Lanfranco Raparo, Marradi

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sabato 18 novembre 2023

Il Molinone di Marradi

Breve storia 
di un molino a cilindri
ricerca di Claudio Mercatali





Negli anni 1885 – 86 l'imprenditore veneto Ferruccio Busato di Cucca (oggi Veronella) comprò il molino della Presìa da Franco Piani di Marradi. Questo opificio era esattamente dove ora c'è la centrale elettrica e aveva un canale di derivazione dell' acqua dal Lamone a fianco del cosiddetto pozzo della Lontria. 


La planimetria dell'area in oggetto al tempo della costruzione del Molinone e della Centrale elettrica.


Busato era in società con l'ingegnere marradese Lorenzo Fabbri, che stava progettando la centrale elettrica di Porretta Terme e pensava di farne una anche a Marradi.

L'idea originaria di Busato e Fabbri era di costruire uno stabilimento meccanico alimentato dalla centrale idroelettrica. Vista l'ottima resa dell' impianto del sig.Luini a Porretta Terme, Busato propose al sindaco Francesco Scalini un impianto di illuminazione pubblica per Marradi, al posto di quello a petrolio. Nell'archivio storico del Comune c'è uno scambio di lettere fra queste persone, leggiamole:




All' Illmo Sig. Cav. Francesco Scalini
Sindaco di Marradi

Il sottoscritto ha l'onore di rivolgersi alla S.V. Illma per una cosa che porterà qualora venga benevolmente accolta, vantaggio e decoro a questo paese. Avendo il sottoscritto acquistato il molino Présia per impiantare un grande stabilimento meccanico che andrà illuminato a luce elettrica e sembrandogli opportuno che anche nelle vie di questo paese la luce elettrica possa vantaggiosamente essere sostituita alla pubblica luce del petrolio con poca differenza di spesa penso fare alla S.V. la seguente proposta:
Il sottoscritto si propone di fornire la luce elettrica al paese di Marradi per lire 1500 impiantando circa 30 piccole lampade da distribuirsi nei vari punti del paese e tre grandi lampade per le maggiori piazze - e ciò entro otto mesi da oggi. Nella fiducia che la proposta sarà dalla S.V. trovata degna di considerazione, il sottoscritto attende un cenno di riscontro e ha l'onore di segnarsi.

Marradi, 1 giugno 1888 Devotissimo Busato Ferruccio di Cucca

Il Sindaco gli ripose il giorno stesso:

Marradi 1 giugno 1888
Questo Consiglio Comunale, al quale ho comunicato la proposta sua, ha accolto in massima la di lei proposta per l'impianto della luce elettrica all'interno del Paese, ma prima però di addivenire a una formale accettazione della proposta, desidera dalla S.V. un dettagliato progetto in proposito.

Nel pregarla di una sollecita risposta le dichiaro la mia distinta stima.
Il Sindaco firmato F.Scalini


Quindi il Molino Busato e Fabbri, più noto come Molinone in origine faceva parte di un unico progetto che comprendeva la Centrale elettrica e divenne un opificio a se stante solo verso la fine degli anni Trenta, quando ormai era alla fine. La Centrale era stata rilevata dalla Società Elettrica Valdarno che poi negli anni Sessanta venne inglobata nell' ENEL.





L'impresa Busato Fabbri e C. fu registrata alla Camera di Commercio il 20 giugno 1888 e dopo due anni divenne Società in accomandita semplice Ing. Fabbri e C. perché l'ingegnere comprò la parte di Busato con il ricavato della vendita della Centrale di Porretta Terme (1891). 


Ora lasciamo da parte la Centrale, della quale è già stato detto nei post citati nella bibliografia e parliamo del Molinone. Il nome è un nomignolo dato dai marradesi a questo edificio enorme, alto cinque piani, che si eleva dal greto del fiume Lamone fino al piano della stazione ferroviaria. Le relazioni tecniche dell'epoca dicono che poteva produrre 200 q di farina in 24 ore alimentato da una turbina elettrica da 60 cavalli. 


