Lanfranco Raparo, Marradi

Lanfranco Raparo, Marradi

venerdì 1 maggio 2026

I ponti della strada Faentina antica

 Un percorso millenario prima della via di oggi

Ricerca di Claudio Mercatali

 

La storia della strada Faentina antica comincia ai tempi dell’ Impero Romano. Quartolo era al quarto miglio dalla via Emilia (oggi si chiama Errano), Rio Quinto è dopo un miglio verso monte (1600 metri circa, al passaggio a livello di Sarna) poi ci sono la Pieve in Ottavo (oggi Pieve del Thò, cioè dl’ot), Ponte Nono, La chiesa di S.Maria in Undecimo (a Castellina) e poi la toponomastica non ci aiuta più. Però la via proseguiva, arrivava a Castellum (Biforco) e ad Anneianum, oggi Borgo San Lorenzo.

Il Medioevo annebbiò tutto ma il collegamento c’era e serviva per il commercio del grano e del sale. Passavano anche i pellegrini diretti a Roma, accettati a fatica dai Fiorentini perché portavano denaro ma anche contagi. In più un accesso così diretto al Mugello esponeva la Città a rischi di invasione. Insomma a quei tempi la Faentina portava dei benefici ma anche dei problemi. Però le importazioni del grano dalla Romagna e del sale da Cervia erano importanti, perché la Toscana era di solito in deficit per questi prodotti e la Romagna in eccesso.

Come risolvere il problema sanitario?

I Passi della Futa, del Giogo, della Colla e del Muraglione erano lungo la cintura sanitaria di Firenze e i pellegrini venivano tartassati con i dazi e i pedaggi. Così si cercava di deviarli nelle vie Francigene (dalla Francia) vicino al Tirreno o nei valichi del Casentino, che portano ad Arezzo senza passare dal Mugello. Era un buon modo per scaricare il problema sugli altri e applicare il motto latino Mors tua vita mea.

E in caso di guerra?

I Passi per il Mugello sono tutti a circa 900m di quota e quindi agevoli per un invasore proveniente da nord. Perciò le carreggiate erano strette, in particolare i ponti, per far passare i muli carichi di grano, sale e merci e rendere difficile il passaggio delle salmerie e dei cannoni. Questa situazione cambiò alla fine del Settecento, quando Firenze era governata dagli Asburgo Lorena. Il granduca Leopoldo I ammodernò i quattro valichi dalla Romagna per il Mugello. Non aveva il problema delle invasioni perché gli Asburgo governavano l’Italia settentrionale e Leopoldo stesso poi divenne imperatore d’Austria. Così la strada Faentina venne allargata e modificata. Se necessario il tracciato vecchio fu abbandonato e tutti i ponti furono ricostruiti più larghi. Eccoci al punto che interessa oggi:


E’ rimasto qualche ponte della Faentina vecchia?

Si, nel Comune di Marradi ce ne sono sei o sette, in bracci di strada secondari e dismessi, che in realtà sono i tratti della Faentina medioevale abbandonati nel Settecento dagli ingegneri del Granduca perché proprio non si potevano ammodernare. Cerchiamoli uno alla volta, perché sono reperti archeologici importanti. Partiamo dal confine con lo Stato Pontificio:



Il Ponte di Vasculla

Questo ponticello dava accesso a Popolano da San Martino in Gattara ed era il primo del Granducato entrando dalla Romagna. Per mille anni chi voleva arrivare a Marradi doveva passare di qui . E’ largo 3,5 bracci fiorentini, cioè 58,3 cm x 3,5 = = 2,04 m. La misura classica dei carri romani, usata ancora nel Medioevo era 1,43m in larghezza e quindi qui un carro passava appena e un cannone transitava a stento.

 I ponti sotto Marradi

Fino al 1855 – 56 il centro di Marradi era attraversato dal Rio Salto, che poi fu coperto per motivi igienici. Sotto la volta di copertura ci sono ancora gli archi di quattro ponti antichi, due dei quali erano nel tracciato della Faentina vecchia. La nuova strada del Granduca, che non a caso i marradesi chiamano la stréda nova fu aperta solo nel 1830.



