Lanfranco Raparo, Marradi

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mercoledì 16 maggio 2018

Le cellule staminali


Una nuova risorsa
per la medicina del futuro
Daniele Bani, Ordinario di Istologia
ed Embriologia al Dipartimento di medicina
sperimentale e clinica dell' Università di Firenze.
Lezione all’auditorium
del Liceo Giotto Ulivi tenuta il 20.02.2017
 
Ernst Haeckel

Ernst Haeckel (1834- 1919) coniò il termine “staminali”, Stammzelle, derivandolo dalla parola stame (è il filo dell’ordìto) unita alla parola cellula, ossia piccola cella. Infatti aveva ipotizzato che tutte le cellule specializzate presenti nei vari tessuti dovevano avere un precursore comune, così come da uno stesso filo si possono fare diversi tessuti. Aveva anche affermato che la prima cellula che si forma dopo la fecondazione, lo zigote, è la matrice di tutte le cellule del corpo umano. Tutto questo poi si è rivelato vero.
 
Lo zigote è instabile e subito dopo la fecondazione che lo ha originato, si divide e si ridivide a metà. Si formano due blastomeri, poi quattro, otto, sedici nel giro di tre giorni circa. La cellula iniziale era indifferenziata e i blastomeri anche. Perciò si chiamano cellule totipotenti (= possono fare tutto).
 

Però al quinto giorno avviene
una spartizione:

L’azione di una speciale proteina provoca una modifica nella cellula totipotente, che diventa un trofoblasto, cioè una cellula in grado di formare l’organo di collegamento del feto con la madre (la placenta) e non altro. Nello stesso tempo un’altra proteina forma un embrioblasto, cioè una cellula che dà origine gli organi interni del feto, ossia il sistema gastro enterico.
 

Ecco dunque che siamo arrivati al primo bivio:
il trofoblasto e l’embrioblasto non sono più totipotenti, ma pluripotenti (=  fanno molte cose ma non tutte). La cosa va avanti e per successivi bivi le staminali diventano sempre meno generiche, fino ad arrivare alle unipotenti, come quelle della pelle, che possono generare solo le cellule dell’ epitelio.

Fermiamoci un attimo:

Le cellule totipotenti si differenziano e danno tutte le altre cellule ma da sole non possono dare un individuo nuovo. I biologi spiegano che per questo serve in aggiunta il citoplasma di una cellula uovo, che ha le proteine necessarie allo scopo. La cosa fu chiara quando si riuscì a clonare la mitica pecora Dolly:

1) Una cellula uovo prelevata da una pecora venne privata del nucleo.
2) In essa fu iniettato il nucleo di una cellula presa dalle tette di un’altra pecora.
3) Il tutto fu iniettato nell’utero di una terza pecora, che portò avanti la gravidanza.

Dunque la clonazione è efficace per generare delle cellule staminali ma inevitabilmente esse partono dallo stadio adulto,  perché derivano da un individuo che ha già vissuto una parte della sua vita. In altri termini, la pecora Dolly visse circa quanto sua madre, perché era stata generata dalle sue cellule già un po’ vecchie.
 
 
 
Come si riproduce una staminale?
Quando una cellula staminale si riproduce può generare due cellule anch’esse staminali o una staminale e una cellula differenziata, che va a formare i vari tessuti.
 
Da questo derivano delle conseguenze importanti:

1 Le staminali più “potenti”  derivano da embrioni nei primi tre mesi di vita.
2 Da embrioni di 3 – 6 mesi si ricavano le  fetali, soprattutto dal cordone ombelicale.
3 Dal sangue si ricavano le ematopoietiche, che spesso sono unipotenti.
 
Dunque le staminali sono più potenti e “utili” quanto più si va indietro e ci si avvicina allo zigote.
 
 
E allora che problema c’è? Prendiamole di li!

Ecco che sorge un problema etico, perché per molti non è accettabile che una morula che proviene da un aborto sia usata per questo scopo.
E allora cloniamo un individuo, così come abbiamo detto prima, e smantelliamo la sua morula. In questo modo uccideremo un embrione, ma ricaveremo delle cellule staminali utili per curare una persona, magari un suo familiare. Qui il problema etico può essere più accettabile, però rimane notevole.
Infine una donna potrebbe donare il suo cordone ombelicale dopo il parto, che all’ interno ha mezzo litro di sangue ricco di staminali. Questo si ritiene accettabile se c’è il suo consenso scritto, perché il cordone ombelicale, ormai inutile, sarebbe portato all’inceneritore dell’ospedale.

