Lanfranco Raparo, Marradi

Lanfranco Raparo, Marradi
Visualizzazione post con etichetta Dino e Sibilla. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Dino e Sibilla. Mostra tutti i post

lunedì 11 settembre 2017

11 settembre 1917 Dino Campana nel carcere di Novara

 L'ultimo incontro con Sibilla
ricerca di Claudio Mercatali

Il Passaggio,
romanzo di Sibilla Aleramo

Nel settembre 1917 Dino Campana era un'anima in pena, in piena crisi perché la malattia nervosa di cui soffriva stava prendendo rapidamente il sopravvento. A Novara fu arrestato, vagabondo e privo di documenti. Disperato scrisse a Sibilla questo telegramma.

Anche oggi è l'11 settembre e sono passati 
cento anni esatti da allora:

 

11 settembre 1917
A Sibilla Aleramo, Hotel Manin, Milano

Arrestato a Novara vieni a vedermi.
Campana

Sibilla, che ormai l'aveva lasciato, colse il grido disperato e si rivolse all'avvocato Enrico Gonzales, un noto professionista che poi nel 1946 sarà anche eletto deputato nel Partito Socialdemocratico. Costui scrisse una lettera per il Procuratore del Re di Novara, in cui dava assicurazioni su Campana e chiedeva il suo rilascio. La Aleramo con questa ottenne un colloquio con Dino in carcere.


Lei stessa ci racconta come andò in un capitolo del libro Il Passaggio, pubblicato nel 1919 quando i ricordi erano ancora vivi:


... Uscii un giorno da un carcere, dove tra le sbarre un viso sciagurato m'invocava, sovrano viso che mi chiedeva perdono, caro ahi caro viso ritrovato e per sempre riperduto.

Il carcere di Novara

Più tremenda la mia solitudine mi parve di quella stessa prigione dove si gemeva e dove almeno qualche carceriere assisteva. L'aria lucida, il bel settembre, la gloria candida d'una montagna all'orizzonte, ed io sullo spiazzo, tra il frusciare dei platani, al limitare della cittaduzza ignota, io con nessuno, libera di morire, libera di vivere, nel vento, il vento buono su le ciglia ancora umide.



Novara
... la gloria candida
di una montagna all'orizzonte ...

Era l'acquisto di tutta la mia esistenza o il sigillo improvviso?
 Non in mio potere il rifiutarlo.

Dall'invisibile, in un tempo remoto, m'aveva ben detto una voce: «Ricordati d'aver ascoltato la tua legge». Sì. Tremenda intorno al capo la vastità ariosa popolata di parole ch'io sola sento.
Pure, così sbalzata fuori d'ogni strada dopo tanta strada percorsa, sbalzata dall'umanità se umanità è legame e soccorso tangibile, il mio sconfinamento ebbe lo sfolgorante aspetto della pace.

Ho visto una sola volta, nella piega profonda attorno alla bocca d'una grande morta, qualcosa d'altrettanto ricco e strano. La montagna all' orizzonte fu inondata di rosa, poi ch'era il tramonto; sospeso il vento, il giorno senza avvenire oscillò, solo, per non so quale lunga ora ancora. Alle mie spalle stava la mole della fortezza, il segno di quanto si tenta quaggiù in malvagità e mai realmente si compie.

... alle mie spalle stava la mole della fortezza ...
  
Il fratello condannato si raccoglieva certo in un'irreale soavità, come ancora baciandomi le mani traverso le sbarre. La notte sarebbe scesa su lui racconsolato, s'anche fosse l'ultima della sua espiazione. Ed io seppi quel che non sa il suicida. Il queto annegare delle stelle nelle notti estive può solo darne imagine. Rigano il firmamento, s'avventa dalla terra sulla loro molle scìa il desiderio d'infinite costellazioni di occhi il desiderio, il voto... Nulla di più vivente.




