Lanfranco Raparo, Marradi

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giovedì 24 novembre 2022

E Lunêri di Smémbar

Il calendario della Romagna



E Lunêri di Smémbar (il lunario dei poveri diavoli) si pubblica a Faenza dal 1845 quando un gruppo di amici faentini lo creò durante una cena. Fra questi c’era anche Romolo Liverani, il noto pittore di tanti scorci di Faenza e della valle del Lamone. 
È un foglio da appendere di 70 x 50cm cm. La prima parte è una zirudèla (una filastrocca in dialetto) sull’anno passato, illustrata da vignette. La seconda parte è il calendario e lunario vero e proprio: feste religiose, santi, orari dell' alba e del tramonto. Di solito esce l’11 novembre, San Martino. Nacque dalla credenza secondo cui le fasi lunari influenzano le attività agricole, la semina e la vendemmia.


Come gli almanacchi e i calendari era per ricordare le cose da fare e si vendeva in dicembre, nelle edicole e per strada, come spiega l'articolo qui accanto. 





E' in edicola anche quest'anno.
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Per altri articoli su questo tema digita "Il dialetto" nell'Archivio tematico.

mercoledì 18 maggio 2022

Clà voia d'andé a Maré

Un giro in bicicletta 
e un acquazzone

Articolo di Bruno Fabbri




La strada del Passo della Colla, come del resto le strade sorelle del Muraglione, del Giogo e della Futa sono le quattro possibilità di entrata nel Mugello dalla Romagna. Queste vie sono amatissime dai motociclisti e dai ciclisti delle due regioni che in ogni stagione si accaniscono lungo i tornanti fino ai valichi .
Questo qui sotto è un articolo in dialetto faentino scritto da un ciclista che con un gruppo di amici parte con destinazione Marradi. Però a mezza strada succede che ...





















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La Ludla, la favilla, è il periodico dell' Associazione Friedrich Schurr, per valorizzre il patrimonio culturale romagnolo. Questo professore austriaco nel primo Novecento studiò a fondo il nostro dialetto, venne in Romagna e andò in molti paesi, di certo a Palazzuolo e forse anche a Marradi. A lui si devono tante regole per la scrittura del dialetto, che essendo una lingua solo orale non aveva nessuna regola codificata per lo scritto. 
Lui stesso raccontò che durante la Prima Guerra Mondiale aveva ottenuto il permesso di girare nei campi di concentramento austriaci per intervistare i prigionieri romagnoli, e registrava con uno dei primi magnetofoni la loro voce per avere la pronuncia esatta di ogni parola.


Per approfondire
Apri la cartella Il Dialetto nel tematico del blog. 

giovedì 18 novembre 2021

Te lo dico ... in Marradese

Tanti modi di dire in dialetto 
Ricerca di Claudio Mercatali 



Un modo di dire è un’ espressione dal doppio senso: uno figurativo e uno letterale e il primo illustra il secondo. Un esempio classico è la frase “vuotare il sacco” per dire “confessare un fatto, riferire tutto”. Ogni lingua ha i suoi modi di dire e oggi interessano quelli del Romagnolo parlato a Marradi. 

Quando si affronta il tema dei detti dialettali si rischia il più acceso campanilismo, perché ognuno pensa in cuor suo che la sua parlata abbia qualcosa in più delle altre e che i modi di dire in uso nella sua zona siano gli originali esportati poi altrove. Per evitare questo occorre chiarire che i detti qui di seguito sono comuni nel dialetto marradese corrente ma non si sa se sono stati inventati in questa zona e non sono più arguti di quelli in uso in altre realtà dialettali. Leggiamo:


E cȃn ed du padrǒn os morè ed fȃm 

Una punta di arguzia per significare che le cose a metà spesso sono trascurate da entrambi i proprietari. 

Non è il caso di questo cane bello grasso. 






Fèr con fèr o sguigna
Uno dei motti più noti del particolare dialetto di Campigno: significa che due pezzi di ferro senza guarnizione non legano, cioè due persone rigide sono poco solidali. Se le cose vanno avanti lo stesso il detto ha un seguito: ... però e trȇn o và ...

Do con pasa e chéld 
όn pasa gnȃnc e frèdd
E' un altro detto campignese, una specie di enunciato per una nuova legge sull'isolamento termico.


