Lanfranco Raparo, Marradi

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giovedì 30 maggio 2024

Cinque castellari rasi al suolo

La memoria emerge
dalle nebbie 
del Medioevo
ricerca di Claudio Mercatali





Il nostro territorio nei remoti secoli dell' Evo di Mezzo era costellato di case a torre, bastìe, castellari e fortilizi. Tutte costruzioni piccole, adatte all' arrocco, dove dimoravano i signorotti dei vari luoghi, spesso in lite. Essi dovevano anche controllare da vicino i servi della gleba e difendersi da loro, che ogni tanto si ribellavono alle angherìe. In più c'era da avvistare i forestieri ostili e riscuotere oboli e balzelli nei passaggi obbligati, dove una rocchetta era quello che ci voleva per fermare i viandanti finché non avevano pagato. Altri mondi.

Questo finì con il Medioevo, soprattutto dopo l'arrivo dei Fiorentini, che governavano dal Palazzo Pretorio e non dalle rocchette in cima ai cocuzzoli. La maggior parte dei fortilizi furono rasi al suolo da loro, per significare che il vecchio potere era esaurito e ormai qui governava la Città. Queste demolizioni erano atti definitivi che non lasciavano rovine, perché non erano d'impeto ma rispondevano a una volontà precisa e premeditata. Questa che segue è la storia sfumata di cinque di questi edifici dei quali si trovano notizie nei documenti medioevali. Però dai sopralluoghi fatti là dove sorgevano risultano solo mucchi di sassi sparsi in un vago perimetro, unica testimonianza del fatto che esistevano davvero.



Il Castellare 
del Violino

Il Violino è una casa poderale di Lutirano appena sopra il paese dalla parte di Badia della Valle. Chi suonava qui? Nessuno, il nome è la traduzione errata del romagnolo viotlěn (viottolino) che calza a pennello perché si arriva a casa salendo una stradina ripida. C'è anche il borgo di Violȃn, Violàno, a Modigliana all' inizio del Passo del Trebbio, dove c'era la dogana granducale, alla quale si arrivava con qualche affano da una stradina oggi pedonale. Tutto questo è nel Catasto Leopoldino del 1822 e non deve meravigliare perché i cartografi del Granduca non conoscevano il dialetto romagnolo e trascrivevano i nomi così come li avevano capiti.


Proprio dal Catasto del 1822 vediamo che la casa del Violino aveva una planimetria diversa dalla attuale ed era dove ora ci sono dei ripostigli dismessi e degli stalletti, sul ciglio di balza che guarda verso Lutirano. Il posto era ottimo per sorvegliare la vecchia via per Badia della Valle, che passava lungo il fiume e fra le case di Lutirano di Sopra. Ci sono pochi dubbi su questo perché gli edifici qui hanno la facciata rivolta verso il torrente Acereta, al contrario rispetto alla via attuale, progettata dall'ing. Lorenzo Fabbri a fine Ottocento (che costruì anche la centrale elettrica di Marradi).



Nel 1970 Gianfranco Fontana, storico appassionato e fotografo, individuò i resti del castellare e assieme ad altri ne ricostruì la storia.




I ruderi nel 2022 sono come si vede qui accanto. Il pittore naif Roberto Palli, di Lutirano, in un quadro immaginò che l'antico Signore del sito mettesse i ferri del cavallo a rovescio per arrivare qui inaspettato.











Il Castello 
di Benclaro

Di questo fortilizio sopra S.Adriano oggi rimangono solo pietre mosse e rimosse dagli appassionati di cose medioevali che hanno scavato nei tempi andati cercando qualche oggetto e anche il modo di passare qualche ora piacevole. Il vescovo del Cinquecento Giovanni Andrea Caligari nella sua descrizione della valle del Lamone lo dà ... scomparso senza lasciare vestigia alcuna ... e ora ci fideremo di lui. In qualche secolo remoto le pietre migliori furono usate per costruire la casa poderale di Montebello, distante 200m. Dalle cronache del tardo Duecento sappiamo che Benclaro e Casa Cappello furono dimore apprezzate da Maghinardo Pagani, il temibile signore delle valli del Lamone e del Senio, che morì a Casa Cappello nel 1302.


