Lanfranco Raparo, Marradi

Lanfranco Raparo, Marradi
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giovedì 6 gennaio 2022

Il venerabile don Santi Fabbroni

Abate a Marradi e poi frate penitente
a San Benedetto in Alpe
Ricerca di Claudio Mercatali

 


Il tabernacolo accanto all'altare
(monastero di San Benedetto in Alpe)


Eccoci un’altra volta a parlare dei Fabbroni: inossidabili, inaffondabili e anche inevitabili nella storia del nostro paese, dove compaiono ad ogni piè sospinto. Oggi parliamo di don Santi Fabbroni, da giovane uomo di cultura e militare di carriera, poi abate al Monastero di Santa Reparata al Borgo e infine frate penitente al monastero di San Benedetto in Alpe. Siamo nella seconda metà del Quattrocento, uno dei secoli d’oro di queste due istituzioni.


Le notizie ci vengono da don Romoaldo Maria Magnani, agiografo faentino del Settecento, piacevole e attento scrittore, autore di Vite de’ santi venerabili e servi di Dio della Diocesi di Faenza, un catalogo di religiosi 
della nostra zona in odore di santità. 

Le sue informazioni sono interessanti per la biografia del Fabbroni ma anche per un episodio poco noto della storia del monastero di Crespino. Al tempo della sua soppressione e riduzione a semplice parrocchia, alla fine del Seicento, gli antichi documenti dell’ archivio nello sgombero andarono persi. Alcuni pacchi furono poi trovati marciti nel cavo di un castagno.

 



Leggiamo che cosa scrisse Romoaldo Maria Magnani nel 1741:


Crespino anticamente castello sull'Alpi dell'Appennino diocesi di Faenza, cinque miglia distante da Marradi aveva un insigne monastero dell' Ordine Vallombrosano...


Clicca sulle immagini se vuoi una comoda lettura




... In cotale tenore di vita divenne sì perfetto e sì accetto al suo Signore, che fece anche molti miracoli ...



Una visita al monastero di San Benedetto in Alpe fa sempre piacere. Mi ricordo che a sedici anni durante un trekking con tre amici avevamo messo la tenda proprio lì e da allora dopo più di 50 anni non è cambiato niente. Questo è un posto dove il tempo si è fermato: il monastero è al Poggio, nella parte alta del paese e si raggiunge con una stradina antica pavimentata d’arenaria con cura.

 

Alla chiesa si accede dal retro, ma solo in certe occasioni, perché di solito non è officiata. L’esterno è antico, autentico, bello. L’interno invece fu rifatto nel Settecento e ha arredi e ornamenti di gesso e scagliola, come usava allora. Cerco il quadro che ritrae Santi Fabbroni, che a detta di Romoaldo Magnani dovrebbe essere in uno degli altari laterali:

 


… E tale fu il concetto della sua santità che appena morto furono fatte molte immagini di esso co’ splendori attorno al capo del beato: una delle quali assai antica si è conservata nella chiesa di San Benedetto supracitata la quale porta nella mano destra un Crocifisso, di cui fu sì esimio adoratore in sua vita, santo non tanto di nome che di fatti.

 

Però un quadro con queste caratteristiche non c’è: un dipinto del 1635 mostra un frate in adorazione con il crocifisso nella mano sinistra e un altro sarebbe perfetto ma è recente, del 1933.

 


sabato 24 ottobre 2020

1430 Lo storico Cavalcanti parla dei fatti di Marradi

La sorte di Ludovico Manfredi

descritta da un suo compagno di cella

ricerca di Claudio Mercatali

 

Il carcere delle Stinche

Giovanni Cavalcanti è un importante storico fiorentino del Quattrocento. Nacque nel 1381 e morì circa alla metà del '400. Sappiamo che era di un ramo minore della nobile famiglia fiorentina, gli piaceva il bel vivere e si occupava attivamente di politica. Da questo vennero le sue disavventure, perché i suoi avversari lo accusarono di evasione fiscale e fu imprigionato nel carcere delle Stinche, dove rimase dal 1428 al 1430 circa. In carcere scrisse gran parte delle Istorie Fiorentine, una cronaca dei fatti accaduti a Firenze dal 1420 al 1440. Poi fu liberato e continuò a scrivere con un certo successo, ma fu sempre gravato dai debiti a causa della sua condotta poco accorta.