Dopo qualche giorno Dino Campana venne rilasciato e rispedito a Marradi con un foglio di via. La sua deriva era ormai inarrestabile e nel gennaio 1918 fu ricoverato nel manicomio di S.Salvi. Da qui scrisse ancora a Sibilla questo messaggio:

S.A. Istituto francese, via Manin 2, Firenze

 Cara
Se credi che abbia sofferto abbastanza, sono pronto a darti quel che resta della mia vita.
Vieni a vedermi, ti prego tuo     Dino


La poetessa non poteva fare niente per lui e non rispose. Dopo pochi giorni si aprirono per Dino le porte del manicomio di Castelpulci, dal quale non uscì più. Aveva 32 anni.


sabato 14 gennaio 2017

La creatura dagli occhi d'oro

Una storia d'amore tra donne
 Sintesi da Daniela Danna



Agli inizi del Novecento anche in Italia apparve un libro con racconti di rapporti lesbici: Il Passaggio, di Sibilla Aleramo (1919) che nella parte intitolata La favola rievoca l'amore che Sibilla ebbe per una ragazza, "creatura dagli occhi d'oro".
La scrittrice Daniela Danna, nel suo libro Amiche compagne amanti ci racconta questa storia e riporta quello che scrisse Sibilla Aleramo:

" ... La favola era bionda. Un color caldo si muoveva su tutte le cose. Qualcuno giungendo ogni giorno mi riempiva di fiori il grembo, diceva: "Vieni" mi conduceva correndo all'argine vivo e silenzioso del fiume. Cantava. Due punti d'oro negli occhi. Una piega violenta e luminosa nei capelli ...".



Lina Poletti
... una piega violenta e luminosa nei capelli ...


"Iddio non mi mise in petto timore" nell'incontro con Lina.  Ma in realtà fu grandemente sorpresa dalla dichiarazione della ragazza, che aveva conosciuto al Congresso delle donne del 1908.
Cordula (Lina) Poletti era ancora studentessa (nacque nel 1885 a Ravenna ed era di nove anni più giovane) mentre Sibilla Aleramo era uno dei grossi nomi del Congresso, famosa come scrittrice e come militante dell' Unione Femminile Nazionale, "donna nova" che come Nora aveva lasciato il figlio  e il marito che non amava e che la minacciava di morte sospettando di essere tradito. Aveva sposato quell' uomo dopo che lui l' aveva violentata. Queste dolorose esperienze le aveva coraggiosamente raccontate nel romanzo Una donna (1906) efficace più di qualunque saggio nel denunciare la condizione femminile nel volgere del secolo.

Sibilla si innamora di lei:

"Io penso sempre a quando ti ho visto la prima volta ... Era alla sezione Giuridica del Congresso, un mattino. Tu entrasti nella sala, avevi uno sguardo diffuso, mi sorridesti senza conoscermi e ...




Il manifesto del Congresso delle donne e il pass di Grazia Deledda


Così la descrive Sibilla:
"E nessun' anima di donna mi aveva attratta col suo segreto, come nessuna forma femminile avevo mai vagheggiata.
Puoi immaginare, dunque, tu che un destino strano ha spinto invece fin da giovinetta verso questo mistero, poi immaginare tu come io sia stata sconvolta quando mi scopersi innamorata di te?
Innamorata si, non v'era altra parola. Del tuo fuoco, della tua voce, della tua grazia e poi dell'ombra tua, Lina, di tutto ciò che di te mi si andava disegnando a contorni vaghi e fuggenti nella malìa della tua parola, e poi innamorata della tua entità spirituale che mi si affermava nel fisso splendore del tuo sguardo ...
In che modo avrei potuto negare e illudermi?
Lina, è stata un'immensa sciagura. Ma, confortati, è stata anche un' immensa gioia. Forse più grande questa di quella. Non so, e non importa.
Quel che importa è che t'ho amata e che ti amo. oh! la tua anima! Perché era di donna perché era di sorella l'ho sentita così vibrare accanto alla mia come nessun altra prima? Con quale ebbrezza ho accolto il suo sospiro? E come s'è dilatata la mia al soffio di lei ampio e possente!"
9 maggio 1909



da: Aleramo,
Lettere d'amore a Lina


Sibilla nel 1902



Clicca sulle immagini 
per ingrandirle



Lo scrittore Giovanni Cena,convivente di Sibilla al tempo
del fatto ora raccontato (ritratto di G.Bella)