Che cosa si potrebbe curare con le staminali?
I progetti sono tanti e quelli più prossimi alla realizzazione sono: la cura dell’Alzheimer (la progressiva perdita delle facoltà mentali negli anziani) il Parkinson (la perdita di funzionalità dei movimenti, che all’inizio è comunemente nota come “palletico”) ma anche il diabete, la distrofia muscolare …
 
 

Che cosa si cura attualmente?
Non molto, soprattutto la leucemia e i tumori al sistema linfatico. Al momento possiamo fare diverse cosa dalle cellule ematopoietiche, che sulla superficie hanno la proteina CD34T che siamo in grado di riconoscere e isolare. Perciò le possiamo separare da tutte le altre e mettere a coltura “in vitro” cioè in provetta. Per questo è importante la donazione del midollo osseo, che appunto produce le ematopoietiche. Sono interessanti anche le multipotenti dei tessuti solidi (la cartilagine, l’osso, l’adipe e i muscoli) che contengono cellule staminali dette MSC (del mesenchima).

 
Come si porta avanti una ricerca medica sugli effetti delle staminali?
In campo medico, per accordo  internazionale ormai accettato dai più, si usa la tecnica “del doppio cieco” ossia si cura un certo numero di pazienti somministrando alla metà di loro la terapia e all’ altra meta un placebo, cioè una soluzione inefficace che non cura niente. Dopo un certo tempo un’ altra equipe di medici, che non sa chi ha ricevuto la terapia e chi il placebo valuta gli effetti, senza essere condizionata né dalla indicazioni dei colleghi che l’hanno somministrata né dalle impressioni dei pazienti.

Al momento il progetto più importanti sono questi:

 1)      Holocolor = per le ustioni della cornea
2)      Strimvelis = cellule staminali vettori
3)      Scots = degenerazione del nervo ottico

Il ricercatore giapponese Shinya Yamanaka ha ricevuto alcuni anni orsono il Nobel per una procedura inversa di quella  descritta fin qui, che consiste nel far retrocedere una cellula specializzata fino alla staminale che l’ha generata, con l’azione di proteine dette OC4, SOX2, NANOG, LIN28. Però qui siamo ancora nel campo della ricerca pura perché questo scienziato ha lavorato solo su cavie (topi).
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Un po’ di te   (Un futuro per tanti)
Incontro del 24.02.2017 Auditorium Liceo Giotto Ulivi
Pietro Frittitta Reparto di Oncoematologia del Policlinico Careggi
Dr.ssa Myriam Mie, Progetto Donazione sangue cordonale  Osp. Di Borgo San Lorenzo
 
 
Sintesi della relazione di Pietro Frittitta
 
Oggi è possibile la cura della leucemia e del linfoma per mezzo del trapianto di midollo, che si può ricavare in diversi modi. Che possibilità ci sono?  
 
1)      L’allotrapianto (da un donatore)
Il donatore potrebbe essere un famigliare di stretta parentela, uno dei genitori, un fratello o una sorella. In questi casi ci può essere una buona compatibilità, comunque da verificare con dei test preventivi. Il donatore potrebbe essere uno sconosciuto, che ha accettato di donare il suo midollo, oppure una donna che ha donato il sangue del cordone ombelicale.

2)      L’autotrapianto
Il midollo viene dallo stesso paziente, in un periodo di remissione della malattia, o in momento di arresto dovuto alla chemioterapia. Cioè si sfrutta una temporanea e provvisoria stasi del male che permetta il proliferare di cellule sane nel midollo.

 
 
Come si dona il midollo?

Si manifesta da propria volontà in un ospedale qualificato, dal 18imo al 35imo anno di età. Si può donare fino a 55 anni. La prima caratterizzazione del midollo si esegue con un prelievo di sangue. Si dona una sola volta (si può ripetere solo per mancato attecchimento nel paziente ricevente). Si può essere chiamati anche dopo 20 anni.

Da dove si prende il midollo?

