Lanfranco Raparo, Marradi

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giovedì 6 giugno 2024

Francesco Fontani parla di Marradi

Un noto storico racconta 
la nostra storia antica

Ricerca di Claudio Mercatali




Francesco Fontani (Firenze 1748 - 1818) era di famiglia povera, divenne chierico eugeniano del duomo di Firenze, studiò filosofia, diritto canonico, teologia dogmatica e morale e fu ordinato sacerdote nel maggio 1772. 
Fu ottimo nelle arti figurative e nell'archeologia. Nel 1800 pubblicò, a Firenze, il Viaggio pittorico della Toscana, ristampato nel 1817 e nel 1827. Il successo dell'opera fu dovuto alle vedute di monumenti e luoghi toscani, incise dai fratelli Terreni e da altri artisti. Alcune di queste stampe ebbero come soggetto Marradi e sono fra le più antiche rappresentazioni del nostro paese.



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1257 
... Filippo, Abate del Monastero di Santa Reparata, Diocesi di Faenza, non potendo difendersi dai molti che lo travagliavano, ebbe ricorso alla sua protezione (di Firenze) ...
1428
... Avvenne ancora di più che Marradi non si potè riavere se non con vari fatti d'arme e un formale assedio ...


... E' Marradi un castello posto a piè dell'Alpi che separano la Toscana dalla Romagna ... (Niccolò Machiavelli)




1498 

... i Veneziani ... presentatisi a Marradi lo presero senza recargli gravi nocumenti ...









mercoledì 18 agosto 2021

Gli esiliati della Congiura de' Pazzi

Il Podestà di Firenze espelle
i nemici dei Medici
Ricerca di Claudio Mercatali



Bertoldo di Giovanni, 
la medaglia della Congiura


La Congiura de' Pazzi, fu ordita dalla famiglia di banchieri fiorentini Pazzi per stroncare l'egemonia dei Medici. Aveva l'appoggio del papa e di altri, tra cui la Repubblica di Siena, il Regno di Napoli e il Ducato di Urbino. Il 26 aprile 1478 durante una messa solenne in Duomo il prete Stefano da Bagnone e il vicario apostolico Antonio Maffei da Volterra cercarono di pugnalare Lorenzo il Magnifico ma riuscirono solo a ferirlo di striscio. Bernardo Bandini pugnalò a morte Giuliano, fratello del Magnifico.


Andrea del Verrocchio,
busto di Giuliano de' Medici


Jacopo de’ Pazzi cavalcò con i suoi fino a Piazza della Signoria gridando "Libertà!", ma la folla lo assalì e si scatenò la caccia ai congiurati in tutta la città. Appostate attorno a Firenze c’erano le truppe del papa e dei suoi alleati, che dovevano entrare in città a cose fatte. Però le campane suonarono a distesa e così capirono che la congiura era fallita e si ritirano senza farsi notare troppo.



La vendetta popolare fu feroce: Francesco de' Pazzi
 e l'arcivescovo di Pisa Francesco Salviati furono impiccati alle finestre del Palazzo della Signoria. Molti seguaci dei Pazzi furono giustiziati per strada e gettati in Arno. Anche i due preti sicari furono impiccati. Bernardo Bandini riuscì a fuggire a Costantinopoli, ma gli ambasciatori fiorentini ottennero dal sultano la sua consegna e fu impiccato il 29 dicembre 1479. Leonardo da Vinci che era presente disegnò il suo cadavere, ancora vestito con la tunica turca. L’intera famiglia Pazzi fu esiliata e condannata alla damnatio memoriae, cioè ad essere cancellata da ogni documento per essere dimenticata.




Subito cominciarono i processi, i bandi e le espulsioni dalla Città. Dove furono spedite le famiglie amiche dei Pazzi e i sospetti fiancheggiatori? Lo storico Scipione Ammirato vissuto un centinaio di anni dopo il fatto, dice nelle Istorie Fiorentine che una parte di loro fu confinata nella valle Acerreta, nei dintorni di Lutirano.

Può darsi. Il territorio è isolato, ai limiti della Signoria, facile da controllare e vicino alle terre del papa nelle quali eventualmente gli esuli potevano rifugiarsi in caso di minacce. Nello stesso tempo il papa Sisto IV poteva aiutare i suoi ex seguaci senza manifestarsi apertamente.