Questi presagi si rivelarono esatti: Sibilla era combattuta fra Lina e Giovanni Cena, con cui viveva, e dopo appena un anno il rapporto con Lina si esaurì:

" ... Lina, Lina, sai tu il sogno ch'io avevo fatto quando presi ad amarti? Io avevo pensato che tu, donna, ti saresti avvicinata più di ogni altra anima alla mia, e forse, forse si sarebbe compiuto il miracolo di una fusione assoluta ... Era un'idea folle ma sono felice tuttavia che abbia attraversato sfolgorante il mio cielo. Dopo, ho compreso l'essenza tragica dell'amore, d'ogni amore. Tu non m'hai fatto male, no. Forse che la vita stessa, con tutte le sue violenze e con tutti i suoi torpori, fa del male all'uomo?
Tanta parte di vita ch'io non conoscevo ancora tu m'hai rappresentato. Sei stata e sei, adorabilmente, la giovinezza ch'io non ho mai avuta: e sei stata e sei la passione, forza distruttiva e creativa insieme, uragano, incendio e aurora  sopra il rinnovato mondo ...".




Fonte: Daniela Danna. Ricercatrice alla Facoltà di Scienze Politiche dell’ Università di Milano.

È autrice di “Amiche, compagne, amanti. Storia dell’ amore tra donne”, 1994; “Matrimonio omosessuale”, 1997; Io ho una bella figlia… le madri lesbiche raccontano”, 1998; “Crescere in famiglie omogenitoriali”, insieme a Chiara Cavina), delle politiche sulla prostituzione (“Donne di mondo. Commercio del sesso e controllo statale”, 2004; “Che cos'è la prostituzione? Le quattro visioni del commercio del sesso”, 2004; “Prostituzione e vita pubblica in quattro capitali europee”, 2006), della violenza contro le donne (“Ginocidio. La violenza contro le donne nell’ era globale”, 2007). Alcuni scritti estratti da suoi lavori sono nel sito www. danieladanna.it

Impaginato da Claudio Mercatali, pubblicato per gentile  concessione di Daniela Danna.

mercoledì 3 agosto 2016

Sibilla incontra Dino

Dalla Topaia
a Casetta di Tiara
ricerca di Claudio Mercatali


La campestre per S.Giovanni


La Topaia è una casa di campagna vicino a Panicaglia. Si arriva lì prendendo la campestre verso la chiesa di S.Giovanni Maggiore per poi scendere in una valletta. Ora è un agriturismo ben condotto, ma nel primo Novecento era una delle tante case di campagna del Mugello.

Nel luglio 1916 la casa era in affitto a Julien Luchaire, dell' Istituto Francese di Firenze, che l'aveva data a Sibilla Aleramo per un soggiorno. Qui la poetessa lesse i Canti Orfici e scrisse al poeta chiedendo di incontrarlo. Dino gli rispose con una cartolina postale in francese:


Rifredo (Firenzuola)  30 luglio 1916

Jeudis matin je serais a Borgo S.Lorenzo au train des 8,55. Vous me verrez a la fenêtre du vagon, venant de S.Piero a Sieve, e vous me reconnnetrez a ma tête rousse et à une lettre a la main que j'aurai.  Nous irons a Marradi, alors? Comme vous voyez, je dois prendre l'automobile d'ici jusqu'à S.Piero et ensuite le train de Marradi. Ma bonne Sibille, je ne saurais jamais, vous être agréable a Marradi. C'est un pays où j'ai trop souffert et quelque peu de mon sang est resté collé aux roches de là haut. Mais ça ne se vois péut être pas que par moi et vous pouvez voir ça mieux dans les couchants étranges des mes poesies. -


Rocce lungo il Fosso di Campigno (Marradi)

... Mia buona Sibilla, io non so proprio se vi troverete bene a Marradi. E' un paese dove ho troppo sofferto e un po' del mio sangue e rimasto attaccato alle rocce di lassù ...