1)      dalle creste iliache (dalle ossa del bacino) si può ricavare molto midollo. In questo caso occorre una autodonazione preventiva, con sangue messo da parte in precedenza, per ripristinare subito dopo le cellule del sangue del donatore, finché non si riforma il suo midollo. E’ una operazione in anestesia spinale, con un ricovero di circa due giorni.


2)      Dalla circolazione periferica. Qui la procedura prevede una sollecitazione a produrre delle cellule sanguigne mediante farmaci, da somministrare nei giorni precedenti la donazione. Succede che l’eccesso di cellule sanguigne prodotte viene scaricato nel sangue e così si possono prendere con un prelievo da un braccio del donatore. Il sangue prelevato viene opportunamente filtrato in modo da trattenere le staminali emopoietiche e il resto viene reiniettato nell’altro braccio del donatore. Il tutto dura circa 4 ore.
 
3)      Dalla “donazione del cordone ombelicale”, come spiegato dalla dr.ssa Myriam Lie.
 
 Sintesi della relazione della dr.ssa Myriam Lie
 
Per cominciare è bene chiarire che non si dona l’intero cordone ombelicale ma il sangue contenuto nel suo interno al momento del parto e quindi sarebbe meglio dire “donazione del sangue cordonale”. Il cordone ombelicale stabilisce un collegamento con la madre, in modo che il feto riceve il sangue materno e scarica nella madre il sangue da depurare, che contiene molte cellule staminali.
Infatti il feto, non essendo ancora un organismo ben differenziato, contiene un gran numero di cellule indifferenziate. Dunque interessa particolarmente il sangue in uscita, quello che passa per la vena ombelicale, che è sangue del nascituro e non della madre.
Che cosa deve fare la madre per donare?
Deve dare il consenso, che viene scritto nel libretto in cui si scrivono i controlli, le visite e le cure che essa ha durante i nove mesi. Pochi giorni prima del travaglio deve accettare un controllo per la verifica finale della sua idoneità.
Fino a qualche anno fa la madre accettava che un ago per i prelievi togliesse il sangue dal cordone durante il parto, quando era in posizione di parto. Però oggi questa procedura non viene più seguita, perché creava apprensioni ed era inutile.

 Dove si conservano le staminali?
Dal sangue cordonale si ottengono molte staminali, che si possono conservare nelle cosiddette Banche del sangue, che sono presso i maggiori ospedali. In Italia non è ammessa la conservazione presso cliniche private. Qui da noi non è permessa la donazione autologa, cioè il prelievo di sangue cordonale da mettere in conservazione per un eventuale uso in favore del  nascituro, nel caso che ne avesse bisogno da ragazzo o anche da adulto.


 
Fonte: Progetto Cellule staminali, del Liceo Scientifico Giotto Ulivi di Borgo san Lorenzo. Ideato dalla prof. Sabina Mazzoldi, curato dalla prof. Cristina Carlà Campa. Le illustrazioni e il testo di questo post sono del prof. Claudio Mercatali.

 

sabato 23 settembre 2017

I Radicali liberi


Quando l'ossigeno fa male
 ricerca del prof. C.Mercatali




I Radicali Liberi sono atomi o gruppi di atomi che hanno degli elettroni spaiati esterni, ossia in parole semplici hanno delle estremità adatte a legarsi, ad agganciarsi  ad altri composti, perché un legame chimico stabile ha sempre coppie di elettroni e non uno solo. Perciò sono reattivi, aggressivi e il loro "aggancio" modifica la sostanza alla quale si legano. Ecco, il nocciolo della questione è proprio questo: se la sostanza aggredita dai radicali è da eliminare va bene, ma se è un composto utile o una cellula del nostro corpo ...


I Radicali Liberi sono di tanti tipi, a base di  azoto, carbonio, cloro e ossigeno. Questi ultimi sono particolarmente importanti e quelli di maggiore interesse biologico per noi sono:
 l' Ossidrile (OH-)
il Radicale Superossido (O₂).

Insieme al Perossido d’idrogeno H2O2 più noto come acqua ossigenata e all’ Ossigeno Singoletto (O-) che non sono radicali, formano le Specie Reattive dell’ Ossigeno (Reactive Oxygen Species, ROS). A questi si può aggiungere anche l’ozono (O3).

Dunque i ROS sono radicali liberi o specie reattive che contengono almeno un atomo di ossigeno instabile e quindi aggressivo sui carboidrati, le proteine e i lipidi.

Come si formano?