A Palazό ià el braza lǒnghi
Un detto che forse risale a prima dell’ introduzione del Sistema Metrico Decimale (a fine '700). Il Braccio di panno bolognese usato dalle tessitrici di Palazzuolo era più lungo del Braccio di panno fiorentino delle tessitrici di Marradi.

Palazό: i dà la roba e pù i l’arvό
E’ uno sfottò verso “quelli del paese accanto”, una situazione tipica delle realtà paesane di un tempo e a volte anche di quelle odierne. Si dice a chi vuole le cose indietro, che sia di Palazzuolo o no.


A Palazό a quèll cό calì un dò i tayè la mȃn

Significa “A Palazzuolo a quello che calò un due gli tagliarono la mano”. Si dice di una cosa da non fare mai più. Il “due” a Scopa, il noto gioco a carte, amplia di molto le possibilità di presa per l’avversario e si deve calare solo se si è costretti.

O m'ha badzé ǒn ed Palazό
Mi ha battezzato, badzè, (= fregato) uno di Palazzuolo, sò come vanno queste cose, ci sono già passato.


O ya dé l’emsùra

Si dice di uno che dà le misure di una cosa sua ad un altro per burla, perché se la faccia anche lui. Gigi di Monte Romano mandò al nonno del veterinario Francesco Catani le misure in lungo e in largo di un cappelletto, per dire che a casa sua lui mangiava bene. Il dott.Giovanni Catani era un ricco proprietario terriero di Lutirano, in risposta gli mandò le misure di una banconota di grosso taglio, da 1000 lire.

L’at onn' è bèl

Indica il manifestarsi di un fatto del quale non si vede il compimento ma solo l’inizio poco rassicurante.
 
... La tira la Corȇna encù!

Significa “spira la Corìna oggi!”. E’un vento locale caldo e umidiccio, che mette di malumore. Si dice riferito a una persona maldisposta e intrattabile.

O s’è arfàt ed nòt
Detto di una guarigione provvisoria, è derivato dalla convinzione popolare che un miglioramento meteo notturno sia effimero.

L’è l'aqua ed luy clà fà maturé i marǒn.
La pratica agraria dice che se non piove d’estate i marroni non maturano. Si usa per dire che in un certo evento mancano le premesse per una favorevole conclusione.


L’ha dbù l’aqua di alòcc

Si dice che l’acquedotto degli Allocchi dà un’ acqua buona e il forestiero che l’ha bevuta tornerà.

Sit edbù dl’asì ȃnch encù?
Hai bevuto dell’aceto anche oggi? Detto a una persona brusca e acida.


En tla caléda tόtt i zòcc i rulla
In discesa tutti i ceppi rotolano. Per dire che se non ci sono problemi tutte le cose vanno da sole.
 

Tu sì piò endrì dla martinécca

La martinicca era un freno a ceppo dietro al barroccio.

L’è lǒng còm una mèssa cantéda
La messa cantata ha un rituale che dura molto.

Onn’ emporta arvolté la pieda s' lè bruséda.
Ossia è inutile insistere su qualcosa che è ormai andata male.

O va cǒm una pàla da sciòp
Va forte come una palla da schioppo. Detto di uno veloce, rapidissimo nelle sue cose.

L’è sudge cǒm e bastǒn de poléi
Il bastone del pollaio serviva per ammucchiare la cacca delle galline.

O t'ha merlé

Ti ha merlato, fregato. Il merlo è un uccello vispo e svelto.

L’è un pόre cùc
Il cuculo ha la nomea di essere un po’ lamentoso e depone le uova nei nidi altrui per non allevare i piccoli.


L'è paséda la Poiȃna 
La poiana è un Falconide rapido ed efficace. Si dice di chi passa e prende su quello che trova, che sia suo o no.




E sas tiré e la paròla déda innartùrna endrì
Equivale a "Ogni promessa è debito".

O magnarèbb e fug

Detto di una persona che sa fare cose che sembrano impossibili. Questi qui accanto sono “i mangiatori di fuoco” alla festa per E lǒm a Mérz del 28 febbraio 2014, a Popolano.

On sa fè niȃnc a pianté i ciud
Detto di uno che non sa fare niente. Per piantare un chiodo basta battere per bene con un martello e non servono abilità particolari.



L’an sa fé ni
ȃnc a sré i caplìtt
Detto di una che non sa fare niente. Per chiudere i cappelletti (sré) si mette il ripieno (l’intrìs) nella sfoglia e si avvolge come si vede qui accanto.

La s’ è vésta la pǒnta de nés
E’ una stizzita critica per una ragazza che si atteggia perché è accorta di essere desiderata.

