un crinale pianeggiante per dei chilometri.


Il panorama è ampio: verso ovest, come si vede qui accanto e lungo la valle dell'Acerreta.

La segnaletica è chiara: una banda bianco rossa indica il sentiero 533 del CAI che segue il crinale, confine con Tredozio. Invece la segnaletica a bande giallo blu, dell’AGESCI, indica una campestre che scende verso Pian di Trebbana, più agevole ma fradicia il caso di piogge recenti.




Anche Tredozio fa un bell'effetto visto di qua.


 
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Nel crinale di fronte, a solame, si vedono i resti di Frassanello (qui accanto), uno dei quattro poderi antichi di questa zona. Gli altri sono Linsetola, la Casetta del forno e Pian di Trebbana.
La Casetta del forno? Chi veniva a comprare il pane qui? Forse c’è un equivoco: il forno, e fùrne somiglia a fern che in tedesco significa lontano. In effetti questo è il posto più remoto di Trebbana. Anche Linsetola è un nome interessante per noi oggi, perché linse in tedesco è la lenticchia. Pian di Trebbana è una casa poderale in rovina, ben nota perché lì accanto c’è una quercia plurisecolare con la circonferenza di quasi cinque metri. E’uno dei patriarchi vegetali più noti di questa zona.



 
Alcuni componenti della Allegra brigata del Maggiociondolo (un gruppo di escursionisti di Marradi) abbracciano la quercia di Trebbana e cercano di misurarla.


Trebbana viene da trivium, parola latina che significa “luogo dove si incrociano tre vie”. Qui, a San Michele in Trebbana, la chiesa dell’ incontro, confluivano gli abitanti di questa remota valletta per la liturgia e per ogni altra ricorrenza. Siamo in un sito abitato fin dall’Alto Medioevo, che compare in una donazione del 1062 a San Pier Damiani e in questa pergamena del 23 marzo 1297, conservata all’Archivio delle Riformagioni di Firenze.

Quell’anno i frati del Convento faentino di San Ippolito, padroni del sito da tempo immemorabile, vendettero i poderi al Comune di Firenze e il dì del contratto convocarono i 46 capifamiglia alla chiesa per comunicare il cambio della proprietà. La pergamena qui accanto è appunto l'atto di vendita, con i nomi degli abitanti e la firma del notaio. La scritta in giallo è la trascrizione dell'originale in caratteri moderni. 








I Magistrati fiorentini ben presto si accorsero che questa comunità aveva delle consuetudini antiche che erano diventate leggi e le rispettarono. Trebbana divenne un Comunello, una specie di zona franca che non dipendeva né da Marradi né da Portico, ma aveva un vincolo elastico e diretto con il Vicariato di Rocca San Cassiano. C’è una precisa traccia di questo nelle vecchie cartine topografiche del Settecento. La situazione cambiò solo alla fine di quel secolo, quando la Riforma del Granduca Leopoldo assegnò la zona a Marradi, come semplice parrocchia.



La statua di legno di San Michele arcangelo, alla chiesa di Trebbana. La fece Luca, il custode del luogo qualche anno fa. E' mutila delle ali perché un vandalo le tagliò.

Sotto: l'interno della chiesa, ristrutturato da don Antonio Samorì. il prete che ha fatto rinascere anche Gamogna e Lozzole, cittadino onorario di Marradi.





 
Quali erano le consuetudini irrinunciabili che convinsero i Magistrati fiorentini a concedere l’autonomia a queste zone? 

Non lo sappiamo ma dovevano essere forti e la qualifica di “comunello” fu riconosciuta anche a Portico, Bocconi e San Benedetto. In questo angolo chiuso e affascinante dell’ appennino forse per un paio di generazioni rimasero isolate le ultime comunità di Goti o di Longobardi, dopo la fine disastrosa dei loro regni in Italia. Poi pian piano furono assimilate ma lasciarono traccia in alcuni nomi di luoghi e forse in qualche tradizione, come il culto di San Michele, che dà il titolo alla chiesa ed è l’angelo con la spada caro ai Longobardi. Qui in zona ci sono altre tre chiese dedicate a lui (Abeto, Grisigliano, Tredozio). e in più c’è un dipinto alla Maestà di Piaiano, vicino a Cesata. Se l'angelo qui ha così tanta devozione un motivo ci sarà.

Borgo di sopra e di sotto sono due poderetti con il nome chiaro: burg in tedesco significa posto sorvegliato, custodito, controllato. Ci sono tanti esempi anche nella lingua odierna. Sono le uniche due case poderali della valle che si chiamano così.



Mestìolo (muscióla) è un altro poderetto, del quale rimangono solo i ruderi. Il suo nome  può avere una doppia origine: 1) dal romagnolo mèz stiór, mezzo stiòro,  un’unità di misura di 500mq 2) da muschio perché nelle cartine recenti il podere è segnato come Muschióla (però il muschio non è poi così tanto).