I macchinari per la macinazione erano della Ditta Millot e C. di Milano, molto moderni. 






Nel 1908 l'ing. Fabbri chiese al Comune di Marradi e alla Ferrovia di realizzare un collegamento rialzato fino ai binari, in modo da portare la farina direttamente ai carri merci. 






Questo rese il Molinone molto competitivo e nel 1927 un innalzamento della diga della Lontria permise di portare la potenza della Centrale a 180 cavalli (un dato per noi risibile ma notevole all'epoca).




La crisi cominciò nei primi anni Trenta, forse a seguito della tremenda recessione seguita al tracollo di Wall Street del 1929 che mise in ginocchio anche la Fornace Marcianella e la Banca di Credito e Sconto di Marradi. 







Nel 1936 la ditta compare negli atti come SAMIF, Società Anonina Ingegner Fabbri, costituita il 27 luglio 1929 con un capitale azionario di 750.000 lire e quindi Fabbri non era più il Socio accomandatario responsabile in solido e in misura illimitata ma un azionista di riferimento. 








Il Molinone cessò il 20 ottobre 1940 come risulta dall'avviso di convocazione dell' ultima assemblea. Nell'ordine del giorno c'è la nomina di un liquidatore, il che significa che c'è uno stato fallimentare e si legge che il capitale sociale si è ridotto a 315.000 lire. In più da pochi mesi era scoppiata la Seconda Guerra Mondiale.

Come funziona un molino a cilindri? Ecco una domanda difficile che non ha una risposta semplice, però lo schema qui sopra può essere d'aiuto. I "cilindri" sono dei rulli di ferro che ruotano uno contro l'altro (controrotanti) e schiacciano i chicchi che scendono dall'alto. Dopo una prima molitura seguono altri passaggi con la separazione della semola, della prima farina, della farina più raffinata e del farinaccio, lo scarto, secondo la procedura riassunta qui accanto.



Dopo la chiusura l'edificio venne acquistato dalla ditta Molini Biondi, di Firenze, che lo disattivò. Dopo la guerra la ditta fiorentina cessò l'attività anche a causa dei danni disastrosi che aveva subito durante il conflitto e il Molinone fu abbandonato.  





Acquistato da un privato negli anni Settanta rimase in abbandono fino ai primi anni Novanta, e allora il proprietario lo donò al Comune perché fosse destinato ad "opere di alto significato sociale" che però non sono state individuate. Il Comune lo mise in sicurezza per evitare il crollo definitivo ma oggi servirebbero altri interventi.




Per approfondire sul blog

13 settembre 2013 A Marradi la luce elettrica ...
22 ottobre 2015 Fiat lux La luce elettrica a Marradi





sabato 19 settembre 2015

La Fornace Marcianella


Breve storia
 di una fabbrica di laterizi
ricerca di Vincenzo Benedetti




Marciana e Marcianella erano due poderi appena fuori Marradi, dalla parte di Faenza. Il primo si estendeva nell' attuale piazzale della stazione, fino a Casa Gondi e oltre.
Era così grande e importante che nelle carte antiche il nome indica tutta la parte di Marradi oltre il ponte sul Lamone, quella che oggi in dialetto si chiama Jum Marè (Marradi basso).

Marcianella era un podere più piccolo, corrispondente ai terreni dell' attuale Vivaio Forestale. A Marcianella c'è "la terra buona" ossia bruna e senza sassi, fertile e ottima anche per fare i mattoni. Infatti ogni tanto nell'Archivio Comunale si trova traccia di attività di fornace, fino dal Seicento. Tutte queste cose le sapeva benissimo anche Giuseppe Torriani, che nel 1920 decise di comprare il sito per costruire una moderna fabbrica di laterizi. L'edificio fu completato nel 1921 e il 16 marzo di quell' anno cominciò la produzione.

La fabbrica andò avanti per circa dieci anni, spesso in difficoltà. Cambiò ragione sociale due o tre volte, come si può leggere nelle schede della Camera di Commercio di Firenze che sono qui accanto. Il proprietario fu sempre Giuseppe Torriani, con alcuni soci minori.