Se si escludono il Mugello e l’appennino dove si potevano mandare gli esiliati per tenerli lontano ma sotto controllo? A sud di Firenze c’era la Repubblica di Siena, a ovest Pisa, a est Urbino e Perugia, tutte città che avevano complottato contro i Medici in questa vicenda. Invece i territori del Mugello e dell’ appennino furono usati altre volte dai Fiorentini per liberarsi degli indesiderati, per esempio quando c’era bisogno di vuotare le carceri o gli orfanatrofi. Ne sono testimonianza i cognomi Malavolti, Malenotti, Bigalli, Galeotti, Innocenti, Degli Innocenti, Nocentini, Degli Esposti, Donatini.



Le sentenze emesse dal Podestà di Firenze per la Congiura stabilivano la distanza minima e massima da Firenze che gli esiliati dovevano rispettare. Le raccolse Angelo Poliziano, un artista molto amico di Lorenzo il Magnifico, presente quel giorno in chiesa e autore di una raccolta documentaria notevole alla quale ora ci affideremo. Una parte è qui accanto.


La vendetta dei Medici fu dura: ottanta condanne a morte per impiccagione, molte espulsioni e residenze obbligatorie attorno alla Città, per qualche anno o per sempre, a distanze variabili comprese fra cinque e quaranta miglia, ossia 8 – 66 chilometri perché il quel secolo il Comune non si estendeva oltre.

Dunque l’affermazione di Scipione Ammirato è credibile. Però la semplice citazione di uno storico illustre, anche se esplicita, non può bastare per sostenere una ipotesi. Vediamo se si trova qualche altra informazione.

Gli espulsi erano benestanti, con proprietà terriere, con un residuo potere nell’ambito del proprio clan fatto di soci in affari e di consorti vari. Le condanne di espulsione non indicavano un sito preciso di residenza obbligatoria. Venne lasciata loro una certa libertà di movimento nel contado per curare i propri interessi. E’ evidente infatti che queste famiglie, una volta sottomesse alla Signoria e per così dire “rieducate politicamente” erano una risorsa economica, perché alimentavano dei giri di denaro con i loro commerci e le loro attività finanziarie e di impresa. Dunque fuggirono dal territorio di Firenze solo i  ribelli che non accettarono la sconfitta. E’ il ripetersi di una storia già vista a Marradi: una parte dei Fabroni fuggì da Pistoia nel Medioevo dopo le lotte cittadine e si stabilirono qui da noi e i Torriani  in fuga dalla Lombardia per gli stessi motivi nel Cinquecento giunsero a Marradi, comprarono dai Razzi e completarono il loro attuale palazzo.

Dunque qualche notizia si può ricavare dai cognomi dei condannati. I Corsi ai quali era stato vietato il transito da Sesto a Barberino del Mugello come si legge in una sentenza qui sopra, si stabilirono quasi certamente in quella parte del Mugello, dove il cognome e la sua variante Corsini è presente anche oggi. Così è possibile che siano arrivate a Marradi alcune famiglie Pazzi, cognome che nelle filze del Settecento dell’archivio storico del Comune compare in tanti documenti. Spesso si tratta di prelati e parroci, anche perché la Chiesa non aveva applicato a questa famiglia la damnatio memoriae come aveva fatto Firenze nei secoli precedenti. Questo cognome era frequente anche a Tredozio, che allora faceva parte della Signoria di Firenze come Marradi.






Ma il cognome che più si presta a questi discorsi è Bandini, presente anche oggi a Marradi e in tutta la valle Acerreta fino a Modigliana compresa. 
Lorenzo il Magnifico mandò degli ambasciatori fino a Costantinopoli per far estradare e poi impiccare Bernardo Bandini e di certo avrà messo al confino anche tutto il resto della famiglia e tutti i parenti, prossimi o remoti, più o meno coinvolti nella congiura.

Dai documenti del Cinquecento dell' Archivio Storico del Comune di Marradi si sa che i Bandini a Lutirano erano già residenti e benestanti quanto basta per essere nominati consiglieri comunali (la carica spettava a chi aveva un certo censo).


Nel Seicento le cose andarono meglio ancora e nei verbali dei Consigli comunali se ne trovano molti.