Questi beni passarono in eredità alla figlia Francesca, con l'obbligo di pagare una tassa al monastero faentino di Santa Maria fuori porta e altri balzelli. Però lei e il marito si indebitarono, cessarono i pagamenti e i loro creditori spazientiti assalirono Benclaro, Castelvecchio di Boesimo, Monte Romano e in parte Popolano, li disfecero e sequestrarono i beni e i poderi. 


Più che un assedio vero e proprio sembra uno sfratto forzato e un pignoramento  e forse anche una rivalsa per i torti che suo padre aveva fatto a loro. Così lei si ridusse a una vita umile con il poco che le era rimasto. La vicenda è descritta qui accanto da Antonio Metelli, uno storico di Brisighella dell' Ottocento. Ci sono anche memorie più antiche, come questa che segue, dello storico faentino Agostino Tolosano vissuto all'inizio del Duecento, che richiede qualche premessa per essere ben inquadrata:


Il 25 giugno 1183 Federico Barbarossa e la Lega Lombarda firmarono la Pace di Costanza, in Germania. L'imperatore sconfitto nella battaglia di Legnano riconobbe l'autonomia dei Comuni, fra i quali c'era anche Faenza in quanto alleata di Bologna. I Comuni avevano accettato di versargli un tributo annuo notevole. Faenza per pagare la sua quota aveva aumentato le tasse agli abitanti della valle ed era scoppiata una rivolta. Lasciamo dire al Tolosano come andarono le cose:


"Nell'anno della nascita di Gesù Cristo 1183 ristabilita la pace fra l'imperatore Federico e i Lombardi a Costanza, gli stessi Lombardi, i Bolognesi e i Faentini offrirono soldi in gran quantità al predetto padrone. Per questo i Faentini, volendo tassare i montanari, essi si intesero fra sé e proibirono di dar loro la colletta. Per questo i Faentini irati, armati aggredirono i castellari devastando le vigne e le foreste. Poi essendo giunti a Montebello, per una via assai aspra e in pendenza ... per lo svantaggio del sito furono aggrediti dai montanari e si diedero ad una fuga rovinosa. I Faentini nell'anno 1184 nominarono podestà Guglielmo Borro, cittadino milanese sapiente e discreto. Costui con tatto convinse i montanari a soddisfare i cittadini".




Il castello 
alla Badia 
di Susinana

Questo fortilizio è citato nelle Cronache fiorentine del Trecento come dimora preferita di Maghinardo Pagani quando si concedeva un periodo di riposo fra una impresa e l'altra. Nel 1373, circa settanta anni dopo la sua morte i Fiorentini lo conquistarono assieme a tutti gli altri della zona. Era un simbolo del potere degli Ubaldini nella valle del Senio e quindi nel 1378 fu raso al suolo con particolare cura. Quell'anno gli armigeri fiorentini repressero con durezza ogni resistenza e come preda di guerra portarono a Figline Valdarno la campana della Badia, che ora è nel museo civico. Le richieste di Palazzuolo per riaverla non hanno mai avuto esito.


Oggi del castello rimane un cumulo di macerie in cima a un poggetto sopra al podere Le Ari e un arco a ridosso di un dirupo. Non si conosce il suo perimetro esatto ma di certo non era una semplice torretta. L'origine è remota, risale a molto prima del Trecento, forse al tempo dei Longobardi come sembra di capire dal nome Le Ari: gli Ari cioè gli ariani erano proprio i Longobardi, convertiti al cristianesimo secondo la dottrina dell' eretico Ario. La necessità di un fortilizio qui per loro veniva dal fatto che a pochi chilometri cominciava l'Esarcato bizantino, circa a Misileo e alla chiesa di Santa Apollinare, oggi confine fra Palazzuolo e Casola Valsenio.

