Lanfranco Raparo, Marradi

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giovedì 18 gennaio 2024

La famiglia Pagani

Una potente famiglia 
del Duecento

Ricerca di Claudio Mercatali


La Badia di Susinana 
ai primi del Novecento



Nel 1266 il cronista Frà Salimbene da Parma descrisse così l’aggressivo Pietro di Pagano "in montibus ... ex parte imperii magnus erat, famosus et nominatus, et doctus ad bellum". Castel Pagano era la corte d’origine della famiglia, (oggi nel Comune di Casola Valsenio) che in quegli anni fu inglobata nella corte di Susinana, uno o due chilometri a monte (oggi nel Comune di Palazzuolo). Nel '400 i Fiorentini cedettero Castel Pagano al vescovo di Imola.



Alla metà del Duecento con Pietro di Pagano la forza della famiglia crebbe molto e poi con suo figlio Maghinardo le fortune del casato raggiunsero il culmine e il potere si allargò fino a Faenza e Imola. Maghinardo è citato anche da Dante perché abile e spregiudicato in politica. (Inf XXVII 49-51, Purg XIV 118-120). 

Morì nel 1302 a Casa Cappello (San Adriano di Marradi) senza eredi maschi e questo nel medioevo era grave per una famiglia potente. Lasciò tutto alle due figlie e alla nipote. Nemmeno i suoi fratelli ebbero una discendenza, per diversi motivi:

Bonifazio morì prima di lui ed ebbe un figlio e una figlia: Bambo, l'ultimo erede legittimo dei Pagani, morì nel 1279 sotto le macerie del Castellone di Marradi, crollato per un terremoto. Albiera (morta circa nel 1317), nel 1280 sposò Giovanni di Ugolino degli Ubaldini da Senni e portò al marito l'eredità ricevuta nel 1302 dallo zio, e cioè i castellari di Mantigno, Valmaggiore, Bibbiana, Castel Pagano, Vezzano e Piedimonte.

Pagano, il secondo fratello, sposò nel 1256 Margherita di Guido Guidi di Modigliana e morì nel 1273, in battaglia al ponte di Galisterna contro i Manfredi. Suo figlio Bandino morì alla metà del Trecento. Fu priore di Popolano, candidato vescovo dal clero imolese nel 1299 (anche per intervento dello zio), ma non confermato dal papa Bonifacio VIII, per impedire una temibile unione del potere politico col religioso. A lui Maghinardo lasciò Fontana Moneta, Fornazzano, Pian di castello, La Grementeria, Valdifusa, Calamello, La Cavina e Camurano.


Ugolino l’abate, il terzo fratello, ereditò Gamberaldi e San Martino in Gattara.

Nel testamento Maghinardo definì con cura le eredità per le sue figlie, Andrea e Francesca (all’ epoca Andrea era un nome che si dava anche alle donne):


Andrea sposò Vanni Ubaldini da Susinana, dal quale ebbe l’aggressiva Marzia (o Cia), poi andata sposa a Francesco Ordelaffi, signore di Forlì. A lei il padre lasciò le rocche di Susinana, Cepeda, Montebovaro, Campanara e Crespino.


Francesca
sposò (1301) Francesco di messer Orso Orsini. Ereditò i castelli e i diritti feudali su Benclaro (Sant'Adriano), Gattara, Popolano e Montemaggiore, oltre al palazzo di Faenza. Francesca e il marito dissiparono l’eredità e alla fine i creditori pignorarono tutto e incendiarono Benclaro, dove i due si erano rifugiati. I coniugi, salvi ma poveri, si ridussero a una vita umile.


Così il patrimonio di Maghinardo in parte fu dissipato o confluì come dote di femmine fra i beni degli Ubaldini e il cognome Pagani cessò, perché allora come oggi ingiustamente si eredita sempre il cognome dal padre. I Pagani avevano come stemma un leone rampante, azzurro, linguato e armato di rosso, in campo d'argento (il lioncel dal nido bianco ricordato da Dante Inf XXVII 50) poi adottato anche dagli Ubaldini di Susinana.

Questa è la bella storia dei Pagani, signori nel Duecento delle alte valli del Senio e del Lamone, protagonisti della storia di Palazzuolo e di Marradi, spesso confusi con gli Ubaldini, dei quali in realtà furono predecessori e solo dopo divennero parenti di loro per matrimoni. Tutta la vicenda conferma il detto che “la prima generazione fonda (Pietro Pagano), la seconda amplia (Maghinardo), la terza dissipa (sua figlia Francesca e suo marito).