L’hai gì la lévre a e rosp: “t’andarì ȃnch fόrt ma la faza t'un lì”
Disse la lepre al rospo: andrai anche forte ma la faccia non ce l’hai. Riferito ad una persona che si vanta in modo poco credibile di qualcosa.

L'è proprie un vdòc
E' proprio un pidocchio, un avaro.

O l'ha compré con un sciòc ed frusta
L'ha comprato con uno schiocco di frusta, ossia è stato svelto e l'ha pagato poco.

Perchè l'amicizia l'as mantȇnga o tòcca chè ǒna sportȇna la vega e ǒna la vȇnga
Un invito a contraccambiare.

O torrèbb sò ȃnch l'ǒmbra di fòss
Prenderebbe (o mangerebbe) anche l'ombra dei fossi. Detto di un avido o di un famelico.

O cǒnta cǒm e dò ed brèscla
Conta come il due di briscola, cioè poco.


L'è lǒnga la guiéda!
La guiéda è il filo da cucire infilato nell'ago. E' un detto esclamativo per significare che c'è ancora molto da fare.

T' un si méi te mang
Non sei mai nel manico, ossia non sei mai pronto per fare quel che c'è da fare.

Tut i sas i và a la maséra, tutti i sassi vanno nella mucchia (la maséra era la catasta dei sassi utilizzabili che si accantonavano vicino a casa). E' l'equivalente di "piove sul bagnato".


O fìva guerza drètta (stava lì impalato). Detto di chi assiste a un evento e fà finta di niente.


Onnè miga sȇpre festa a la Caplȇna
Non è mica sempre festa alla Cappellina (è una chiesina del Seicento) nella quale in Maggio si teneva una festa all'aperto molto partecipata.


Il Romagnolo non è una lingua scritta e non ha tutte le regole grammaticali o lessicali per esserlo. La dizione scritta delle frasi è quindi difficile e anche opinabile. Qui sono state seguite le indicazioni del glottologo Schurr per quanto riguarda gli accenti, ossia:

Le vocali con l’accento circonflesso, ȃ ǒ ȇ indicano una pronuncia detta nasalizzata se sono seguite soprattutto dalle consonanti m e n. Per chi non è romagnolo la vocalizzazione nasale è quella che un francese fà quando dice il cognome del presidente Macron. Se siete toscani potete provare a tapparvi il naso e farlo anche voi cercando di marcare la enne il meno possibile, ma non otterrete dei grandi risultati perché i fonemi del tosco sono altri.
Le vocali dentro la parola dove cade l’accento (le toniche) vanno accentate, cosa che in italiano non si fà quasi mai ma in francese si fà spesso. Le vocali e ed o possono avere due tipi di accento: rivolto all’ indietro indica una pronuncia aperta come in pèsca (il frutto) e rivolto in avanti una pronuncia chiusa come in pésca (lo sport) oppure come in còsto e in costόro. 
                                                           .......................................

Nella parte alta del Comune di Marradi comincia la parlata mugellana, ricchissima di detti, motti, lazzi e frizzi. Da noi ce ne sono pochi:

Qui si imbotta per lo zipolo

Ossia si riempie la botte attraverso lo zipolo. Per dire che si fanno le cose a rovescio. Lo zipolo è il rubinetto che serve per spillare il vino.

Per i bìscher oggnè e Paradìs
E' la traduzione del detto originale toscano: Per i Bischeri un c'è paradiso.
I Bischeri erano una famiglia fiorentina che aveva una casa dove ora c'è il duomo. Al tempo della costruzione della chiesa il Comune di Firenze acquistò gli edifici circostanti per demolirli ma i Bischeri rialzavano di continuo il prezzo finché un giorno per motivi che non si sanno, la loro casa prese fuoco e non incassarono niente.


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Marradi, piantan fagioli e nascon ladri
E’ uno sfottò nei nostri confronti. L’avrebbe detto Dante Alighieri quando gli rubarono l’ombrello una volta che passò da Marradi. Qui accanto c'è una feroce critica al deputato marradese Celestino Bianchi, fatta da un suo concorrente alle elezioni politiche del 1861, che prende spunto proprio dai fagioli.

Non ne so più ma ci sono molti altri modi di dire. Se qualcuno me li dice li aggiungerò.


venerdì 19 giugno 2020

La toponomastica e il lavoro dell'uomo

Quando l’attività umana lascia una traccia nei luoghi
Ricerca di Claudio Mercatali


Il coltro è una specie di aratro.
Da questo viene il nome di Coltreciano.
un podere vicino a Marradi.