L'assedio del 1373 risultò complicato per i Fiorentini e il loro capitano Obizzo da Montecarulli risolse la questione corrompendo un servo di Giovanni d'Azzo degli Ubaldini, che si arrese con suo figlio dopo aver avuto assicurazione di aver salva la vita. Ecco come racconta il fatto Piero Buoninsegni uno storico fiorentino del Cinquecento:


... Giunto che fu Obizzo nel campo ... sanza perder tempo pose l'hoste al castello di Susinana, nel quale era Giovanni d'Azzo degli Ubaldini e il figliolo ... e uno di detto castello offerse di dargli il castello e domandò esserne premiato, fugli promesso fiorini mille e si trovò due fanti che presero cuore di andare con lui, a quali fu promesso fiorini cento per uno e rimase d'accordo che il campo si strignesse quando lui facesse fuoco sulla rocca ... e il detto fante con i detti due compagni fidandosi Giovanni di loro salirono in sulla rocca dicendo di voler fare fuoco per festa e cacciaronne chi v'era a guardia, serrarono la cateratta e cominciarono a gridare viva il comune di Firenze e cò sassi non lasciare accostare dentro persona alle mura e fecero cenno al campo che s'accostasse e i terrazzani vedendosi perduti mandarono a patteggiarsi con Obizzo e diedero il castello ... 



Il Castro Pecoriccio


Siamo a Campigno, oltre il casale di Magliabecco, nei pascoli alti sopra a Cavallo, a 900 metri di quota. Il sito preciso è quasi in cima al Monte Castellaccio, che è una indicazione chiara, però non si vede nessun resto. A che cosa serviva un castellare quassù?


C'è un documento dell'abate Gian Benedetto Mittarelli, un frate del Settecento, che chiarisce il fatto. E' qui accanto: al Castro Pecoriccio, luogo munito e difendibile, si faceva la Calla ossia la conta delle pecore per pagare il pascolo. Il fortilizio forse serviva anche per difendere gli esattori, perché pretendere un balzello da chi ha poco o niente non era facile. La vita dura dei campignesi rendeva spesso gli animi esacerbati, come disse anche Dino Campana nei Canti Orfici:

Campigno: paese barbarico, fuggente, paese notturno, mistico incubo del caos. ... Il tuo abitante porge la notte dell’antico animale umano nei suoi gesti. Nelle tue mosse montagne l’elemento grottesco profila: un gaglioffo, una grossa puttana fuggono sotto le nubi in corsa. E le tue rive bianche come le nubi, triangolari, curve come gonfie vele: paese barbarico, fuggente, paese notturno, mistico incubo del Caos.

L'unica indicazione è nel Catasto Leopoldino, nel pascolo sotto la vetta del Monte Castellaccio, ma non ci sono resti di muratura. Forse il nome "castro" può fornire un indizio: un castro era un sito difendibile, abitabile con qualche agio, raggiungibile senza tante difficoltà e forse è adatto per il casale di Magliabecco, poco lontano da qui, uno dei tre che formano Campigno. Oppure il nome del podere Cavallo, che è lì vicino, potrebbe fornire una traccia se si  considera scritto disgiunto Cà Vallo ... chissà ...


Il Castello di Lozzole


L'Ozzole, com'è scritto nelle antiche carte, oggi è una chiesa su un crinale fra il Senio e il Lamone, mèta di tanti trekking. Qui c'era uno noto castello degli Ubaldini, conquistato e perso più volte dai Fiorentini alla metà del Trecento, come racconta nella sua Cronica Matteo Villani, che visse allora. Nella battaglia del 1352 parteciparono anche le donne degli Ubaldini, aggressive più dei loro mariti e Villani ci racconta che:



