Lanfranco Raparo, Marradi

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sabato 14 aprile 2018

Dino Campana emigrante a Ginevra


La corrispondenza
del poeta
dalla Svizzera
ricerca di Claudio Mercatali
 
 

Ginevra, la città vecchia

 

Siamo a Ginevra, nel primavera del 1915. La stagione della poesia alta è già passata nella vita di Dino Campana e il poeta è emigrato in Svizzera alla ricerca di miglior sorte. Però ci sono delle difficoltà perché qui le occasioni di lavoro sono molte per gli operai ma poche per i poeti. Dino si arrangia con le traduzioni e mangia alla mensa dei poveri. Lasciamo che sia lui a raccontare la sua condizione ...

  
A Giovanni Papini
via Colletta 10  Firenze
 Poste restante Ginevra (Suisse)   14 aprile 1915

Ritrovo oggi tra i miei stracci un 80 pagine di traduzione di The problem of philosophie di Russel unitamente al libro. Non so se ciò potrà esserle ancora utile, in ogni caso io seguiterò a tradurre. La prego di avvisarmi se non ha più bisogno della traduzione. Non conosco, non ricordo più le sue idee riguardo alla correttezza verso i nemici, pure son quasi certo che sono le mie, e spero che non le sembreranno troppo antiquate.

Sono contento di notificarle il mio desiderio di finire la traduzione. Sono completamente all'oscuro dei rinnovamenti ultimi che hanno portato in Italia e gradirei un numero della Voce, per conformarmi, in caso, a lo stile in uso ora.
Beati loro che vivono nel paese dei terremoti! Qua tutto continua ad andare per il peggio. Salutando unitamente tutti gli innovatori fiorentini sono
                                                                                                              Dino Campana
 

A Renato Serra
Biblioteca comunale Cesena
 Genève (Suisse) poste restante   17 aprile 1915

Egregio signore,

visto l'esito infelice che ho avuto nelle mie relazioni coi fiorentini spero miglior fortuna dalla mia razza che io riconosco solamente nella rappresentazione di giovani come lei e come me. Avevo perso completamente la voglia di scrivere ma come era da aspettarsi la vado riacquistando. Però è impossibile che lei abbia un'idea delle condizioni in cui vivo e ho vissuto. Quà cercavo un'occupazione ma detestano come una mostruosità un italiano che non è un ilota. La Dante Alighieri mi manda a mangiare la zuppa quotidiana  dell'opera Bonomelli. Dunque, egregio signore, mi scriva qualcosa. Io non ho nessunissima conoscenza in Italia fuori dei fiorentini che non mi squadrano, e se Lei vorrà darmi l'indirizzo di qualche giornale che paghi un po', o propormi un lavoro qualsiasi (di traduzione p.es. , conosco le lingue meno il russo) le sarò gratissimo. Non creda a nulla di quanto le avranno detto, se vuole mi interroghi risponderò francamente. Sono con viva e vera stima                     Dino Campana


 

Renato Serra, scrittore di Cesena, coetaneo di Campana, studiò al Regio liceo ginnasio di quella città. Era così bravo che finì gli studi a 16 anni, diplomato con il massimo dei voti, si dice senza sostenere nemmeno l'esame. Conobbe Dino Campana a Firenze, alla redazione della Voce.
Morì in guerra il 20 luglio 1915, tre mesi dopo aver ricevuto questa lettera.

 
 
 
La Società Dante Alighieri di Ginevra, fondata nel 1906 aveva il compito di assistere i nostri emigranti in difficoltà. L'Opera Bonomelli, un' altra associazione caritatevole, gestiva un asilo, un orfanatrofio e una cucina popolare, cioè una mensa per gli emigranti poveri.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
Dino Campana lavorava come operaio a ore al Comitato delle Società Italiane, ente di assistenza agli emigranti, ma venne licenziato il 6 maggio 1915. Secondo le notizie dello studioso Franco Mattacotta non sembra che avesse commesso qualcuna delle sue stranezze o sfuriate e nel benservito c'è scritto "Nous avons occupé Dino Campana et avons eté très satisfaits de son travail". Senza lavoro, rientrò in Italia.



Insoddisfatto, agitato, tornò nel suo rifugio cioè nei monti della Romagna Toscana, ma il sollievo fu breve ed entrò in lite con i marradesi per l'ennesima volta. In paese era appena finita una rivolta per il pane, con tanto di assalto al Municipio, e quasi tutti gli uomini validi erano in partenza per il fronte ...