Bibliografia

L. Passerini, Tavola dei Pagani, in P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano 1875
A. Campana, in Enciclopedia italiana XXV 923
P. Beltrami, Maghinardo P. di Susinana, Faenza 1908
Il testamento di Maghinardo da Susinana, in S. Gaddoni, Studi danteschi (ac. della R. Deputazione St. Patria Province Romagna), Bologna 1921, 63-88).
E. Repetti Dizionario geografico, fisico, storico della Toscana, Firenze 1833-1845
L. Baldisseri, Il castello di Susinana, in Il VI centenario dantesco, IV 2, 40 ss.
Enciclopedia Treccani, per un primo inquadramento dei fatti.


lunedì 18 aprile 2022

I contratti dei Marradesi nel Duecento

Le stipule dai notai 
del paese

ricerca di Claudio Mercatali


La Badia di Bagno a Ripoli, a sud di Firenze, nel Medioevo era un convento vallombrosano e lì è sepolto Ascanio Tamburini (Marradi 1580 – Ripoli 1666) che fu abate. 


Forse fu lui ad archiviare lì 52 contratti di compra vendita, affitto e altro stilati alla Badia vallombrosana del Borgo, a Marradi, nel Duecento e nel Trecento. 






La sua data di nascita è incerta: la lapide della Badia di Ripoli dice 1580 ma la lapide al cimitero di Marradi, posta dalla famiglia Tamburini dice 1642. Altre fonti danno indicazioni diverse.  Però adesso questo per noi non ha importanza.



Come si faceva un rogito a Marradi nel Duecento?

In paese c'era un notaio e bisognava rivolgersi a lui: in ogni scrittura c'è la formula d'uso … imperiali auctoritate notaius ... Sappiamo che era di Marradi perché firmava con il suo nome e quello del padre, dicendo dove era nato. L'uso del cognome cominciò solo nel Cinquecento e prima le persone firmavano con il patronimico “di” o “fu” a seconda che il padre fosse vivente o no. Per esempio la mia firma sarebbe stata Claudio fu Adelmo di Marradi. Dai contratti che ci sono giunti pare di capire che il notaio da vecchio lasciava il posto a un successore. 


Nei contratti c’è sempre il suo logo, che spesso è un disegno di fantasia curioso e artistico. E’ fatto a mano con la penna d’oca perché nei contratti di solito non si usavano i timbri. Era una garanzia di originalità e infatti in fondo ai contratti che stiamo per leggere spesso c’è scritto ego scripsi, rogai, meum signum apposi et pubblicai.

Ogni pergamena ha il cosiddetto titolo topico, ossia riporta con precisione il luogo dov’è stata scritta. Per esempio: nel chiostro della Badia di Santa Reparata nelle Alpi, o nella chiesa di San Lorenzo in Marciana, oppure “nel palazzo dove si rende ragione” o “nella casa dove si amministra il diritto”, che sono due indicazioni per dire la canonica della chiesa arcipretale o qualche palazzo dove c’era un tribunale.

Ogni contratto è accompagnato da un regesto, un riassunto, fatto da un archivista della Badia di Ripoli a fine Ottocento. Meno male, perché le pergamene originali sono in un duro latino medioevale. Ecco dunque il perché di questa ricerca antica: negli atti notarili, assieme alla definizione di quanto in oggetto ci sono sempre le descrizioni dei siti, i nomi dei posti, le regole del diritto vigente … e da tutto questo si ricavano tante notizie sulla vita in paese novecento anni orsono.


1204     2 februarius

Nei primi anni del Duecento pare che a Marradi non ci fosse ancora l’ufficio notarile, perché Jacopo abate di Crespino nel 1204 stipulò un contratto di affitto con Cristiana del fu Giovanni presso il monastero di Santa Apollinare, che è a Firenze, in centro.

Il notaio la prende un po' larga e ci dice che il trono imperiale era vacante (imperator non datum). In effetti Ottone IV venne incoronato nel 1209 e nel 1204 era re senza corona. Il papa era Innocenzo III (1198 - 1216) al secolo Lotario da Segni.


1236  8 februarius

Albertino, notaio imperiale, aveva per logo una spada. Con la sua elegante e difficile calligrafia qui stipula un contratto a livello (ossia un affitto) della durata di 29 anni fra Jacopo abate della Badia del Borgo e Matteo di Ubaldino per un campo. Nel contratto a livello si pagava un affitto in natura con prodotti agricoli o con ore lavorative secondo il mestiere dell' affittuario. Il “livello” o libello era il libretto con le condizioni concordate e ogni contraente firmava quello che rimaneva in mano all' altro.



1259
     20 aprilis


In questo contratto c'è anche l'ora della stipula. Nel medioevo si seguiva ancora la regola dell'Antica Roma, cioè il dì andava dalle sei del mattino (ora I) alle sei di sera (ora XII). 