"… Certi villani del paese, pochi e male armati, con trenta femmine ch’aveano con loro salite, sopra Malacoda gridavano contro a’masnadieri che erano a quella guardia, e le femmine urlavano senza arresto; i codardi masnadieri chiesero soccorso a messer Giovanni degli Alberti, che mandò cinquanta cavalieri i quali si rimasono nella Piaggia. Il castello era fornito e l’animo della gente codarda era di tornare in Mugello. Quei di Malacoda, non vedendo venire soccorso, impauriti dalle grida delle femmine abbandonarono il poggio, fuggendo alla china. I fanti degli Ubaldini, che erano settanta per novero, li cominciarono a seguire e lasciarono i palvesi (= gli scudi) per essere più spediti e le trenta femmine seguitavano rinforzando le grida; allora tutta l’oste si mosse dirupandosi e voltolandosi per le ripe. Il Vicario fu il primo che portò la novella della rotta alla Scarperia. … rimasono prigioni centoventi cavalieri e più di trecento pedoni; morti n’ebbe pochi. Ha merito qui essere notata per esempio della mala condotta, che spesso i vinti fa vincitori e i vincitori vinti”.





Ma l'espansione di Firenze era inarrestabile e nel 1373 Lozzole cadde, come gli altri tredici castellotti di Palazzuolo. Dopo pochi anni il castello fu raso al suolo e non ne rimase traccia. Si ritiene che fosse oltre la chiesa, a salire verso il monte Carzolano, nel sito detto Le Balze di Casté (castello) dove un gruppo di cacciatori di Palazzuolo aveva attrezzato una baita di legno aperta a tutti. Era un piacevole rifugio, con il camino. Poi nel 2019 uno sventato se ne andò lasciando il fuoco acceso e ... Anche qui il Tempo ha permesso di conservare solo il ricordo delle cose.



Per approfondire sul blog

Archivio tematico alla voce "I castelli della valle"
03.10.2011 Lozzole antica rocca
20.04.2019 La conquista di Palazzuolo

Bibliografia

Rocche e castelli di Romagna vol.1 Bologna 1970 Nuova alfa, previa prenotazione dalla gentile bibliotecaria Erika Nannini, Biblioteca@comune.modigliana.fc.it

Agostino Tolosano (XII secolo) Chronicon faventinum
Matteo Villani (XIV secolo) Nuova Cronica
Scipione Ammirato (XVI secolo) Dell'istorie fiorentine, libro XIX, 144
Bernardino Azzurrini (XVI secolo) Ad Scriptores rerum Italicarum accessiones historiae Faventinae
Giulio Cesare Tonduzzi (XVII secolo) Historie di Faenza pg 385
Gian Benedetto Mittarelli (XVIII secolo) Annales Camaldulenses, anno 1297
Ludovico Antonio Muratori (XVIII secolo) in Scriptores rerum Italicarum, CI
Emanuele Repetti (XX secolo) Dizionario libro III, 89




martedì 28 febbraio 2023

Dalla Bastìa a San Martino

Un crinale 
con due castelli
ricerca di Claudio Mercatali


Sant'Adriano


Questo è' un tipico trekking invernale, panoramico perché le piante non hanno la foglia, tutto a solame, senza fango. Si parte dal casello ferroviario di San Martino e si imbocca il sottopasso della ferrovia. 


All'inizio la strada è asfaltata, ripida e arriva fino alla casa di Bastìa. Il sito è citato nelle carte antiche come fortilizio, con il nome di Castro Pellegrino ma oggi è una casa di campagna ben ristrutturata che non ha più niente di medioevale. 



Prima del cancello di casa conviene risalire il campo fino al crinale, dove c'è un sentiero segnalato in giallo che seguiremo sempre. La nostra mèta ora è il castello di San Martino in Gattara a un chilometro verso nord est.





Non si sa di preciso che scopo avesse il castellare della Bastìa, altrimenti detto Castro Pellegrino, forse era un annesso del castello di San Martino. Alla fine del Duecento venne preso dal solito Maghinardo Pagani, che lo demolì e non fu più ricostruito. Lo storico Antonio Metelli dice che nel quattrocento fu per un certo tempo un edificio pubblico, dove un giudice del Comune di Faenza amministrava la giustizia per piccoli reati e liti di vario genere, come è scritto qui sopra. Esaurita questa funzione cessò del tutto e divenne una semplice villa di Campagna con il nome significativo del suo passato.




