Lanfranco Raparo, Marradi

Lanfranco Raparo, Marradi

giovedì 1 ottobre 2026

Donne di Romagna


Otto donne nobili 
e famose del ‘400

Ricerca di Claudio Mercatali




Il Quattrocento qui da noi fu un secolo ricco di personaggi e vicende. Passioni e pretese esagerate si accavallarono nelle corti dei signori romagnoli: i Manfredi a Faenza, gli Ordelaffi a Forlì, gli Alidosi a Imola, con tante storie di cappa e spada alternate a intrighi, amori e avvelenamenti.
Queste che seguono sono le vite di otto donne, diverse come più non si potrebbe. Tre o quattro di loro furono vittime della famiglia o dei consorti ma, per par condicio, le altre tiranneggiarono e ammazzarono il marito in vari modi. Leggiamo:


Lucrezia Ordelaffi figlia di Cecco Ordelaffi signore di Forlì nel 1403 sposò per sua sventura Andrea Malatesti, signore di Cesena, Bertinoro, Meldola. Il matrimonio attenuava l’astio fra i Malatesti e gli Ordelaffi, che non accettavano la presa di Bertinoro (1393) da parte del trentunenne Andrea Malatesti, che per questo pensò di impalmare la quattordicenne Lucrezia. Negli Annales Forliviensis del 1403 si legge: “Malatesta venit ad videndum dominam Lucretiam, filiam domini Cecchi de Ordelaffis et sponsam suam cum onorabili societate”.

Lucrezia era una ragazzina innamorata del trentunenne gagliardo Andrea, che però l’aveva sposata solo per interesse. Andrea le fece aprire la porta della fortezza di Ravaldino, a Forlì, con la scusa di visitarla e se ne impadronì. Il padre di Lucrezia si sentì tradito dalla figlia e il 19 ottobre 1404 la avvelenò con una minestra di ceci. Poi si pentì ma erano lacrime di coccodrillo e i forlivesi lo cacciarono dalla città.


Passiamo ad altro: Lucrezia Alidosi era figlia di Ludovico, signore di Imola. Nel 1412 sposò Giorgio Ordelaffi, signore di Forlì che morì nel 1423 e lasciò il governo della Signoria sotto la tutela del duca di Milano Filippo Maria Visconti. Pessima scelta perché il duca di Milano vide l’occasione di conquistare la Romagna intera. Lucrezia fuggì da Forlì con il piccolo Teobaldo, suo figlio ed erede della Signoria sulla città. I Fiorentini, temendo l’espansione dei Visconti, inviarono in aiuto a Lucrezia il condottiero Pandolfo Malatesta ma dopo varie vicissitudini patirono una cocente sconfitta a Zagonara, vicino a Lugo, il 28 luglio 1424. Lucrezia si rifugiò a Rimini, alla corte dei Malatesta ma lì suo figlio Teobaldo morì di peste. Allora si ritirò nel monastero del Corpus Domini di Ferrara dove morì circa nel 1460, da Superiora.



Andiamo avanti: Barbara Manfredi (Faenza 3 aprile 1444 – Forlì 7 ottobre 1466) era figlia di Astorre II, signore di Faenza. Il padre promise in sposa lei a Pino III Ordelaffi e sua sorella Elisabetta a Francesco IV Ordelaffi, signore di Forlì. Era un doppio matrimonio politico molto importante perché si sperava che le due sorelle faentine maritate con i due fratelli forlivesi potessero sanare le tante dispute fra queste due città. Non fu così: Barbara era gelosa di sua sorella e Pino III odiava suo fratello Francesco IV che ad un certo punto tentò di avvelenarlo. Però fu ricambiato e Barbara tentò di avvelenare lui. Si era scatenata una lotta per il potere e in seguito ad una congiura Francesco IV fu pugnalato e ucciso.
Così Barbara e suo marito divennero signori della città. 
Donna bellissima e volitiva imbastì una relazione con il Podestà di Firenze ma suo marito se ne accorse e la uccise con il veleno. Suo padre Astorre II di Faenza lo sospettò e lo minacciò e Pino III per fugare i sospetti fece costruire un bellissimo monumento funebre da Francesco di Simone Ferrucci da Fiesole. E’ nell’ abbazia di San Mercuriale di Forlì, con una dedica struggente (ma poco sincera) incisa nel marmo.


Francesca Bentivoglio (1468, Bologna – 1504, Milano) era figlia di Giovanni II, signore di Bologna. Come al solito per motivi politici andò sposa a Galeotto Manfredi signore di Faenza. Forse era anche innamorata, almeno nei primi tempi. Invece suo marito continuò la sua relazione con Cassandra Pavoni come se nulla fosse. 



