Lanfranco Raparo, Marradi

Lanfranco Raparo, Marradi
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domenica 6 giugno 2021

La Civiltà Curtense nell'Alto Medioevo

Vita e vicende 
nel territorio di Marradi
Ricerca di Claudio Mercatali



La Corte medioevale era l'insieme di edifici da dove il Signore del luogo controllava il territorio. L’ economia curtense che si sviluppò in questi insediamenti fu soprattutto agricola, chiusa, di pura sussistenza, con la plebe sottoposta a regole penalizzanti a favore del padrone. La struttura urbanistica aveva dei canoni precisi: in posizione prevalente c’era il castellare e nei pressi le stalle, i granai, i magazzini, le umili case dei servi, un molino e una chiesetta. Di solito vicino al castellare e in posizione sottostante c’era la casa del fattore, spesso fortificata perché questa persona non sempre era amata. 


 

Lui decideva la ripartizione dei raccolti, lo stoccaggio delle derrate, la gestione dei magazzini e a volte anche la definizione delle controversie. Il nome deriva infatti dal verbo latino facio, e significa “colui che fa”. Al Dominus spettava un terzo del raccolto più un certo numero di giornate lavorative gratuite sui suoi territori. C’era anche una parte di terreno incolto, di boschi, torrenti e prati, dove si poteva cacciare e pescare.




LE CORTI A MARRADI

Non è chiaro come fosse ripartito il territorio di Marradi nell’anno Mille o prima e non si sa quante Corti vi fossero. Di certo molte, controllate dalle famiglie Ubaldini, Pagani e Guidi spesso imparentate fra loro con una serie di matrimoni d’amore o di comodo nei quali è difficile orientarsi. In linea di massima gli Ubaldini controllavano il territorio verso le alte valli del Senio e del Lamone, i Pagani signoreggiavano nella zona di Gamberaldi e Badia di Susinana e i Conti Guidi nelle terre della valle Acerreta fino a Modigliana e oltre. Però questi territori cambiarono spesso in estensione, a seconda della fortuna di queste famiglie.



 
LE TRACCE NEI NOMI 

La Corte era divisa in:
1) Pars dominica coltivata dal Dominus, che naturalmente era la migliore. Forse il nome del podere Cà Dominici (al confine con Brisighella dalla parte di Galliana) deriva da questo.

2) Pars massaricia, gestita dai contadini e divisa in mansi, cioè in porzioni di un quarto di ettaro dove il servo aveva l’obbligo di risiedere. 





Manso è infatti una parola derivata dal latino manère, rimanere, e ha dato origine qui da noi ai cognomi Manenti, Manetti, Massari e ai toponimi Prati di Mansalto (oltre Prato all’albero, a Casaglia), Masseto (a Crespino) Mansino (a Lutirano). Il Signore si circondava di amici, protetti e guardie, i cosiddetti drusi o vassi e queste figure hanno lasciato traccia nella toponomastica di Marradi: il Drùdolo (podere a Camurano) era del “piccolo druso”, Boldrùda (Popolano) era il podere della serva e la vigna della Vassanàra (a Cardeto) era di un servo del signore del Castellone.

 

LE CORTI DI SANT’ADRIANO 
E POPOLANO

Questa zona ha molte caratteristiche che ricordano la Corte medioevale. A sant’Adriano ci sono le rovine e la memoria del castellare di Benclaro, in un poggio sovrastante, la casa torre del fattore o del Dominus al podere Casa Cappello, il molino, la chiesetta, un nucleo antico di edifici che si vedono nella cartografia del Cinquecento. 







Anche a Popolano c’era un castellare e sulle sue rovine venne poi costruita la chiesa e il campanile. C’era anche un molino, che nella cartografia del Cinquecento è a ruota, una soluzione insolita qui da noi. Oltre a queste notizie c'è un certo numero di documenti che parlano della vita nelle corti medioevali:




Decimo secolo
Nelle carte Rossini della Biblioteca Comunale di Faenza c’è il rescritto di un contratto del 12 febbraio 909 per la concessione a livello (in affitto) di alcuni terreni alla Badia di Campora, in cambio di un canone e di una prestazione d’opera gratuita a favore dell’Arcivescovado di Ravenna, proprietario della Corte di Sant’Adriano.