 A Giovanni Papini
via Colletta 10   Firenze 
Marradi 4 luglio 1915

Monsieur Papini

J'en peux plus de vivre ci-haut. Ayez pitié de moi envoyez-moi à l'étranger. Je reste encore ici à être décharné par le chacal, voila mon lot, je n'ai pas la force d'aller jusque au bout. Je chargerai de nom, je voudrais n'avoir jamais ouvert la bouche voilà puisque ma vie doit être ce long assassinat.
                                                                             L'homme des bois

L'uomo dei boschi era l'epiteto che per scherzo o scherno i letterati fiorentini gli avevano affibbiato. Le sue condizioni generali peggiorarono finché il 25 ottobre fu necessario ricoverarlo all' Ospedale di Marradi. E  così finirono le speranze di Campana di emigrare di nuovo in Svizzera.

 
Che cosa scrive Bertrand Russel
in The problems of philosophy ?
 
Dino Campana dice di averne tradotto circa 80 pagine,
per conto di Papini, che però sono andate perse.

CHAPTER I. APPEARANCE AND REALITY

Is there any knowledge in the world which is so certain that no reasonable man could doubt it? This question, which at first sight might not seem difficult, is really one of the most difficult that can be asked. When we have realized the obstacles in the way of a straightforward and confident answer, we shall be well launched on the study of philosophy ...

In italiano: Esiste nel mondo una conoscenza così certa che nessun uomo ragionevole possa dubitare? Sembrerebbe una domanda facile, e invece è una delle più difficili che si possano porre. Quando avremo capito quali ostacoli ci impediscano di dare una risposta immediata e sicura, saremo ben innanzi nello studio della filosofia ...
 
Bertrand Russell (1872-1970) scrisse questa celebre introduzione alla filosofia nel 1911 e la pubblicò nel gennaio del 1912. Lo studioso Adriano Virgili ci spiega così il contenuto del libro che Dino Campana cominciò a tradurre:


"... Nel libro I problemi della filosofia, Russell dice che la fisica dà la conoscenza certa, contrapposta alla conoscenza vaga del senso comune. La filosofia parte dal senso comune, ma deve elaborare i risultati in modo scientifico per sfuggire allo scetticismo e al solipsismo (dottrina che considera l'io del soggetto l'unica realtà esistente). In tale processo di chiarimento Russell individua dei postulati (l'induzione, la causalità, l'esistenza del mondo esterno e delle menti altrui, l'affidabilità della memoria ecc.). Una prima certezza si ottiene con l'atomismo logico, descrivendo i fatti con una frase atomica (non ulteriormente scomponibile): per esempio, "Socrate è ateniese". Se si uniscono frasi atomiche vere si ottengono proposizioni complesse e vere ... ".



Fonti: Società Dante Alighieri e Opera Bonomelli, Ginevra. Franco Mattacotta,
La Fiera Letteraria, IV, 31, 31 luglio 1949 pg 3
Biblioteca malatestiana di Cesena (l'immagine di R.Serra)
Gabriel Cacho Millet, Le mie lettere sono fatte per essere bruciate, 1978.
Blog della biblioteca di Marradi, La rivolta per il pane, in archivio al 12 marzo 2012.
 
 

giovedì 12 marzo 2015

I Canti Orfici, edizione 1962

Una dedica di Lello Campana, cugino del poeta, all'amico  Ceccherini, padre di Lally e Manuela





 

Marradi 20/7/63

Al caro Ceccherini, anima generosa e nobile, cuore grande più del torace che lo ospita; con lo stesso spirito generoso e libero con cui avrebbe dedicato mio cugino.
                        
                         Lello Campana
                                                                 

lunedì 25 agosto 2014

Una lettera di Dino Campana a Giuseppe Prezzolini

Nel 1955 sulla rivista Il Caffè
ricerca di Claudio Mercatali



La rivista Il Caffè nacque negli anni Cinquanta da un'idea che Giambattista Vicari ebbe conversando con Sergio Zavoli e Giorgio Prosperi al caffé Rosati di Roma. E' stata modello per diverse riviste e per qualche esperimento di avanguardia letteraria. 
Era  raffinata e ricca di illustrazioni. Dopo la scomparsa di Vicari (1978) la pubblicazione continuò per qualche anno in modo irregolare e poi cessò.

Nel febbraio 1955 Giuseppe Prezzolini inviò alla redazione della rivista una lettera inedita che Dino Campana gli aveva scritto il 6 gennaio 1914, presentandosi a lui per far pubblicare le sue poesie. La lettera è bella e disarmante:



Egregio signor Prezzolini

Mi rivolgo a Lei, caro Signore. Io sono un povero diavolo che scrive come sente: lei forse vorrà ascoltare. Io sono quel tipo che le fui presentato dal signor Soffici all'esposizione futurista come uno spostato, un tale che a tratti scrive delle cose buone. Scrivo novelle poetiche e poesie; nessuno mi vuole stampare e io ho bisogno di essere stampato: per provarmi che esisto, per scrivere ancora ho bisogno di essere stampato. Aggiungo che io merito di essere stampato perché io sento che quel poco di poesia che so fare ha una purità d'accento che è oggi poco comune da noi. Non sono ambizioso ma penso che dopo essere stato sbattuto per il mondo, dopo essermi fatto lacerare dalla vita, la mia parola che nonostante sale ha diritto di essere ascoltata. Benché io la conosca appena sono certo che lei ha un'anima delicata, che sente la giustezza del mio appello come sentirà la verità dalla mia poesia. Sono certo che Lei non appartiene alla schiera ironica dei bluffisti. Scelgo per inviarle la più vecchia la più ingenua delle mie poesie, vecchia di immagine, ancora involuta di forme: ma lei sentirà l'anima che si libera.