Alors donc je pense que je m'arreterais à la gare de Borgo si je vous verrai - Ecrivez-moi quelque chose. J'habite ici dans une trattoria quelconque, a Barco. Je ne suis pas trop sauvage et l'on me connait même pur un gentil garçon, jusq'au present. Vous pourriez trouver ici le silence, l'espace, et des pensions convennabbles. C'est année il n'y a personne. Je compte que si vous aurez besoigne encore de la campagne vous viendrez voir ici. La tente c'était pas serieux, mais quelque chose l'on fera si vous voudrez, quelque programma si vous l'aimez. Si vous venez ici je n'oublierais pas, jamais, votre grace. Vous trouverez tout prêt.  L'auto part de S.Piero au matin en vers 7h. et au jour vers 8h. J'attends quelque mots de vous.

 

Votre Cloche


Cloche è il nome  francese
di un particolare cappello da donna
a forma di campana.


Sibilla gli rispose e accettò di andare a Barco, sul Passo del Giogo, così come gli aveva chiesto Dino Campana:


Mio caro Cloche

incomincio a farmi un'idea dei nostri rispettivi eremi. Dal canto vostro avete da sapere che io mi trovo più vicino a Panicaglia che a Borgo. Alla stazione di Panicaglia si va in 15 minuti attraverso i campi, mentre a quella di Borgo ci vuole un'ora buona.
Vi direi di venire voi senz'altro, ma vedo che preferite che venga io costà, e va bene, poiché sperate che il posto mi invogli a tornare.

 

La stazione
di S.Piero a Sieve



Prenderò dunque l'automobile a S.Piero giovedì mattina alle sette e scenderò a Rifredo a meno che il conduttore non mi dica che Barco vien prima, nel qual caso voi mi aspetterete a Barco, sta bene? Non occorre rispondiate, se va bene. E io spero che nulla mi impedisca di venire. Forse resterò anche la sera - siamo poeti notturni, le stelle ci propizieranno l'avvenire - Se foste venuto qui, la prima impressione che vi avrei fatta sarebbe stata forse migliore, senza cappello e tutti gli altri imbarazzi del viaggio ...




... Prenderò dunque l'automobile
(= la corriera) a S.Piero giovedì ...


Ridete? Ma voi mi prospettate la vostra testa rossa e la vostra aria da gentil garçon! ...
Mio caro Campana. Ho un tono scherzoso ma voi sentite quanto in realtà sia profonda la mia tenerezza. Vi ringrazio di avermi scritto quelle parole sul dolore patito a Marradi. Vi saprò dir poco, a voce, sono una silenziosa, ma vedrete che il travagliato nodo della mia anima lascia tuttavia al mio volto e al mio silenzio un poco di chiarità.
                                                                                    Vostra   Sibilla



La stazione di Panicaglia


Sibilla, secondo gli accordi si avviò a piedi alla stazione di Panicaglia e aspettò il treno che scendeva da Marradi. Così cominciò la storia, prima al Barco per qualche giorno e poi a Casetta di Tiara, un paesino sperso fra i monti.

Sibilla a Dino,  ricordo del 3 agosto 1916


FAUNO

Lontane dal mondo,
quercie,
rade nel sole d'agosto,
acque fra i sassi,
lontane dal tempo,
e tu
dorato ridi,
tu alla bianca mia spalla
tu alla verginea sua musica
gioia dagli occhi ridi.

Il fauno era una divinità dei boschi

.............................................



La pensione Il Bagnolo, a Barco,
dove Dino Campana soggiornava.
(foto di Ivo Morini).



E dunque ora non rimane che andare a Barco e fare a piedi il sentiero che forse i due percorsero ai primi d'agosto del 1916 per andare a Casetta di Tiara, che è abbastanza distante da qui.

Si tratta di scendere da Rifredo a Badia Moscheta, che oggi è un attrezzato agriturismo, e poi imboccare il sentiero lungo la Valle dell' Inferno, che finisce sotto Casetta di Tiara.
Non è provato che Dino e Sibilla siano passati proprio di qui, però per questa via campestre si arriva a Casetta dopo circa otto chilometri, invece prendendo la strada per Firenzuola e la valle del Santerno se ne devono percorrere diciannove.