 
Undicesimo secolo
Dai contratti antichi dell’archivio Diplomatico di Firenze sappiamo che i monaci della Badia del Borgo controllavano la zona di Marradi fino a Popolano e Sant’Adriano.
Il 6 ottobre 1025 i monaci chiesero al conte Guido di Modigliana di difenderli: "Promessa fatta dal Conte Guido Guerra a Donato abate del Monastero di S.Reparata di difendere il Castello di Marato nelle di cui coste esistevano tre mansi ed una casa del monastero".  Rogato da Gerardo notaro.
Il 6 marzo 1072 i monaci stipularono un altro contratto interessante, trentennale, di enfitéusi: "Conferma di livello (= affitto) per ventinove anni alla volta di un manso di terra posto in luogo detto Rio Cavo (è forse l’attuale podere Valcava, a Popolano) fatto da Guido del fu Corbulo Accio prete monaco ed abate del Monastero di S.Reparata, la quale terra era già stata data a livello dal predetto Corbulo al suddetto Monastero col canone di otto moggia di lino, sette manne, tre brocche di vino, un quarto di grano mondo, un pollo e altro".   Rogato da Adalberto notaro.



Dodicesimo secolo
Il Comune di Faenza faceva parte della Lega di Pontida in quanto alleato di Bologna. Dopo la vittoria di Legnano contro l’imperatore Barbarossa e la conseguente Pace di Costanza nel 1183 i comuni della Lega si affrancarono dai vincoli con il Sacro Romano Impero, ma la cosa non fu gratis. L’imperatore pretese un canone di 2000 lire all’anno che i liberi comuni, volenti o nolenti, si dovettero accollare. Anche a Faenza toccò una parte dell’onere e naturalmente lo caricò sui cittadini e gli abitanti della valle, che si ribellarono. Dal Chronicon di Agostino Tolosano, uno storico faentino dell’epoca, apprendiamo che i cavalieri faentini arrivarono minacciosi a Sant’Adriano e assalirono il podere Montebello, dove però furono sopraffatti dall’ira dei santadrianesi che non volevano pagare. Il fatto è raccontato nel post indicato nella bibliografia qui sotto. Ora interessa notare che fra i padroni della media valle oltre l’Arcivescovado di Ravenna e i monaci della Badia del Borgo compare l’aggressivo Comune di Faenza, visto che era in grado di pretendere i tributi.


Tredicesimo secolo
Nel 1302 morì a Casa Cappello il feudatario Maghinardo Pagani, fondatore di Brisighella, signore pro tempore di Faenza e per tradizione di famiglia feudatario alla Badia di Susinana. Nella seconda metà del ‘200 era stato il principale signore della valle. Per chi ne vuole sapere di più c’è una bibliografia in fondo a questo articolo. Ora interessa notare che il Dominus era cambiato di nuovo e il Comune di Faenza in questo tempo ebbe solo in parte in controllo del territorio.

Quattordicesimo secolo
Nella prima metà del Trecento si instaurano a Marradi i Conti Manfredi, parenti e rivali dei Manfredi di Faenza. Dominavano fino al castello di San Martino in Gattara e controllavano la piana di Sant’Adriano. Giovanni Manfredi, suo figlio Amerigo, e suo nipote Ludovico governarono fino al 1428 con una lunga serie di alti e bassi, com’era di regola in quei tempi.


Il Castellone di Marradi nel primo Novecento
Quindicesimo secolo

Nel 1428 i Fiorentini conquistarono il Castellone di Marradi. Il commissario Averardo de’ Medici assunse il comando delle operazioni e l’assedio si concluse in un mese. Dai suoi diari, che sono conservati all’ Archivio di Stato di Firenze, risulta che non fu semplice convincere gli abitanti di Fiumara e di Scola (Popolano e Sant’Adriano) a prestare giuramento a Firenze abbandonando il tradizionale legame con Faenza.


