né da morto si avrà ragione
di me" (Dino Campana a Diego Novaro)
Ricerca di Claudio Mercatali
La Badia a Settimo oggi.
Nel 1942 erano trascorsi dieci anni dalla morte di Dino Campana ed era venuto il tempo della rimozione della salma, come prevedevano le regole cimiteriali di allora per i defunti non richiesti dalla famiglia. Bisognava provvedere, altrimenti i resti sarebbero andati nell' ossario comune. Piero Bargellini, un letterato che poi divenne sindaco di Firenze, si era mosso per tempo e aveva raccolto qualche soldo per una nuova sepoltura, ma soprattutto era riuscito a coinvolgere il Ministro della Cultura Bottai. Così i resti del Poeta non finirono nell' ossario. Ecco come andarono le cose il giorno dell' inumazione dei resti, secondo il racconto di Vasco Pratolini sul periodico Primato del marzo 1942:

Una settimana fa, il 2 marzo, il Caffè delle Giubbe Rosse, a Firenze, era affollato più del solito ai tavoli dei "letterati". Molti di costoro appena scesi dal treno, gente che in un passato remoto o prossimo era stata di casa alle Giubbe Rosse, e anche gente che pur stando a Firenze frequenta ormai raramente il caffè. E tutti con in tasca un telegramma o una lettera di Bargellini che li convocava per la mattina dopo alla tumulazione dei resti di Dino Campana. Dicevano: "Sei venuto per Campana? " e poi nemmeno più: "Anche te ..." dicevano, e basta; una consumazione e il discorso altrimenti avviato. (va riconosciuto subito che il significato più vero e segreto della commemorazione fu dato dal pudore con cui ciascuno tenne per sé il nome di Campana, rifuggendo dal parlarne, dandosi appuntamento per la mattina dopo con disinvoltura, quasi un obbligo di amicizia reciproco). Solo in un cerchio più stretto di persone, a tarda sera, in casa di Donatella e Piero Bigongiari, s'avviò un cauto dibattito sul valore degli Inediti come poesia in sé o come documento, ma fu facile lasciarsi distrarre dai pericolosi esercizi del pittore Tomea sul cornicione della terrazza, e abbandonare l'argomento in cui era implicita una punta di mondanità. Quando uscimmo dalla casa di Bigongiari era una notte stupenda. Forse potevamo ricordare:
"L'Arno presago quietamente arena - Azzurro l'arco dell' intercolonno - Trema rigato tra i palazzi eccelsi ..."; ma tacemmo, nella gran luce azzurra e bianca.
Questi versi si riferiscono al Lungarno degli Alabardieri, vicino a Ponte Vecchio, dal quale si gode questa visuale.
Il frontespizio della rivista Primato
Campana fu rinchiuso negli ultimi quattordici anni dentro il manicomio di Castelpulci: dal 1918 al 1 marzo 1932 giorno della sua morte. In un primo tempo con accessi di follia, ribelle, e poi per anni e anni docile e buono. Campana, come ritrovando nell' ambito del suo corpo massiccio la quiete, morto a sé stesso, con i baleni di una ragionevolezza a cui lo inducevano i colloqui con il medico Pariani, e dai quali ci è pervenuta la testimonianza estrema della sua poesia, quella precisamente di tempo e di luogo di tanti suoi componimenti che l'ineffabile del canto ci aveva simboleggiati. (Ricordo che a me ragazzo Ferdinando Agnoletti parlò di Campana che egli si recava spesso a visitare). A me ragazzo le parole di Agnoletti suonavano vangelo. Usciva allora la ristampa dei Canti Orfici a cura di Bino Binazzi: fu il secondo libro di poesia che lessi, dopo la Vita Nova. Tenni a mente questi versi: "D'ignota scena fanciulla sola come una melodia ...". Agnoletti affermava che Campana in manicomio scriveva scriveva, poesie scriveva; ma non era vero. Ed oggi ancora, la mia incapacità e l'occasione mi costringono a parlare di Campana ripetendo l'aneddotica di cui è volgarmente piene la sua bibliografia.