Perché interessarsi di lui?

Il fatto è che il periodo descritto nelle Istorie è proprio quello della conquista fiorentina della Romagna Toscana e della presa del Castellone di Marradi. Ma soprattutto Cavalcanti fu compagno di prigionia di Ludovico Manfredi, ultimo signore del Castellone, attirato a Firenze con l'inganno e incarcerato per sempre alle Stinche. Dalle Istorie si capisce che i due si conoscevano e Ludovico gli confidò le sue amarezze e raccontò le sue disavventure ricevendo ascolto e comprensione. Lasciamo che sia lui a dire:

 

Cavalcanti accusa la città di Firenze di crudeltà nei confronti di Ludovico:

... O Firenze, che fai tu? Dove sono le tue leggi, che tu fai con tanto sottili provvedimenti? ...

 

Secondo le confidenze di Ludovico i Fiorentini avevano fatto un accordo con lui perché avevano bisogno di gente d'arme per difendersi dai Visconti, che minacciavano la Città. Firenze era alle strette dopo la sconfitta di Zagonara (un paese vicino a Ravenna in cui le truppe della Signoria erano state sbaragliate dai Milanesi).

 

I Fiorentini gli avevano dato "carta bianca" e poteva fare quello che voleva purché contrastasse i Milanesi:

... e cominciò a cavalcare quando in un luogo e quando in un altro, come meglio credeva che fosse ...

  

 

Poi quando non ebbero più bisogno di lui ci fu l'inganno:

 ... I Dieci, conoscendo il suo tardamento, immaginarono allettarlo con la dolce esca della compagnia del suo dimestico Francesco Soderini e con molta sollecitudine Francesco mandarono a Marradi ...

  

Anche il Castellone fu preso con l'inganno perché il comandante delle truppe fiorentine e il Commissario Averardo de' Medici promisero la liberazione di Ludovico se i suoi fratelli si fossero arresi.

 

... I fratelli di Ludovico stimarono la più terribilità del principio che la quiete del fine: capitolarono voler dare la fortezza, si veramente che Ludovico fosse renduto ...


Bernardino  Ubaldini della Carda, conte di Apecchio, comandante dei Fiorentini a Marradi, era un personaggio ben noto. Aveva dato la sua parola che Ludovico sarebbe stato liberato dopo la resa e si offese molto quando questo non avvenne.  

A detta di Cavalcanti il capitano Bernardino si risentì con i governanti della città e questo sarebbe stato uno dei motivi per cui passò al servizio di Siena divenendo un nemico di Firenze.

 

Dunque l'ultimo conte di Marradi fu un personaggio di rilievo all'epoca e nonostante fosse stato sconfitto e imprigionato fu stimato da molti. Fra qualche tempo ne riparleremo.

 

domenica 18 ottobre 2020

Sulla prigionia di Ludovico da Marradi

Notizie e documenti

Da uno studio di Francesco Flammini


Il Castellone di Marradi sullo sfondo della chiesa di Cardeto (1934).


Francesco Flammini, studioso di fine Ottocento, descrisse alcuni episodi inediti e documentati della prigionia di Ludovico Manfredi, ultimo signore del Castellone di Marradi, imprigionato per sempre dai Fiorentini nel carcere delle Stinche, nel quartiere Santa Croce.

La vicenda è stata raccontata tante volte qui sul blog e quindi non serve ripeterla. Ora interessano alcune iniziative del nostro antico compaesano, finite male, con le quali cercò di ottenere la liberazione. Per capire la vicenda serve un breve inquadramento:

Gaspare Canedolo era un nobile veneto che osteggiava il potere del papa Eugenio IV in certe dure contese in Emilia. Nel 1434 dopo una complicata serie di eventi fu fatto prigioniero dal condottiero Gattamelata a san Giovanni in Persiceto (Bologna). Fu consegnato al papa che all’epoca era alloggiato a Firenze, dopo la fuga da Roma a seguito di una rivolta. Il papa chiese ai Fiorentini di imprigionarlo alle Stinche, dove poi il disgraziato Canedolo morì. Gaspare in prigione cercò di organizzare un’evasione, ma a detta di Flammini fu tradito da Ludovico da Marradi, che sperava in questo modo di ingraziarsi il papa e di essere liberato. Le cose andarono a rovescio e il marradese venne messo in una condizione di prigionia ancora più dura.