I Radicali Liberi si formano soprattutto nella cosiddetta scissione omolitica, cioè quando un composto si spezza e ognuna delle due parti rimane con uno dei due elettroni che formavano il legame, cioè con un "aggancio" pronto per fissare il radicale a un substrato.

Oppure l’elettrone generato dall’ossidazione di un metallo, come il ferro quando passa da  Fe2+ a Fe3+  spezza un legame di una molecola bersaglio, e genera così un Radicale Libero e uno ione negativo.

Oppure l’elettrone richiesto per ridurre un metallo, per esempio il ferro Fe3+ a Fe2+ viene preso spezzando il legame di una molecola bersaglio, che si decompone in un radicale libero e uno ione positivo.
Insomma bisogna che una reazione chimica redox spezzi un composto biologico in modo da formare delle estremità reattive, instabili, che tendono a stabilizzarsi legandosi a qualche altro composto in grado di cedere loro l’elettrone che manca.

Ecco dunque il quadro della situazione: il radicale libero cerca in modo aggressivo l’elettrone che gli manca e in chimica si dice che tende a ridursi, cioè è un ossidante. La sua “vittima” è un composto che, volente o nolente, gli cede un elettrone, e si modifica, degenera. Questo è detto antiossidante.

Qualche situazione favorisce i Radicali Liberi?

Nei viventi i Radicali Liberi  si formano:

1 Con la normale attività biochimica del corpo e quindi sono degli indesiderabile ma inevitabili compagni di viaggio nella nostra vita, responsabili di molte forme di invecchiamento.

2  Per azione di agenti esterni, e quindi per cause che almeno in parte si possono evitare. Per esempio il benzene, il composto nocivo che dà il piacevole odore alla benzina, provoca la formazione di Radicali Liberi in chi lo inala. Anche i conservanti alimentari, i pesticidi e molti farmaci sono produttori di radicali liberi.

3  Il lampo delle fotocopiatrici, ricco di raggi UV, aggiunge un atomo all' ossigeno dell' aria, che da O₂ passa a O3 (ozono). L'ozono è instabile e in poco tempo dà la reazione:  O3     O₂  +  O-  (ossigeno singoletto). Il singoletto, detto anche nascente, è uno dei ROS aggressivi  di cui abbiamo detto prima. Si lega facilmente alle cellule dei polmoni di chi fa le fotocopie e le denatura, le altera.

4 Nella  attività sportiva intensa si formano dei radicali liberi, perché l’ossigeno respirato produce energia bruciando gli zuccheri ma il 2 – 5% sfugge a questo processo e genera dei ROS. Perciò a uno sportivo conviene una dieta ricca di antiossidanti, come sarà chiarito qui di seguito.

Dove si formano?

I  principali produttori di Radicali Liberi sono i globuli bianchi che li generano per aggredire gli agenti infettanti e i batteri. Un radicale libero uccide senz' altro un batterio se lo incontra, ma danneggia anche una certa quantità di cellule del corpo (che però in gran parte si riformano da quelle rimaste). Le reazioni che avvengono nei mitocondri (i piccoli organelli della cellula dove avviene la respirazione) sono complicate e non è il caso di parlarne ora, ma già di primo acchito si può capire che questi sono i siti giusti per la formazione dei Radicali Liberi a base di ossigeno.

E' proprio importante produrre queste molecole se sono così pericolose?

Si, perché proprio per la loro reattività sono ottime difese contro i batteri e i virus. Però devono essere prodotti nelle giuste quantità, per limitare i danni alle cellule dei tessuti. Se la produzione è eccessiva interviene il sistema anti radicali (detto anche anti ossidante) per neutralizzarli. Se questo non basta si genera lo stress ossidativo, durante il quale vengono aggredite le cellule del corpo.

I sistemi anti-ossidanti

I primi agenti del sistema antiossidante sono le vitamine liposolubili A ed E, ma anche l’Alfa-tocoferolo, il Beta carotene. La loro azione è soprattutto preventiva.
Poi intervengono le vitamine idrosolubili B, C, P, che inattivano molti Radicali.
Infine entrano in azione gli enzimi Glutatione perossidasi, Glutatione reduttasi,  Super ossidodismutasi e Catalasi, efficaci soprattutto per riparare i danni.