Clicca sulle immagini
se le vuoi vedere ingrandite




Il ponte di Camurano

Il bellissimo ponte che c’è in questa località era sorvegliato per mezzo di una torre daziaria e chi voleva proseguire per Firenze doveva mostrare la bolletta di pagamento del pedaggio. 

Misura esattamente 2m in larghezza. Il dazio da pagare a Camurano è un lascito che compare nel testamento di Maghinardo Pagani del 1302.

 

Il ponte di Fantino

E’ più basso della strada attuale e si raggiunge facilmente a piedi. Il posto è suggestivo, con un tratto della Faentina antica ben conservato e percorribile.

 

Ponte di Cà dlà

E’ una costruzione del primo Ottocento, lungo l’odierna Faentina, quella granducale. Il ponte precedente forse fu demolito per far posto all'odierno.  




Ponte di Spèdina

Era un ponticello sul fosso omonimo, un tempo ad arco, come si vede in un disegno di Felice Giani. Fu modificato a allargato nel Settecento al tempo dell’ ammodernamento della strada ma il sito e le fondazioni sono quelle antiche. 



Dopo Crespino sul Lamone la ricerca dei vecchi ponti si complica ma il trascorrere del tempo non cancella certe tracce. Un ponte è una evidenza del territorio e quasi sempre ha un nome che si perpetua. 

Nella Faentina è così a Ponte Nono (Fognano), al Ponte di Vasculla (Popolano) a Ponte di Camurano e altrove. Secondo un documento antico trascritto dall’abate Ferdinando Ughelli l’ Imperatore Federico Barbarossa donò al Monastero di Crespino della terra:

 


… ut extenditur a Ponte Viliani usque ad Pontem Petra Sancta …
… perché si estenda dal Ponte di Viliano al Ponte di Pietra Santa …

Viliano di Sopra e di Sotto sono anche oggi due poderi di Lozzole, nel Comune di Palazzuolo al confine con Marradi. Il più basso arriva quasi fino alla attuale strada statale nel luogo detto Ponte di Ca d’là, dove scende il vivace Fosso delle Fogàre. Però l’attuale ponte fu fatto a fine Settecento al posto del vecchio, che non c’è più.

 


Da tanti documenti si sa che Pietra Santa è l’antico nome di Casaglia e dunque il ponte era al confine fra le terre del Monastero di Crespino e quelle del Monastero di Razzuolo. Oggi c’è il confine fra Marradi e Borgo San Lorenzo, alla Balza delle Fratte (o dei frati?) circa al tabernacolo della Madonna sulla strada statale. Qui l’unico sito in cui serve un ponticello è sul Fosso di Valcava, poco prima del Tabernacolo, dove oggi c’è il Ponte del Pentolino, che fu costruito a fine Settecento più in quota rispetto a quello vecchio, che non si trova.


E il misterioso ponte di Para capellum dov’è?

 … Immediate sub Imperiali Maiestate recipimus vos, dantes et concedentes vobis, domine Abbas, vestrsque successoribus in perpertuum licentiam colligere, vel colligi facere nomine vestri Monasteri in loco, ubi dicitur Paracapellum vestro terreno pedagium omnibus per eudem locum transeuntibus …

… Immediatamente vi poniamo sotto la Maestà imperiale e vi diamo, domine Abate, e ai vostri successori in perpetuo la licenza di riscuotere o far riscuotere in nome del vostro locale Monastero un pedaggio da tutti quelli in transito nel vostro terreno dove si dice Para capello …

 Segue un prezziario pro capite per le persone, uno per il bestiame, uno per i Giudei e gli Eretici diverso a seconda delle gravità della loro eresia. Il documento spiega che l’incasso era per fare elemosina ai poveri e forse per questo il ponte si chiamava di Para capello. Secondo la logica seguita per individuare i ponti di confine detti prima il sito Para capellum dovrebbe essere quello sul fosso della Bedetta, proprio dentro l’abitato di Crespino e i frati ebbero l’obbligo di costruirlo assieme a un ostello per i pellegrini.

