Lanfranco Raparo, Marradi

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lunedì 6 marzo 2023

Da Càmpora a Cà di Gò

Un trekking lungo il confine 
con lo Stato Pontificio
resoconto di Claudio Mercatali



Ci sono dei posti che si apprezzano bene in estate e altri in inverno. E' il caso di questo trekking, che si svolge su una pendice che d'estate è assolata, coperta in parte da una macchia rada insufficiente per ombreggiare ma di impedimento per la vista del paesaggio. 




Si parte da Campora di Sotto, una casa sgangherata di Popolano, appena dopo il ponte per San Martino in Gattara. Però l'aspetto fatiscente nasconde una origine remota e inaspettata. Infatti questo sito è citato in un contratto di enfiteusi (d'affitto) del 12 febbraio 909 (!) per un terreno, fatto il dal vescovo di Ravenna in favore di due coppie di sposi di questa zona, in cambio di una prestazione d'opera nella proprietà vescovile di Sant' Adriano. 


In più Campora ha rimasto il nome di Badia, ma non c'è traccia di insediamento monastico. L'edificio più bello è la villa di Campora di Sopra, che si incontra subito dopo il sottopasso ferroviario e merita un breve sosta. E' una villa elegante e dismessa.


In alto: il percorso. 
A fianco: Sant' Adriano da Campora di Sopra.

Sono solo le tre del pomeriggio ma luna è già alta. 





Non indugiamo oltre e imbocchiamo la strada in salita sopra la villa, che dopo qualche centinaio di metri ci porta al podere Il Poggiolo. Da qui si sale ai margini dei prati di Pian del Cardello e la visuale si apre sulla valle del Lamone. 


Si incontra anche un rudere con delle grandi pietre ad angolo e un notevole spessore murario e questo fa pensare che non fosse un edificio rurale.

Qui siamo proprio al confine fra il Granducato e lo Stato Pontificio ed è possibile che questa fosse una torretta di sorveglianza del confine, utile soprattutto per impedire l'entrata dei commercianti abusivi e dei contrabbandieri di sale che cercavano di evitare la dogana granducale di Popolano.


La salita è tosta ma la fatica non si sente molto, perché si attraversano dei campi ampi e inaspettati, sempre con una bella visuale. Così si arriva a Ca di Gò, podere curatissimo dal nome misterioso sul quale nessuno è mai riuscito a ipotizzare qualcosa di credibile. Il confine con lo Stato Pontificio passa attraverso l'aia e la casa rimane dalla parte del Granducato. 


Questa particolarità nei secoli passati creò una quantità di piccole dispute fra Marradi e Brisighella e forse anche un certo numero di seccature per chi abitava qui.




Cà di gò era un riferimento importante per i cartografi granducali e  pontifici e si trova sempre in evidenza nelle mappe antiche, come questa del Cinquecento, dove il podere e
 Campora sono sono assegnati allo Stato della Chiesa. Da qui passava la strada comunale Popolano – Valnera che oggi è poco più di un sentiero, da imboccare una volta giunti al crinale per iniziare il ritorno. Una segnaletica apposita ogni tanto ci ricorda che stiamo percorrendo il cosiddetto Sentiero di Garibaldi, ossia il tragitto attraverso il quale l'Eroe dei due mondi nel 1849 cercava di sfuggire alla gendarmeria pontificia, che lo avrebbe arrestato volentieri, visto che poco tempo prima aveva aderito alla Repubblica Romana costringendo il papa a fuggire a Gaeta.


Popolano da Cà di Gò


Con lui c'era don Giovanni Verità, il prete scomunicato di Modigliana e il fido Capitano Leggiero, monco di un braccio a causa delle battaglie combattute. Il Granduca aveva tollerato il passaggio del terzetto e i doganieri della torretta di cui abbiamo detto prima chiusero un occhio, come poco prima avevano fatto i doganieri di Popolano.



Ora siamo in discesa e Popolano si vede sempre più da vicino. 








La ferrovia Faentina è in basso e dobbiamo scendere fino al fosso di Grizzano per passare sotto a un viadotto altissimo. 






Quando la strada comunale era percorribile si poteva transitare sul ponticello di Buscone, ma ora è pericolante e bisogna scendere nel fosso per risalire dalla sponda opposta. 