Oggi si sa che lo stress ossidativo favorisce aterosclerosi, infarto, ictus, obesità, diabete, morbo di Parkinson, artrite reumatoide, demenza senile … ma, volendo essere più lieti, anche il semplice invecchiamento precoce della pelle, il cosiddetto "effetto prugna".

Come si fa a sapere se abbiamo uno stress ossidativo?

E’ possibile controllare la quantità di  Radicali Liberi in circolo mediante un Test chiamato d-Rom’s Test. L'esito è la comparsa di un colore rosso porpora in un piccolo campione di sangue al quale è stato aggiunto uno speciale reagente (N,N dietil parafenil endiamina). Dunque non è una cosa da fare in casa. Il range di normalità va da 250 a 300 U CARR (Unità Carratelli).
Valori superiori a 300 sono indice di stress ossidativi.
I valori sotto i 250 indicano un deficit di Radicali Liberi che lascia le cellule indifese.

Volete prevenire uno stress ossidativo?

Potreste aumentare la percentuale di beta carotene dentro di voi mangiando carote. Meglio se crude in pinzimonio, perché la cottura disattiva la maggior parte delle vitamine. Il beta carotene in eccesso viene trasformato dal fegato in vitamina A, anch’essa efficace contro i radicali liberi e utile per l’acutezza visiva e la sintesi della melanina. Dunque mangiando più carote invecchierete dopo, vi abbronzerete di più e forse potrete vedere meglio.
 
Oppure potreste arricchire la vostra dieta con cibi ricchi di omega 3 e 6, come insalata, spinaci, cavolfiore, cavolini di Bruxelles e finire il pasto con qualche noce. Oppure potreste mangiare più spesso del pesce, non importa di che tipo. Un piatto di pesce con un contorno di cavolini di Bruxelles e carote, condito con una spruzzata di olio di noce sarebbe un vero trionfo di omega 3.

Perché si chiamano così?

Gli Omega 3 e 6 sono acidi grassi con un doppio legame in posizione 3 o 6 nella loro lunga molecola (vedi figura qui sopra). Questo se si spezza genera un legame che cattura i radicali liberi. Talvolta si raggruppano a formare la Vitamina F (dall' inglese free fatty acids = acidi grassi liberi).



lunedì 12 dicembre 2016

Le biotecnologie


La tecnologia "al servizio"
dell' uomo.
Sintesi da Roberto Defez e altri


Le biotecnologie sono tecniche che sfruttano i viventi per produrre sostanze utili per noi, specialmente cibi. Il termine è ampio e comprende molte cose.

Le prime biotecnologie si svilupparono in tempi preistorici sfruttando i batteri fermentatori.

Secondo il mito greco in un secolo lontano e imprecisato Icario, istruito da Bacco, ottenne il vino dall’ uva. Offrì la sua bevanda ai vicini, che credettero di essere stati avvelenati e lo riempirono di botte. Oggi sappiamo che la fermentazione del mosto ad opera dei funghi saccaromiceti produce alcool, fino a una percentuale di 15 – 20% oltre la quale i funghi muoiono. L’arte della vinificazione, l’enologia, è una delle prime biotecnologie e comprende anche la produzione dell’aceto, che deriva dal vino ad opera dell’Acetobacter aceti.



La Mezzaluna fertile è la regione del Medio Oriente nella quale si ritiene che sia nata l'agricoltura. Oggi fa parte di diversi stati, come si vede qui accanto.


In tempi altrettanto remoti l’uomo scoprì che il latte opportunamente fermentato può dare il formaggio. Tutti i formaggi esclusi i latticini sono prodotti dalla fermentazione lattica provocata da flore fungine e batteri. L’arte casearia è dunque millenaria. A Gorgonzola, paese della Lombardia, un mio amico mi dice spesso che “il formaggio è maturo quando cammina da solo nel piatto” per dire che deve essere fermentato al massimo. Siccome i batteri fermentatori e i microscopici funghi ascomiceti gradiscono ambienti oscuri, umidicci e non molto freddi, una tecnica casearia ben nota sfrutta le grotte per far maturare il formaggio. Anche il burro è frutto di una fermentazione, detta butirrica, e lo yogurt è prodotto dai fermenti lattici e dal batterio Lactobacillus bulgaricus.