Aspetto pieno di fiducia. Con ossequio la riverisco

 Marradi 6 gennaio 1914      Dino Campana


"... la più vecchia la più ingenua delle mie poesie ..." è La Chimera, che accompagnava la lettera ed è qui riprodotta così come comparve nel 1955 nella rivista Il Caffé.
Prezzolini nel 1914 era il direttore della rivista La Voce e non diede seguito alla richiesta di Dino Campana. I Canti Orfici furono pubblicati a Marradi nell'estate 1914.

 









Fonte: ilcaffeletterario.it via Feltresca 14 61020 Montecalvo in Foglia (PU)
annavic@libero.it tel. fax 0722 580474
Centro Studi il Caffé, via della Croce 67 Roma

Rivista del febbraio 1955, anno III n° 2  Dino Campana Una lettera inedita, pg 16 - 17

venerdì 30 maggio 2014

La tomba di Dino Campana

da un racconto di Piero Bargellini
 ricerca di Claudio Mercatali




Piero Bargellini




Nel 1940 erano trascorsi otto anni dalla morte di Dino Campana e si avvicinava il decennale, tempo della rimozione della salma dal cimitero di san Colombano, vicino al manicomio di Castelpulci. Così prevedevano le regole cimiteriali di allora per i defunti non richiesti dalla famiglia. Bisognava provvedere, altrimenti i resti sarebbero andati a finire nell' ossario comune. Piero Bargellini, letterato e futuro sindaco di Firenze, non voleva che accadesse questo e assieme ad altri decise di intervenire per dare al poeta una nuova sepoltura in una cappella vicina alla chiesa.





La prima tomba di Dino Campana e la cappella dove vennero messe 
le spoglie riesumate. Le immagini vengono da una rara pubblicazione 
di Marco Valsecchi (1937).









Donato Bargellini, nipote di Piero, professore di Lettere al Liceo Giotto Ulivi di Borgo S.Lorenzo, racconta che il nonno, per concretizzare la sua idea decise di fare un sopraluogo senza dire niente a nessuno. Assieme a sua moglie andò verso sera al cimitero di S.Colombano per vedere di preciso il posto, ma il prete, sentiti dei rumori, scese e lo sorprese fra le tombe. Mentre cercava di spiegarsi spuntò fuori anche la moglie e il parroco si arrabbiò ... "ma come ... non si può venire qui a fare certe cose ..."


Le cose si chiarirono per bene solo dopo quindici giorni, quando Piero Bargellini tornò alla chiesa con il permesso ufficiale per la riesumazione.
Leggiamo il resoconto di quanto avvenne quel giorno nella rubrica Marginalia, della rivista Poesia, ideata e diretta da Enrico Falqui:







Maggio 1940. Piero Bargellini, Carlo Bo e Luigi Fallacara sono seduti sul prato del cimitero di San Colombano a Settimo. Hanno riesumato le spoglie di Dino Campana, hanno messo le ossa al sole in una cassetta di zinco e aspettano che si asciughino, per deporle nella cappella di San Bernardo ai piedi del campanile della Badia a Settimo.


«Una mattina presto cavammo di sotterra le ossa del poeta. Quando, adagiato tra la terra e i resti imporriti della cassa, apparve lo scheletro, Luigi Fallacara esclamò: “È lui”.
Aveva il teschio inclinato sulla spalla destra secondo il suo atteggiamento naturale, e rideva con tutti i suoi bellissimi denti intatti. Tirammo fuori i nostri fazzoletti e, ginocchioni attorno alla fossa, ripulimmo uno per uno gli ossi terrosi prima di riporli nella cassetta di zinco. Quando fu la volta dei grossi femori, Carlo Bò disse: "Ha camminato tanto".  Poiché gli ossi erano fradici, esponemmo la cassetta al sole, e si attese che l’umidità si esalasse, stando seduti sul prato del camposanto.»







Il 3 marzo 1942, a dieci anni dalla morte del poeta, a Badia a Settimo ci fu la cerimonia della definitiva sepoltura nella cappella di San Bernardo.
C'erano tanti uomini di cultura dell’epoca: Piero Bigongiari, Giuseppe De Robertis, Alfonso Gatto, Mario Luzi, Eugenio Montale, Giovanni Papini e Vasco Pratolini. C'era anche il Ministro della Cultura Giuseppe Bottai.