Le notizie su di loro abbondano anche nei secoli successivi. Antonio Bandini di Pian di Sotto, una fattoria vicino a Bulbana, nel primo Ottocento gestiva là una filanda di seta, come Giovanni Bandini di Modigliana. A quel tempo Filippo Bandini era proprietario della fattoria di Veriolo, a Lutirano, il cav. Alessandro Bandini era proprietario di Cignano e un’altra famiglia aveva residenza storica in un palazzo vicino al ponte per Tredozio, dove nacque il generale Domenico Bandini. Tutti costoro, variamente imparentati, avevano per tradizione di famiglia uno spirito di impresa, commerciale e padronale che difficilmente avrebbe potuto nascere ed essere tramandato in un ambiente agreste come quello senza un input esterno.


Per tutti questi motivi forse diverse famiglie Bandini giunsero a seguito delle vicende di cui stiamo parlando e si stabilirono nella valle Acerreta e non solo lì. Però la sicurezza non c'è, perché non tutte le cose logiche sono vere e non tutte le cose vere sono logiche.

Come si vede nella cartina qui accanto la attuale diffusione del cognome, localizzato fra Toscana e Romagna, è compatibile con i ragionamenti fatti prima.



venerdì 18 dicembre 2020

1424 L'imboscata di Fognano

I popolani aggrediscono 

il capitano Niccolò Piccinino

al servizio dei Fiorentini

Ricerca di Claudio Mercatali


Niccolò Piccinino


Nel 1424 il Comune di Firenze cercò di conquistare la Romagna. Ogni cosa era stata predisposta con cura: c’era una fitta rete di alleanze con i signori locali e un forte esercito schierato a Zagonara, un sito appena fuori a Lugo di Romagna. Si doveva affrontare in una battaglia campale Filippo Maria Visconti, che aveva le stesse mire. Era un confronto diretto fra Firenze e Milano, per decidere una volta per tutte chi doveva prevalere. Le cose andarono male per i Fiorentini, tanto che la loro storiografia glissa parecchio su questo episodio e pur non potendo ignorarlo, è abbastanza avara di particolari. Perciò conviene fare riferimento allo storico Flavio Biondo, che ci narra i fatti visti dalla parte dei Milanesi vincitori. Ecco qui una sintesi da uno studio dello storico Marco Cavalazzi:

 

La battaglia di Zagonara



Da “Historiarum ab inclinatione Romanorum imperii decades” (Le decadi storiche dal declino dell'impero romano di Flavio Biondo, storico e umanista italiano del Rinascimento.

 


28 luglio1424


I Forlivesi assediati da Carlo Malatesta chiesero aiuto a Filippo Maria Visconti, che mandò in Romagna 4000 cavalieri e 1000 fanti, comandati da  Angelo Della Pergola. Alberico da Barbiano, al servizio dei Fiorentini,, decise di chiudersi con pochi in Zagonara e Angelo Della Pergola l’assediò e diede l’attacco al castello da due fronti, notte e giorno. Accortosi che Alberico contava soprattutto sulla difesa fornita dall’acqua nei fossati del Castello, la fece defluire. Messo così alle strette Alberico patteggiò con Angelo Della Pergola una tregua di quattro giorni e avvertì Carlo Malatesta e i Fiorentini che se non fosse stato soccorso con urgenza avrebbe dovuto arrendersi.


Al tramonto del terzo giorno di tregua Carlo Malatesta diede l’ordine di partire con i soccorsi ma all’improvviso si scatenò un nubifragio che durò tutta la notte, impacciando nel buio e nel fango i cavalieri e rendendo penosa la marcia della fanteria. All’alba Carlo ricompose le fila, molti erano rimasti indietro per il maltempo, ma ordinò comunque l’avanzata. Della Pergola fece allora rompere gli argini del canale derivato dal Senio nei pressi di Maiano.

Carlo Malatesta, quando giunse non trovò un posto asciutto in cui schierare l’esercito, ma ordinò l’attacco, che non riuscì. I Fiorentini si ritrassero, alcuni fuggirono e Angelo della Pergola, con un contrattacco li travolse.

Carlo Malatesta cadde da cavallo e venne fatto prigioniero. Filippo Maria Visconti avrebbe potuto fare prigionieri tutti i Fiorentini se si fosse spinto avanti, ma non capì quale grande occasione gli si era offerta.