Come un pazzo dei tanti, Campana fu sotterrato nel cimiterino di San Colombano, prossimo al manicomio. Anni fa Piero Bargellini si fece promotore di una sottoscrizione che riunisse il sufficiente a riscattare i resti del Poeta dalla fossa comune cui erano destinati. Ma la questua fu misera e il progetto sarebbe rimasto tale se non fosse intervenuto il Ministro Bottai a far restaurare una cappella della vicina chiesa di Badia a Settimo, a disporre tutto e per tutto affinché le ossa di Campana avessero la loro degna sepoltura, affinché il Segno della sua tomba restasse. (Ora come a una passeggiata festosa tra gli orti e le colline e le case misere e sonore della periferia fiorentina, potremo approdare a una cappella di mattoni a fianco della Badia, trovare ai piedi del piccolo altare una lastra che reca il nome di Campana).
Una settimana fa, il 3 marzo, dieci anni dalla sua morte, Bargellini aveva convocato i fedeli di Campana alla sua tomba. E sulla piazza della Stazione di Firenze, Bottai aveva dato loro appuntamento. Alle nove. Quasi un'alba protratta nel cielo, il fresco umido dell'alba, il sole ancora celato dietro le case. Con Bottai era Lazzari. E c'erano Papini e Attilio Vallecchi, Bargellini, E.Montale, Russo, De Robertis, Falqui, Timpanaro, Lisi, E.Rosai e Fallacara, con Papini, i soli a ricordare il volto vivo di Campana.
Giacomo Manzù Crocefissione
da Primato marzo 1942
Giacomo Manzù Crocefissione
da Primato marzo 1942
E poi Gatto, Luzi, Parronchi, Bigongiari, Bo, Seroni, Berti, Santi, Hermet, Contri. Poi, una settimana è passata, ho viaggiato in questa settimana, mi sono distratto. Poi, tanti. Ma non tanti. Trenta, quaranta. E i più in autobus giungemmo a Badia a Settimo. Questo è bello da ricordare, questo è bello che ci ricordiamo: che mai si parlò di Campana, o lo facemmo per esternarci il timore di una profanazione, d'essere già in troppi così.
C'era il sole ora, l'erba del sagrato bagnata (proprio c'era l'erba sul sagrato a Badia a Settimo, poca poca) umida di rugiada pareva. E un momento, quello solo è bello ricordare. Eravamo pigiati nella piccola cappella, a semicerchio di contro all'altare, ai pedi di questo una cassetta, di noce, con due maniglie dorate, e una targa sopra, con scritto: Dino Campana 1885 - 1932. Quel momento è bello ricordare. Il sacerdote recitò una semplice, breve orazione, fece il segno della croce, si portò su un lato. Anche noi ci facemmo il segno della croce. Poi Montale e Gatto si mossero, presero la piccola cassa ciascuno da una maniglia, la deposero nel loculo aperto sotto i due gradini dell'altare: uno spazio appena sufficiente. Gatto indugiò un attimo come indeciso, parve, che tutto fosse così semplice a fare. Montale con lo sguardo abbassato tornò fra noi. Allora Bottai si mosse dalla sinistra ove si trovava, fu per alcuni istanti dinanzi all'altare (altri s'erano mossi con lui) si volse, uscimmo. La visita alla Badia. Ritornammo alla cappella: i manovali avevano murato la lastra: Rosai e Bo vi deposero la corona di Bottai.
Fonte
Il sagrato fu allora popolato. C'erano gli studenti di lettere fiorentini, gli allievi di De Robertis. E c'era un gruppo di bambine di quattro cinque anni nemmeno, tutte in bianco, col fiocco azzurro, che tennero le manine alzate per tanto tempo, messe in fila da una suora in omaggio al ministro. Questi si recò a visitare la scuola, non so che altro. Mica si parlava di Campana. Era bello anche questo tener tutto per noi il sentimento del perché ci trovavamo lì riuniti. E senza dircelo, uno alla volta, tornavamo a rivedere la cappella con la pietra murata di fresco. La gente di Badia, che non era stata avvertita di nulla, si teneva ai margini del prato, diceva: "Sono venuti per la tomba del Poeta".
Vasco Pratolini Firenze 1913 - Roma 1991) fu scrittore e romanziere. Nel 1938 fu uno dei fondatori della rivista di critica letteraria Campo di Marte, chiusa quasi subito dai Fascisti.
Fonte
Rivista letteraria Primato. Le illustrazioni in bianco e nero provengono dai numeri della rivista del 1942.