Il nobile fiorentino Francesco d’Altobianco degli Alberti non aveva apprezzato per niente la delazione di Ludovico e troncò ogni sua supplica con questa quartina:


Ove manca bontà cresce ogni orrore
e l’errar volentieri è mal difetto
né riescon gli avisi sempre al netto,
ma certo sia: chi mal vive mal more.




Clicca sulle immagini per
ingrandirle ed avere una comoda lettura





















Per ampliare
Altro su Ludovico Manfredi e la sua famiglia è nel tematico del blog alle voci:
1) I Marradesi del Trecento
2) I Marradesi del Quattrocento
3) Storia del '400





venerdì 12 ottobre 2018

1470 - 1480 Le lettere dell'Archivio mediceo

Le richieste dei marradesi
a Lorenzo il Magnifico.
ricerca di Claudio Mercatali
 

Lorenzo il Magnifico


L’Archivio Mediceo Avanti il Principato è una bella raccolta di lettere spedite ai Medici da tutti i Comuni della Signoria, nel Quattrocento. Questi documenti si leggono a fatica, perché la scrittura di allora è maledettamente difficile ed è un po’ come fare un rebus ad ogni riga.
Sono diverse decine le lettere spedite da marradesi, per i più svariati motivi. Ci sono quelle scritte dai Priori del Comune, quelle del Vexillifer justitiae, che era un giudice locale, e quelle degli Homines communes, cioè della gente. Qualche lettera è interessante e lascia emergere tanti episodi di varia umanità: 
 


 
 
 
Anno 1471
 
Il furto dei marroni è un classico qui da noi. Lolo e Vangelista di Cristoforo da Marradi sono due fratelli, contadini, con tante figlie, che vengono derubati e maltrattati dai ladri. Nasce una colluttazione e un ladro muore. Il Capitano di Marradi li condanna e allora scrivono questa lettera a Lorenzo il Magnifico:

“Magnifico ed eccelso signore con ogni umiltà a voi ci raccomandiamo e la cagione di questa è l’intesa di domandare a voi l’interesse verso delle povere persone in discordia. Perciò pigliamo sicurtà nella magnificienza vostra pregandovi che ascoltiate noi Vostri buoni servitori. Questo perché dal mese di ottobre, standoci noi a casa, vennero certi di Val di Lamone a toglierci i nostri marroni e a disfarci le ricciaie e portavanli via e presso la nostra casa andavano gridando “ballogie ballogie” e così sbeffeggiandoci venimmo fuori di casa e cominciarono a tirarci delle … (?) … e dei verrettoni (= frecce da balestra) onde noi vedendo che ne portavano la roba nostra e davanci delle botte ci rivoltammo in modo che morì uno di loro contro la voglia nostra.

“Ballogie … ballogie” che cosa significa?
Il linguaggio qui ha dei forti influssi dialetali e queste parole assomigliano al romagnolo “balùse, balùse” che è il sesso femminile (i protagonisti del racconto avevano dieci figlie)

 Ora il Capitano di Marradi ci vorrebbe dar bando (condannare). A noi pare che ci faccia torto che la roba ci sia tolta e detto villania e datoci delle botte e pareci (ci sembra) arida cosa che altri si debba aiutare …. però noi abbiamo bando (= la condanna) e siamo due fratelli che abbiamo dieci fanciulle che ven’è tre da marito e possiamo andar con Dio e ogni condanagione del capitano ci fa insoddisfatti del modo, perciò ci raccomandiamo umilmente alla Signoria Vostra che tal grazia ci facciate per esserci stato fatto gran torto e a bocca (= a voce) più in pieno il portatore di questa (lettera) informerà vostra Eccellenza alla quale il mio figliolo spediamo ……. Che Iddio vi conservi con salute e felice stato”.
A.d. 12 febbraio 1471     Vostri servitori Vangelista e Lolo di Cristoforo da Marradi
 