Francesca ebbe Astorre a diciassette anni, non accettò la presenza dell’amante del marito e nel 1487 tornò a Bologna piena di rancore. L’anno dopo tornò a Faenza in apparenza rassegnata, ma in realtà aveva assoldato alcuni sicari che assassinarono Galeotto. Si dice che lei stessa diede le ultime pugnalate al marito.


Cassandra Pavoni era l’amante di Galeotto Manfredi del quale abbiamo appena letto. Venne a Faenza da Ferrara, i cronisti la descrivono bellissima ma non abbiamo nessun ritratto certo di lei. Di sicuro Galeotto la amò e fece tre figli con lei. Dopo la morte di Galeotto si ritirò nel convento di San Maglorio, a Faenza.



Lucrezia Borgia nacque a Subiaco il 18 aprile 1480, figlia di Rodrigo Borgia, (Papa Alessandro VI). Si sposò a 13 anni con Giovanni Sforza di Pesaro e poi suo padre (… il papa) annullò il matrimonio e a 18 anni si sposò con Alfonso d'Aragona, (che due anni dopo fu ucciso da Cesare Borgia, suo fratello). Fra i due matrimoni ebbe una relazione con Pedro Calderòn, uomo di fiducia del padre (Pedro fu trovato morto nel Tevere). Poi Lucrezia si risposò con Alfonso d'Este, primogenito del duca Ercole I. Dati questi precedenti all’ inizio il duca di Ferrara era un po' scettico, ma le ragioni politiche ebbero il sopravvento. Poi si rassicurò: Lucrezia rimase a Ferrara per 17 anni, ben voluta dalla famiglia del marito e amata dai sudditi. Ebbe sette figli e si circondò di artisti e letterati fra i quali il cardinale Pietro Bembo. Morì a 39 anni. Le rimase una nomèa di donna spregiudicata che da giovane aveva eliminato gli amanti che non le interessavano più con il veleno che teneva nell’anello, ma forse questa è una leggenda.





Caterina sforza (Milano 1463 circa – Firenze 28 maggio 1509) . Intelligente, capace e vendicativa, sposata e vedova tre volte, amata da tanti uomini, scrittrice di ricette con erbe salutari, signora di Imola e di Forlì, capiva la complicata politica della agitata Romagna dei suoi tempi più dei maschi del suo tempo. Nelle sue tante lettere ogni tanto parla di Marradi, invitando i Fiorentini a difendere il paese dai Veneziani. Da lei sappiamo che Marradi nel 1498 fu incendiata dai Veneziani in ritirata.
Era madre del condottiero Giovanni dalle Bande Nere, avuto da Giovanni de’ Medici, il terzo marito. Fu sconfitta da Valentino Borgia dopo il duro assedio di Forlì del 1501 ma costui non ebbe il coraggio di ucciderla durante la prigionia a Castel S. Angelo, come fece con Astorre Manfredi signore di Faenza e la liberò. Così lei finì i suoi giorni a Firenze.


Questa è l’estrema sintesi della sua vita e ancora oggi è ricordata con rispetto a Forlì, il che non è poco. Si narra che un giorno, assediata nella rocca di Forlì, fu minacciata dai nemici, che avevano preso i suoi figli in ostaggio. Per risposta salì sulle mura, sollevò la sottana e disse che …
Leggi il fatto qui accanto.


Diamante Torelli era una ragazza che durante l’assedio di Faenza del 1501 salì sugli spalti con la mazza in pugno a contrastare i soldati di Valentino Borgia che salivano sulle mura. Non si sa altro di lei, però è rimasta la sua memoria e a Faenza le è stata intitolata la via lungo le mura dove lei agì, dalla parte di Borgo Durbecco.




sabato 12 settembre 2026

1619 Gli archibusieri

La nuova milizia
della Romagna Toscana

Ricerca di Claudio Mercatali




Nel 1609 il Granduca Cosimo II passò da Marradi per andare incontro alla sua promessa sposa Maria Maddalena d'Austria, che era sbarcata a Ravenna e si avviava verso Firenze. In questa occasione lui stesso e i suoi consiglieri si resero conto che la cosiddetta Provincia di Romagna, formata dai quattordici comuni del versante romagnolo aveva bisogno di una gendarmeria e di una forza pubblica che potesse agire in caso di necessità. Fu così che nel 1619 venne istituita la Compagnia degli Archibusieri a cavallo. Chi erano costoro? Leggiamo il bando:


Cosimo Gran Duca di Toscana

"Conoscendo noi di quanta comodità, o sicurezza degli Sudditi, e Stati nostri possa essere, e farà l'introduzione nella Provincia nostra di Romagna d'una Milizia d'Archibusieri a cavallo,nella quale si arrolano fedeli sudditi nostri originarij, habitatori, non indebitati sopra le forze di loro patrimonio, non forestieri, non
 lavoratori di terreni d'altri, non mezzaioli, garzoni, né guardiani di bestiame, ma honorevoli habili à gl'ufizi pubblici delle Terre, e Castelli,né quali ò loro Territorio possiedono beni e facultadi proprie, quieti, non interessati ad inimicizie ò faziosi, atti ad essere esercitati disciplinatamente e perciò da trent'anni in giù e facultosi di maniera che possino nutrire il cavallo da briglia, o da sella, quale converrà loro tenere ..."