Sant'Adriano


Il tracciato offre diversi scorci panoramici, verso Valnera e Monte Romano e verso S.Adriano – Popolano. Per questo nel medioevo il sito era fortificato e nel 1428 fu oggetto di contesa fra Firenze e Faenza, al tempo della conquista di Marradi. Alla fine si raggiunse un accordo e qui prevalsero le ragioni dei Manfredi di Faenza, mentre il castello di Gamberaldi passò ai Fiorentini. Non c'è un confine naturale a fare da traccia e diversi poderi rimasero in posizione incerta fra lo Stato Pontificio e il Granducato, provocando ogni tanto qualche disputa fra la Comunità di Marradi e Brisighella. 



Popolano


Questa per noi ora è una fortuna, perché per venire a capo delle periodiche e fastidiose liti i due stati stilarono le mappe che si vedono nelle ricerche indicate nella bibliografia qui sotto, conservate all'Archivio di Stato di Firenze e all'Archivio Nazionale di Roma.



Canovina


Il sentiero è agevole, pianeggiante, sempre sul crinale. Quasi senza fatica si arriva al rudere del podere Canovina che è un reperto interessante. Il grado di consunzione delle pietre alla base è simile a quello dei muri del castello di San Martino e quindi di certo la casa risale al Medioevo. L'edificio fu costruito in due tempi e la parte più vecchia ha le dimensioni e l'alzata di una torre. Dunque è del tutto probabile che qui ci fosse una torre di vedetta per uno o più dei tre castelli vicini: Benclaro, di fronte, la Bastìa, San Martino.





Al castello di San Martino ci sono dei resti importanti: la volta della cisterna dell'acqua, l'imposta della torre principale, il tracciato delle mura. C'è tanto da vedere e da curiosare e passando di qui una sosta si impone.



Poi non rimane che scendere, lungo il solito sentiero segnato di giallo che serpeggiando ci porta in paese, proprio nel viale della stazione, al passaggio a livello.





Per approfondire sul blog

ottobre 2021  Il castello di San Martino
Nel Tematico alla voce: I castelli della valle.


martedì 31 maggio 2022

I castellari rasi al suolo e persi per sempre

Cinque trekking nei siti
dove sorgevano
ricerca di Claudio Mercatali

Il castello di famiglia di Maghinardo era nel poggio sopra al podere Le Ari (Badia di Susinana, Palazzuolo)


Quando un edificio è simbolo di potere può essere raso al suolo se sopraggiunge un nuovo padrone che vuole cancellare la memoria del vecchio. Per esempio Maghinardo Pagani spianò il castello di Baccagnano, che era del faentino Francesco Manfredi in modo così accurato che oggi nemmeno gli archeologi riescono a trovarne le tracce. Il vescovo Giovanni Andrea Calegari (1527 – 1613) nella sua Cronaca di Brisighella e Val d'Amone dice che:


I campi di Baccagnano (sullo sfondo) visti dalla Signora del Tempo (la Torre dell'Orologio di Brisighella).

"Questo Maghinardo l'anno 1290 andò a campo a un castello di Francesco Manfredi da Faenza, chiamato Baccagnano, posto in Val di Amone, di là dal fiume a man manca, per andare da Faenza a Firenze, di riscontro appunto dove è hoggi Brassichella, e l'assediò per molti giorni continui, combattendo giorno et notte; et perché l'assedio fosse più stretto ed aspro, fondò un altro castello dirimpetto a Baccagnano, di qua dal fiume Amone, a man dritta per andare in Toscana, che è hoggi la torre vecchia di Brisighella, e la fondò sopra un sasso di gesso alto e spiccato a torno a torno, come uno scoglio; e lo fabbricò di quadroni del medesimo gesso, tagliati a scarpello, e vi mise suoi soldati e guardie con una grossa campana per dare i segni che bisognavano; et con tal modo strinse sì Baccagnano, che lo prese et distrusse; e dalla distruzione di questo crebbe poi Brassichella, che avanti era piccola contrada, e non haveva né torre, né rocca, come hoggi; perché Maghinardo edificò la torre vecchia".