Nei nostri monti spesso i siti prendono nome da qualche caratteristica collegata alla loro natura. Li chiamarono così gli antenati, che con il duro lavoro nelle campagne avevano avuto modo di constatare i fatti. Si potrebbe fare una ricerca abbinando i posti con una certa caratteristica con il contrario, come:

Campo lasso (a Santa Reparata) e il crinale delle Salde (oltre Gamberaldi)
Campo al buio (Badia di Susinana) e Mirasole (Marradi)
Valérta (Badia del Borgo) e Valpiana (Popolano)

Oppure cercare i poderi con il nome collegato alla loro resa agraria, come:
Zebarόla (acerbina, Lutirano) e Val Zerbàra (Fantino).
Schéta (seccata, Albero), Lischéta (Val della Mèda) e L’Ischeta (Palazzuolo), poderi con il seccatoio per i marroni. 
Zana e Zanella, i poderi adatti per la frutta (la zana è un tipo di paniere).

Però lo scopo di oggi è la ricerca dei nomi derivati dal tipo di attività che veniva svolta in certe zone, senza curarsi tanto della natura del luogo e della sua resa agraria.



La coltivazione con la marra 
e il coltro

Attorno al capoluogo la terra si lavorava con la marra, la zappa, nei campetti terrazzati e da questo viene il nome Marato o Marradi. Il fatto è stato descritto tante volte e quindi non importa soffermarsi ancora. 



I campi di Coltriciano (sullo sfondo)
negli anni Sessanta

Però nelle vicinanze di Marradi ci sono anche terre coltivabili in modo un po’ più agevole. Per esempio Coltriciano di Sopra e di Sotto sono due poderi sulla destra del Lamone, pianeggianti e con una buona resa, nonostante il terreno duro e a tratti sassoso. Il nome deriva infatti da coltro, un tipo di aratro che permetteva di non incidere troppo il terreno. 

Da quanto risulta dai Registri dei Censi del Seicento, che è nell’ Archivio storico del Comune, qui c’erano molti lotti piccoli e indipendenti, non del tutto compresi nei poderi, proprio come se il sito fosse una specie di orto dei marradesi.
C'è un Coltreciano anche a Lutirano, vicino al Paese dalla parte di Badia della Valle.




I castagneti
Siamo nel paese del Marron buono e sulle colture castanicole è già stato scritto tanto. Basterà ora ricordare che secondo l’uso locale un castagneto si impiantava nei versanti a nord, a basȇn, a bacìno, a bacìo, perché così si limitava il rischio della siccità estiva. C’è anche un detto per questo: L’è l’aqua ed luj clà fa maturé i marǒ






Prendiamo i poderi vicini al capoluogo: i casi più tipici sono i Castagneti di Sasso e di Coltriciano, rivolti nettamente a nord. Invece i poderi a solame avevano i castagneti staccati dal resto della proprietà, in luoghi anche abbastanza lontani, purché rivolti a nord ovest. 

Se ci allontaniamo dal capoluogo la situazione non cambia: tutti i castagneti di Crespino sono orientati così, compreso il famoso castagneto di Pigàra. A Casaglia si raggiunge il massimo: il paese è nettamente a solame e non c’è nemmeno un castagno. Eppure i casagliesi campavano di castagne e di poco grano, e i loro castagneti erano nella vallata accanto, quella di Fornello.



Il grano e il corno

Qui da noi un certo numero di località e poderi prendono nome dalla parola “corno”.  Ci sono Corneta e Corneto (Palazzuolo). Il Corneto, Il Corno (Marradi), Le Corniete (Crespino) il Passo del Corno o Corna (Modigliana). Non è possibile che nella nostra zona ci siano "corna" da tutte le parti e quindi serve una alternativa: i nomi potrebbero derivare dal tedesco korn, grano, visto che l’appennino romagnolo fu abitato per due secoli dai Longobardi, nei secoli più remoti del Medioevo. Infatti in ognuno di questi siti c'è qualche campo pianeggiante e lavorabile, forse ottenuto per disboscamento al tempo dei tempi, mentre tutto attorno i monti sono molto ripidi e coperti dalla macchia.