Però le biotecnologie che ci interessano ora e ci preoccupano sono quelle che modificano il patrimonio genetico di un organismo. Anche qui i casi sono tanti e occorre distinguere:



Le mutazioni avvengono in natura anche senza l’intervento dell’uomo, perché il DNA al momento della replicazione può subire degli errori. Se l’errore non è grande il DNA rimane funzionale e il nuovo organismo nasce con una caratteristica nuova, vantaggiosa, svantaggiosa o indifferente per la sua lotta per l’esistenza. Nelle piante avvengono mutazioni anche quando il polline di una pianta feconda un’altra simile. E’ una possibilità che nel regno animale non c’è perché la fecondazione avviene solo fra individui della stessa specie, salvo casi eccezionali che danno individui sterili.




Per esempio il grano che seminiamo oggi ha un patrimonio genetico esaploide, che indica una mescolanza genetica multipla. Forse un nostro antenato seminò in due campi vicini il frumento selvatico e l’erba per le capre, che sono piante geneticamente simili. Egli si accorse così che dal loro incrocio era nata una pianta nuova, il farro. Dall’incrocio del farro con un’altra erba si ottenne per via naturale il frumento detto grano tenero.


Clicca sulle immagini
se le vuoi ingrandire




Le aziende sementiere fino a una cinquantina di anni fa usavano continuamente questi metodi, cercando di impollinare specie simili per ottenere varianti utili. Si ottenne  in questo modo il grano detto Senatore Cappelli, che ha sfamato gli Italiani nella prima metà del Novecento.


Fin qui siamo ancora fra le cose che possono avvenire in natura. Adesso andiamo alle tecniche biogenetiche non naturali, indotte dall’ uomo artificialmente:


Si possono provocare modifiche genetiche irraggiando i semi con raggi X (quelli delle radiografie) o con gli ultravioletti, perché si sa che le radiazioni aumentano la frequenza delle mutazioni. Per sapere che cosa si è ottenuto occorre seminare e osservare se sono nate delle piante in qualche modo migliori di quelle non irraggiate. Fu così che negli anni Cinquanta gli agronomi Alessandro Bozzini e Carlo Mosconi ottennero il grano Creso dal grano Senatore Cappelli.



Gli agronomi degli anni Cinquanta erano orgogliosi delle nuove varietà di grano
irraggiato a paglia corta. Allora non si conoscevano tutti i pericoli
della radioattività.



Creso era un mitico e ricchissimo re della Lidia (regione della attuale Turchia) e il nome voleva sottolineare che questo nuovo grano aveva un chicco più produttivo, una paglia più corta e più resistente al vento e una maggiore resa per ettaro. Oggi il Senatore Cappelli è un grano raro e al suo posto da quaranta anni e più si coltiva il Creso che è un OGM propriamente detto. Dunque  noi nella vita abbiamo mangiato quasi sempre sfarinati e pani prodotti con una pianta geneticamente modificata, e nessuno ce l’ha mai detto.

Dagli anni Cinquanta la genetica ha fatto passi da gigante 
e le tecniche sono migliorate (o peggiorate) parecchio:


 Werner Arber

Nel 1978 il biologo Americano Werner Arber ottenne il Nobel per la scoperta degli enzimi di restrizione, che spezzettano il DNA in corrispondenza di certe sequenze e consentono ottenere tanti pezzi di DNA batterici da iniettare in altri organismi. Una ventina di anni fa iniettando dei frammenti di Batterio Turingiensis nei fiori o nei semi del mais si ottenne il mais BT  che ha nel DNA una tossina mortale per gli insetti come la piralide ghiotta di chicchi di granoturco. 

La multinazionale californiana Monsanto aveva il brevetto per il mais BT, o Monsanto 810 e mantenne il segreto industriale (la legge americana tutela i brevetti solo per vent’anni). In questo tempo il Monsanto 810 fu venduto in mezzo mondo, e oggi ormai il granturco non OGM  è raro. Il fatto ci riguarda molto, anche se siamo dei consumatori occasionali di polenta o pop corn, perché dalle farine di granoturco si fanno i mangimi. Un’altra pianta modificata per via  genetica è la soia, importantissima per l’ottima qualità dell’ olio che se ne ricava e per i mangimi che si ottengono dalla lavorazione degli scarti. Oltre a questi si può ricavare il cosiddetto latte di soia e soprattutto la lecitina di soia, un emulsionante e aggregante presente nella maggior parte degli alimenti, anche nella cioccolata.
Il seme di soia di per in sé avrebbe un consumo limitato, anche se oggi è di moda, ma si calcola che quasi la metà dei nostri cibi contenga qualche derivato della soia.