Quindi le ore del medioevo corrispondono alle nostre diminuite di sei: per esempio il mezzogiorno è 12 - 6 = ora sesta, da cui viene la parola spagnola siesta. 
Dunque l'ora VII che si legge nelle prime righe del contratto è l'una.




1259
     7 8bre


Campora è un podere proprio al confine fra Toscana e Romagna. E un sito antichissimo sede di una Badia dell'alto medioevo, dismessa in un secolo lontano e già difficile da individuare nelle mappe del Cinquecento. 


Nella seconda metà del secolo il notaio era Giovanni da Marradi e rimase in carica per molti anni. Poi toccò a Giovanni di Bernardo, che aveva un logo molto elegante.



 


1260
     8 8bre 


Pian del Cardello è un sito poco oltre la Badia di Campora, oggi nel comune di Brisighella.










Clicca sulle immagini
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1261
   11 maius


Questa è una concessione livellaria da rinnovare ogni sessanta anni di un bosco a Seccheta (Scheta) fatta da Iacopo abate di Santa Reparata a Toscolo da Borgo ricevente per sé e Pellegrino da Borgo. 


Fatta nel chiostro del Monastero. Rogita Giovanni da Marradi. Scheta di Voltalto è un podere nella valle di Albero, noto per un secolare castagneto e la vastità del bosco ceduo.





1270   
30 9bre


Vendita di un pezzo di terra arativa fatto in Marzana della corte di Marradi descritta né suoi confini fatta da Gandolfo e Santino suo figlio a Lapo del fu Migliorato del monastero di Santa Reparata




 comprante per sé e suoi eredi al prezzo di sette lire di buoni soldi. Fatto sulla piazza di Marradi. Giovanni da Marradi rogò.







1271
    25 8bre


Vendita di un pezzo di terra arativa in Marzana fatta da Gibbolo del fu Corso da Marradi e Viviano del fu Giovanni di Venezio compratori per sé e per i loro eredi al prezzo di lire nove di buoni soldi. Fatto in Marradi rogò Giovanni da Marradi.

La data oltre la metà del mese spesso era sottrattiva, cioè si contavano i giorni mancanti alla fine del mese. Quindi die septimo ex mancata mensis octobris che si legge all'inizio significa sette giorni prima della fine di ottobre, cioè il giorno 25. Non è poi così strano, lo facciamo anche noi con le ore: se un orologio segna le ore 10.45 si può dire che sono le dieci e tre quarti oppure le undici meno un quarto. Il contratto fu stilato a Marciana, ossia a Marradi oltre il Ponte Grande, verso Faenza (nota come jum Maré, fondo Marradi). Il nome Marciana forse deriva da Marzio, un proprietario al tempo dei Romani. Il podere Marciana fu espropriato e spianato nel 1880 per costruire la stazione ferroviaria di Marradi. Dopo un chilometro c'è anche Marcianella.


1299
     8 8bre


Il regesto è molto dettagliato e scritto nella figura accanto. Castelnuovo è una casa poderale sul crinale di fronte alla Badia del Borgo.





Le rovine mostrano una planimetria diversa dalle usuali case coloniche antiche e forse in origine era un fortilizio, un posto di osservazione per ampliare la visuale verso la valle che porta al Passo della Cavallara, che dal Castellone di Marradi non si vede. 




Il contratto di enfiteusi durava di regola 29 anni rinnovabili e l'affittuario aveva l'obbligo di effettuare dei lavori per migliorare il fondo. Roga Giovanni figlio di Bastiano di Marradi notaio con licenza dell'imperatore.






Per ampliare

Fonte delle pergamene: Archivio di Stato di Firenze, Fondo Diplomatico

Altri contratti nel blog:

24.06.2012 San Giovanni patrono di Firenze
07.12.2015 I frati di Crespino
14.03.2016 A.Tamburini Giurista e Generale dei frati di Vallombrosa
23.07.2016 Undici contratti medioevali fatti a Marradi
08.03.2018 Un trekking lungo il sentiero dei Fiorentini
25.06.2000 Il Codice di Lottieri della Tosa



giovedì 25 giugno 2020

Il Codice di Lottieri della Tosa

I contratti fatti dai preti della nostra 
zona di fronte al vescovo di Faenza
Ricerca di Claudio Mercatali



Nelle ricerche di storia medioevale una ricca serie di notizie si ricava dagli atti notarili, che già allora descrivevano con dovizia di particolari le persone, i luoghi e le cose. L’archivio notarile di Lottieri della Tosa, fiorentino, vescovo a Faenza alla fine del Duecento è particolarmente interessante per noi. 
Che cosa faceva un vescovo fiorentino in Romagna in quegli anni, con un seguito di notabili toscani suoi concittadini? Una breve biografia di lui chiarirà i fatti:

Lottieri della Tosa di Odaldo nacque a Firenze alla metà del '200. Di famiglia guelfa, nel 1287 divenne vescovo di Faenza con l'aiuto di Maghinardo Pagani da Susinana, ghibellino ma legato alla Firenze guelfa per aver sposato Rengarda Della Tosa. Non a caso Maghinardo per il suo ambiguo atteggiamento politico fu definito da Dante "il leoncel dal nido bianco / che muta parte da la state al verno" (Inferno, XXVII, 50-51). 
Maghinardo con la nomina di un vescovo di sua fiducia voleva rafforzare il suo dominio sulla città che governò fino alla morte (1302) come Podestà o Capitano del Popolo. Il 30 settembre 1287 Lottieri della Tosa entrò solennemente in Faenza con un gran numero di prelati e nobili fiorentini. Dal 1290 fu coinvolto nella rivolta antipapale dei Comuni romagnoli, iniziata da Guido da Polenta di Ravenna e dallo stesso Maghinardo. Quando i Comuni romagnoli firmarono il trattato di pace del 1297 il vescovo annullò gli interdetti che aveva lanciato contro diverse città della Romagna nel corso della rivolta. Nel febbraio del 1302, pochi mesi prima della morte di Maghinardo, suo amico e protettore, Lottieri tornò a Firenze. Il suo ingresso in città fu ancor più solenne di quanto non fosse stata, quindici anni prima, la sua entrata a Faenza.

Ora il vescovo Lottieri ci interessa perché ha lasciato un ricco Codice di carte notarili, redatte in sua presenza dal notaio fiorentino Giovanni Manetti che Lottieri aveva portato con sé a Faenza. Sono 224, ricche di notizie su chiese e sacerdoti, ma un po’ difficili da leggere, perché il linguaggio notarile è di per sé arido e per giunta qui è in un duro latino medioevale. Però in diversi atti si parla della zona di Marradi e dunque andiamo a curiosare nelle faccende personali dei preti nostri compaesani di quel secolo remoto:

Atto 9   A termini di legge consegnato all’ interessato sacerdote Ugolino, da Giovanni Manetti notaio, il 23 gennaio 1289.


Lottieri vescovo di Faenza per grazia di Dio augura salute nel nome del Signore al distinto sacerdote Ugolino rettore della chiesa di San Cassiano della Pieve di Ottavo (la Pieve del Tho) della diocesi faentina e canonico della chiesa di Popolano della detta diocesi. La tua ammirevole devozione ci induce a riconoscerti una speciale grazia e favore. E per questo con la presente disposizione ti concediamo che, non essendoci nessuna nostra contrarietà, tu possa liberamente tenere per te i detti benefici. Li presentiamo alle persone presenti apponendo su questo documento il sigillo testimonio nostro. Fatto in Faenza nel Vescovado alla presenza di frà Vita abate del monastero di Santa Maria Fuori Porta e Ventura rettore della chiesa di San Simone di Faenza, e altri. Anno 1289, 23 gennaio, seconda seduta.

NOTA   Il Canonico fa parte del collegio che celebra le messe più solenni nella cattedrale della diocesi. A quel tempo era un incarico di prestigio dato a sacerdoti di chiese abbastanza importanti (San Cassiano è una chiesa Arcipretale e Popolano una Priorìa).



Atto 38   Canonica di Popolano, fatto e consegnato 
26 marzo 1289

Redatto sopra l’aula del vescovado faentino alla presenza degli anziani Monaldo e Guidone di Luestano ed altri. 

Don Alberico, priore e canonico di Popolano della diocesi di Faenza, di fronte al venerabile padre don Lottieri, per grazia di Dio vescovo di Faenza, chiese di persona umilmente e in maniera devota il rinnovo per 28 anni di una licenza di affitto del fratello Aspectato di Popolano per il figlio Farolfino, per un casamento di detta canonica, posto vicino a detta canonica il quale confina con : II la via, III la fontana, IIII la parte riservata di questa canonica, dietro la promessa di dare ogni anno allo stesso priore e canonico un paio di capponi (unius paris caponis) per Natale. Udita questa richiesta, vista e letta, il venerabile padre predetto concesse la licenza secondo la forma della domanda predetta.

NOTE   Negli atti notarili di questo tipo i confinanti sui quattro lati della proprietà erano elencati con la numerazione I, II, III, IIII. Secondo il diritto Romano in uso nel Medioevo la durata tipica dei contratti era di una generazione, cioè di circa 29 anni.

Atto 56   Fatto in chiesa. Scomunica contro il sacerdote Albertino di Monte Romano 
13 giugno 1289
   
NOTA L’Atto è scolorito e in certi punti si legge male.