Ma le vicissitudini della tomba di Campana non finiscono qui. Nell'agosto del 1944 i Tedeschi minarono il campanile di Badia a Settimo, che, crollando, distrusse la cappella dov'era la tomba. Quindi nel dopoguerra i resti vennero di nuovo riesumati e sistemati in una umile tomba, dentro la chiesa, lungo la navata sinistra, dove tuttora si trovano.








La tomba attuale 
di Dino Campana a Badia a Settimo


Fonti: Articolo di Piero Bargellini su «Poesia»
(quaderni III-IV, gennaio 1946).

Per approfondire: Dino Campana da Castel Pulci a Badia a Settimo (CentroLibro, Scandicci 2007) curato da Marco Moretti e Lorenzo Bertolani.







lunedì 6 gennaio 2014

Prosa fetida



dal Quaderno
di Dino Campana
ricerca di Claudio Mercatali



Giovan Pietro Malalana (Dino Campana) nel giorno dell' Epifania si ubriaca e va a puttane, a Borgo S.Frediano, un quartiere popolare di Firenze che ai tempi del poeta era anche un po' malfamato. La prostituta sta mangiando un'aringa e lo fa aspettare. Nell'attesa Giovan Pietro si abbiocca e poi durante i preliminari si addormenta. Allora la prostituta, nel vedere il suo sesso disprezzato, lo caccia via ...



Giovan Pietro Malalana
Tipo strano quanto mai
Nel gran dì della Befana
S’ebbe tanti e tanti guai
Che alla sera, stanco morto
E infangato come un cane
Volle bere come un porco
E abbrutirsi colle ciane
Se ne venne per le strade
Strette oscure e misteriose
Dove dietro le vetrate
Se ne stanno Gemme e Rose
Per le scale misteriose
Verticali al Paradiso
Dei soldati e delle spose
Ingannate dal marito.
Gemma e Rosa i fiori in testa
Se lo accolsero ridendo
E Matilde che alla lesta
Su da un piatto sta inghiottendo
Sollevò la bocca tinta
E gli disse in un sorriso:
Mangio ancora un pò d’aringa
Ed ho subito finito.
Malaccorto ed ubriaco
Si sdraiò con mala grazia
Sbadigliando a perdifiato
In sul muso della... Grazia
Che seccata di quell’uomo
Dalla barba già d’un mese
A squittire prese a buono
Nel suo gergo fredianese.
Il poeta se ne frega
E si sta come un Pascià
Tra le Urì di miglior lega
Del paradiso di Allà
E alle rose in carta rosa
E alle labbra di carmino
Di madonna l’ulcerosa
Ha già fatto un sonettino
Stanno zitte le figliole
A veder l’amor nascente
Anche Grazia – per la pace! -
Biascia l’ultimo accidente.
Il poeta è addormentato!
Da quel pazzo che fu sempre
Nel più bello s’è scordato
Che l’amore è onnipotente...
Laa Nunziaaaca – nel vedere
Il suo disprezzato
Infuriata da vedere
S’è levata e l’ha scossato
Non si dorme sulle panche
O poeta capellone
Porta fuori le tue ciancie
E la sbornia sul groppone                                                                
E il decino t’un lo paghi?!...
Vàia vàia cappellone...
Se ne va il poeta stanco
Colla sbornia sul groppone
Per la scala misteriosa
Ridiscende brancolando
Dal di sopra han chiuso l’uscio
E lo stanno massacrando
Alla porta della strada
S’impunzona sospirando...
Dietro i vetri rilucenti
Stan le ciane commentando
Per la strada solitaria
Non un cane. Qualche stella
Nella notte sopra i tetti
E la notte gli par bella
E cammina il poveretto
Nella notte fantasiosa
E pur sente nella bocca
La saliva disgustosa
Sente il tanfo della casa
Ripugnante. Per le strade
Ei cammina e via cammina
Or le case son più rade
Trova l’erba e si distende
Infangato come un cane
Da lontano un ubriaco   
Canta amore alle persiane.

                                         Sopra: tre immagini di S.Frediano, il dipinto è di Roberto Marma.    

sabato 28 settembre 2013

Dino Campana: A Iori occhio di sole


Curiosità e fantasia
su Dino Campana.
di Silvana Barzagli





Dino Campana
disegno di Alberto Sughi






A Marradi, nel primo decennio del dopoguerra, in Via Fabbroni n.26, per me che sono del '50, esisteva una Cartoleria, alla quale ordinavamo tutti i libri di scuola elementare e medie. La titolare, Nella Rivola (1906-1973) tutti la ricordiamo per la sua gentilezza e la vasta cultura (considerata la quinta elementare) soprattutto in campo artistico.
 