Ci sono enormi estensioni coltivate a soia, soprattutto nell’America Meridionale. La piantina, alta mezzo metro, soffre la presenza delle erbacce infestanti e quindi il problema ora non è dovuto agli insetti come per il mais ma al proliferare di erbe inutili che limitano la produttività e aumentano la spesa per la mietitura. 


La richiesta di soia è così grande che in Brasile e in Argentina si seminano campi enormi. Se non c'è nemmeno un filo di erbaccia un motivo ci sarà ...


Prima degli anni Novanta i bellissimi campi di soia senza erbacce erano ottenuti con il diserbante Glifosate, usato diluito, sparso più volte, perché colpisce tutte le erbe e se è concentrato fa seccare anche la soia. Da qui viene un costo di produzione notevole. Il Glifosate, brevetto Monsanto, è tuttora l’erbicida più usato al mondo e ha diverse qualità: penetra poco nel terreno e quindi è poco inquinante e la sua molecola è instabile, cioè si disgrega in poco tempo. E poi soprattutto è aggredito dai batteri del terreno. Da qui l’idea dei genetisti: con il solito metodo degli enzimi di restrizione si ottennero dai batteri del terreno i frammenti di DNA che portavano il carattere “resistente al glifosate” e vennero iniettati nei fiori e nei semi della pianta. In che modo si può iniettare un materiale transgenico?


Ci sono diverse tecniche:
1) si può usare un batterio vettore, che entra nella pianta.
2) si può fare una micro iniezione.
3) si può usare una “gene gun”, una pistola genica ad aria compressa che spara nella pianta i frammenti di DNA sparsi in una polvere di titanio o d’oro, che forano le membrane del seme bersaglio. E’ un sogno o un incubo?

Non si potrebbero obbligare i produttori a dichiarare sulle confezioni
 se l’alimento è transgenico?

Si potrebbe ma siccome la modifica genetica riguarda solo una piccola porzione di DNA che non fa cambiare il fenotipo, la pianta è del tutto uguale a quella non modificata. Dunque la dichiarazione darebbe poche garanzie. Anche i cartelli “Territorio libero da OGM”  hanno un significato ambiguo, perché nessuno può garantire che i semi siano naturali.

Lo scenario è questo, ricco di prospettive ma anche inquietante, a seconda della sensibilità di ognuno.

Bibliografia per approfondire: Roberto Defez, Il caso OGM


domenica 16 ottobre 2016

I laboratori per fare il miele

Una interessante attività 
per Marradi
ricerca di Claudio Mercatali



In questi giorni Marco Maretti ha aperto in via Pescetti il laboratorio per la fabbricazione del miele. Poco tempo fa in via Fabbri aveva aperto il laboratorio di Mirco Camurani e questo è un buon segno.

In effetti per questo prodotto sull’ appennino siamo competitivi. Il nostro vantaggio sta nel fatto che qui non ci sono colture trattate con prodotti chimici e le api operaie lavorano in un ambiente naturale. Le loro colleghe della pianura romagnola producono di più, perché le colture floreali sono fitte, però raccolgono anche i residui dei trattamenti agrari.



IL LABORATORIO DI
MARCO MARETTI


Il laboratorio - rivendita è  lungo la strada principale del paese in un posto facile da trovare.






Nella rivendita fa bella mostra
di sé tutta la produzione:
miele di tiglio, di acacia
e naturalmente di castagno.





















Nel laboratorio ci sono i classici strumenti per questo lavoro.

Però solo una parte dell'attività dell' apicultore avviene in laboratorio, perché in primavera si deve svolgere un attento lavoro di posizionamento delle arnie, nei posti di migliore fioritura. Per questo serve sensibilità, attenzione al decorso delle stagioni e una perfetta conoscenza del territorio.


Fra i tanti c'è anche un miele scuro con il nome "melata". Le api lo ricavano dalle mele? Chiediamo e Marco sorridendo ci spiega:

Le api approfittano degli afidi che rosicchiano le foglie per nutrirsi della linfa e delle essenze della pianta. In pratica raccolgono la cacchina degli afidi, che è molto zuccherina e la rielaborano ottenendo un miele scuro, meno dolce di quello classico e con un vago sapore di mela cotta  ... così vanno le cose in natura.