 

LA CORTE DI SAN MARTINO IN GATTARA

Anche la zona di San Martino ha le caratteristiche di una Corte. In cima al poggio c’era un vero e proprio castello, ancora visibile nella cartografia del ‘500 dell’Archivio di Stato di Roma, una chiesa antica e il Molino di San Zeno. E’ probabile che questa Corte fosse distinta da quella di Sant’Adriano, perché aveva un proprio castello in posizione dominante, di fronte a Benclaro e di solito un Dominus per evidenti ragioni di comando non consentiva che nel suo territorio ci fossero due fortilizi.
Lo storico faentino del ‘200 Agostino Tolosano nel Chronicon dice che il “Castrum Gattariae” ai tempi suoi era della Chiesa, concesso a un certo Amatore, figlio di Ugolino di Teodorico. Nel 1216 i faentini, stanchi dei suoi soprusi, lo assalirono e distrussero le due alte torri. Fu ricostruito e passò a Fantolino di Albertino degli Accarisi. Lo storico Cavina scrive che nel 1289 il castello fu venduto a Maghinardo Pagani che lo lasciò in eredità alla figlia Francesca, che non seppe governarlo e lo vendette ai Manfredi di Faenza. Secondo il censimento del Cardinale Anglic (1371) il Castrum aveva otto Focularia (famiglie) e un castellano. Nel 1376 il fortilizio fu venduto al comune di Firenze che ne diede il comando ai Manfredi del ramo di Marradi. Pessima scelta perché essi, in lotta continua con i cugini Manfredi di Faenza, lo cedettero a loro in occasione di qualche compromesso, scatenando la collera dei Fiorentini. Secondo la corrispondenza di Giovanni Manfredi conservata all’Archivio di Stato di Firenze questa accusa fu la ragione per cui nel 1428 il conte Ludovico Manfredi, ultimo signore di Marradi fu imprigionato nel carcere fiorentino delle Stinche e mai più liberato. Tutti questi passaggi incidevano poco sulla vita e il benessere degli abitanti, perché i contratti servili più o meno erano gli stessi indipendentemente da chi comandava al castellare.

LA CORTE DI SAN CASSIANO

C’era una Corte anche qui, con il castello ancora visibile sopra al paese, il molino, la chiesa e ottimi poderi da grano, come Torricella e Camminatella. Il confine con San Martino all’epoca era circa al podere Loiano, che ancora oggi ha una bella torre tonda che compare un una cartina del ‘600. Il territorio si estendeva nella valletta di Boesimo con un confine torto che poi provocò una disputa secolare fra lo Stato Pontificio e il Granducato, risolta bonariamente solo nel ‘700. Il castrum Sancti Cassiani nel Medioevo fu soggetto alle solite guerriglie: nel 1292 era della famiglia Fantolini ma fu assalito dall’ immancabile Maghinardo Pagani e Alessandro dei Conti Guidi di Roména (una località del Casentino), marito di Caterina Fantolini cercò di difenderlo, però Maghinardo profittò di una siccità e nel giro di poco lo espugnò e lo demolì. Ricostruito nel 1321 da Francesco Manfredi, nel 1368 si arrese alle truppe pontificie condotte dal cardinale Anglic. Nel 1413 l’antipapa Giovanni XXIII lo concesse a Ludovico Manfredi, ma nel 1432 se ne impossessò Galeazzo Manfredi, conte di Faenza e poi rimase sempre sotto lo Stato della Chiesa. (da Rocche e Castelli di Romagna di AA.vv.)

Tutte queste intricate vicende cessarono nel 1428 quando il territorio di San Cassiano e San Martino passò definitivamente alla signoria dei Manfredi di Faenza e i territori di Marradi, Modigliana e Tredozio passarono sotto Firenze.
In questi comuni i castellari e i fortilizi delle Corti furono demoliti. Era un gesto dal preciso significato politico: la Città non governava come facevano i signorotti arroccati sui cocuzzoli ma con i Commissari della Signoria e i Gonfalonieri, che risiedevano nel Palazzo Pretorio sulla piazza centrale dei paesi. Così lentamente qui da noi si superò il Medioevo e finì l’organizzazione curtense durata per tanti secoli.


Per approfondire
Cerca nell'indice cronologico del blog questi articoli oppure digita le parole in grassetto nella casella di ricerca, in alto a destra nella home page del sito.

6 luglio 2018 La Badia di Susinana
16 luglio 2017 Campora di sotto
10 giugno 2017 La Pace di Costanza qui da noi
23 luglio 2016 Undici contratti di vendite medioevali fatti a Marradi

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domenica 18 aprile 2021

Razzuolo

Un paesino con un monastero 
dell'anno Mille
ricerca di Claudio Mercatali



Razzuolo è un paesino composto da una trentina di edifici, incassato nell'alta valle del torrente Ensa, a 11 km da Borgo San Lorenzo e a 5km dal Passo della Colla. Chi scende dal passo quando arriva lì ha la sensazione, errata, di essere quasi alla base del monte ma in realtà Razzuolo è un centinaio di metri più alto di Crespino. 