La vita la portò bambina a conoscere il nostro poeta Dino Campana e così l' allora giornalista radiofonico Sergio Zavoli venne a Marradi, e fra le altre raccolse anche la sua  testimonianza sul poeta dando alla stampa un libretto titolato "Campana -  Oriani -  Panzini -  Serra" alla Casa Editrice Cappelli - 24 ottobre 1959 - L. 800.
Mia zia Elena comprò il n. 884, e prima di lasciarci me lo regalò.







Silvana ed Eleonora Barzagli
da bambine, alla "conchina"
(un pozzo sul rio Salto vicino
alla Presìa) con Nella Rivola


La Signorina Rivola, così in paese tutti la chiamavano, era stata una grande amica di mia zia, ed anche noi, io e mia sorella Eleonora, da bambine l' abbiamo frequentata spesso.
Ricordo, che ogni tanto, nel pomeriggio andavo a trovarla. Tra un intervallo e l' altro al banco a sinistra appena si entrava, ci faceva accomodare nella seconda stanza al cui interno, su di una bella tavola di legno quadrata, giaceva sempre aperto, anche per giorni interi, con le carte da "scala 40",  il "solitario di Napoleone".
Un giorno, mentre mi sedevo al tavolo, Lei, tutta entusiasta e sorridente mi dice : "Sai dieci minuti fa, su quella sedia è stato seduto, il giornalista Sergio Zavoli, voleva sapere di Campana".
Poi tra il 1995 ed il 2000 durante uno degli ultimi Premi Letterari dell' Associazione "Città Campaniane" a Marradi, il Sindaco di allora, On. Giuseppe Matulli, mi presenta al Presidente Zavoli, già illustre giornalista ed io, con il mio libretto in mano, raccolgo questa dedica: "Nel nome di Campana, che ci tiene insieme. Con tanta cordialità Sergio Zavoli."




Casa Campana negli anni Cinquanta


Non c' è nulla, credo, di questa intervista fatta alla Signorina Rivola, che non sia già stato notato e vagliato dagli studiosi. Oggi, qui sul "blog" voglio proporre a chi legge, solo una mia fantasia, suggerita dall' ultima domanda di Zavoli alla Rivola:

Zavoli: "se non è indiscreto, posso chiederle se fra Campana e sua sorella ci fosse qualcosa di più che una semplice amicizia?
Rivola: "Io ero così piccina, non capivo queste cose. La chiamava Iori. Sulla copia del libro che le regalò aveva scritto: "a Iori, occhio di sole!"

Questa frase finale, mi ha sempre lasciata "intrigata" (come suol dirsi). Un uomo coi "piedi per terra" penso avrebbe scritto "occhi di sole!": quel "singolare è troppo "astronomico" ovvero troppo pieno di "contenuto". Curiosità e fantasia in me, era "tanta", così ho cercato ed ho trovato che:

Iori, ovvero Iole, aveva quindici anni, quando ricevette da Campana in dono i "Canti Orfici", era insegnante, (asserisce la sorella a Zavoli, e risulta maestra elementare all' Anagrafe di Marradi). Nasce a Firenze nel 1899, nel 1906 è con la sorella a San Benedetto del Tronto, nel 1011 a Genova, nel 1915 a Gubbio (Perugia),nel 1922 a Barberino di Mugello.
Difficile dire quando arrivarono a Marradi, si presume nel ' 15, a seguito del padre "daziere", come ricorda Remo Montevecchi, grande amico della Nella.
Remo Montevecchi ricorda anche che: "diplomata a 18 anni, il primo insegnamento fu per Iole a Ripatransone sopra San Benedetto del Tronto. Il padre aveva a Borgo Rivola un' enorme proprietà che, prima di trasferirsi come daziere a Marradi,  divise con il fratello. 

Iole muore a Barberino di Mugello, ove insegnava, nel 1928 di tubercolosi seguita, poi, dal fratello Gastone, la cognata e la nipotina." Il padre muore prima della seconda guerra mondiale e la Nella resta sola a Marradi con la mamma. Tra il 1915 e il 1918 le abitazioni successive delle due sorelle Rivola sono a Marradi in Via Fabbrini n. 2/11 e in Via Fabbroni n.5.                          

Anche Dino Campana fra il 1915 e il 1918 girò a lungo attraverso il Mugello. Chissà se Iori l'avrà incontrato di nuovo.

lunedì 22 aprile 2013

Un giorno lungo un secolo



La storia del manoscritto 
di Campana perduto 
e ritrovato
di Giuseppe Matulli


 La prima pagina del manoscritto 
Il più lungo giorno




 

A Giovanni Papini



Se dentro una settimana

non avrò ricevuto il mano-

scritto e le altre carte che

vi consegnai tre anni sono

verrò a Firenze con un buon

coltello e mi farò giustizia

dovunque vi troverò



Dino Campana.

Marradi, 23 gennaio 1916.