IL LABORATORIO DI
MIRCO CAMURANI


Andiamo a curiosare anche in questo laboratorio, dove il titolare ci spiega delle cose importanti, ovvie per lui ma del tutto insolite per noi ...



Come si prepara un' arnia?
Oggi non conviene aspettare che le api facciano da sole i favi dove depositare il miele, perché questo è tempo perso, nel senso che l'ape che lavora la sua cera per fare il favo  non gira a cercare il nettare dei fiori.

Ci sono dunque ditte specializzate che vendono i favi di cera già pronti, da sistemare dentro dei telaietti di legno, come ci mostra Mirco Camurani in questa foto.



Se l'ape trova il favo pronto lo riempie di miele senza indugio. Un favo pieno versa il miele che contiene anche se si striscia con un dito.








Però il miele non si estrae facendolo colare ma  per centrifugazione. Cioè i telaietti si mettono in una centrifuga che ruota veloce e fa uscire il miele dai favi.

Il lavoro poi prosegue con le operazioni di raffinazione e di arricchimento, secondo l'arte dei vari apicultori.





Nel laboratorio di Mirco Camurani il miele è stato usato anche per preparare una birra particolare. Il fatto non deve sorprendere più di tanto, perché le sostanze zuccherine fermentate si trasformano in alcool.
Non è come dirlo e infatti è stata necessaria l'esperienza della birrificio Cajun, di Marradi, che da anni produce birra di castagne secondo i procedimenti di Gianfranco Amadori e Walter Scarpi.









Anche i frutti secchi come le nocciole possono essere un ingrediente per il miele. I frutti secchi sono oleosi e dunque insolubili negli sciroppi zuccherini, però danno un gusto particolare, che mitiga il forte sapore dolce tipico del miele.

Dagli zuccheri per fermentazione si può ricavare anche l'aceto e qui accanto se ne vede qualche esempio, sempre secondo la ricetta di Mirco Camurani.






Pensavate che il miele fosse un alimento un po' stucchevole per eccesso di dolcezza?
A questo punto dovrebbe essere chiaro che non sempre è così.

Si potrebbe ancora dire che i liquori forti sono soluzioni alcoliche al 30 - 40% con una buona dose di zucchero aggiunto, e si può preparare una grappa o un' acquavite e addolcire con il miele, proprio come facevano i Romani, che non conoscevano lo zucchero da cucina.



Infatti questo alimento è arrivato in Europa dopo la scoperta dell' America, dove appunto prospera la canna da zucchero. Quello di barbabietola è ancora più recente ed è stato messo in commercio solo ai primi dell' Ottocento.

L'APIARIO DEL COLONNELLO

A Marradi c’è una buona tradizione apistica, perché le api favoriscono in modo evidente la fecondazione dei fiori di castagno dai quali si ricava un miele scuro, tipico qui da noi e con un sapore particolare. All’ inizio del Novecento a Marradi c'era l’apiario di Edmund Schmidt von Secherau.   
Chi era costui?

Il colonnello Edmond Schmidt Von Secherau a caccia nei monti sopra
Marradi



Nato a Vienna, per molti anni fu ufficiale dell’ esercito italiano e si congedò da colonnello.
Dopo dedicò molto tempo all’ apicultura, la sua grande passione. Forse per questo si trasferì da Firenze a Marradi e abitò per trent’ anni a Biforco, in una villa all’ inizio del paese, distrutta durante un bombardamento aereo nel 1944 nel quale lui stesso morì.





Il colonnello scriveva proprio bene, asciutto e conciso. Ecco qui due articoli suoi pubblicati dalla Società Toscana di Orticultura di Firenze, che parlano delle api e del miele.









Il colonnello si inserì benissimo nella vita del paese, venne accettato come se fosse nativo e nel 1921 fece anche il sindaco.
Il nome Schmidt pian piano venne deformato e in romagnolo divenne Smic. La sua famiglia negli anni Cinquanta donò al Comune il terreno sul quale sorgeva la casa bombardata, nel quale ora c’è un parco pubblico, che la gente di Biforco chiama appunto “l’ort de Smic”.



Altre notizie su di lui sono nell’ archivio di questo blog in una ricerca facile da trovare.