 


Clicca sulle immagini
se le vuoi ingrandire



 
 Il percorso comincia dal Ponte di Moscheta, che si vede qui sopra.

Si imbocca il sentiero di ingresso nella valle passando dietro il Molino del Veccione
 
Nel primo chilometro il percorso
è agevole e ben attrezzato.

 

 Poi diventa più aspro, perché la valle dell'Inferno è stretta e la pendice è solcata da fossi che ora sono secchi ma d'autunno hanno un regime rovinoso.
 



Il bosco è fitto e lo sguardo può
spaziare verso l'esterno solo
in alcuni punti.


  Al centro della valle l'ambiente è suggestivo e selvaggio. Il ghiaccio stacca continuamente i blocchi d'arenaria e la pendice ha un aspetto sconquassato, come se un diavolo l'avesse messa sottosopra.









Dopo circa due chilometri si arriva a Val dell'Inferno, il rudere di una casa poderale dove la vita doveva essere veramente dura.

Nel sentiero ogni tanto si incontra il cartello giallo con il numero di telefono per un eventuale soccorso.





Dopo un'ora si arriva alla fine della valle. Sotto il ponte che si vede qui accanto il torrente Veccione sbocca nel Rovigo.






Ormai siamo vicino alla strada asfaltata che porta a Casetta di Tiara.
Questa casa è la prima del comune di Palazzuolo sul Senio. Infatti Casetta è una frazione di questo comune anche se siamo nella valle del Santerno.










Il paesino dista ancora un chilometro o due. Bisogna salire lungo gli strettissimi tornanti di una stradina sgangherata che finisce nella piazzetta vicino alla chiesa.

E' festa a Casetta in questi giorni.
D'inverno il paese conta una decina di residenti ma d'estate si rianima.






Dove alloggiarono Dino e Sibilla?
L'unica casa che nel 1916 poteva ospitare dei forestieri in modo decente è questa, 
vicino al campanile.
C'è anche un buon indizio in una lettera di Dino Campana, dove descrive il laghetto del Molino della Lastra, che è sul Rovigo, giù in basso da dove siamo saliti e che si vede dal terrazzino.





Ci sono tante foto di Sibilla Aleramo, da giovane e da vecchia. Però quale era il suo aspetto quando Dino  Campana si innamorò di lei? Questa foto è del 1917 un anno dopo i fatti raccontati ora.



Fonte dei documenti: Campana - Aleramo, Lettere.
Ed. Vallecchi 1958, a cura di Niccolò Gallo

Per approfondire, nel tematico del blog ci sono altri articoli:
03/08/2013 Sui passi di Dino.
07/08/2013 Dino Campana legge Omar Kaimar.
19/09/2013 Il ritorno da Casetta di Tiara
22/09/2013 Dino a Casetta di Tiara, il paese del grande amore.




FINO AL 25 AGOSTO PRESSO IL CENTRO STUDI CAMPANIANO E' APERTA LA MOSTRA ICONOGRAFICA IN OCCASIONE DEL CENTENARIO DELL'INCONTRO FRA
DINO CAMPANA E SIBILLA ALERAMO
 
 

martedì 23 dicembre 2014

Il Natale del 1916

L'ultimo incontro d'amore
fra Sibilla Aleramo e Dino Campana
 ricerca di Claudio Mercatali



La storia fra Sibilla e Dino cominciò ai primi d'agosto del 1916 a Casetta di Tiara, dove vissero alcune settimane d'amore appassionato. In ottobre il rapporto era già instabile e cominciarono le incomprensioni e le liti, sempre più frequenti.

Anstrid Anhfelt era una giornalista svedese amica di Sibilla Aleramo. Per arrotondare affittava camere a Settignano (vicino a Firenze) e alla vigilia del Natale 1916 ne diede una a Sibilla e Dino. La storia fra i due volgeva al termine e le liti furibonde si alternavano alle pacificazioni provvisorie.