Dunque li abbiamo trovati?

Si e no, perché i nomi Ponte di Viliano, di Para capello, di Casaglia non ci sono nella memoria dei Crespinesi. Però questo è normale: senza ruderi o documenti i nomi tramandati solo per via orale si perdono nel giro di tre o quattro generazioni e dal 1160 ne sono passate circa 35 se poniamo che una generazione sia pari a 25 anni. Nel caso di Pontem Para capellum, siccome c’è solo una “p” è possibile un’ altra etimologia: in latino capella è la capra e quindi il nome del ponte potrebbe significare prepara la capra ossia preparati a mungere o a pagare in natura il passaggio se non hai i soldi.

 


Nel versante mugellano ci sono altri ponti medioevali?

Si, ce ne sono due bellissimi. Uno è Ponte a Ruscello, a metà strada fra Razzuolo e Ronta, descritto qui accanto.

 


Un altro è il Ponte sul fosso di Carpineta, sotto Pulicciano, nella vecchissima via che porta anche oggi a Luco. Si percorre in macchina salendo verso Ronta quando il passaggio a livello di Panicaglia è chiuso.

 


Per ampliare sul blog



24 ott 2023 Il Passo della Colla
12 mag 2020 Le vie del commercio fra l’Adriatico e il Tirreno
8 feb 2021 Al chilometro uno
22 apr 2016 Un trekking a Casaglia
26 apr 2012 La Faentina dei Granduchi
8 nov 2012 Il Castellaccio
11 febbraio 2017 Una vestigia da recuperare
7 dic 2015 I frati di Crespino





domenica 12 aprile 2026

1911 Modigliana

Una critica 
per il sindaco
Ricerca di Claudio Mercatali



Il settimanale Il Lamone è stato il più antico periodico faentino. Mazziniano, repubblicano, anticlericale oltre modo e fuor di misura cominciò le pubblicazioni nel 1884. Nel 1898 la Curia di Faenza si attivò per fondare il settimanale Il Piccolo, in modo da contrastarlo. Nacque subito un confronto aspro fra le due testate, senza esclusione di colpi. Nel 1899 il vescovo di Faenza Gioacchino Cantagalli, soprannominato Giuvachì dall' editorialista Olindo Guerrini, stanco dei suoi insulti scomunicò Il Lamone e denunciò Guerrini. Guerrini fu condannato, la vertenza si ricompose a stento e lasciò un lungo strascico.




Adesso interessa un articolo del 1911, polemico ma garbato, nei confronti del sindaco di Modigliana, scritto da un articolista che si firma Il filio di Luviggi Zanfussi muiestro nel Seminario di Muggiana. Luviggi è un ottimo scrittore, che volutamente usa un linguaggio sgrammaticato e dialettale, ma conosce molto bene la grammatica e la sintassi. Leggiamo:



Clicca sulle immagini
per avere
una comoda lettura



... E voi se avete piacere che tutti faciano quelo che voi ordinate nel vostro manifesto programa, cominciate a dare il buono esempio e così nessuno potrà atacarvi col dirvi che fate come il padre Zapata che predicava bene e ruzolava male, col quale mi dico

Il filio di Luviggi Zanfussi muiestro nel Seminario di Mugiana.




mercoledì 1 aprile 2026

Un confronto fra la storia di Firenze e Ravenna

Il diverso governo nella Romagna Toscana
e nello Stato Pontificio

Ricerca di Claudio Mercatali



Le province di Firenze e Ravenna sono confinanti ma hanno avuto dei percorsi storici del tutto differenti. Nel 568 d.C. la discesa dei Longobardi divaricò le sorti di queste due città, che poi per 1300 anni (fino al 1861) andarono ognuna per conto suo.