In nome di Dio amen
Noi Lottieri vescovo faentino per grazia di Dio Ad 1289 … legittimamente facesse citare, e anche ammonisse e requisisse don Albertino rettore della chiesa di Santo Stefano di Monte Romano pieve d’Ottavo … perché tornasse residente proprio lì a detta chiesa di Santo Stefano e … era tenuto a celebrare gli offizi e per questo come da noi asserito, con animo irato … si rifiutò e ancora rifiuta e si vanta contento della sua disobbedienza … ammoniamo lui per la malizia, l’assenza ingiustificata e la disobbedienza che mi è stata comunicata … affinché questo sacerdote Albertino entro quindici giorni ritorni alla sua chiesa di Santo Stefano e dimori lì e celebri i divini offici ai quali è tenuto. Altrimenti se continuerà ad eludere la nostra ammonizione in questo modo, che pubblicamente gli abbiamo fatto, procederemo contro di lui con la rimozione dalla sua chiesa … multa ed altri provvedimenti di legge, come è invitato per giustizia …

Questa ammonizione fu detta e fatta in queste note su disposizione del venerabile padre nel vescovado, sede del tribunale alla presenza dei testimoni don Domenico … di Bagnacavallo, Lottario Benincasa, Cenni e Neri, con i famigliari del detto venerabile e altri. Nell’ anno 1289, 13 giugno.

NOTA   Don Albertino obbedì al vescovo? Non lo sappiamo, però in altri contratti notarili successivi a questo compare il nome di don Buono come rettore di Monte Romano.




Atto 74    6 luglio 1290 Assoluzione di don Ubaldino, priore di Popolano

Nel nome di Dio, amen.
Redatto sulle gradinate del vescovado di Faenza, alla presenza del chierico Pasquino, di Lotario Benincasa e Cenni di Bartolo, con i sottoscritti famigliari del venerabile padre (il vescovo) il notaio Mastonese e altri sottoscriventi.

NOTA   Quella che segue è una lettera di Pietro Saraceno vescovo e legato pontificio in Romagna, che scrive a Lottieri e lo autorizza a sciogliere l’interdetto ai danni di Ubaldino, priore di Popolano, che non aveva inviato l’elenco dei fumantes (i contribuenti) nei termini prescritti. Pietro Saraceno precisa che la concessione è per fare un piacere al vescovo Lottieri e soprattutto a Maghinardo Pagani, zio di Ubaldino.

Tutti gli ispettori elencati in questa pagina prendono atto che davanti a me, Giovanni Manetti notaio, con i testimoni sopradetti e il venerabile Lottieri vescovo di Faenza è stata recapitata la lettera qui di seguito scritta: 
“Venerabile in Cristo, padre e amico carissimo Lotterio, per grazia di Dio vescovo di Faenza, Pietro per permesso divino vescovo di Vicenza, vicario pontificio nella Provincia di Romagna, vi auguro la salute e la sincera carità di Dio; abbiamo ricevuto le lettere che ci hai mandato, e volendo per richiesta vostra annuire e compiacere il nobile uomo Maghinardo di Susinana in queste, consegnamo la presente alla vostra autorità, poiché il priore canonico di Popolano sia assolto dalla sentenza alla quale era incorso perché non presentò a noi nel termine stabilito i fumantes della sua Priorìa …     Dato a Rimini, il giorno XXIIII giugno”.

Per l’autorità che gli è stata conferita dal predetto Pietro vescovo di Vicenza, don Ubaldino priore canonico sopra detto è assolto dalla predetta sentenza, imponendogli una penitenza salutare.




Atto 80   Procura e vicariato per don Buono, consegnata all’ interessato il 26 luglio 1290

NOTA Abbiamo già incontrato don Buono, parroco di Monte Romano, nominato al posto di don Albertino, il prete che non voleva risiedere nella sua chiesa. Ora don Buono è nominato rettore della chiesa di San Cassiano al posto di don Ugolino, che parte “ultra mare per guerram Iesu Christi” (per la Crociata). Nel 1290 i Mussulmani assediarono San Giovanni d’Acri, la capitale del Regno cristiano di Gerusalemme, che cadde nel 1291.

In detto giorno e luogo e in presenza di detti testimoni, don Ugolino rettore della chiesa di San Cassiano Pieve di Ottavo, Diocesi di Faenza, con il consenso e la parola di don Bencivenni, vicario del venerabile padre don Lottieri vescovo di Faenza per grazia di Dio, che intende avviarsi oltre il mare per la guerra di Gesù Cristo, fece vice della sua chiesa, costituì e ordinò suo procuratore, vicario ed economo in detta chiesa, don Buono rettore della chiesa di Monte Romano, presente e consenziente, per le cose spirituali e temporali finché egli non tornerà o Dio farà di lui altro …

e il vescovo accettò con il mandato più ampio. Ugolino, che era anche canonico di Popolano, tornò dalla Crociata? No, perché nel 1302 don Buono era ancora rettore in sua vece.