L’esercito fiorentino, travolto, fuggì in disordine verso la valle del Lamone e quando la notizia giunse a Firenze in città si diffuse il panico. Si temeva che i Visconti potessero invadere il Mugello  e in fretta si allestì un nuovo esercito, con i resti di quello vecchio e tante milizie fornite da tutti i comuni toscani legati a Firenze. C’era anche una milizia di cinquanta cavalieri e altrettanti fanti provenienti da Marradi, condotti da Ludovico Manfredi, signore del Castellone. Il comando di tutte queste genti venne dato al capitano di ventura Niccolò Piccinino, che lentamente scese da Marradi verso Brisighella per contrastare Angelo della Pergola, che stava devastando le colline. Il Piccinino non aveva la forza per ingaggiare una battaglia campale di rivincita e si limitava a fare terra bruciata davanti ai Milanesi che risalivano la valle del Lamone.


Il ponte per Campiume a metà dell'Ottocento


Nel corso di una di queste operazioni giunse a Fognano e con l’avanguardia passò il Lamone a Campiume, di fronte al paese. Aveva dato ordini precisi, perché il grosso delle sue milizie guarnisse il ponte che poi avrebbe dovuto ripercorrere tornando indietro. 



Era il gennaio 1425, le milizie fiorentine avevano bisogno di rifornimenti, il paese di Fognano sembrava sotto controllo, non si vedeva nessuna minaccia e allora si abbandonarono al saccheggio. Però i Fognanesi reagirono violentemente e demolirono il ponte di legno sul Lamone. Così Niccolò Piccinino e Oddo da Montone rimasero isolati e furono assaliti da Angelo della Pergola. 





Oddo fu ucciso, Piccinino fu preso prigioniero e portato a Faenza legato e diritto su un carro, perché tutti potessero vedere com’era ridotto. L’esercito fiorentino abbandonò il paese e risalì in disordine la valle fino a Marradi. 


L’episodio ci interessa perché lo conosciamo dalle Istorie Fiorentine di Giovanni Cavalcanti, un importante storico contemporaneo di questi fatti, che lo trascrisse in base ai racconti del suo amico Ludovico Manfredi da Marradi, che era a Fognano e vide tutto. Giovanni e Ludovico avevano tempo per parlarsi perché per alcuni anni furono in carcere insieme, alle Stinche, a Firenze. Ludovico era lì accusato di tradimento e Giovanni di bancarotta ed evasione fiscale, infatti era un ottimo cronista ma un pessimo amministratore dei suoi beni.


sabato 24 ottobre 2020

1430 Lo storico Cavalcanti parla dei fatti di Marradi

La sorte di Ludovico Manfredi

descritta da un suo compagno di cella

ricerca di Claudio Mercatali

 

Il carcere delle Stinche

Giovanni Cavalcanti è un importante storico fiorentino del Quattrocento. Nacque nel 1381 e morì circa alla metà del '400. Sappiamo che era di un ramo minore della nobile famiglia fiorentina, gli piaceva il bel vivere e si occupava attivamente di politica. Da questo vennero le sue disavventure, perché i suoi avversari lo accusarono di evasione fiscale e fu imprigionato nel carcere delle Stinche, dove rimase dal 1428 al 1430 circa. In carcere scrisse gran parte delle Istorie Fiorentine, una cronaca dei fatti accaduti a Firenze dal 1420 al 1440. Poi fu liberato e continuò a scrivere con un certo successo, ma fu sempre gravato dai debiti a causa della sua condotta poco accorta.

Perché interessarsi di lui?

Il fatto è che il periodo descritto nelle Istorie è proprio quello della conquista fiorentina della Romagna Toscana e della presa del Castellone di Marradi. Ma soprattutto Cavalcanti fu compagno di prigionia di Ludovico Manfredi, ultimo signore del Castellone, attirato a Firenze con l'inganno e incarcerato per sempre alle Stinche. Dalle Istorie si capisce che i due si conoscevano e Ludovico gli confidò le sue amarezze e raccontò le sue disavventure ricevendo ascolto e comprensione. Lasciamo che sia lui a dire:

 

Cavalcanti accusa la città di Firenze di crudeltà nei confronti di Ludovico:

... O Firenze, che fai tu? Dove sono le tue leggi, che tu fai con tanto sottili provvedimenti? ...