I discendenti di Maghinardo subirono la stessa sorte nel 1378 quando i Fiorentini rasero al suolo il castello di famiglia alla Badia di Susinana, assieme ad altri tredici sparsi nel comune di Palazzuolo. Come erano i "castelli" dei Signori medioevali sgominati dalle milizie della Città? Il nome può ingannare noi moderni, se immaginiamo il castello come un maniero con merli, ponte levatoio, cinta e quant' altro. Abbandoniamo questa immagine perché i castellari delle alte valli del Lamone e del Senio erano in realtà solo delle torri di difesa, efficaci contro i rivali, i banditi e i servi della gleba in rivolta ma insufficienti per resistere alle milizie mercenarie di Firenze. Dai documenti degli storici antichi e dai pochissimi resti che a volte spuntano dal suolo sembra di capire che nel complesso la loro struttura rispettava una tipologia ripetuta in modo simile in vari posti:



L'unica torre misurava in media 8 x 7m alla base, con un muro di 80 - 120cm di spessore e quindi poteva essere alta una quindicina di metri (tre piani più un seminterrato di imposta). Era su un cocuzzolo con almeno due balze a strapiombo ai lati e una salita ripidissima, senza mulattiera d'accesso né sorgenti per ampio tratto. 
La mancanza d'acqua metteva in difficoltà l'assediante più dell' assediato, che fino ad un certo punto provvedeva raccogliendo l'acqua piovana dal tetto. Nella pendice sottostante alla rocchetta c'era spesso una casa poderale per il consueto domicilio, meno difendibile ma più comoda. Questa organizzazione si coglie bene a Sant' Adriano dove Casa Cappello era abbinata alla rocchetta di Benclaro e anche alla Rocca di San Michele a Palazzuolo, abbinata al podere Caramelli o Calamelli. Sembra così anche ai castellari: 1) del Frassino più la rocchetta sopra Santa Lucia, 2) di Lozzole più Casté, 3) di Gamberaldi più il castello delle Lastre e così via.

In questa ricerca il nostro scopo è individuare il sito preciso dove sorgevano i castellari rasi al suolo senza la speranza di trovare i loro resti, ormai persi per sempre. Ci serve qualche buona fonte antica scritta che li citi e un paziente sopralluogo. Nemmeno il Catasto Leopoldino del 1822 è di grande aiuto, perché i più non sono cartografati o lo sono con un semplice quadrettino, come se si volesse farli passare inosservati.

Il castello 
sul Monte del Tesoro

Il Monte del Tesoro è un cocuzzolo a punta di fronte a Badia della Valle. Siamo nella valle Acerreta, nell' estremo lembo del Comune di Marradi verso Tredozio in un sito nel territorio dei Conti Guidi di Modigliana. Che cosa c'era di prezioso qui? Non si sa, il nome del monte non ha spiegazione. In cima le tracce di un piano indicano la presenza di una torretta, forse ultimo rifugio di un signorotto locale che di regola abitava in qualche podere del fondovalle. 
Se le cose stavano così questo è l'ennesimo esempio della tipologia "residenza guarnita più rocca soprastante", di cui abbiamo detto all'inizio. Se saliamo da Lutirano lungo il crinale iniziamo un krekking di crinale bello e duro, lungo il sentiero CAI 587. Si parte dal ponte per Tredozio fino al podere Il Violino, che come è stato detto in un'altra ricerca era sede di un castellare oggi raso al suolo. 
La nostra prima tappa è il crinale soprastante raggiungibile dall'orlo dei campi del podere Coltriciano imboccando un sentiero che sale ripido. Comincia qui la prima delle tante sudatine che si fanno in questo aspro percorso. La visuale dal crinale ripaga la fatica: Pruneta, Badia della valle, Bovignana, Vossemole, Rio Faggeto, scorrono nel fondovalle e infine si giunge alla quota 703m che è la sommità del Monte del Tesoro. In cima la mano dell' Uomo ha lavorato diverse volte: quattro piccole buche ricordano una postazione della Linea Gotica e il piano sembra ricavato in qualche secolo antico.