 
Anno 1473
 
Nel Medioevo l’Abate della Badia del Borgo aveva il diritto di imporre tasse ai marradesi. I frati davano la riscossione in appalto soprattutto ai conti Guidi di Modigliana, che erano abbastanza rapaci. Tutto questo finì nel 1428, l’anno della conquista da parte dei Fiorentini. La Signoria riscuoteva le tasse direttamente per mezzo del Capitano di Marradi. Però ogni tanto l’Abate della Badia del Borgo si faceva avanti a pretendere. Siccome era ancora potente il Comune di Marradi si doveva difendere. Questa che segue è appunto una lettera di accredito per due ambasciatori che vanno da Lorenzo il Magnifico per far valere le ragioni del Comune in una lite con i frati:

“O Magnifico uomo e premesse le lodi. Mandiamo alla magnificenza vostra lo egregio uomo chiamato Bartolomeo di Galeotto e il prudente homo Dolfo di Paulino, tutti due del comune di Marradi nostri ambasciatori, ai quali abemo dato pieno mandato e autorità per quanta ne ha tutto il Comune di Marradi. Preghiamo umilmente vostra Eccellenza piaccia prestargli plenaria (udienza) circa certa lite che ha mosso l’abate di S.Benedetto (cioè della Badia del Borgo) verso il nostro Comune come loro esporranno dinanzi alla magnificenza vostra alla quale sempre ci raccomandiamo”.
Dato a Marradi il 25 febbraio 1473 
 


Anno 1474
 
La fama di Lorenzo il Magnifico era così grande che da ogni parte la gente che credeva di aver subito dei torti si rivolgeva a lui. Questa qui accanto è una lettera di presentazione scritta dal Comune di Marradi per uno che chiese udienza:

Magnifico e superiore nostro Lorenzo de' Medici, tutta (la gente)  del comune di Marradi ti augura con gaudio felicità e salute. Il portatore di questa (lettera) si è mosso (?) da sura di Marradi e viene alla vostra magnificienza ed è buono assai e molto per bene e fu sempre così ed è un vostro fedele servitore che spera gli darete aiuto di un certo caso a lui avvenuto del quale sarete pienamente informato da lui. Così siete pregato dal detto Comune e vostro fedelissimo servitore che la vostra honorificienza gli presti quell' aiuto se possibile ... Valète.. (state bene) ...
In dei nomine amen, die 27 aprile 1474

VOLTERRA

Nel 1472 Lorenzo il Magnifico conquistò Volterra. La presa della città provocò un incidente diplo­matico con il papa Sisto IV che scomunicò il Magnifico e finanziò per qualche anno una guerriglia. Così i Fiorentini furono costretti a mantenere una guarnigione reclutata fra i montanari casentinesi e delle nostre zone.


Nella guarnigione c'era un soldato di nome Nicolò Mignone da Marradi, che nel settembre del 1474 fece scrivere al suo comandante questa lettera per il Magnifico. Stanco del servizio voleva essere congedato ...

Anno 1474
 
Nicolò Mignone dopo la sua lettera fu esentato dai servizi più gravosi e messo come guardiano di una porta di Volterra. Però ormai la cinta muraria era stata ultimata e Nicolò rischiava il posto di lavoro. Perciò si rivolse di nuovo al suo comandante Matteo Palmieri, perchè scrivesse al Magnifico e lo riconfermasse nell’incarico. Il capitano Palmieri scrisse così:

“Magnifico uomo, sarebbe superfluo darti delle notizie sulle qualità di Nicolò Mignone da Marradi.
Quello che ti scrivo non è per il suo privato, ma per il pubblico e per ricordarti che la nuova cittadella, che di continuo si mura, è alla fine e si può chiudere fra le due mura doppie che vanno dalla rocca vecchia alla nuova e così ogni sera si serra e detto Nicolò con sue paghe vi è deputato e sta alla guardia e rimuovendo Nicolò bisogna diputare altri. Nicolò ha seco tutti i parenti stretti e persone fidate e secondo quello che ho inteso sono guardie e soldati.