Clicca sulle immagini 
se le vuoi ingrandire


Nel 1923 occupava 19 operai, come dice lo stesso Torriani in questa lettera al Sindaco, però era in difficoltà per mancanza di commesse.

Nel 1930 circa, a seguito della grande crisi economica del 1929 chiuse per fallimento. Il crac coinvolse anche la Banca di Credito e Sconto, cioè la piccola banca marradese attiva dal 1860, che venne rilevata dalla Cassa di Risparmio di Firenze. Per pagare i debiti Giuseppe Torriani dovette vendere la fattoria di Galliana, bene di famiglia dal Settecento.



Giuseppe Torriani, con il cappello bianco, parla dei laterizi della sua fornace con il direttore Armando Bartolini.



Dalle schede della Camera di Commercio di Firenze la fornace risulta esistente fino al 1937. Non produceva più niente, e l'attività commerciale consisteva nella vendita dei laterizi dello stesso edificio, che venne letteralmente "smontato" tanto che non è rimasto niente.



Giuseppe Torriani e Armando Bartolini mostrano un manufatto della fornace Marcianella.


Oggi in quel sito c'è solo la palazzina dell' ex Amministrazione, che è un condominio di tre vasti appartamenti. In compenso è rimasto il nome e a Marradi, quando si dice " ... alla Fornace ..." si intendono i campi oltre la ferrovia Faentina, dopo il Ponte del Vivaio.



I mattoni e le marsigliesi 
venivano caricate in 
questa particolare carriola.


Come si vede i piazzali
della Fornace Marcianella
erano pieni di laterizi











Il trasporto dalla fornace 
ai cantieri edili veniva 
fatto soprattutto con 
carretti trainati da muli,
perché negli anni Venti
i veicoli a motore qui
da noi erano una rarità.






L'edificio era tutto di mattoni,
con una facciata molto elegante
(foto di Giuseppe Farolfi)










Dopo il fallimento, per recuperare
almeno in parte i soldi persi, il
proprietario fece demolire la fabbrica
per vendere i mattoni
di cui era fatta.




Questi sono gli operai addetti alla demolizione:
In primo piano, da destra: Alfredo Parrini 
(con la coppola) Alfredo Bartolini (in giacca
e cravatta) e Luigi Billi (con il cappello
 a larga tesa)








Rimase solo l'edificio dell'Amministrazione,
che oggi è una casa privata con alcuni
appartamenti.
(la foto d'epoca è di Giuseppe Farolfi)













Fonti: Camera di Commercio di Firenze, Archivio storico del Comune di Marradi.














sabato 1 agosto 2015

La fornace di Valbura


Una delle più vecchie 
industrie del Comune 
ricerca di Claudio Mercatali



La serie di cascate dette di Valbura. 
In alto il molino, più in basso 
gli edifici della ex fornace 
(primi anni '50).



Nel 1880 fu chiaro che da Crespino sarebbe passata la ferrovia e sarebbe stata costruita una stazione di manovra. I fratelli Giuseppe e Sebatiano Ciottoli, imprenditori, Carlo Antonio Fabroni, possidente, e Stefano Grementieri, commerciante, intravidero la possibilità di un affare.
I lavori ferroviari avrebbero senz'altro richiesto una gran quantità di calce e di mattoni e i quattro di Marradi decisero allora di impiantare a Valbura una fornace. Questa è la copia del contratto che fecero per istituire la società:


Contratto

Per il presente contratto apparisca e sia noto come fra i signori Giuseppe e Sebastiano del fu Natale Ciottoli possidente accollatari muratori, Angiolo Felice Fabroni del fu Carlo Antonio Fabroni possidente e Lodovico del fu Stefano Grementieri, possidente negoziante, tutti domiciliati in Marradi siasi convenuto e stabilito quanto appresso, e cioè:










I predetti fratelli Ciottoli, Fabroni e Grementieri promettono e si obbligano di costuituirsi siccome si costituiscono in Società particolare fra loro e si propongono erigere una fornace sul sistema Hoffmann per la cottura di mattoni e di calce con tutti i locali necessari per la fornacie stessa compresi i magazzini di deposito sia scoperti che coperti sul campo detto Le piane di Crespino partenente al podere detto Prato di proprietà del signor Mazza e a seconda delle condizioni stabilite e fissate fra i fratelli Ciottoli e il signor Mazza coll'atto privato del dì 15 dicembre 1880.