 

Secondo le confidenze di Ludovico i Fiorentini avevano fatto un accordo con lui perché avevano bisogno di gente d'arme per difendersi dai Visconti, che minacciavano la Città. Firenze era alle strette dopo la sconfitta di Zagonara (un paese vicino a Ravenna in cui le truppe della Signoria erano state sbaragliate dai Milanesi).

 

I Fiorentini gli avevano dato "carta bianca" e poteva fare quello che voleva purché contrastasse i Milanesi:

... e cominciò a cavalcare quando in un luogo e quando in un altro, come meglio credeva che fosse ...

  

 

Poi quando non ebbero più bisogno di lui ci fu l'inganno:

 ... I Dieci, conoscendo il suo tardamento, immaginarono allettarlo con la dolce esca della compagnia del suo dimestico Francesco Soderini e con molta sollecitudine Francesco mandarono a Marradi ...

  

Anche il Castellone fu preso con l'inganno perché il comandante delle truppe fiorentine e il Commissario Averardo de' Medici promisero la liberazione di Ludovico se i suoi fratelli si fossero arresi.

 

... I fratelli di Ludovico stimarono la più terribilità del principio che la quiete del fine: capitolarono voler dare la fortezza, si veramente che Ludovico fosse renduto ...


Bernardino  Ubaldini della Carda, conte di Apecchio, comandante dei Fiorentini a Marradi, era un personaggio ben noto. Aveva dato la sua parola che Ludovico sarebbe stato liberato dopo la resa e si offese molto quando questo non avvenne.  

A detta di Cavalcanti il capitano Bernardino si risentì con i governanti della città e questo sarebbe stato uno dei motivi per cui passò al servizio di Siena divenendo un nemico di Firenze.

 

Dunque l'ultimo conte di Marradi fu un personaggio di rilievo all'epoca e nonostante fosse stato sconfitto e imprigionato fu stimato da molti. Fra qualche tempo ne riparleremo.

 

domenica 18 ottobre 2020

Sulla prigionia di Ludovico da Marradi

Notizie e documenti

Da uno studio di Francesco Flammini


Il Castellone di Marradi sullo sfondo della chiesa di Cardeto (1934).


Francesco Flammini, studioso di fine Ottocento, descrisse alcuni episodi inediti e documentati della prigionia di Ludovico Manfredi, ultimo signore del Castellone di Marradi, imprigionato per sempre dai Fiorentini nel carcere delle Stinche, nel quartiere Santa Croce.

La vicenda è stata raccontata tante volte qui sul blog e quindi non serve ripeterla. Ora interessano alcune iniziative del nostro antico compaesano, finite male, con le quali cercò di ottenere la liberazione. Per capire la vicenda serve un breve inquadramento:

Gaspare Canedolo era un nobile veneto che osteggiava il potere del papa Eugenio IV in certe dure contese in Emilia. Nel 1434 dopo una complicata serie di eventi fu fatto prigioniero dal condottiero Gattamelata a san Giovanni in Persiceto (Bologna). Fu consegnato al papa che all’epoca era alloggiato a Firenze, dopo la fuga da Roma a seguito di una rivolta. Il papa chiese ai Fiorentini di imprigionarlo alle Stinche, dove poi il disgraziato Canedolo morì. Gaspare in prigione cercò di organizzare un’evasione, ma a detta di Flammini fu tradito da Ludovico da Marradi, che sperava in questo modo di ingraziarsi il papa e di essere liberato. Le cose andarono a rovescio e il marradese venne messo in una condizione di prigionia ancora più dura.

Il nobile fiorentino Francesco d’Altobianco degli Alberti non aveva apprezzato per niente la delazione di Ludovico e troncò ogni sua supplica con questa quartina:


Ove manca bontà cresce ogni orrore
e l’errar volentieri è mal difetto
né riescon gli avisi sempre al netto,
ma certo sia: chi mal vive mal more.