Marradi, 1946. La casa isolata, vicino al ponte era di Torquato Campana, zio del poeta. Qui venne scritta la poesia L'invetriata.
Come si vede si salvò per miracolo dai bombardamenti aerei.

 
Questo documento testimonia il momento di tensione più drammatica nella vicenda del manoscritto de Il più lungo giorno. Papini gli aveva scritto pochi giorni prima, su carta intestata de “La voce”:



21.1.1916

A Dino Campana Marradi

Le ho ripetuto centinaia di volte che i suoi manoscritti li ha Soffici. E Soffici è ufficiale a Pistoia, scriva dunque a Lui (Via G. Verdi, 2). Ho frugato in tutte le mie carte e ho trovato soltanto questi che le metto qui dentro. Tutti gli altri sono a casa di Soffici.


Giovanni Papini



In effetti il manoscritto era stato consegnato nel 1913, quando Campana si era presentato nella redazione de “L’Acerba” per proporre timidamente (ricorda Soffici) una sua collaborazione alla rivista. Il primo lettore del manoscritto fu Giovanni Papini che lo passò a Soffici dicendo che conteneva “cose molto buone”. Soffici fu dello stesso parere ma, secondo le memorie dello stesso Soffici, Campana era nel frattempo scomparso, e quando riapparve non fece parola a Soffici del manoscritto. Nella primavera del 1914 Soffici ricevette una lettera di Campana che gli richiedeva il manoscritto avendo intenzione di pubblicarlo.
Ma Soffici rispose che, dopo un trasloco della sua biblioteca, non riusciva a ritrovare il manoscritto e chiedeva tempo per ricercarlo. Soffici ricorda di non aver più incontrato Campana finché vide in libreria i  "Canti Orfici" freschi di stampa. Sulla “riscrittura” dei testi presenti nel manoscritto de "Il più lungo giorno" si sono fatte inevitabilmente molte considerazioni, ma non è mancato il fondato sospetto che Campana avesse comunque intenzione di apportare diverse modifiche al manoscritto scomparso (e non soltanto relativamente al titolo), come poi si è rivelato nel confronto fra i testi. Ma quelle, sulle intenzioni del poeta, sono e rimangono soltanto illazioni che non potranno mai essere provate.
La storia del manoscritto de "Il più lungo giorno vede il secondo tempo aprirsi con un articolo di Mario Luzi su “Il Corriere della Sera” del 7 giugno 1971, nel quale il grande poeta fiorentino ricostruisce nei particolari la comunicazione della figlia di Soffici, Valeria, poi i contatti anche con la signora Maria Soffici e la loro determinazione di donare il manoscritto ad una qualche importante biblioteca come proponeva lo stesso Luzi che informando del ritrovamento, anticipa una sintetica valutazione.
Secondo Luzi, la ricostruzione a memoria del testo ha consentito a Campana di realizzare “una maggiore condensazione... una più decisa fusione... una più forte intensità ritmica”.
Successivamente gli eredi Campana (figlie e nipoti del fratello Manlio che risiedono a Palermo) rivendicano la legittima proprietà del manoscritto che così rimane per diversi anni in Sicilia. Il 25 maggio 2002 si celebrò a Bologna il premio di poesia intitolato a Campana e assegnato ad Andrea Zanzotto. In quella occasione il Comune di Bologna e la biblioteca dell’ ”Archiginnasio” organizzano una notevolissima mostra documentaria su Campana: una  cornice più che dignitosa e prestigiosa per esporre per la prima volta al pubblico il famoso manoscritto. Ma alla richiesta del sottoscritto, la risposta fu netta e irremovibile. Il valore, anche affettivo del manoscritto era tale che gli eredi non avrebbero mai consentito a correre il rischio di un trasferimento del prezioso reperto. Perciò nulla da fare!
Non erano ancora trascorsi tre anni quando si apprese che il manoscritto sarebbe stato messo all’asta. Il comune di Firenze con l’Assessore alla Cultura Simone Siliani si fece promotore di una sottoscrizione per partecipare all’asta. Da parte mia cercai di agevolare l’operazione parlandone con Aureliano Benedetti allora presidente della Cassa di Risparmio S.p.A., nonché appassionato bibliofilo, col quale partecipai alla esposizione all’hotel Baglioni del manoscritto. Fu Aureliano Benedetti a suggerirmi di intervenire su Carmi, Presidente della Fondazione, a cui avrebbe parlato anche Benedetti.
Scrissi a Carmi pregandolo di sostenere l' iniziativa del Comune e Carmi mi telefonò per informarmi che avrebbe partecipato direttamente l’Ente Cassa per acquisirlo e consegnarlo alla biblioteca Marucelliana che, fra l’altro era la biblioteca che aveva dimostrato, con diverse iniziative. sensibilità e interesse per la vita e le opere di Campana. Così accadde il 4 marzo 2005 e la biblioteca Marucelliana, confermando la fama di “simpatie Campaniane”, ha provveduto a mettere in rete l’intero manoscritto. Il tormento de "Il più lungo giorno" terminava così nel migliore dei modi realizzando al meglio l’auspicio che Mario Luzi aveva formulato nel 1971 convincendo in quel senso anche la vedova e la figlia di Ardengo Soffici.