Era una tappa per chi voleva valicare l'appennino quando ancora non c'era la strada: chi partiva da Borgo San Lorenzo dopo 3 miglia (4,9km) arrivava a Ronta dove c'era la fonte per sé e per il suo cavallo, e poi di tre miglia in tre miglia arrivava a Razzuolo, alla Colla, a Casaglia, a Crespino, a Fantino e a Marradi. Questo borghetto schiacciato fra i monti sembra insignificante e invece ha una storia millenaria. Ecco un riassunto delle cose più importanti.

Don Giovanni Gualberto nacque a Firenze nel 985 e circa nel 1010 costituì una famiglia monastica, riconosciuta dal vescovo di Fiesole. Fondò nel 1015 il monastero di Acqua Bella (detto in seguito Vallombrosa) e poi l’Abbazia di Moscheta (1034). 


Poco dopo il 1047 fondò a Razzuolo la terza Badia vallombrosana dedicandola a San Paolo, e la affidò all’abate Teuzzone e ad altri otto monaci suoi seguaci. Citata in una bolla di Pasquale II del 1115 e poi in un’altra di Innocenzo III del 1198, la Badia aveva un ospizio per i poveri, per i pellegrini e qualche giaciglio per chi era senza dimora. Dopo Teuzzone, in epoca più tarda, furono abati il Beato Alberto, fiorentino, e poi Antonio e Francesco Della Casa. Alla metà del Duecento il cardinale Ottaviano degli Ubaldini, signore di tante terre nel Mugello, per fasi perdonare qualcuno dei suoi peccati , offrì al monastero il possesso di Razzuolo e della Crucifera (alla Colla di Casaglia), luoghi adatti per la vita monastica.



Nel Seicento i monaci abbandonarono Razzuolo per trasferirsi nella sede di Ronta, alla chiesa della Priorìa, e la Badia perse di importanza.

Il monastero fu ristrutturato nel 1687 e nel 1730, ma poi il granduca Leopoldo I ne decretò la chiusura alla fine di quel secolo. L’edificio della Badia di Razzuolo era un intralcio per il transito sulla nuova Faentina granducale e per allargare la strada fu demolita l’abside della chiesa, riducendola allo stato in cui è ora. 


Furono modificati il transetto, il coro e l’altare maggiore, sotto al quale forse c’era la tomba del Beato Teuzzone. Così oggi è difficile riconoscere la struttura originaria.





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San Paolo a Razzuolo è la chiesa parrocchiale, che in origine era parte del monastero. L'accesso era dalla parte opposta rispetto a quello odierno, ma la chiesa fu voltata di 180 gradi (!) alla fine del Settecento, in modo da avere la facciata verso la nuova strada granducale, che corrisponde alla strada maestra attuale.


La via medioevale è dietro alla chiesa e la vede bene chi ha la curiosità di girare attorno all'edificio.

Tutto il valico era brullo, con le rocce bene in vista, irriconoscibile rispetto a quello odierno.



 

giovedì 8 giugno 2017

A cena con l'abate Azzo e il romito Teuzzone

Le eulogie dei monaci   
della Badia del Borgo
Ricerca di Claudio Mercatali

  

Che cos’è un’eulogia? “Eu” in greco significa “bene” e “logos” è “il discorso”. Dunque l’eulogia è una benedizione, un augurio accompagnato da un dono.
Lasciamo dire a Diego de Franchi, frate vallombrosano e abate della Badia di Ripoli nel 1640 e fidiamoci di don Ascanio Tamburini, di Marradi,  generale dei Vallombrosani in quello stesso periodo, che firmò l’imprimatur, cioè il permesso di stampa per quello che stiamo per leggere.


   
In faucibus Romandiolae est Monasteri Santae Reparatae  nihil admodum admenitatis habes; in quo Abbatem Azzonem virum sane innocentium, atque piissimus creavit …




Noi diciamo: all’ imbocco della Romagna c’è il Monastero di Santa Reparata che non ha nessuna comodità; nel quale (il fondatore San Gualberto) nominò  abate Azzo, uomo puro e molto pio …



Chi era costui? Secondo i documenti che stiamo leggendo fu il primo abate della Badia del Borgo, designato da San Gualberto,  patriarca dei Vallombrosani, poco dopo l’anno Mille. Prima, quando era un semplice frate, fu inviato in missione presso il romito Teuzzone, della Badia Fiorentina:




… ove con gli esempi di penitenza, e con sana dottrina illuminava le tenebre di quei Cittadini
(... i Fiorentini).