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Per ampliare
Altro su Ludovico Manfredi e la sua famiglia è nel tematico del blog alle voci:
1) I Marradesi del Trecento
2) I Marradesi del Quattrocento
3) Storia del '400





giovedì 3 settembre 2020

1428 Il diario di Averardo

La conquista di Marradi descritta dal Commissario
al comando dei Fiorentini
ricerca di Claudio Mercatali

Averardo de Medici di Francesco di Giovanni (detto Bicci) era un membro della famosa famiglia, che nel 1428 era già importante ma non governava ancora la città. La Repubblica lo spedì a Marradi con un buon numero di armati per conquistare il castello e il territorio. Il motivo di tanto interesse stava nel fatto che Firenze si sentiva minacciata da nord e voleva il controllo dei passi appenninici.

I documenti autografi che seguono vengono dal Fondo Mediceo Avanti il Principato (Firenze).

Il Castello di Marradi era dei Manfredi, una consorteria di signorotti di cui i Fiorentini non si fidavano affatto. Ludovico, il primogenito, era già da un paio di anni nel carcere delle Stinche, in riva all'Arno, ma i suoi fratelli tramavano sull' appennino contro gli interessi della Città.

Averardo ebbe l'incarico di stringere d'assedio la fortezza e di prenderla, e lo fece. Non fu semplice e l'assedio durò un mese. Per prima cosa il Commissario cercò di far giurare fedeltà ai Marradesi e a quelli di Fiumana (S.Adriano) per mettere fuori gioco Guidantonio Manfredi di Faenza. I marradesi erano incerti sul da farsi e una parte preferiva stare sotto Faenza. Evidentemente il problema dell' appartenenza alla Romagna o alla Toscana era  attuale già allora.


Lo sappiamo perché Averardo era un pignolo che scriveva ogni giorno quello che succedeva e poi spediva una lettera a Firenze, per mezzo di un messaggero a cavallo, un "cavallaro" come lo chiamava lui. Queste missive sono all' Archivio di Stato di Firenze e così possiamo rivivere i fatti leggendo il resoconto di questo autorevole protagonista.

A leggere le lettere di Averardo sembra proprio che ottenere la fiducia e l'obbedienza dei marradesi fosse più difficile che conquistare il castello. L'obbedienza era importante, perché i Fiorentini non venivano per assoggettare ma per governare e avevano bisogno di consenso.

Averardo aveva chiaro questo scopo e  trattò con tatto gli abitanti, soprattutto quelli di Fiumana che erano meno convinti dei marradesi. I marradesi non vollero saperne di andare a combattere al castello, ma è comprensibile se si pensa che anche quelli chiusi nel Castellone erano di Marradi, magari  parenti o amici.   Ora leggiamo Averardo che scrive queste 3 lettere:

 

Lettera 5   da Marradi 10 agosto 1428

Magistrati e potenti signori miei. Questa mattina a ore XI per via del vostro cavallaro ricevetti la vostra; da di poi a ora 8 pomeridiane del 10 di agosto  era il termine che issi uomini doveano venire a iurare e io andai a Marradi per ricevergli.

In sull'ora del tramonto sono venuti qui due da Fiumana Noé di Nanni e Beneditto del fu Ubaldo e per quegli di Marradi Bernardino di Ruberto i quali dissero per loro parere essere i detti uomini deliberati a iurare e ubbidire e fare tutti i nostri comandamenti e quegli di Fiumana che sono in numero di 240 dirono esserne una parte per la quale dirono che per loro signore vorrebbono quello di Faenza perché dirono essere del contado medesimo di Faenza.Essi sono ora di diverso (parere) e per domine il signore di Faenza non gli interessa e sono contenti di venire di buona voglia sotto la V.S. ...

Quei da Marradi che sono circa 300 non hanno ancora mandato a dire niente e per stringere presto diranno che essi persuasi per la maggior parte sono ben disposti e quelli che restassono li farebbono venire a forza. E comprendo per lor parlare che per prima cosa si contenterebbono della S.V e di nessun altra. E per questo volersi  accordare tutti a un tratto perché vorrebbero stare in pace. E però per persuaderli mi pare che bisogni concedergli due cose. La prima che il comando nostro non sii per gli uomini di Fiumana. La seconda di persuadergli che qui si sia così forti che si possa strignere il castello loro altro che con le parole. E così facendo avere da farlo libero.