I molini

Dal grano e dalle castagne si ricavavano delle farine, per cui nel territorio c’erano tanti molini. Le castagne e il grano si trasportavano a sacchi, con un peso standard di una soma (135 Kg) da caricare sul somaro, che perciò si chiama così. Tenute in conto anche la viabilità e le pendenze nella Valle Acerreta era opportuno che ci fosse un molino ogni miglio (1600 m) perché tanti se ne trovano nel fondovalle, se si cerca bene. Qui sotto c’è l’elenco, dal confine con Modigliana all’Eremo di Gamogna. 


Vicino ai paesi i molini erano più fitti. Attorno al capoluogo in due miglia c'erano i molini di: 1) Ponte di Camurano 2) della Piazzetta di Biforco 3) di Casa Bernabei 4) della Concia, della Polvere, della Portaccia, con un unico canale 
5) il Molino della Guadagnina, alla Badia e poi il Molinone, che era a cilindri. La ricerca completa in tutto il Comune fu fatta nel 2003 da Franco Billi e ad essa conviene fare riferimento. 

I laghi

Laguna, Pian di Laguna, Fosso del Lago, I Laghi (al confine con Vicchio), strada di Lago (Modigliana) … ecco che la storia si ripete: com’è possibile che nelle nostre montagne, specialmente in alto, ci siano tanti toponimi che parlano di laghi e lagune?



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se le vuoi ingrandire


In realtà il toponimo lacus è da intendere come lacuna, mancanza, difetto di qualcosa e non come laguna. Che cosa venne a mancare in questi siti? Molto probabilmente i poderi furono ricavati per disboscamento e quindi la mancanza si riferisce all’ assenza di alberi. 



Nel medioevo e anche dopo il disboscamento per ricavare terreni di coltura era una pratica comune nell’ insediamento, un po’ come in una piccola Amazzonia.






I Pastori

La pastorizia transumante per tanti secoli è stata una attività svolta nelle alte valli del Lamone, dell’ Acereta e soprattutto a Campigno. Il clima costringeva i pastori a trasmigrare in inverno verso la Maremma, specie a Roccastrada, dove si stabilirono tanti di noi lasciando una traccia ancor oggi riconoscibile nei cognomi e in qualche lontana parentela. 



Ecco che cosa dice Jacopo Fabroni, un notaio marradese di metà Ottocento, appassionato cultore di agricoltura delle nostre montagne.

Qualche nome? Val Pecora (Campigno),  Vallagnello (Palazzuolo), Il Becco (Oltre il valico di Coloreto), Vello e Vallamento (Lutirano). Lamm in tedesco significa agnello.






I contratti livellàri di Crespino

Il contratto agrario di livello era già in uso nell’ Antica Roma, per dare in affitto delle terre secondo le condizioni scritte in “duo libelli pari tenòre conscripti” (da qui il nome del contratto): due libretti uguali e ciascun contraente firmava quello che rimaneva in mano all' altro. Questi contratti furono usati molto nel Medioevo anche dalle Badie come quella di Crespino, che davano in concessione le loro terre a vario titolo. Il giurista Silvio Pivano agli inizi del Novecento, li studiò e li definì così:




“Le Precàrie e i Livelli erano contratti fra persone della più varia condizione sociale, che cadevano su beni di qualunque entità e natura, erano di qualunque durata, con canone di qualsivoglia valore e specie, con o senza obbligo di miglioramento dei fondi. Per contro, nella grande varietà degli esempi, un elemento appariva costante e sicuro, quello della forma con cui dovevano essere conclusi”.






La “forma” conclusiva nel nostro caso era la definizione scritta o orale di un canone in natura o in prestazione d’opera.  Spesso il crespinese livellario (= affittuario) della Badia era tenuto e prestare un certo numero di ore lavorative in favore del monastero a seconda del suo mestiere. Nella seconda metà del Novecento, il contratto di livello cadde in disuso e così gli assegnatari livellari non pagarono più alcun canone.  Però la maestra Giovanna Pieri, di Crespino, racconta che suo nonno pagava ancora il livello ai signori Mazza, che consisteva in un certo numero di presse ogni volta che tagliava il fieno. Il Contratto di Livello a Crespino era sine die (perpetuo) e passava di padre in figlio anche se la proprietà del terreno cambiava. I Mazza erano diventati titolari del diritto livellario in virtù del seguente antico acquisto.


Carlo Mazza, agli inizi dell’ Ottocento sposò Rosa Bandini ed ebbe in dote una parte della Bandìta di Crespino che la famiglia della moglie aveva comprato dai monaci nel Settecento, quando la Badia chiuse per scarsità di vocazioni e divenne una semplice parrocchia.