A questo punto si imbocca il tracciato della Strada Faentina antica, che nel Medioevo passava di qui arrivando da San Martino. Ora è un tratto dismesso ma curatissimo, perché ci sono tanti tabernacoli, lapidi, ex voto, dediche e icone, lungo una Via Crucis che arriva fino al paese.





Siamo arrivati ma questa stradina prosegue dietro alle case vecchie di Popolano. In realtà si dovrebbe dire "davanti" perché le facciate sono rivolte in questa direzione, al contrario della viabilità attuale. C'è anche una chiesina voltata così, che nel primo Novecento fu girata, ossia la porta d'ingresso fu spostata dalla parte opposta, al posto dell' altare.


Si torna a Campora dopo aver attraversato il brutto ponte attuale, che nei primi anni Settanta sostituì quello antico, del quale si vedono ancora i piloni nel fiume. Con una scelta che oggi non sarebbe permessa il vecchio manufatto fu demolito e quindi non rimane che vederlo in fotografia.




Per ampliare sul blog
Nell'archivio tematico alla voce Trekking ci sono altri post come questo.


martedì 28 febbraio 2023

Dalla Bastìa a San Martino

Un crinale 
con due castelli
ricerca di Claudio Mercatali


Sant'Adriano


Questo è' un tipico trekking invernale, panoramico perché le piante non hanno la foglia, tutto a solame, senza fango. Si parte dal casello ferroviario di San Martino e si imbocca il sottopasso della ferrovia. 


All'inizio la strada è asfaltata, ripida e arriva fino alla casa di Bastìa. Il sito è citato nelle carte antiche come fortilizio, con il nome di Castro Pellegrino ma oggi è una casa di campagna ben ristrutturata che non ha più niente di medioevale. 



Prima del cancello di casa conviene risalire il campo fino al crinale, dove c'è un sentiero segnalato in giallo che seguiremo sempre. La nostra mèta ora è il castello di San Martino in Gattara a un chilometro verso nord est.





Non si sa di preciso che scopo avesse il castellare della Bastìa, altrimenti detto Castro Pellegrino, forse era un annesso del castello di San Martino. Alla fine del Duecento venne preso dal solito Maghinardo Pagani, che lo demolì e non fu più ricostruito. Lo storico Antonio Metelli dice che nel quattrocento fu per un certo tempo un edificio pubblico, dove un giudice del Comune di Faenza amministrava la giustizia per piccoli reati e liti di vario genere, come è scritto qui sopra. Esaurita questa funzione cessò del tutto e divenne una semplice villa di Campagna con il nome significativo del suo passato.




Sant'Adriano


Il tracciato offre diversi scorci panoramici, verso Valnera e Monte Romano e verso S.Adriano – Popolano. Per questo nel medioevo il sito era fortificato e nel 1428 fu oggetto di contesa fra Firenze e Faenza, al tempo della conquista di Marradi. Alla fine si raggiunse un accordo e qui prevalsero le ragioni dei Manfredi di Faenza, mentre il castello di Gamberaldi passò ai Fiorentini. Non c'è un confine naturale a fare da traccia e diversi poderi rimasero in posizione incerta fra lo Stato Pontificio e il Granducato, provocando ogni tanto qualche disputa fra la Comunità di Marradi e Brisighella. 



Popolano


Questa per noi ora è una fortuna, perché per venire a capo delle periodiche e fastidiose liti i due stati stilarono le mappe che si vedono nelle ricerche indicate nella bibliografia qui sotto, conservate all'Archivio di Stato di Firenze e all'Archivio Nazionale di Roma.



Canovina


Il sentiero è agevole, pianeggiante, sempre sul crinale. Quasi senza fatica si arriva al rudere del podere Canovina che è un reperto interessante. Il grado di consunzione delle pietre alla base è simile a quello dei muri del castello di San Martino e quindi di certo la casa risale al Medioevo. L'edificio fu costruito in due tempi e la parte più vecchia ha le dimensioni e l'alzata di una torre. Dunque è del tutto probabile che qui ci fosse una torre di vedetta per uno o più dei tre castelli vicini: Benclaro, di fronte, la Bastìa, San Martino.