Atto 113   Monastero di Gamogna, fatto e consegnato 
18 ottobre 1290

Nel nome di Dio, amen.
Atto scritto nel vescovado di Faenza alla presenza dei testimoni don Lorenzo priore di San Prospero e Guglielmo Benincasa sottoscriventi.

A tutti quelli che hanno visionato questo scritto è risultato ben chiaro che davanti a me Giovanni Manetti notaio e con i testimoni sopra detti il discreto uomo don Bencivenni canonico della Pieve di Calenzano, vicario di Lottieri vescovo di Faenza ha ricevuto questa richiesta:“Don Benigno, priore del Monastero di Gamogna spiega che per mancanza d’acqua non può macinare con il molino di detto monastero se non viene concesso dall’ abate di Badia della valle di portare acqua al suo molino attraverso i terreni del suo monastero. Il detto priore di Gamogna chiede in modo umile e devoto di concedere il permesso nel modo che a voi piacerà affinché possa cedere all’abate del monastero di Acereta un terzo del molino di Gamogna se l’abate del monastero di Acereta concederà la sua acqua e il passaggio per il terreno e questo a vantaggio di ambedue i monasteri. Viene dato e concesso al detto don Benigno il permesso richiesto, secondo la forma e il tenore della richiesta sopra detta.


NOTA   Questo è un tipico contratto di livello, per concedere terre e diritti alle condizioni scritte in “duo libelli pari tenore conscripti” (da qui il nome del contratto): due cartelle uguali e ogni contraente firmava quella che rimaneva in mano all' altro. Perciò abbinato a questo appena letto c’è l'Atto 114 dell’abate di Acereta, cioè la sua risposta.



Atto 114   Monastero di Acereta, fatto e consegnato 
18 ottobre 1290

Agli ispettori che hanno visionato questo scritto è risultato ben chiaro che davanti a me Giovanni Manetti notaio e con i testimoni sopra detti, il discreto uomo don Bencivenni canonico della Pieve di Calenzano, vicario di Lottieri vescovo di Faenza ha ricevuto questa richiesta: “Il notaio Dracone, procuratore di don Matteo abate di Acereta in modo umile e devoto chiede il permesso di dare la loro acqua e il passaggio per i loro terreni ai priore di Gamogna per il suo molino se il detto priore concederà la terza parte del molino a compenso dell’acque e del terreno predetto ...

NOTA   Il molino di cui si parla è quello di Rio di Mèsola o forse quello di Ponte della Valle, non più attivi ma ancora esistenti.



Atto 203   Chiesa di Abeto, licenza consegnata 
27 ottobre 1291

In nome di Dio, amen
Fatto nella sala del vescovado di Faenza alla presenza dei testimoni Peppo di Susciana (Sessana?) plebato di Modigliana e Spunta figlio di Azzolino di Lutirano, sottoscriventi. Don Ugolino, rettore della chiesa di San Michele di Abeto, presentatosi a Lottieri, vescovo di Faenza per grazia di Dio, chiese in nome della sua chiesa e in suo favore, di dargli licenza per rinnovare a livello una locazione di ventotto anni, di un certo molino della sua chiesa posto nel Rio di Stagnana, alle migliori condizioni che potrà. Per questa ragione il venerabile padre predetto udita la richiesta fatta, concesse e diede a don Ugolino la licenza secondo quanto dichiarato.

NOTA    Dov' è Susciana? Siccome il notaio Giovanni Manetti era fiorentino è probabile che abbia trascritto il nome Sessana con la "sc" data la nostra tendenza e pronunciare la "s" in modo pesante.


Per ampliare
Lottieri della Tosa, di Massimo Tarassi Dizionario Bio. degli Italiani vol. 37 (1989)


mercoledì 22 aprile 2020

Il Duecento qui da noi

La storia del nostro territorio 
in un tempo lontano
Ricerca di Claudio Mercatali



Nel Duecento cominciò finalmente l'uscita dal buio dell’Alto Medioevo. Questa epoca infinitamente lunga durò ancora due secoli, però in Italia le novità furono tante: è il secolo di Dante, della nascita della nostra lingua, delle lotte fra Guelfi e Ghibellini e anche dell’ imperatore Federico II di Svevia, che ora ci interessa perché la nostra storia fino al 1250 fu condizionata dalle sue mosse.