Tutta la calcina e i mattoni che verranno cotti nella detta fornace dovranno essere consegnati all' impresa ferroviaria Matté secondo l'accordo con detta Impresa dai fratelli Ciottoli.
La durata di detta società dovrà essere di anni nove.
Tutti i lucri e tutte le perdite dovranno essere divisi a parti uguali fra i 4 soci. Il capitale sociale dovrà essere di lire 16.000, cioè lire 4.000 per ognuno dei soci, senza che si possa distrarne o diminuirne durante la società. La gestione della società stessa sarà affidata irrevocabilmente al signor Sebastiano Ciottoli.



Il signor Ciottoli dovrà tenere un registro sul quale dovrà annotare giornalmente i materiali che anderà consegnando all'impresa Mattè; le spese che sosterrà per conto della Società e gli incassi fatti nell'interessa della medesima.
Il registro anzidetto sarà ostensibile ai Soci a qualunque loro richiesta. il bilancio sarà fatto ......
Nel giorno del bilancio si soci si spartiranno gli utili o sopperiranno alle perdite.
Il sig. Ciottoli per la gestione amministrativa dovrà avere l'onorario giornaliero di lire 0.50. Nel caso che il lavoro richiedesse altre persone in aiuto al sig. Ciottoli per la tenuta della medesima ad essa sarà dovuto un onorario di lire 0,50. La morte di uno o più soci non scioglierà la società la quale sarà proseguita dagli eredi dei soci defunti.

Dunque i soci costruirono un moderno impianto di cottura Hoffmann, che non era una semplice fornace per cuocere i mattoni come quelli  per le case di campagna, ma una fabbrica di laterizi vera e propria, per fare anche i coppi. La forza dell'acqua della cascata forniva la forza motrice per macinare i sassi da calcina, e la materia prima erano le pietre di calcare ricavati dalla zona di Valcava, a metà strada fra Crespino e Casaglia, proprio al confine fra Marradi e Borgo S,.Lorenzo.

La fornace dei mattoni e della calcina fu effettivamente costruita nei modi e nei tempi previsti dal contratto. Ne siamo sicuri perché nel fondo Fabroni, conservato nell' Archivio storico del Comune di Marradi, c'è una fattura per certi materiali forniti negli anni 1884, 1885 e 1886 dove si elencano gli embrici (= i coppi) venduti, le staia (= i sacchi) di calcina consegnata e anche i "pezzi sagomati per mangiatoie" manufatti un po' misteriosi al momento, dei quali però prima o poi riusciremo a sapere di più.

Una fattura dei materiali forniti 
negli anni 1884, 1885, 1886







La società durò un po' meno dei nove anni previsti, perché ad un certo punto le ferrovie, che probabilmente avevano bisogno di posto per il cantiere del grande ponte di Valbura, espropriarono l'edificio, e ne disposero la demolizione, che venne fatta in parte. I tre soci nel 1990 approvarono l'ultimo bilancio, che è questo qui accanto.












Dall'ultimo rendiconto sembra che gli affari 
non siano andati male per i tre soci.






Com'era fatto un forno Hoffmann? Era un impianto a piatto girevole nel quale i mattoni erano cotti da un flusso d'aria rovente proveniente da forni laterali. Al centro della fornace c'era un camino per lo scarico dei fumi.

Schema di una fornace 
di tipo Hoffmann.






La fornace di Valbura
dei primi anni del Novecento


Non si sa di preciso fino a quale anno continuò l'attività della fornace della calce, però gli impianti di questo tipo divennero poco convenienti a partire dagli anni Venti e la calcina negli anni Trenta venne sostituita rapidamente dal cemento Portland, quello che si usa anche oggi.