Castro Pellegrino

Ora siamo in un sito più agevole, nella valle del Lamone di fronte a Sant' Adriano, a metà strada fra San Martino in Gattara e Popolano. Il podere che ci interessa si chiama Bastìa e il nome è già un primo indizio. La casa è abitata anche oggi ma non ha più niente di medioevale. Una torretta per l'estrema resistenza forse si può individuare nella casa del podere Canovina, in cima al monte. La sua difesa nulla potè contro il solito Maghinardo Pagani, che nel 1291 conquistò Bastìa, la Canovina e quant'altro e poi demolì tutto. Non sappiamo i motivi di questa decisione drastica anche perché Maghinardo non dava molte spiegazioni, però forse semplicemente queste costruzioni non gli servivano e le spianò perché non fossero utile per gente ostile. Per arrivare qui conviene salire dal casello ferroviario di San Martino, poi si può percorrere il crinale fino al Castello di San Martino e scendere in paese.

Castelvecchio o Montevecchio?

Ecco due siti quasi dimenticati. Castel vecchio è circa 1 km oltre la chiesa di Boesimo, in un cocuzzolo con una certa visuale. 









Forse è il posto citato in un documento del Duecento conservato all'Archivio di Stato di Firenze, copia notarile di un originale del 28 settembre 1164, che elenca i beni concessi da Federico Barbarossa al conte Guido Guerra III di Modigliana detto Guidone, alleato fidato e ghibellino di provata fede.





Però c'è un dubbio perché il nome nella pergamena è Monteveclu, (Montevetus) che somiglia di più a Montevecchio, una casa torre alla Croce Daniele di Monte Romano. La sorte di Castelvecchio (o Montevecchio) è legata a quella di Benclaro di S.Adriano, perché tutti e tre i siti toccarono in eredità a Francesca, figlia di Maghinardo Pagani, che ad un certo punto si indebitò e perse tutto quello che il suo potente padre le aveva lasciato.

Il Castello 
di Cierigiuolo

Ora siamo a Palazzuolo sul Senio, a Piedimonte, un sito bello e remoto nella valletta dell' Aghezzola affluente del Senio. Il castellotto era uno dei quattordici presi nel 1373 dai Fiorentini impegnati nella conquista di Palazzuolo contro gli Ubaldini ormai in decadenza. Nello scritto di un anomimo dell'epoca, La Cronichetta d'Incerto, si dice che ... ebbe un castello chiamato Cierigiuolo ... dove ebbe si riferisce al capitano di ventura Obizo da Monte Carulli che sgombera una famiglia di Ubaldini arroccata lì. La parola Cierigiuolo viene dal romagnolo zrìsa, ciliegia, o da Aceragiuolum, acerello, come a Coriano (Rimini), dove c'è un sito antico con lo stesso nome. I Fiorentini rasero al suolo Ciliegino (o Acerello), perché fosse chiaro che il loro potere si sostituiva per sempre a quello dei feudatari. Lavorarono bene, tanto che le rovine del castellotto si trovano a fatica però è giunto a noi solo il ricordo chiaro e documentato della sua esistenza.


Era uno dei siti di Gaspare Ubaldini, capitano di una piccola compagnia di ventura, iniziatore della rivolta del 1373. Costui aveva già avuto uno scontro con Obizzo in occasione di una guerra a Fano (Pesaro). Forse proprio per questo i Fiorentini mandarono Obizzo a Palazzuolo e forse per questo lui cominciò la conquista dalle proprietà di Gaspare. La rocchetta fu spianata e la famiglia rimase a Cigliegiolo come proprietaria del sito ma senza alcuna signoria sul luogo. Almeno così era la Regola dei Fiorentini, che venivano per governare e avevano il senso dello Stato e della misura.





Ci sono diversi modi per arrivare qui ma per fare un trekking ad anello conviene partire dalla chiesa di Piedimonte, salire al podere Vignola e passare oltre, fino al crinale. Poi c'è un sentiero di crinale dove si vede la valletta dell'Aghezzola e la valletta di Campanara.