Scendiamo a Ponte della Valle, lungo una strada antica, a fianco del Fosso di Trebbana. Nel 1868 il ponticello che lo attraversa era di legno decrepito e fu travolto da una piena. Il commissario prefettizio che governava il Comune di Marradi ordinò che fosse ripristinato e nella sua relazione lo chiama ponte sul Fosso dell’ Acquadrini, che però in realtà scende dall’ Insetola e questo è un suo affluente.



Le Ghialde è un podere con il nome assonante con I Eld  (gli Aldi, i vecchi, i nonni) con il solito toponimo longobardo – aldo.
El tόl, le Tavole. C’era una trattoria qui? No, la Tavola era un’antica misura agraria che da noi era di 34 mq. Dalle cartine catastali qui accanto sembra proprio che il terreno sia spartito con questa unità.
E siamo così giunti a Ponte della Valle, dove e foss del Quadrȇn  sbocca nell’Acerreta. Siamo usciti dalla valletta di Trebbana ed entrati nell’alta valle dell’ Acerreta, dove l’ indagine continua camminando verso Lutirano. Qui si incontrano delle belle case poderali ristrutturate, con dei nomi che sono uno più interessante dell’altro.

Pizzafrù (Psafrù) è uno dei toponimi più buffi del comune di Marradi, forse dal tedesco spitze, vetta. Il Catasto del 1822 ci conforta in questa etimologia, perché riporta la Capanna di Pizzafrù, in alto, nel modo indicato qui accanto. Però i lutiranesi intendono con questo nome la casa vicino alla strada comunale, che nel Catasto granducale del 1822 si chiama Mancorti.

Rio di Corniòla è un toponimo che sembra chiaro ma non lo è. Il corniòlo è un alberotto alto qualche metro, con bacche rosse e legno duro, che un tempo si usava per fare le pipe.  Linneo nel 1755 lo chiamò Cornus mas, si trova già in un contratto di compravendita del 1794. E' una pianta spontanea ma a Badia della Valle ce ne sono poche. Può darsi che nei secoli si sia diradata, in fondo il tempo non passa invano, però è resistente, tanto che si dice “sano come un corniòlo”.


Il dialetto romagnolo ci aiuta a trovare una alternativa: se il nome del posto derivasse dalla pianta si direbbe Rè ed corniό e riferito al frutto Rè ed cόrniola, con la prima “o” chiusa e accentata. Ma si dice Rè ed corniόla e allora dobbiamo staccare “- ola” che è un diminutivo e andare alla radice “kòrn” che in tedesco significa grano. Dunque così facendo il toponimo significa “Rio dove si coltiva un po’ di grano” il che è compatibile con la morfologia del luogo e con altri quattro toponimi “còrn” qui in zona.

Rio Faggeto è una bella villa vicino al torrente Acerreta a circa 450m di quota, però i faggi vivono dai 700m in su. In nome forse deriva da Cafaggio, parola longobarda che significa "posto recintato, Bandita", proprio come Cafaggiòlo, il noto castello mediceo del Mugello.



Vallamento grande e Vallamento piccolo sono due poderi sullo sfondo di questa foto, sulla sinistra dell' Acerreta. Chi si lamentava là? Nessuno, lamm in tedesco significa agnello e dunque è come dire Val dell'agnello, nome di un sito a Palazzuolo.





Il nostro trekking è finito e siamo a Lutirano, di fronte al podere Il Violino, la casina a destra nella foto qui a fianco. C’era qualche musicista qui? No, il nome viene dal romagnolo viotlȇn, viottolino, che c’è anche a Modigliana nella variante Violàno, un gruppo di case all’ inizio del passo del Trebbio e i Longobardi non c’entrano. Poteva essere una scorciatoia per il trekking di oggi, se fossimo scesi dal Monte del Viglio attraverso Valladoccia, una lunga vallecola che finisce accanto al Violino. Mai nome fu più appropriato: scende diritta a Lutirano con un fosso gagliardo ricco di piccole sorgenti e infatti a metà c’è il podere Fontanelle. Qualche cacciatore longobardo l’avrà percorsa di certo, però noi non l’abbiamo fatto.

E’ rimasto qualche carattere genetico longobardo in noi, qui nella zona? Vediamo. La genetica dice che uno trasmette sempre esattamente il 50% del suo DNA. Dunque nel giro di tre generazioni nei miei discendenti rimarrà solo il 12,5% di me. Considerato che i Longobardi sono stati assimilati 1300 anni fa e da allora sono passate 1300 : 25 anni = circa 52 generazioni …
E’ rimasto qualche retaggio culturale? No, al massimo ci può essere qualche parola deformata, perché le culture orali si mescolano più o meno con la stessa rapidità dei caratteri genetici.