La cascata di Valbura negli anni Trenta,
con l'edificio della fornace, la ciminiera
e i magazzini dei laterizi.







Fonti: Informazioni e fotografie della maestra Giovanna Pieri, sopralluogo con Franco Perfetti, attuale proprietario. Archivio storico del Comune di Marradi, Fondo Fabroni.


giovedì 16 aprile 2015

La Filanda Guadagni di MarradI

Memorie di Franca Baschetti.
ricerca di Luisa Calderoni- foto di Lally Ceccherini



Le memorie di Franca Zacchini Baschetti  risalgono  al novembre del 2002. Incontriamo Franca alla Filanda, nella villa padronale dove andò a vivere nel 1944, poco dopo essersi sposata con Giuseppe Baschetti.
Giuseppe era uno dei due figli del Signor Curzio, direttore della Filanda, e di Leda Guadagni, figlia di Gaspare, uno dei tre soci fondatori della "Filanda Guadagni-Nati- Vespignani".
 La facciata della villa è stata da poco restaurata e son stati rimossi quei mattoni faccia a vista che conservavano i segni del terribile bombardamento che distrusse l'opificio della Filanda.



Entriamo nell'atrio della villla che è ancora diviso in due parti da una sontuosa cancellata: nella prima parte  si apre una piccola finestra munita di grata che dava nell'uffico e attraverso la quale le filandaie e gli addetti alla filanda ritiravano la busta paga.
 
 Oltre la cancellata si aprono due appartamenti originariamente destinati ad uso ufficio, con la foresteria e la famosa  "Sala", dove avveniva il controllo  finale  delle matasse di seta prima della spedizione.



Franca abita al secondo piano cui si accede per una scala la cui ringhiera ripete i sinuosi motivi della cancellata.  Mentre saliamo ci sussurra che il vecchio Guadagni spese quasi più in ringhiere e grate che nell'intera opera muraria...



 Entriamo in un salottino in parte arredato con i mobili dell'ufficio della filanda: una scivania, uno schedario a cassetti, un tavolino per la macchina da scrivere.











Franca ci racconta la storia della villa che fu costruita 20 anni dopo l'opificio. Gaspare Guadagni, il fondatore della filanda, inizialmente faceva il pendolare tra tra Marradi e Faenza, sua città di origine,  ma si trasferì definitivamente in paese con tutta la famiglia nel 1908, quando l'opificio entrò in funzione.



La casa risale dunque alla fine degli anni '20 ma prima i Guadagni abitarono per un pò nell'attuale abitazione di Roberto Randi che era stata acquistata da Giuseppe Vespignani, socio del Guadagni, quando la figlia andò sposa al Maestro Ottorino Randi.








All'epoca la proprietà della famiglia Guadagni si estendeva fino a Casa Gondi e comprendeva  anche la casa del contadino. Successivamente parte del terreno fu espropriato dal Comune di Marradi per farne una zona industriale e fu concesso ad Antonietta Masi Baschetti, cognata di Franca, di ricostruire una casa dove originariamente sorgeva il capannone della filanda.
E così iniziano i ricordi della guerra e gli orrori del bombardamento del 30 giugno 1944 che distrusse completamente l'opificio e arrecò  danni alla villa, al magazzino, alla caldaia e alla ciminiera, successivamente minata e fatta crollare perchè pericolante.

" Noi tre eravamo qui quel giorno, io, mio suocero e Beppe. Io stavo facendo il minestrone. loro erano lì fuori: Scappammo...ci siamo salvati per miracolo nel campo del contadino, in un avvallamento tra i solchi. Quando tornammo su, che disastro!!Per la prima volta nella nostra vita vedemmo Curzio piangere.Tutto il tetto, tutte le finestre erano distrutte: ci sono ancora i segni della bomba nella facciata, ormai ci eravamo abituati e ora stanno richiudendo i buchi con dei mattoni che non sono uguali, perché così non si trovano nemmeno a raccomandarsi. 
La bomba aveva preso in pieno la filanda, proprio a metà, e anche la ciminiera era rimasta  lesionata. Sì, la ciminiera era alta 36 metrime lo ricordo bene. La filanda non fu bombardata per sbaglio. I ricognitori girarono sopra di noi tutto  il giorno prima per vedere tutte le mosse e Beppe dise che non era tranquillo.Loro videro questa fabbrica con quella grande ciminiera. Di fronte c'era la ferrovia con un treno merci fermo sui binari. Chissà cosa avranno pensato, forse a qualcosa di militare, che qui si producesse qualcosa per l'esercito, ad un fabbrica d'armi. Solo dopo avranno capito che non avevano buttato giù niente di importante.