Federico Ruggero di Hohenstaufen (Jesi, 1194 - Fiorentino di Puglia, 1250), fu re di Sicilia dal 1198 al 1250 e Imperatore del Sacro Romano Impero, incoronato ad Acquisgrana nel 1215 e a Roma nel 1220. Discendeva per parte di madre dai Normanni di Altavilla, fondatori del Regno di Sicilia e aveva una personalità affascinante, tanto che era noto anche con l’appellativo di Stupor mundi (meraviglia del mondo). Non accettava il potere temporale dei papi e fu sempre in contrasto con la Chiesa tanto da ricevere due scomuniche dal papa Gregorio IX, che vedeva in lui l'anticristo. Fu protettore di artisti e studiosi e scrittore lui stesso: la sua corte fu luogo di incontro fra la cultura greca, latina, germanica, araba ed ebraica. Sotto di lui il Regno di Sicilia divenne uno stato moderno ed efficiente. Parlava sei lingue: latino, siciliano, tedesco, francese, greco e arabo. La sua biografia si si può trovare facilmente su Internet e quindi andiamo avanti.

 



Dal punto di vista politico la sua idea era chiara: voleva il controllo pieno dell’Italia, senza l’impiccio dei Liberi Comuni o della Chiesa e per ottenere questo non usava mezze misure. Non per niente era il nipote di Federico Barbarossa. Dunque nella prima metà del secolo ci fu una lunga serie di guerre e di contese. I Liberi Comuni ricostituirono la Lega Lombarda ma furono duramente sconfitti nel 1237 a Cortenuova (Bergamo) e la Lega si sfasciò. Eccoci al punto che ci interessa: l’imperatore scese lentamente verso la Romagna riconquistando uno ad uno i Comuni che non si volevano sottomettere e quelli governati dai Guelfi fedeli al papa.




Erano gli anni ruggenti dei Ghibellini, che presero il potere dappertutto profittando di questa situazione. I conti Guidi, signori della collina romagnola e del Casentino, ghibellini per tradizione di famiglia, ottennero terre e favori e i quattro figli di Guido Guerra V in questi anni suddivisero il loro patrimonio dando origine ai quattro rami della dinastia. 



Modigliana e l’alta valle del Lamone toccarono a Guido Guerra VI e al suo fratello minore Simone da Battifolle toccò il Casentino e il Mugello, da Vicchio fino alla Colla di Casaglia. Costoro esercitarono qui da noi una signoria dura e rapace, come si potrà leggere fra un po’. 







Nel 1240 l’imperatore arrivò in Romagna, con l’intenzione di sottomettere la guelfissima Bologna e il 26 agosto pose l’assedio a Faenza. Era podestà il veneziano Michele Morosini che contava su mille fanti bolognesi e veneziani, e sulle milizie del conte Guido Guerra di Modigliana, che pur essendo ghibellino era preoccupato della eccessiva forza dell’ imperatore. Faenza era una piccola cittadina ma l'assedio si rivelò complesso e i costi dell' operazione lievitarono. Federico, dopo aver impegnato tutti gli oggetti di valore, impostò una operazione finanziaria di disperata inventiva: ordinò di coniare delle monete di cuoio il cui valore fu fissato in un augustale d'oro. 





Questa specie di prestito forzoso fu onorato dall' imperatore dopo la conquista della città, quando a chiunque presentasse le monete di cuoio fu restituito l'equivalente in oro. Il 14 aprile 1241 la città concordò la resa. Però frà  Salimbene de Adam, francescano di Parma,dice che Federico II non rispettò i patti: "ingressus, non servavit eis pactum" e gli Imperiali commisero delle crudeltà. Federico II rimase in città ancora per sei settimane per eliminare i suoi avversari e imporre i podestà imperiali.


C’è anche un episodio che anticipa il Patto Confederale Elvetico di neutralità del 1291, firmato dai cantoni di Uri, Svitto e Untervaldo: nell’esercito di Federico II c’erano molti mercenari svizzeri, che ad un certo punto si lamentarono per non aver riscosso la paga. L’imperatore seguiva l’assedio da una antica casa padronale in una collina sopra Faenza, chiamata “Germana” per l’appunto. Qui (secondo la leggenda) ricevette una ambasceria dei mercenari, che gli chiesero e ottennero anche l’affrancamento dalla servitù dei conti d’Asburgo. Il documento è noto come “Lettera di Faenza”. Gli Asburgo naturalmente reagirono ma dopo circa 50 anni di guerriglie cedettero e si arrivò a Patto confederale fra i tre Cantoni, ai quali si aggiunsero Lucerna, Zurigo, Friburgo e Basilea.