Anstrid Anhfelt a Leonetta Cecchi Pieraccini

Settignano 22 dicembre 1916

Egregia Signora,
La Sibilla mi prega di impostare l'acclusa. Se Ella ha qualche influenza sulla Sibilla la prego di venirmi (a me!) in aiuto.
Tutta la notte si sono battuti e graffiati. Si ammazzano senz'altro, se qualcuno non interviene. Egli ha detto che non tornerà più, ma chi mi assicura, ch'ella non gli vada in cerca.
La mia pace è distrutta. Non avevo mai cercato la Sibilla. Ha voluto venire per forza. Certo che non sarò crudele con lei. Sebbene il nostro Natale sarà rovinato, non le dirò di andare via. Ma voglio sperare che qualcuno dei suoi connazionali cercherà di farla tornare in sé. Sarà meglio che vada a stare a Firenze. Io non ne posso più!
Tutta la notte a temere qualche grave fatto. Tutto quanto è così disgustevole. Mi vengono in aiuto.

Anstrid Anhfelt
  




  

L'affittacamere disperata aveva avuto la buona idea di scrivere a Leonetta Pieraccini, moglie di Emilio Cecchi perché sapeva che i coniugi Cecchi erano amici di Dino e Sibilla. L'intermediazione non fu necessaria perché la tempesta passò e Dino invitò l'amata a Marradi, per il Natale ...










Sullo sfondo l'albergo Lamone
di Marradi, dove forse Dino e Sibilla soggiornarono
la notte di Natale 1916






Sibilla Aleramo a Dino Campana

24 dicembre 1916
Un letto profondo, la notte di Natale, nel tuo paese dove non sono mai stata — dove soltanto da bimbo hai riso di gioia. Stanotte. T’aspetto per partire — son sola nel mondo, oh letto profondo anche questo, se tu non venissi. Tu che tanta gioia devi avere — e ami il mio dolore, dolore d’aver già tanto guardato l’acqua fluire. Ma il tuo fiume, lo vedrò? Questo strazio, d’amarti, di volerti felice, e di non poter tramutarmi in una cosa di freschezza, rosa per la tua fronte, amore, amore. Non poter che consumarmi, sempre più. Non ho più voce per parlarti. Soltanto le mani sono ancora dolci.
Stanotte, ti daranno il sonno? Nel tuo paese. E poi addormentarmi — e svegliarmi il mattino di Natale, bimba. C’è un bimbo, un fratellino vicino a Rina — oh Dino, Dino, che cosa si scioglie nel cuore di Rina? Silenzio, tienmi le mani. Nessuno m’ha detto mai, da bimba, una favola bella. Guardavo le stelle, come te. Stanotte non ci saranno. Ci saremo noi, favole, stelle, cose lontane, irraggiungibili. Nessuno mai più ci coglierà, anche se crederà vederci, sentirci. Stelle. Tienmi le mani, prendine tutta la dolcezza, toglimi tutto, sono tanto felice di morire, ma tu ma tu… Tremo, mi guardo intorno, non vieni ancora, l’acqua scorreva…
Sibilla Aleramo


Il Lamone a Marradi
... Ma il tuo fiume, lo vedro? ...




Fonte: Gabriel Cacho Millet Le mie lettere sono fatte per essere bruciate,

All'Insegna del pesce d'oro, Milano, 1978

domenica 22 settembre 2013

Il ritorno da Casetta di Tiara



Dino Campana rientra a Marradi
alla fine dell'estate
 ricerca di Claudio Mercatali


Casetta di Tiara


L'estate del 1916 fu una bella stagione per Dino Campana. Nei primi giorni d'agosto era cominciata la storia con Sibilla Aleramo con un soggiorno appassionato nello sperduto paesino di Casetta di Tiara. Per i due furono giorni di matta passione, di amore travolgente in giro per i monti.
A settembre Sibilla tornò a Firenze e Dino, dopo essere rimasto solo per qualche giorno, si avviò a piedi verso Marradi. A Palazzuolo spedì all'amata la lettera che è qui di seguito preannunciando il suo arrivo a Firenze per il giorno successivo.

 
La bella giornata, il lungo cammino attraverso i monti (da Casetta di Tiara a Marradi ci sono più di venti chilometri) l'avevano messo di buon umore e cantava il ritornello "io ti scopersi e ti chiamai Sibilla" che a dire il vero viene da un sonetto di Giovanni Cena, uno scrittore col quale Sibilla aveva vissuto per diversi anni. Dino faceva il disinvolto, ma era gelosissimo del passato di Sibilla ...