Non sappiamo  come si ingegnarono  Azzo e Teuzzone per liberare i Fiorentini dal Peccato, però sappiamo che Azzo si presentò con un dono di “herbette” cioè:  “leguminibus vel oleribus  vel pomis”  (con dei legumi, o delle verdure o dei pomi). Era normale, perché:

… Monachi vel  solis leguminibus, vel oleribus tantum, vel pomis vitam, iugiter transficiebant … vel fichis…”. (I Monaci solo con i legumi o verdure o  pomi trascorrevano la  vita
 … o con dei fichi …).


Una tris da frati: fagioli, ceci e lenticchie

Insomma nell’ anno Mille (circa) a cena con Azzo e Teuzzone che cosa avremmo trovato in tavola?

I “pomis” non sono i pomodori, che vennero dall’ America dopo  il 1492 e qui siamo quattro secoli prima. In botanica, il pomo (dal latino pōmum) è il frutto di piante della famiglia delle Rosacee, fra cui il melo, il pero, il cotogno e le nespole. Dunque avremmo finito la cena con una mela, una pera cotta o un fico, dopo un primo di leguminose a scelta: lenticchie e fagioli, oppure ceci, piselli, fave o qualche altra mistura di questi a scelta vostra, con un po’ d’olio. 

Siete abituati a zuccherare le mele cotte?
A quei tempi non avreste potuto farlo perché anche lo zucchero da cucina è arrivato dall’ America.
I frati del Medioevo zucchereravano con il miele. Preferite il miele d’acacia? Non avreste potuto usare nemmeno quello, perché la Robinia Pseudoacacia si è diffusa in Europa nel Settecento, prima come pianta ornamentale e poi come essenza spontanea e invasiva.
Azzo era della Badia del Borgo e forse vi avrebbe dato il miele di castagno, che i monaci avevano in abbondanza perché gli enormi castagneti di Pian della Quercia e Monte Rotondo (due poderi sopra al monastero) erano i loro.

Non vi piace? 
Allora avreste potuto usare un miele fatto dai fiori nostrani, come il corbezzolo e la lupinella, oppure una melata ...  Che cos'è la melata? ... Chiedete ai negozi di miele di Marradi e sapranno spiegarvi meglio di quanto si possa fare ora qui e di certo rimarrete sorpresi. . E poi consolatevi pensando che i frati antichi erano dei penitenti,  e di rado mangiavano carne di porco e cibi ricchi.

I frati erano contenti ?
Questa era la Regola, però ogni tanto qualcuno si lamentava, come ci dice il frate Serafino Razzi nel suo libro Giardino d’essempi, overo fiori della vite de’ Santi

 “Essendosi fatto religioso un certo nobile giovane, dove prima nel secolo era pallido e scolorito, per la sacra astinenza e la vita regolata che si effettuava il quel monasterio, divenne in poco tempo di buon colore, fresco e giocondo ed essendo venuto a visitarlo il Vescovo e vedendolo con così buona  cera, gli domandò come aveva fatto a divenire così colorito e bello.







A cui il giovane rispose la causa di ciò essere stata peroché nel monasterio  egli viveva uniformemente e decentemente. Onde dalla uniformità del cibo egli aveva la sanità e dalla decenza la bellezza.

Addimandando il Vescovo la qualità del cibo che aveva mangiato, il giovane rispose che quel dì aveva mangiato piselli e herbe e il dì avanti herbe e piselli e l'altro? Herbe, disse, con piselli: "Pisa cum olèribus, òlera cum pisis, pisa et òlera, òlera et pisa". Il Vescovo riconobbe i proverbi essere veri, i quali dicono la varietà dei cibi essere pestilenziale e la natura di poco cibo e uniforme più si contenta e si mantiene”.
 
Io Serafino Razzi
da Fiesole il dì 6 giugno 1595, della mia negligentemente impiegata età, sessagesimoterzo anno.