Il signor Remo Scalini, che diversi anni fa comprò i Prati della Logre dai Mazza, estinse tutte queste servitù e ora è proprietario a pieno titolo delle terre.

I Prati della Logre sono di fronte a Crespino dove c’erano delle partizioni livellarie. Il nome è probabilmente una deformazione del romagnolo Pré degl’Ovre ossia i prati dove era dovuto un canone di prestazione d’opera a favore dei monaci della Badia. Un altro caso è il sito degli Ortacci, in quota vicino al confine con il Comune di Vicchio, chiaro per il nome ma soprattutto per la suddivisione delle terre in porzioni piccole e fitte, che si vedono bene nel Catasto Leopoldino del 1822 qui sopra. La stessa cosa si nota nel sito detto E forné, lungo la Faentina Vecchia, prossimo alla Font de Rè (fonte del rio) che si vede bene nella moderna Carta della Agenzia delle Entrate, assieme alla partizione della Crocetta, sopra al paese.



Anche il Comune di Marradi aveva dei beni da concedere a livello, perché a seguito di un complicato contratto nel Cinquecento aveva ottenuto dai monaci di San Benedetto in Alpe dei diritti livellarii sui poderi del Becco e Valdimora del Becco. L'esazione del diritto passava da un proprietario all' altro in caso di vendita, come si può leggere in questo atto del notaio ser Giuseppe Cavina Pratesi. Dunque il signor Angelo Ferrini acquirente di queste terre nel 1833 dovette farsi carico della tassa.




Per approfondire: 
Vincenzo Roppo, Il contratto, Giuffrè, 2001, pp. 217-255
Franco Billi, I mulini del territorio di Marradi, nel Blog al tematico Scienze della Terra, 18.12.2013 (prima parte), 12.02.2014 (seconda parte), 15.03.2014 (terza parte).

lunedì 17 febbraio 2020

Il giovedì grasso

La zuba louva, un antico nome dialettale
ricerca di Claudio Mercatali



Pieter Bruegel il Vecchio
(1525c.a. - 1569)
Lotta fra il Carnevale 
e la Quaresima, dettaglio.


Il Mercoledì delle ceneri per la Chiesa cattolica è l'inizio della Quaresima. In questo giorno il celebrante spargeva un po’ di cenere sulla fronte del fedele, ricavata bruciando i rami d'ulivo benedetti nella Domenica delle palme dell'anno prima,  e ricordava che: Memento homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris  (Genesi, 3,19) ossia «Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai».

A tutto questo è collegato il significato di “Martedì grasso” che è il giorno prima delle Ceneri e dunque l’ultimo in cui si poteva mangiare quel che si voleva. Anche la parola Carnevale c’entra perché è la forma sincopata del latino carnem vale, ossia carne addio. 





Invece l’ultimo giovedì prima della Quaresima è il “Giovedì grasso”, giorno in cui a Venezia un acrobata scendeva dal campanile di San Marco lungo una fune, vestito da angelo. Il Giovedì Grasso e il Martedì Grasso si chiamano appunto “grassi” perché in questi giorni si mangiava in abbondanza. In Toscana il Giovedì Grasso si chiama  Berlingaccio, una parola di origine remota, forse addirittura longobarda.

Qui da noi a Marradi si chiama Zuba Louva, un termine che richiede qualche spiegazione: Zuba significa giovedì, ed è femminile e louv nel nostro dialetto è il lupo. Dunque sarebbe come dire il giovedì in cui ci si può allupare, rimpinzare, vivere da leoni.

 


Secondo il Codice di Diritto canonico (can.1249-1253) i cattolici sono tenuti al digiuno ecclesiastico e all'astinenza dalle carni due volte l'anno: il Mercoledì delle Ceneri e il Venerdì Santo. L'obbligo del digiuno va dai 18 anni compiuti ai 60 anni incominciati. 

 La Regola permette un solo pasto e un po' di cibo al mattino e alla sera, attenendosi, per la quantità e la qualità, alle consuetudini locali approvate. I parroci possono, per giusta causa, dispensare i singoli fedeli o le famiglie o commutarlo in altre opere pie.

Tuttavia "per legge divina, tutti i fedeli sono tenuti a fare penitenza, ciascuno a proprio modo" (can. 1249 del Codice di Diritto Canonico), specialmente nella Quaresima.