Sopra: Visuale dalla Bastia verso Palazzuolo
A destra: ... mi avvicino al mio fatale paese ... Il Lavane visto dalla Colla di Palazzuolo

A Sibilla Aleramo
Pensione Scandinavia
Corso dei Tintori  Firenze

Sabato, domani, all'ultimo treno che arriva a Firenze, alle ore 8 e 3/4 o alle nove, io verrò mia cara. Non posso dirti nulla. Sono quà a Palazzolo (ne vedesti la direzione dalla Bastìa). Mi sono messo in viaggio questa mattina con un tempo magnifico e per tutta la mattinata ho pensato a te come per raccoglierti intorno gli ultimi splendori della bella stagione nei prati umidi, un verde intenso di velluto. Non ti dirò le sciocchezze che servivano di pretesto al mio amore, sono di quelle che non mi vuoi perdonare. Cantavo, figurati che avevo per ritornello: io ti scopersi e ti chiamai Sibilla. Volevo anzi telegrafartelo senz'altro questo ritornello come una protesta brutale della sanità vitale del nostro amore, unica ambigua e chiara risposta alle tue possibili ansie. Mi accorgo di sragionare. Mi avvicino al mio fatale paese. Addio amore ritroverò la forza fra le braccia della mia Sibilla.

Palazzuolo di Romagna  22 settembre 1916             Dino Campana

giovedì 19 settembre 2013

Dino Campana a Casetta di Tiara



Il paese del grande amore
di Claudio Mercatali



Nel settembre 1916 il soggiorno di Sibilla Aleramo a Casetta di Tiara si era concluso da poco. Erano stati giorni di matta passione per lei e per Dino Campana.
Il poeta rimase qualche tempo da solo e scrisse così alla sua amata:

"Come sapete ho la testa vuota, piena del vento iemale che riempie questa valle d'inferno. L'inverno mi diverte. Sento che qualcosa resta dopo tutto, come quel laghetto laggiù nella sua trasparenza che nulla riesce ad offuscare. Mi diverto a vederlo rabbrividire. Mi contento di poco come vedete. La felicità è fatta delle cose più leggere: quando, si intende, la felicità è in noi: in me?  e in voi -  Spedito con espresso articolo a voi, ricevuto lettere ringrazio. Trovato coltellino."

19 7bre 1916

Dov' è questo laghetto che sembra rabbrividire ai primi venti d'autunno? Si chiama laghetto di Porcia, e si trova proprio sotto Casetta, in un luogo suggestivo vicino al Molino della Lastra. Si può raggiungere dal paese scendendo per un sentiero impervio ma più comodamente anche dalla strada che viene da Firenzuola, imboccando a piedi una laterale proprio all'inizio della rampa che porta a Casetta. La cartina qui accanto chiarirà più delle parole.

Il Molino della Lastra è un piccolo edificio e in parte il laghetto è formato dalla briglia di sbarramento che devia l'acqua nella sua gora.


Il molino




Casetta di Tiara, come Campigno, ha tutte le caratteristiche per essere un luogo campaniano: è isolata, sperduta e suggestiva.


La valle dell'Inferno, che è lì sotto, in autunno è particolarmente bella. I gitanti dell'estate non ci sono più e la solitudine regna lungo il fosso del Rovigo, uno degli ecosistemi d'acqua corrente più integri del nostro appennino. La forma della valle fa da imbuto e il vento spira quasi sempre, gelido ma non forte.






Ottobre. Il sole tramonta 
dietro all'Altello. 
In alto la prima neve.



Dov'era la casa di Sibilla e Dino? Non sembra difficile rispondere e Sonia Livi, che gestisce qui un ristorante, spiega che nel primo Novecento praticamente solo la famiglia Gatti, possidente, aveva case adatte per essere affittate ai forestieri. Quasi certamente è quella di fronte alla chiesa, l'unica con un terrazzino.