Quanti erano gli archibusieri?

" ... abbiamo risoluto che se ne faccia, descriva e arruoli una Compagnia di numero cento ... e si intendino in virtù di questa nostra ordinazione liberi e sottoposti solo come archibusieri a cavallo all' obbedienza, governo e comando del Capitano con Luogotenente ...".

Che obblighi avevano?

" ... di presentare e tenere di continuo presso di sé cavallo sano, libero di ogni impedimento, con sella, briglia e staffe di ferro bene in ordine, atto a tutte le fazioni di questa milizia ... e restando senza di esso sia castigato in conformità dei capitoli della Cavalleria di lancia ...".

Ogni squadra stava nel suo paese ed era di dieci o dodici persone. Si riuniva una volta al mese, in un luogo distante non più di dieci miglia e il Granduca volle che:

" ... almeno nel mese di maggio o giugno, facciasi una mostra e rassegna generale di tutta la Compagnia ... e il luogo di questa rassegna non sia sempre il medesimo ma si vada variando ogni anno ...".

Gli archibusieri avevano una specie di porto d'armi e:

" ... la facoltà di tenere e usare, per tutta la Provincia della Romagna l'archibuso a ruota, con palle, polvere e muinizione fino a Dicomano, Scarperia, Borgo S.Lorenzo e Vicchio di Mugello, nei quali luoghi devono sempre lasciare le predette armi, e per tutto lo Stato di Siena fino alle porte della città, ma però quando andranno in Maremma siano tenuti a levar le ruote lontani per venti miglia dalla città di Firenze ..."

Per loro non c'era compenso, però si stabilì che:

" ... a loro competa la facoltà di poter senza gabella portar fuori dello Stato tutte le castagne, i marroni freschi in farina non ridotti, che in terreni di loro proprio patrimonio coglieranno, data però che ne habbia la nota del ricolto gli Uffiziali dei luoghi ...".



Tutto ciò venne deciso con il bando del 23 febbraio 1618. Gli archibusieri avevano anche dei privilegi e degli obblighi:






Clicca sulla immagini 
se vuoi una
comoda lettura





Chi non rispettava le Regole e procurava danni e impicci veniva punito dal Capitano di Marradi soprattutto con delle pene pecuniarie. Per questo a Domenico d'Antonio da Marradi fu comminata una multa per un motivo che non conosciamo e lui umilmente si rivolse al Granduca chiedendo che gli fosse cancellata ... e fu accontentato ...




Reverendissimo Granduca

Domenico d’Antonio …. dal poggio di Marradi humilissimo servo di V.A.S. (vostra altezza serenissima) descritto nella sua onorata milizia li espone come dal Capitano di Marradi è stato condannato in lire due … … per danno dato e che è povero contadino non ha il modo a pagare pertanto supplica Vostra Altezza a volerli far grazia di tal condannazione offrendosi pregar il Signor Iddio per ogni sua maggior felicità …

ACCORDATO, per il danno abbi grazia,      Andrea Cioli 6 luglio 1635



Fonti
Documenti dell'Archivio storico del Comune di Marradi





martedì 1 settembre 2026

1873 Una descrizione del fiume Lamone

Rapporto 
del Genio Civile 
di Ravenna
sul fiume Lamone

ricerca di Claudio Mercatali



Il fiume Lamone ha un bacino molto ampio e raccoglie anche le acque del torrente Marzeno. Per questo le sue piene sono temibili, se piove contemporaneamente su tutta l'area e il rischi di straripamenti diventano reali nella bassa Romagna.

Il questa descrizione del 1873 l'ing. F. Lanciani, capo del Genio Civile di Ravenna, riassume le tappe salienti della storia del fiume mettendone in risalto i rischi.


Clicca sulle immagini
per avere
una comoda lettura.


Però si deve anche ricordare che assieme all'acqua il Lamone nel corso dei secoli ha portato milioni di metri cubi di terre fertili nei dintorni di Ravenna e ha contribuito in modo notevole a colmare le paludi attorno alla città.















Ref :Scienze della Terra