Al castello di San Martino ci sono dei resti importanti: la volta della cisterna dell'acqua, l'imposta della torre principale, il tracciato delle mura. C'è tanto da vedere e da curiosare e passando di qui una sosta si impone.



Poi non rimane che scendere, lungo il solito sentiero segnato di giallo che serpeggiando ci porta in paese, proprio nel viale della stazione, al passaggio a livello.





Per approfondire sul blog

ottobre 2021  Il castello di San Martino
Nel Tematico alla voce: I castelli della valle.


venerdì 11 febbraio 2022

L'orlo di Valladoccia

Un trekking 
nella valle Acerreta
resoconto di Claudio Mercatali


Il crinale di Valladoccia visto da Badia della valle. Il cocuzzolo è il Monte del tesoro.


Quando si percorre la strada comunale da Lutirano a Badia della valle viene d'istinto l'idea che il crinale sulla sinistra sia lo spartiacque fra l'Acerreta e il Tramazzo. Però non è così perché prima del confine fra Marradi e Tredozio c'è il Fosso di Valladoccia che in alto si chiama Rio del Villio. Comincia dal Monte di Bufalo e dopo qualche chilometro riversa le sue acque nell'Acerreta, a Lutirano.




Il trekking di oggi prevede di percorrere tutto l'orlo di Valladoccia, salendo da Lutirano (340 slm) lungo il sentiero CAI 587 fino al Monte di Bufalo (864 slm) e di tornare dal crinale opposto, che porta al Passo della Collina. E' un percorso a U di una decina di chilometri, duro nella prima metà, dove c'è un dislivello di circa 500m e più agevole dopo. Chi ha poco allenamento potrebbe fare il cammino inverso e partire dal podere Il Campaccio, che si raggiunge in auto dal Valico della Collina, però rimane sempre un percorso accidentato e impegnativo.


Il Monte del Tesoro visto da una prospettiva opposta a quella della foto all'inizio.

Il sito è remoto e se ci fosse una classifica per i posti selvaggi sarebbe di certo ai primi posti. Si incontrano solo il ruderi di Cà del monti, quasi a metà del cammino, l'unico podere. Perché fare tanta fatica? Il fatto è che si vedono dei panorami esagerati, sull' Acerreta e sul Tramazzo. Per la doppia visuale e la favorevole difesa questi crinali furono un caposaldo della Linea Gotica e vennero conquistati dagli Inglesi dopo duri combattimenti alla fine di ottobre 1944 cioè quasi un mese dopo la liberazione di Marradi.

I Tedeschi avevano nascosto al Monte del Tesoro uno dei pochi cannoni che avevano rimasto e aspettarono.
Quando i fanti della Divisione indiana Maharatta arrivarono sul crinale con i muli carichi, spararono una salva di shrapnel, una munizione che esplodeva a mezz'aria seminando schegge in tutte le direzioni. Poi se ne andarono per evitare la risposta degli Inglesi e forse si salvarono. Fu una strage di Indiani e di muli. Questo è il racconto di Carlo di Veriolo, all'epoca un ragazzino che gli Inglesi assoldarono per andare a seppellire i muli morti.

Ora lasciamo queste memorie drammatiche e tristi  e saliamo dall' Area Verde di Lutirano verso Il Violino, un bel podere dal nome ingannevole, che viene dalla traduzione errata del romagnolo Viotlĕn, viottolino, stradina. Il nostro scopo è raggiungere il crinale e al Violino dobbiamo abbandonare la strada campestre che ci porterebbe a Valladoccia lungo il fosso. Il sentiero è facile da individuare, anche se la segnaletica CAI qui è poco evidente. Dopo qualche centinaio di metri si arriva ai campi di Coltriciano, ma non si deve andare alla casa. Conviene tenersi sulla sinistra per chi sale e imboccare una mulattiera che si inerpica senza mezze misure.


Il coltro era un tipo di aratro per i terreni duri e sassosi, che incideva poco il suolo per non rimuovere altro pietrame e dunque il nome del podere deriva da questo attrezzo. Il crinale permette subito una ampia visuale, che allevia la fatica, soprattutto se si viene qui d'inverno quando gli alberi non hanno la foglia e il sole riscalda il giusto.


Un coltro con il manubrio spezzato





La fattoria di Vossemole è la residenza storica della famiglia del veterinario Francesco Catani. Venne comprata alla fine del Settecento dai suoi antenati.