Alla fine dell’assedio anche Guido Guerra di Modigliana fece atto di sottomissione e l’imperatore lo perdonò, dopo avergli comminato una multa salata per l’aiuto dato ai Faentini. 

I balzelli per i Modiglianesi e i Marradesi aumentarono, tanto che l’abate della Badia del Borgo, stanco di essere tartassato dai Conti Guidi si sottomise alla guelfa Firenze per essere protetto. Così nel 1258 il Comune di Firenze fece la prima comparsa nella valle del Lamone. Fu un sollevo di breve durata, perché nel 1260 i guelfi fiorentini furono sconfitti dai ghibellini senesi fedeli all’imperatore e i Conti Guidi di Modigliana tornarono, rapaci come prima. Il Comune di Firenze rinunciò alla accomandigia, (= al diritto di sottomissione della Badia) e tornò nella Valle del Lamone solo dopo cento anni.



L’imperatore morì nel 1250 e le fortune dei ghibellini subirono un rapido declino. Nel 1258 Faenza fu assediata di nuovo, questa volta dal cardinale Ottaviano degli Ubaldini, impegnato nella riconquista di tutte le città romagnole fedeli all’imperatore. Chi era costui? 

Originario di Monte Accianico, castello vicino a Scarperia, era un personaggio difficile da definire. Cardinale e quindi in teoria guelfo, in realtà era un Ubaldini, ossia un ghibellino. Gli viene attribuita la frase " si anima est, ego perdidi ipsam millies pro Gibellinis " (se esiste l’anima io l’ho persa militando per i Ghibellini) e le sue riconquiste giovarono alla sua famiglia più che al Papato. Infatti dopo qualche anno in Romagna ci fu una serie di rivolte, perché fu chiaro che le varie città erano passate da un dominio ghibellino ad un altro, il suo.




Nel 1279 l’alta valle del Lamone fu devastata da un terremoto, che fece crollare gran parte del Castellone e sotto le macerie morì Bambo Pagani da Susinana. Ecco che compare una nuova famiglia di Signori locali, che spartirono con i Conti Guidi il dominio del territorio di Marradi. 




Ai Conti rimase la valle Acerreta, Modigliana, il Mugello vicino a Vicchio e molto altro, compresa l’arroganza. Nel 1289 Simone Guidi da Battifolle impose una gabella a chi transitava per il Passo della Colla e fece cavare un occhio al castellano di Molezzano e Gattaia, che si era ribellato. 



Aveva passato il segno e Firenze comprò il territorio di Casaglia, fondò il paese, che perciò è una “terra nova” come Scarperia e Firenzuola e assegnò le terre a cinquanta famiglie fiorentine, con il compito di difendere i luoghi dalle masnade di Simone da Battifolle. Questa è la nobile origine di Casaglia.





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La fortuna dei Pagani toccò il massimo con Maghinardo, citato anche da Dante nella Divina Commedia, naturalmente all’ Inferno, come: Il lioncel dal nido bianco, che muta parte dalla state al verno per la disinvoltura sconcertante con la quale passava dai Guelfi ai Ghibellini a seconda del suo tornaconto. 


Costui dopo una delle sue tante conquiste, distrusse il castello di Baccagnano, che era vicino alle attuali Terme di Brisighella e per punizione costrinse gli abitanti ribelli a trasferirsi oltre il fiume, ai piedi delle colline della Vena del Gesso, nei calanchi, dove i terreni sono molto meno fertili. Con questo atto del 1291 nacque Brisighella e Maghinardo viene spesso citato come fondatore del paese. Giovanni Andrea Caligari, prelato di Brisighella e vescovo a Bertinoro nel Cinquecento, nelle sue Memorie ci dice che:

 



… Di Baccagnano non è restato altro che il nome a la villa dove era il Castello, et alcune vestigia di esso di pietre tagliate, di fossi e rottami non lungi dalla Chiesa Parrocchiale di quella villa. Et perché la torre di Brassichella era tutta di gesso e fondata sul gesso, et la Scuola (l’abitato) di Brassicella si chiamava Scuola del Gesso, nacque un proverbio fra paesani che interrogati come stanno e come va il negozio, sogliono rispondere “male al gesso et peggio a Baccagnano”.



E così con questo fatto, positivo soprattutto per i posteri, terminò qui da noi questo complicato secolo del Medioevo.




Per ampliare:

Per la Confederazione Elvetica:  Libero Quotidiano, 03 ottobre 2015
Alteo Dolcini (1923-1999) La Svizzera è nata in Romagna, Stefano Casanova Editore.
La Valle del Lamone descritta da Giovanni Andrea Caligari, Blog 14 aprile 2019
Assedio di Faenza: Salimbene de Adam 1905 – 1913 pg 384