Dopo un paio di chilometri lungo il crinale, lungo un sentiero ben segnato dal CAI si vede un cocuzzolo rotondo con la casa di Cigliegiolo proprio sotto. E' il sito che cerchiamo.
Proprio in cima ci sono pochi resti ma significativi: si vedono diverse bozze di pietre squadrate sparse in un pianetto sul quale ci sono i resti della cisterna del castelletto.



Il castello 
di Fontana Moneta


Forse il nome viene dal romagnolo munìda, munita, difesa, perché pare che qui non si potesse attingere senza pagare una tassa ai signorotti del castellare soprastante, oppure significa tappata, otturata. Una Bolla del 1143 di papa Celestino II cita una cappella di S.Andrea apostolo in Fontana Moneta e nel 1291 la Ratio Decimarum la registra come chiesa. Nel poggio Castello, vicino al podere Torre c'era un fortilizio che nel Duecento fu acquistato dai Pagani di Susinana e nel 1302 Maghinardo Pagani lo lasciò in eredità al nipote Bandino, priore di Popolano. Alla sua morte i beni tornarono alla diocesi di Faenza che nel 1339 li concesse in enfiteusi a Riccardo Manfredi.


L'enfiteusi era un affitto che di regola durava 29 anni e in questo caso non fu rinnovato perché la Diocesi preferì radere al suolo il castellare. Fu una distruzione completa, tanto che la Descriptio Romandiole del cardinale Anglic del 1371 non ne parla.


L'alta valle del Sintria è un Parco Regionale dell'Emilia Romagna e si presta bene ai trekking. Per compiere un tragitto ad anello si potrebbe partire da Gamberaldi, salire a Orticaia e scendere in fondo alla valletta del Sintria per poi risalire nel versante opposto e riscendere a Fontana Moneta. Da qui comincia un sentiero che sale a Val Cadinera e poi al Crinale delle Salde, dal quale si può tornare all'Orticaia con poca fatica.




Il Castello sorgeva in cima a un cocuzzolo che si incontra quando la strada forestale dal Monte Toncone comincia a scendere verso la chiesa. Si arriva in cima con poche battute ma non si trova niente. Una lapide dice che i resti sono attorno ma in realtà sono stati rimossi circa una ventina di anni orsono, forse per vendere le bozze d'arenaria squadrate. La lapide venne posta per ricordare il ritrovamento inaspettato di una croce, ma non c'è più nemmeno quella.   



Sotto al poggio del Castello, in corrispondenza della casa poderale La Torre ci sono i resti di quella che era la dimora fortificata abbinata al castello ma anche qui ci sono segni evidenti di demolizione con escavatore e il perimetro della costruzione è perso del tutto. Si vede solo nella cartografia.




Dopo queste brutte sorprese non rimane che scendere alla chiesa, dove una chiara indicazione mostra la via per arrivare alla fontana che dà il nome al sito.






Per ampliare sul blog
11.02 2022   Dal Viglio alla Collina
06.10.2021   Il castello di San Martino in Gattara
21.01.2020   Da Rugginara a Modigliana per una via antica
21.06.2016   Di notte a Fontana Moneta


Bibliografia
Rocche e castelli di Romagna vol.1 Bologna 1970 Nuova alfa, Biblioteca@comune.modigliana.fc.it con prenotazione dalla gentile bibliotecaria Erika Nannini.

Agostino Tolosano (XII sec.) Chronicon faventinum
Matteo Villani (XIV sec.) Nuova Cronica
Scipione Ammirato (XVI sec.) Dell'istorie fiorentine, libro XIX, 144
B. Azzurrini (XVI sec.) Ad Scriptores rerum Italicarum historiae Faventinae
Giulio Cesare Tonduzzi (XVII sec.) Historie di Faenza pg 385
Gian Benedetto Mittarelli (XVIII sec.) Annales Camaldulenses, anno 1297
Ludovico Antonio Muratori (XVIII sec.) in Scriptores rerum Italicarum, CI
Emanuele Repetti (XX sec.) Dizionario libro III, 89