Rio Faggeto è la villa che segue Vossemole, nel fondovalle dell' Acerreta. I faggi vivono a partire da 700 - 800 m di quota, quella in cui siamo noi adesso e laggiù non ci possono essere. Il nome viene dal longobardo Cafaggio, sito recintato, circoscritto, come Cafaggiolo, noto castello mediceo del Mugello. Il motivo del nome del sito visto da qui è evidente: il Rio è nel fondo di una valletta chiusa da ogni lato, che fa capo alla villa.





... e camminando si arriva con la camicia sudata a Cà dei monti, un podere a circa 800m di quota dove si mangiava l'ultimo pane, quello più salato di tutti.

I campi furono ricavati in chissà quale secolo con un disboscamento, come di regola in tutta questa zona e oggi formano un ampio pascolo noto come La Pianellona, toponimo d'uso locale che non si trova in nessuna carta geografica.
Siamo al punto di svolta del nostro percorso, perché dopo qualche centinaio di metri finisce la valletta del Viglio. Un cartello stradale di divieto di circolazione, curiosamente avvitato su un pino avverte quelli delle jeep che non è consentito andare oltre. Siamo al confine con Tredozio. Un'altra indicazione ci offre una alternativa: a destra si va a Terbana e a sinistra verso il Valico della Collina, la nostra meta.

Così si imbocca l'altro crinale, che dà la forma a U al nostro trekking. Anche qui i panorami sono ampi, con una prospettiva diversa dalla precedente.




Il minuscolo edificio al centro della foto qui accanto è la chiesa di Abeto, nel fondovalle dell' Acerreta.






La novità ora è che la vista spazia anche  nella valle del Tramazzo. Il paese là in fondo nella foto a sinistra è Tredozio.





Ormai siamo arrivati. Gli edifici qui sono ristrutturati e dotati di piscina. Fanno parte dell' agriturismo della villa La Collina. Hanno tutti un colore rosso mattone, a ricordo di Jacopino Vespignani, vecchio proprietariodella Collina, che aveva l'abitudine di tinteggiare così tutti i suoi poderi.





Dalla strada  campestre al centro di questa foto si arriva nella strada provinciale. Volendo tornare a Lutirano non rimane che scendere verso Marradi per circa tre chilometri. I puristi del trekking disdegnano i percorsi sull'asfalto, ma in questo caso la via offre ancora degli scorci di visuale interessanti e forse si può fare una eccezione. 
 



mercoledì 3 luglio 2019

Un trekking da Crespino a Biforco


Da una stazione ferroviaria
all'altra
resoconto di Claudio Mercatali


Di solito i trekking in montagna si fanno percorrendo un anello, ma questa volta non è così. O per meglio dire qui l'anello c'è, ma si completa in ferrovia.

Si parte in treno dalla stazione di Biforco, si scende a Crespino e si sale verso il podere di Pigàra. Il versante è un pascolo con poca macchia e quindi la visuale è ampia fin dall' inizio. La stazione di Crespino, vista dalla strada per Pigàra fa un bell'effetto, come del resto Crespino, che si vede laggiù in basso.



Pigàra è un podere antico, molto noto per il suo castagneto secolare, che ha tante piante monumentali. Il luogo è particolare e meta di visite e campeggi, perché questo castagneto, a differenza di molti altri, ha una morfologia dolce e si gira volentieri.


clicca sulle immagini
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Da documenti antichi si sa che il primo impianto risale al Seicento e venne fatto in modo razionale, con gli alberi disposte in file. Ne abbiamo già parlato su questo blog il 29 ottobre 2011 e l'articolo è nell' archivio tematico alla voce Comunità di Crespino. 

Subito dopo il castagneto comincia il Galestro di Garminana, una lunga pendice di pietra lungo la quale la strada sale diritta, senza pietà. Il versante è monoclino, con gli strati di roccia inclinati di 30°, come tutte le montagne qui attorno. Questo significa che la pendenza è del 58% (la strada della Colla di Casaglia tocca il massimo qua sotto, al Molino di Valbura, con il 10%). Lo sanno bene gli appassionati di muntain bike e infatti questo è uno dei loro percorsi preferiti.