La distruzione dell'opificio che aveva dato lavoro a tante donne e a tante famiglie fu certamente un disastro per l'economia locale ma Franca ci fa notare che: 

" forse la filanda non avrebbe lavorato più.  C'era già un gran cambiamento nel lavoro. Mio suocero sfollò a Firenze, poi andò a Cento. Fecero una trafila...ma noi eravamo sempre in contatto con loro. Mio suocero che era una persona d'oroe aveva una vera passione per la Filanda, lasciò le pellicce, l'argenteria, le cose di casa, tutto, per portare via i registri delle donne che avevano lavorato qui. Aveva solo quello nella mente, era fissato da questa cosa, era una persona come non ne nascono più."



Si spiega così il buon ricordo che le vecchie filandaie serbano del Signor Curzio proprio perchè, grazie a lui che aveva messo in salvo i libri paga e i registri della filanda,  hanno poi ottenuto la pensione. " Certo, conferma Franca, e poi hanno avuto una buona pensione perché questa era un'industria e i Guadagni avevano sempre versato i contributi in modo regolare."

Ora Franca inizia aparlarci della famosa "Sala della Seta", il luogo d'eccellenza della Filanda, dedicato al controllo qualità della seta. " La Sala era comunicante con la villa. Lì c'erano le "piegatore", le donne che intrecciavano le matasse di seta e le imballavano prima della spedizione. La "Sala era molto grande ed era il luogo più prestigioso per lavorare."
Le matasse venivano imballate in sacchi di tela bianchi che riportavano le iniziali dei tre soci fondatori della Filanda e cioè Guadagni, Nati, Vespignani e poi caricate sul vagone merci che arrivava direttamente alla Filanda  su un binario privato.



" Ma in seguito, continua Franca, i Guadagni liquidarono tutti e rimasero solo Gaspare con i figli Tina, Leda e Giuseppe.Con gli avanzi delle balle e delle fodere interne delle balle, abbiamo fatto tante tovaglie e tante coperte. Da qualche parte so di avere anche una matassina di seta della Filanda....sembra oro



matassina di seta della Filanda
Qui abbiamo molte cose fatte di bavella (1), tutti coltroni della Filanda son di bavella, il cascame della seta che fa un caldo particolare." A
 Alla fine di questa  interessante chiacchierata, Franca ci fa visitare le cantine e ci mostra la balla stampata con le tre iniziali e delle mascherine di ferro per stampare la sigla della Filanda.
Nelle grandi cantine son conservate 3 grandi bilance per la pesatura dei bozzoli: Una è particolare perchè veniva usata attaccata al muro e presenta un piatto molto ampio e leggermente convavo per accogliere le grandi ceste in cui venivano collocati i bozzoli per il conferimento e la pesatura.





 C'è anche un a bacinella, una specie di paiolo di zinco dal fondo traforato. Forse questa assomiglia alle  centinaia di bacinelle in cui venivano collocati i bozzoli per dipanare il lungo filo di seta in quel'opificio  che è rimasto  nella memoria  collettiva col semplice nome " la Filanda", ma con la F maiuscola, per quello che ha significato per tante donne del paese.


Il pannello di controllo elettrico della Filanda

 1) -  la bavella è un filato di seta di seconda scelta ricavato dalla sbavatura, operazione che consiste nell'eliminazione  della bava esterna che circonda il bozzolo. Questo filo di seta  è il primo secreto dal baco nella fase in cui inizia a cercare un appiglio nel " bosco" di ginestre appositamente predisposto.