La prima divaricazione storica

Nel 568 d.C. in Toscana arrivarono i Longobardi dal Passo della Cisa, guidati dal mitico duca Gummarith, del quale si sanno solo cose leggendarie, fondatore del Ducato di Tuscia con capitale a Lucca. 


I Longobardi si allargarono in tutta la Toscana fino oltre il crinale dell’appennino ma non riuscirono ad estendersi nella Romagna, che rimase sotto i Bizantini di Ravenna, difesa dall’Adriatico con la flotta (i Longobardi non andavano per mare). Questa è la disastrosa divisione dell’ Italia, della quale rimane il ricordo nei nomi Lombardia (= Longobardia) ed Emilia Romagna (= dei Romani, cioè dei Bizantini).



La seconda divaricazione

Il 751 il re longobardo Astolfo prese Ravenna, ma il papa chiamò i Franchi che lo sconfissero e attribuirono la Romagna al Papa, creando di fatto un potere pontificio che fu a lungo teorico ma che creò una base di diritto e impedì il formarsi di signorie indipendenti. 


In Romagna si governava sotto il suggello pontificio, in modo più o meno indipendente e anche a lungo, ma non contro la volontà di Roma. Invece in Toscana si formarono dei veri Stati, come le Repubbliche di Lucca, di Siena, la Marinara di Pisa, e il Comune di Firenze, che piano piano le assorbì tutte nel Trecento, nel Quattrocento e nel Cinquecento.



La terza divaricazione

Nel Cinquecento a Firenze si formò il Granducato e i Medici dopo governarono più o meno bene e senza contrasti interni fino al 1737 quando morì Giangastone l’ultimo di loro, senza figli. Arrivarono gli Asburgo Lorena, fino al 1861e anche questo fu un secolo di stabilità e buon governo. Invece in Romagna il Cinquecento passò fra lotte cittadine truci. Ci fu anche una vicenda drammatica e unica, quella di Valentino Borgia, figlio del papa, che provò a conquistarla tutta e poi la riconquista di Giulio II che fondò lo Stato Pontificio.


Nel Settecento il sistema di governo dei Lorena Asburgo e quello Papalino erano diversi come più non si potrebbe. Il primo laico, il secondo confessionale e paternalistico. I Lorena governavano con funzionari granducali e Vicari e li cambiavano spesso in modo che non avessero il tempo di formare delle clientele. I Comuni eleggevano ogni sei mesi un Gonfaloniere e il Consiglio comunale (votavano solo i benestanti maschi). Invece lo Stato della Chiesa nominava i Legati pontifici e i Governatori dei vari comuni su indicazione dei vescovi. Qui si votava poco e quasi tutte le cose importanti erano sotto la supervisione delle Curie. Il Legato, come dice il nome latino, è una persona vincolata a ben precisi obblighi. Non può prendere iniziative al di fuori di questi se non è autorizzato. Invece il Gonfaloniere era una persona che presiedeva un Consiglio Comunale eletto e aveva più margini di manovra.


Ora veniamo a noi: se si legge la storia di Brisighella scritta da Antonio Metelli (un capolavoro) bisogna mettersi in questo ordine di idee perché si incontrano ad ogni pié sospinto delle figure che qui da noi a Marradi, ma anche a Modigliana e a Tredozio non esistono e sono appunto: il Governatore, il Cardinal Legato il Messo Pontificio, e il Vicario di Romagna. Tutti i 14 comuni della Romagna Toscana (Marradi, Palazzuolo, Modigliana, Tredozio, San Benedetto, Rocca San Cassiano, Dovadola, Castrocaro, Premilcuore, Santa Sofia, Galeata, Sorbano, Verghereto e Bagno di Romagna) fino all’ Unità d’Italia sono stati sotto Firenze e hanno vissuto le vicende storiche di questa provincia, ignorando in sostanza le vicissitudini dei paesi della bassa collina romagnola, che potete leggere nella storia qui accanto.