 
Giro d'Italia in bicicletta
 (1° arrivato al traguardo di Marradi)

Dall’alta ripida china precipite
Come movente nel caos d’un turbine
Come un movente grido del turbine
Come il nocchiero del cuore insaziato.
Bolgia di roccia alpestre: grida di turbe rideste
Vita primeva di turbe in ebbrezze:
Un bronzeo corpo dal turbine
Si dona alla terra con lancio leggero.
Oscilla di vertigine il silenzio dentro la muta catastrofe di
rocce ardente d’intorno.
- Tu balzi anelante fuggente fuggente nel palpito indomo
Un grido fremente dai mille che rugge e scompare con te
Balza una turba in caccia si snoda s’annoda una turba
Vola una turba in caccia Dionisos Dionisos Dionisos



Amo le vecchie troie

Amo le vecchie troie
Gonfie lievitate di sperma
Che cadono come rospi a quattro zampe sopra
la coltrice rossa
E aspettano che le si innaffii
E sbuffano e ansimano
Flaccide come mantici


 

mercoledì 13 febbraio 2013

Le Differenze



Le prime poesie pubblicate
da Dino Campana



L'Istituto Ciamician, sede della facoltà 
di Chimica, frequentata 
da Dino Campana





Dino Campana, durante il periodo bolognese, pubblicò alcuni scritti nei giornali goliardici del mondo universitario usando pseudonimi chiaramente allusivi al suo cognome che certo si prestava a facili e divertenti ironie:
il Campanone, Din Don, Campanula …

Tra questi scritti La Chimera e Le barche amorrate  presentano numerose differenze rispetto all' edizione del 1914 e La chimera anche rispetto a “ Il più lungo giorno” così come Torre Rossa che apre i Canti Orfici. La lettera aperta a Manuelita Etchegarray è diversa alla: 16a e 17a riga.
dalla 22a alla 26a c'è un pezzo in più, dalla 50a alla 66a manca un pezzo e  il finale è differente.



La  chimera

Non so se tra rocce il tuo pallido
Viso m’apparve, o sorriso
Di lontananze ignote
Fosti, la china eburnea
Fronte fulgente o giovine
Suora de la Gioconda:
O delle primavere
Spente, per i tuoi mitici pallori
O Regina o Regina adolescente:
Ma per il tuo ignoto poema
Di voluttà e di dolore
Musica fanciulla esangue,
Segnato di linea di sangue
Nel cerchio delle labbra sinuose,
Regina de la melodia:
Ma per il vergine capo
Reclino, io poeta notturno
Vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo,
Io per il tuo dolce mistero
Io per il tuo divenir taciturno.
Non so se la fiamma pallida
Fu dei capelli il vivente
Segno del suo pallore,
Non so se fu un dolce vapore,
Dolce sul mio dolore,
Sorriso di un volto notturno:
Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti
E l’immobilità dei firmamenti
E i gonfi rivi che vanno piangenti
E l’ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti
E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti
E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera.


Qui sopra: la versione definitiva 
dei Canti Orfici 1914,


In alto a destra: la poesia 
nel Più lungo giorno,
Qui accanto: nel foglio goliardico 
Il Papiro, Bologna 1912.

 
Barche amorrate

Le vele le vele le vele
Che schioccano e frustano al vento
Che gonfia di vane sequele
Le vele le vele le vele!
Che tesson e tesson: lamento
Volubil che l'onda che ammorza
Ne l'onda volubile smorza...
Ne l'ultimo schianto crudele...
Le vele le vele le vele


Sopra: Barche amorrate
in Varie e Frammenti (1914?)





Qui a fianco: sul foglio 
goliardico  Il Papiro, 
 Bologna, 1912.


Nel Più lungo giorno 
questa poesia non c'è.