La casa con il terrazzino






Ma la famiglia Gatti aveva anche un altra casa, più in alto rispetto al paese, nel punto in cui è stata scattata la foto panoramica qui sopra, e secondo alcuni potrebbe essere questa. Però è meno probabile, perché questo edificio, detto Ca' di Ciardi, è una casa troppo signorile per le possibilità finanziarie di Dino Campana, che aveva solo una rendita di trenta lire al mese passate dalla sua famiglia come vitalizio.

L'unica altra possibilità d'alloggio era la locanda di Geppinello, di fianco alla casa con il terrazzino, con quattro stanze da dare in affitto. ognuna intitolata ad un santo. Però Geppinello, al secolo Giuseppe Tagliaferri, era parente del parroco don Carlino Tagliaferri, ed è poco probabile che avesse affittato una camera intitolata a un santo a due amanti disinvolti come Dino e Sibilla. In più non pare credibile che una poetessa cittadina potesse accettare di alloggiare in una bettola di montanari.

mercoledì 7 agosto 2013

Dino Campana legge Omar Kaimar


Una sofisticata lettura 
in attesa di Sibilla
 ricerca di Claudio Mercatali



Siamo a Casetta di Tiara, la prima settimana d'agosto del 1916. La storia d'amore fra Dino e Sibilla è cominciata da qualche giorno e i due sono in piena sintonia. Il poeta è momentaneamente solo, perché l'amata è dovuta andare qualche giorno a Firenze e nel Mugello, per chiudere delle questioni personali, e allora si dà alla lettura e le scrive:




 
Dino Campana a Sibilla Aleramo
Casetta di Tiara 7 agosto 1916

Leggo il Rubayat di Omar Kaimar. Questo libro è eccellente e ben tradotto. Benché vi abbia appena stretto la mano bella dubitosa vi vedo qua in fondo ai pensieri e in fondo al paesaggio. Pura bellezza oro dell' occaso qualche cosa che conta nella solitudine dice Omar Kaimar e dice bene, nella febbre del crepuscolo tra i grandi boschi.


Chi è questo Omar Kaimar o Khayyam? Si tratta di un antico poeta persiano che era stato tradotto da pochi mesi in italiano dallo  studioso Mario Chini. Le poche cose che si sanno di lui conviene leggerle direttamente nel testo originale, che è qui accanto.




     
La filosofia di vita di questo poeta si adatta bene alla situazione presente di Dino e Sibilla, perché è un invito a vivere con semplicità, a contatto con la natura, in solitudine, con l'amata.
La quartina più delicata, alla quale Dino fa riferimento è una delle più note della raccolta. E' la numero XII e parla della modestia dei desideri che ogni uomo deve avere e della soddisfazione di avere una giarra di vino, un pezzo di pane, un ramo ombroso ...




A fianco:
la quartina XII del Rubayat



Tutto questo per Dino Campana è certamente importante, ma Sibilla è d'altro stampo e la sensibilità di Dino che più la affascina non è questa orientaleggiante, ma quella espressa nei Canti Orfici. Infatti gli scrive che sta tornando perché ha sbrigato le sue faccende ...



 Sibilla Aleramo a Dino Campana 
Villa La Topaia,
Borgo S. Lorenzo 8 agosto 1916 pomeriggio

M'han portato in ritardo la tua cartolina, Omar Kaimar. Prendo tutte le cose troppo sul serio? Ti mando lo stesso tutto quel che t'avevo scritto, ti divertirà un momento. Insieme alla tua, poche parole da Firenze, lagrime ma degne. Ne ho fatto un uomo.
Perché "dubitosa"? Di me, no. Di quel che sentivo, no. E neanche di quel che dovevo fare, vedi, ch'è già fatto, limpidamente. Ma d'esser per te una cosa di vita, una cosa di bellezza....
Ripensavo a un punto del tuo libro, a una frase che mi ti aveva avvicinata forse più d'ogni altra la prima volta che ti lessi: e ho cercato nel volume, è proprio dove tu mettesti per me la foglia d'edera: "... Dolce mi è sembrato il mio destino fuggitivo... cosi conosco una musica dolce nel mio ricordo... so che si chiama la partenza o il ritorno...".
Andando e stando.