Dunque per rimanere sani e belli potreste seguire il consiglio del Vescovo, però tenete conto che i dietologi consigliano il contrario, cioè una dieta variata il più possibile.

sabato 23 luglio 2016

Dall'Archivio Diplomatico di Firenze

Undici contratti 
medioevali fatti a Marradi
ricerca di Claudio Mercatali



Il complesso archivistico detto Diplomatico, dell'Archivio di Stato di Firenze, consiste in 144.000 pergamene arrotolate, antichissime. Comprende centinaia di fondi, ossia tante raccolte di lettere provenienti da varie destinazioni, accumulate a partire dal 1778. 
Per averne un'idea chiara bisognerebbe frequentare l'archivio, che è una chicca per i pochi appassionati di queste ricerche, e una noia per tutti gli altri. Perciò i riferimenti e gli originali sono in fondo a questo articolo, e ora useremo solo i regesti d'epoca (= i riassunti).

Riguardo a Marradi, che cosa c'è nel Diplomatico, nel periodo 1000 - 1200? Per saperlo bisogna scorrere i "tomi degli spogli" (i cataloghi sintetici) della Badia di Ripoli, che era il convento nel quale venivano conservati gli atti della Badia di Santa Reparata al Salto, o nelle Alpi, ossia della Badia del Borgo.




Eccoci al punto che ci interessa. Nel Medioevo la Badia del Borgo era il centro di potere di gran lunga più importante dell'alta valle del Lamone. I marradesi salivano dal paese per pagare ai monaci le provvigioni e i vari balzelli, oltre che per pregare. Nel chiosco si stilavano anche i contratti di vendita dei terreni e sono appunto questi i primi documenti della storia di Marradi. Leggiamo i "regesti" più belli fra quelli conservati nel Diplomatico:
 





6 ottobre 1025 
La promessa di Guido

I monaci della Badia si rivolgevano ai feudatari locali per farsi difendere, in questo caso a Guido di Modigliana. I Conti Guidi non lavoravano gratis, erano abbastanza rapaci, e di certo avranno preteso qualche pagamento dai monaci e dai marradesi. Leggiamo:
"Promessa fatta dal Conte Guido Guerra figlio del fu Guido Guerra a Donato abate del Monastero di S.Reparata di difendere e salvare il Castello di Marato nelle di cui coste esistevano tre mansi ed una casa di pertinenza di detto monastero".  Rogato da Gerardo notaro.

2 dicembre 1070   Ebulo vende il podere ai monaci

"Ebulo del fu Bernardo dà l'investitura a don Azio abate del Monastero di S.Reparata di tutta la terra che egli possiede nel luogo detto Campigno, e ritira a titolo di prezzo soldi trentaquattro di Moneta Lucchese, qual investitura per presa, in presenza di Alberto da Tellione della Terra di Faenza".
 



6 marzo 1072 
L'affitto

"Conferma di livello (= affitto)  da rinnovarsi ogni ventinove anni alla volta di un manso di terra posto in luogo detto Rio Cavo fatto da Guido del fu Corbulo ad Accio prete monaco ed abate del Monastero di S.Reparata, ove fu edificata una chiesa in Alpi a Salto, la quale terra era già stata data a livello dal predetto Corbulo al suddetto Monastero col canone di otto moggia di lino, sette manne, tre brocche di vino, un quarto di grano mondo, un pollo e altro".
Rogato da Adalberto notaro.

NOTA: Un manso, dal latino manère = rimanere era un pezzo di terra di un quarto di ettaro e chi lo prendeva era obbligato a risiedere.



23 gennaio 1084   
La vendita di un pezzo di terra

"Vendita dell'intiera metà di un pezzo di terra posto nel luogo detto Pianèla (?) fatta da Pietro figlio del fu Azzo alla chiesa del Monastero di S.Reparata posto a Salto per un prezzo di soldi tre".
Fatto in Marciano (Marciana era l'antico nome di jum Maré), giudicatura fiorentina, rogante iovanni notaro.



25 agosto 1097
Da un frate all'altro

"Don Alberto, abate del monastero di S.Reparata posto a Salto concede a don Placido abate del Monastero di S.Maria posto a Crispina l'intera chiesa e oratorio di S.Eufemia posto a Ruvina assieme alle terre, vigne e due appartenenze eccettuato la sola chiesa e oratorio posto presso il castello detto Ruvina affinché vi fossero celebrati i divini uffizi con l'obbligo a detto don Placido di pagare l'annua pensione di un denaro lucchese".
Fatto nel Monastero di Crispina, Giudicatura fiorentina


 






Sopra: la Badia di Crespino.
Sotto: il podere Rovina
(a S.Eufemia).