  
Lettera aperta 
a Manuelita Etchegarray

 
Voi adorabile creola dagli occhi neri e scintillanti come metallo in fusione, voi figlia generosa della prateria nutrita di aria vergine voi tornate ad apparirmi col ricordo lontano: anima dell’oasi dove la mia vita ritrovò un istante il contatto colle forze del cosmo. Io vi rivedo Manuelita, il piccolo viso armato dell’ala battagliera del vostro cappello, la piuma di struzzo avvolta e ondulante eroicamente, i vostri piccoli passi pieni di slancio contenuto sopra il terreno delle promesse eroiche! Tutta mi siete presente esile e nervosa. La cipria sparsa come neve sul vostro viso consunto da un fuoco interno, le vostre vesti di rosa che proclamavano la vostra verginità come un’aurora piena di promesse! E ancora il magnetismo di quando voi chinaste il capo, voi fiore meraviglioso di una razza eroica, mi attira non ostante il tempo ancora verso di voi! Eppure Manuelita sappiatelo se lo potete: io non pensavo, non pensavo a voi: io mai non ho pensato a voi. Di notte nella piazza deserta, quando nuvole vaghe correvano verso strane costellazioni, alla triste luce elettrica io sentivo la mia infinita solitudine. La prateria si alzava come un mare argentato agli sfondi, e rigetti di quel mare, miseri, uomini feroci, uomini ignoti chiusi nel loro cupo volere, storie sanguinose subito dimenticate che rivivevano improvvisamente nella notte, tessevano attorno a me la storia della città giovine e feroce, conquistatrice implacabile, ardente di un’acre febbre di denaro e di gioie immediate. Io vi perdevo allora Manuelita, perdonate, tra la turba delle signorine elastiche dal viso molle inconsciamente feroce, violentemente eccitante tra le due bande di capelli lisci nell’immobilità delle dee della razza. Il silenzio era scandito dal trotto monotono di una pattuglia: e allora il mio anelito infrenabile andava lontano da voi, verso le calme oasi della sensibilità della vecchia Europa e mi si stringeva con violenza il cuore. Entravo, ricordo, allora nella biblioteca: io che non potevo Manuelita io che non sapevo pensare a voi. Le lampade elettriche oscillavano lentamente. Su da le pagine risuscitava un mondo defunto, sorgevano immagini antiche che oscillavano lentamente coll’ombra del paralume e sovra il mio capo gravava un cielo misterioso, gravido di forme vaghe, rotto a tratti da gemiti di melodramma: larve che si scioglievano mute per rinascere a vita inestinguibile nel silenzio pieno delle profondità meravigliose del destino. Dei ricordi perduti, delle immagini si componevano già morte mentre era più profondo il silenzio. Rivedo ancora Parigi, Place d’Italie, le baracche, i carrozzoni, i magri cavalieri dell’irreale, dal viso essicato, dagli occhi perforanti di nostalgie feroci, tutta la grande piazza ardente di un concerto infernale stridente e irritante. Le bambine dei Bohemiens, i capelli sciolti, gli occhi arditi e profondi congelati in un languore ambiguo amaro attorno dello stagno liscio e deserto. E in fine Lei, dimentica, lontana, l’amore, il suo viso di zingara nell’onda dei suoni e delle luci che si colora di un incanto irreale: e noi in silenzio attorno allo stagno pieno di chiarori rossastri: e noi ancora stanchi del sogno vagabondare a caso per quartieri ignoti fino a stenderci stanchi sul letto di una taverna lontana tra il soffio caldo del vizio noi là nell’incertezza e nel rimpianto colorando la nostra voluttà di riflessi irreali!
....................................
E così lontane da voi passavano quelle ore di sogno, ore di profondità mistiche e sensuali che scioglievano in tenerezze i grumi più acri del dolore, ore di felicità completa che aboliva il tempo e il mondo intero, lungo sorso alle sorgenti dell’Oblio! E vi rivedevo Manuelita poi: che vigilavate pallida e lontana: voi anima semplice chiusa nelle vostre semplici armi. So Manuelita: voi cercavate la grande rivale. So: la cercavate nei miei occhi stanchi che mai non vi appresero nulla. Ma ora se lo potete sappiate: io dovevo restare fedele al mio destino: era un’anima  inquieta quella di cui mi ricordavo sempre quando uscivo a sedermi sulle panchine della piazza deserta sotto le nubi in corsa. Essa era per cui solo il sogno mi era dolce. Essa era per cui io dimenticavo il vostro piccolo corpo convulso nella stretta del guanciale, il vostro piccolo corpo pericoloso tutto adorabile di snellezza e di forza. E pure vi giuro Manuelita io vi amavo e vi amo e vi amerò sempre di più di qualunque altra donna....dei due mondi.


La Notte

A destra: 
Il manoscritto sul Più lungo giorno 
(in grigio) e sul foglio Il Goliardo (1912).




Qui sotto: La Notte nei Canti Orfici


3. Inconsciamente colui che io ero stato si trovava avviato verso la torre barbara, la mitica custode dei sogni dell’adolescenza. Saliva al silenzio delle straducole antichissime lungo le mura di chiese e di conventi: non si udiva il rumore dei suoi passi. Una piazzetta deserta, casupole schiacciate, finestre mute: a lato in un balenìo enorme la torre, otticuspide rossa impenetrabile arida. Una fontana del cinquecento taceva inaridita, la lapide spezzata nel mezzo del suo commento latino. Si svolgeva una strada acciottolata e deserta verso la città ...


Fonti: llustrazioni e progetto grafico di Claudio Mercatali