Dopo un certo numero di stenti si arriva al crinale e ci fa ancora compagnia la vista di Crespino. Per capire quanto siamo saliti basta un confronto fra le foto qui accanto.

La casa poderale di Garminana ormai è un mucchio di sassi e si vede male. Conviene prendere a riferimento l'antenna dei telefonini Omnitel e fermarsi proprio lì, perché c'è un bivio da imboccare.

Il punto giusto è un bel sito panoramico in cui si vedono i due versanti, quello di Crespino e quello della valle di Campigno, che è questo qui accanto.

Per Biforco si prende a sinistra, abbandonando la strada fatta finora, che prosegue fino alla bocchetta di Val di Rovino e oltre, verso siti campaniani che saranno oggetto di un prossimo trekking, quando gli alberi avranno perso la foglia. Per arrivare fin qui si impiega un po' più di un'ora e la fatica si fa sentire. Una sosta si impone, per bere e mangiare qualcosa, invogliati anche dal panorama notevole. Ora comincia la discesa, lungo un sentiero di crinale che gira e rigira percorrendo sempre dei siti panoramici. Il motivo per cui vale la pena di venire qui, per un marradese, è questo panorama insolito del paese.


Marradi visto dal crinale
sopra a Garminana







Muschieta è un poderetto in rovina in cima al monte di Poggiol di Termini. Lì vicino Marradi si vede per intero.







Dopo un'ora e venti di discesa si vede Ponte di Camurano, nel fondovalle. Da qui si capisce anche perché questo gruppo di case si chiama così. Ci sono due ponti, uno lungo la odierna strada maestra per Borgo S.Lorenzo e uno più piccolo e interno, che è quello da cui passava la strada prima che il granduca Leopoldo II facesse la attuale, nei primi decenni dell' Ottocento. 





Nell' ultimo chilometro ci sono tanti punti da cui si vede Marradi e alla fine si arriva alla stazione ....


 


In sintesi tutta la camminata è durata tre ore: un'ora per salire e due per scendere lungo il crinale. La maggior parte della fatica evidentemente è nel primo tratto, ma non facciamoci troppe illusioni, perché i crinali hanno sempre un andamento vario e anche se sono in discesa non è detto che siano tutte rose e fiori. Il trekking è lungo circa 10km.

domenica 26 giugno 2016

Giornate d'acqua e di terra

Domenica 19 giugno 2016
resoconto di Claudio Mercatali



Quest’anno l’ormai tradizionale giornata per la conoscenza del territorio di Crespino del Lamone è dedicata al Castagneto di Pigara, che è un complesso forestale eccezionale anche nel contesto del Comune di Marradi, dove i castagneti belli non mancano di certo.

Gli antichi documenti dicono che le piante furono messe a dimora nel Seicento, in file ordinate, distanti 24 braccia fiorentine (dodici metri) le une dalle altre. Se una generazione umana cambia ogni 25 anni possiamo dire che questi enormi castagni hanno sfamato 14 generazioni di crespinesi abitanti in questo podere e in altri.









Arrivare a Pigara è semplice: si parte dalla strada statale all’ altezza del Molino di Valbura e si sale lungo una strada poderale comoda. 




La maestra Giovanna Pieri, organizzatrice di questo incontro, ha pensato a tutto: il sottobosco è stato falciato, don Bruno ha accettato di dire la messa al “castagno sacro" il Gruppo Alpini di Marradi ha predisposto la parte enogastronomica, ossia il pranzo all’ aperto e alcuni crespinesi hanno offerto un buffet di dolci casalinghi. Il dr. Roberto Micucci ha tenuto una conferenza dal titolo “Dalla natura le risorse per il benessere: l’acqua e le piante secondo uno scienziato”




La salita verso Pigara 
è piacevole e panoramica.











Siccome in questi casi le immagini contano più delle parole, guardiamo le fotografie:










Clicca sulle immagini
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Oggi il frutteto ha una produzione bassa, perché tre secoli e mezzo non passano invano e la sua attrattiva è soprattutto dal punto di vista monumentale.










Il castagneto in questi ultimi anni è deperito parecchio. Servirebbe una potatura generale che per ora non  è stata possibile a causa dei costi elevati.







Don Bruno Malavolti 
non manca mai alle Giornate 
d'acqua e di terra ...