E questa deliberata si faccia presto perché stare in questa forma senza fare nessun drappello di Marradi fa parecchi contrari. E perché non potesse nascere una questione e il signore di Faenza non potesse perdonarci ingerenza deliberai subito udito il volere vostro formargli un altro drappello ...... e (?) ......... dimando alla S.V alla quale sempre mi raccomandai che si comprendesse la sua intenzione. Di poi sono venuti a me 22 uomini per parte di quegli di Marradi e diromi che gli uomini tutti sono rimasti disposti di venire alla vostra obbedienza e così hanno sacramentato in  sull'altare che se qualcuno mancherà dirono che lo faranno venire per forza. Per me che quello più era in dubbio più ora è certo. Mandate qualche cavallaro che non ve nè niuno.

Da Firenze rispondono che stanno arrivando dei rinforzi:

 Lettera  6   da Firenze 11 agosto 1428

Insigne e strenuo signore. Come penso che dobbiate sapere sono state mandate più brigate a cavallo parate a ridurre all' obbedienza della loro signoria questo paese di Lodovico e suoi fratelli.

E perché dessero bandiera alla nostra Signoria vi raccomandiamo di richiedere a tutti loro avrìa essere comandati soldati cognoscendo voi essere dei più fidati alla signoria di Firenze piglierà sicurezza bisognando dir che diano aiuto e favore. Per ora resto, die XI agosto

 Lettera 7    da Marradi 12 agosto 1428

Magistrati signori miei. Questa mattina ore XI risposi alla lettera vostra per (mezzo di) Agnolo il cavallaro di quanto dopo ad allora era seguito. E come poi ch' ebbi suggellato la lettera vennero di là uomini di quelli di Marradi e per parte dei suoi dissono di essere quasi tutti d'accordo che si erano accommodati di venire all'obbedienza della S.V. e se qualcuno se ne traesse che gli farebbero venire per forza essendo questo affare ragionevole.

E vi dico che ci sono uomini infra gli altri che più mi stringevano perché non volevano essere tenuti andare a combattere al castello purché non andassero per loro decisione, ma si dicevano certi che di loro volontà ve ne andranno molti.

E vollono che questa mattina si andasse fino là a fargli firmare l'impegno e rimasero gli uomini per memoria il mio nome e mi pare un gran esempio perché c'erano con i detti i più fidati uomini.

E come potete comprendere col mio segno quelli tutti essere venuti alla vostra ubbidienza e anche quel terzo di Fiumana che vorrebbero Guidantonio oramai sono persuasi per modo che stamani adiurarono.

Ed essi medesimi si lamentarono perché dirono di sentirsi abbandonati ma non sono tutti disposti per la guerra al castello e tenuti alla guerra si inimicarono perché tutti mi hanno parlato dei modi verso di loro tenutisi di essere un'altra volta nemici e di tenere sempre la loro brigata.

Vidi l'inimicizia che hanno molto verso i loro stessi signori e mi apparve cosa grave, mi pare che a torto infino a qui sono stato in sospetto di quelli perché niuno addiverrà a essere contro di noi. E dove prima di ieri la loro venuta mi pareva fatta troppo presto ora ne fo però dubbio che sia ancora da attendere di pigliare il castello del quale detti paesani ne fanno meno stima che ne fo io ...

Dunque le cose vanno per il meglio e piano piano i marradesi si convincono ad assoggettarsi ai fiorentini. Il castello sembra un problema secondario ma non è così. Con il passare dei giorni l'assedio si dimostra duro, i mezzi sono pochi e diversi soldati disertano. Da Firenze arrivano dei rimproveri per Averardo, accusato di non essere stato abbastanza fermo con i disertori e lui risponde così:

 


Lettera 17    da Marradi a dì 20 agosto

 Domini e signori miei, iermattina per mezzo di Romanello mio famiglio risposi alla V.S. di quanto accadea fino ad allora. Poi ieri a tardo dì ebbi una vostra e a quella così vi rispondo, che io non mi meraviglio che sopra alla V.S. siano dette e mosse molte cose perché essi possono fare e dire di quelle cose che quando coll'occhio vedessero il luogo e il fine che bisogna fare vi verrebbe tutto l'opposto che questo dire, che non alla V.S ma a me e ogni giorno capitano di simili cose.