Questo documento dimostra che i monaci della Badia avevano interessi fino a S.Eufemia e oltre.
"Rovina" è un podere in collina, lungo la strada che da S. Eufemia porta a Modigliana.







25 gennaio 1113 
La vendita del castagneto

"Vendita di un pezzo di terra a castagneto posto in luogo detto Rio di Pratale fatta da Donnuccio figlio del fu Pietro col consenso di donna Ermingarda sua moglie al Monastero di S.Reparata posto a Rio dei Salto per il prezzo di soldi quattro. Fatto a S.Lorenzo". Rogita Gerardo, notaro.












1123 (senza data) Uno scambio fra Mainardo
da Castellonchi e l'abate Guido

"Ricordo di una permuta per la quale don Lucio monaco del Monastero di S.Reparata insieme a don Guido abate del medesimo danno ai figli del fu Mainardo da Castellonchio la terra che di là dal fiume chiamato Alimone e ricevono in cambio dai suddetti figli di Mainardo un'altra nel luogo detto Fulignano".
Fulignano è l'antico nome del centro di Marradi.







22 gennaio 1126    Le promesse

"Investitura data dagli uomini di Popullano a don Domenico abate del Monastero di S.Reparata ed ai monaci del medesimo del loro Borgo uomini con alcune vicendevoli promesse fatte tra loro".
Rogante Gerardo, notaro, copiò Ridulfo da Faenza, notaro. Collazionavano Rustichello e Jacopo, notari.


 

23 febbraio 1157  Monte Rotondo


"Rinuncia fatta da Guido del fu Lucio nelle mani di don Giovanni abate del Monastero di S.Reparata di tutta la terra posta nel luogo detto Monte Rotundolo (Monte Rotondo, sopra alla Badia).
Fatta nel chiostro del Monastero".




Monte Rotondo 
(quadro di Flavio Billi)


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se le vuoi ingrandire




29 agosto 1168  Il privilegio

"Privilegio di Alessandro papa terzo col quale ad istanza dell' abate del Monastero di S.Maria di Crispina e dei monaci del medesimo riceve sotto la sua protezione il detto Monastero ordinando che vivano secondo l' Ordine di san Benedetto e la Regola dei Vallombrosani. Sottoscritta dal papa Alessandro".

Dato in Benevento per mano di Graziano, arcidiacono della Chiesa Romana.




1 maggio 1223   
La chiesa di Marzana

"Vendita di un pezzo di terra posto in iudicato (= pignorato) da Giovanni da Biforco e da Ruggero suo figlio a don Iacopo abate del Monastero di S.Reparata nell'Alpi dell'Ordine Vallombrosano comprante per detto monastero per il qual pezzo di terra pagò staia dieci di grano. (Uno staio fiorentino era una misura granaria pari a circa 25 litri).

Fatto presso la chiesa di S.Lorenzo in Marzana, rogante Martino, notaro.


Dov'è questa chiesa? E' la chiesa arcipretale, perché "Marzana" o "Marzanella" era la parte del paese oltre il Lamone, verso Faenza.




E ora una chicca per gli appassionati di paleoscrittura. Qui accanto ci sono gli originali di quattro  contratti descritti prima.





  
Fonte: Archivio Diplomatico, tomo di spogli n°72, Badia di Ripoli, contratti di compravendite a Marradi. Qui sotto il primo numero indica l'anno del documento e il secondo, fra parentesi, l'immagine digitalizzata. 






I documenti non evidenziati non sono stati usati in questo articolo.
Altri contratti sono in "La via del grano e del sale", di Giuseppe Matulli.

 1025 (9), 1057 (10), 1070 (11), 1072 (11,12), 1084 (14), 1091 (17), 1097 (18), 1113 (19), 1123 (23), 1126 (23), 1130 (24), 1157 (32), 1167 (35), 1168 (36),1187 (41), 1196 (46), 1206 (47), 1226 (57).

  
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C'è qualche sottolineatura
 per evidenziare un po' i nomi
 più importanti:

Castellunclo = castellone, 
Fulignano = è il centro del paese, l'odierna via Fabroni 
Popullano, Capigno, sono
nomi deformati ma chiari
Vallunclo (?) ....