Ma poiché io credo che la intenzione della V.S. sia di fare in modo che sempre si vinca e si accontenti e si andasse innanzi senza avere a perdere o tornare indietro, si è fatto e si fa nel modo che insino qui avete potuto comprendere.

E per la grazia di Dio per lo stesso motivo il barroccio lo metterò dietro ai bovi e non innanzi, così ho seguitato fino a qui e così penso di fare per lo venire.

Avvisai la S.V avea dato ordine ...... che fossero perdonati .......... di fuori tornare all'obbedienza per tutto il mese di agosto passato e dal termine in qua nessuno fosse reputato un ribelle da che nessuno ha fatto grande  pena  però quelli che danno di fuori oltre il termine tenete più . ....... ..........  la quale senza replicare essendone venuta alcuna a effetto  ............. la nostra faccenda.

Che volesse Dio che ora vi fosse noto che se mi aveste informato prima della vostra intenzione era legger cosa che avessimo potuto fare a nimici tale insulto e altro che in breve l'avremmo ridotti a grande stretta, perché avendo passato il termine del bando e deliberando di assaltarli come ieri facemmo si sarebbe potuto fare per tal modo che andava molto meglio che non così.

E dove mandai 300 fanti in vetta al poggio dove già fu la bastia li avrei mandati avanti da più parti e potuto fare dell'altre cose e grande danno e grande paura perché strettisi come poteano alla porta del castello ferono una grande scaramuccia e infine presono un prigioniero dei loro e li rimisero dentro ma non si è potuto seguitare a combattere come si sarebbe fatto se mi aveste mandato la roba che diceste e altro ancora ...

A Firenze danno ascolto ad Averardo e alla fine di agosto arrivano i rinforzi, cosicché l'assedio va a buon fine ai primi di settembre.

Volete provare a tradurre un manoscritto del Quattrocento? Avete un computer con un buon video? Allora questa è la ricevuta che don Giacomo da Gamberaldi, cappellano di S.Lorenzo in Marradi, rilasciò ad Averardo, che dopo l'assedio gli aveva donato per la sua chiesa ... ...

Cliccate per ingrandire e resistete alla tentazione di leggere la risposta qui sotto.


Io, don Giacomo di Mattia da Gamberaldi, capellano della chiesa di S.Lorenzo da Marradi ho avuto dal Commissario un pacco molto fornito e dui .................. uno ...................... il quale mi dà per la chiesa da Marradi, a dì sei d'otobre 1428 noi da Averardo de Medici commissario. 


Come era organizzato l'esercito del Comune di Firenze nel 1428 e negli anni seguenti? Il Comune non aveva un esercito stabile e chiedeva di volta in volta l'invio di milizie ai comuni attorno alla città, secondo un complicato gioco diplomatico basato sui favori dati e ricevuti negli anni precedenti. Insomma i comuni del circondario non potevano dire di no alla Città, in ragione dei tanti interessi che li mantenevano vincolati a Firenze. 



Per esempio questa lettera annuncia l'arrivo di un gruppo di fanti da Pistoia, guidati da un certo Nicolò Danovelli Capitano della Montagna pistoiese.

Pian di Novello è una frazione del comune Abetone Cutigliano (PT).

Arriva gente dalla Val di Chiana: G
argonza, Monte San Savino, Palazzuolo.
Clicca sulle immagini se le vuoi ingrandire


Questa invece è una lettera che annuncia l'arrivo di una compagnia di fanti da Colle (Valdelsa)

L'equivoco o il tradimento

Questo comandante, di cui non si legge il nome, aveva alloggiato le sue milizie al castello di San Piero ma la mattina presto una parte dei fanti "senza fare trombetta" cioè senza preavviso partì dirigendosi per errore (o apposta) verso Barberino invece che verso Borgo San Lorenzo. In questa lettera il comandante scrive ad Averardo che sono andati ad alloggiare a Bruscoli, dopo aver passato la Futa invece della Colla e lamenta un tradimento.

Fonti
Fondo Mediceo Avanti il Principato filza 81, documento 24, anno 1428 dalla carta 195 alla carta 264 "Quadernum recordantiarum, literarum atque famulorum".

 Fulvia Rivola, Il Castellone, edizioni Polistampa, Firenze.

Per approfondire: Arch. Marco Cappelli, La guerra di Marradi, pubblicazione recentissima, del 2020.