Cristo in istato felice ti conservi, a dì 18 dicembre 1474   Matteo Palmieri, Capitano in Volterra

Anno 1479  
 
Siamo sempre a Volterra. Fra i soldati di Lorenzo il Magnifico c’è anche un certo Marchionne, rampollo della allora potente famiglia dei Mariscotti di Marradi. Costui nel 1479 chiede al Magnifico di tornare a casa, perché ormai la guerra è finita. A quel tempo capitava spesso che le famiglie dei signorotti locali aiutassero i Medici nelle loro imprese, perché poi ne erano ricompensate generosamente. Ecco la sua lettera:
 

 “Magnifico Lorenzo io mi raccomando alla vostra magnificenza perché facciate dare spazio (= ascoltiate) il mio compagno (che ha portato la lettera).
Io mi vergogno di darvi tanta noia e questo è perché non ho altro mezzo che la vostra magnificenza. E’ da un pezzo che voi mi avete mandato nella nova (… conquista, cioè Volterra) con otto compagni e sono stato un anno senza famiglia e senza ragazza. Vi avviso Magnifico Lorenzo che il mio compagno Francesco da Marradi, caporale, e il mio compagno che si chiama Tommaso di Ruberto da due anni (sono lontani) dalla famiglia e dalla ragazza. Vi prego che vogliate che io me ne vada al pari di loro. Vi avviso che qui è rimasta poca gente della terra …”.

facta a dì 22 maggio 1479    dal vostro servitore Marchionne da Marradi

Anno 1474
 
Il nonno di Marchionne, aveva scritto a Lorenzo cinque anni prima, preoccupato per una condanna subita dai suoi figli. Si chiama Marchionne anche lui, come il nipote, e si firma de' Mariscottis. Sentiamo che cosa manda in dono e cosa dice:
 
 
 

  
"Magnifico e prestantissimo uomo e mio superiore e benefattore singolarissimo saluto e mando alla Vostra Magnificienza mio nipote Marchionne esibitore della presente (lettera), con alquanti prugnoli, non posso ne so per altra via mostrare la mia fedeltà ed esso porto alla presenza Vostra e restommi la buona intenzione e la volontà di fare cosa di maggiore importanza e di più peso quando io potessi.
Tornerà a casa fatta la preghiera di esortare Vostra Magnificienza di dare aiuto ai miei figlioli che hanno bando (sono stati condannati) ...

... Magnifico Lorenzo mio, per la benedetta  tua eccellentissima memoria del vostro aiuto e di vostro padre vi prego che non mi abbandoniate ...

Prego l'altissimo Dio che in felicissimo stato e per lungo tempo rimaniate. A dì 18 aprile 1474

 
Fonte: Documenti dell’Archivio Mediceo avanti Principato

Vangelista di Cristoforo lettera n° 36 filza 85 vol.3° del 12.01.1471
Uomini del Comune lettera n°513 filza 23 vol.2° del 22.02.1473
La presentazione lettera n° 332 (r,v) filza 30 vol 2° del 27.04.1474
Nicolò Mignone: da Angelo Fabbroni, Laurentii Medicis Magnifici Vita pg 65
Marchionne da Marradi, lettera n°303 della filza 37 vol 2°  del 18.05.1479
Marchionne da Marradi, lettera n° 295 della filza 30 vol 2° del 18.04.1474

sabato 2 dicembre 2017

1434 - 1459 Le lettere di Ludovico Manfredi

L'ultimo conte
di Marradi  
implora la grazia
ricerca di Claudio Mercatali

  
Il Carcere delle Stinche ai primi
dell' Ottocento
(ricostruzione di Paolo Borbotti)

Ludovico Manfredi, conte di Marradi, fu l'ultimo signore della Rocca del Castellone.
Nel 1425 circa, entrò in lite con il Comune di Firenze e i Fiorentini ad un certo punto lo invitarono in città per trattare. Era un tranello e appena arrivato fu imprigionato nel carcere delle Stinche, dove rimase per più di trent' anni. Marradi, come gli altri comuni della Romagna Toscana, venne inglobato nella Signoria di Firenze.
Il fatto è già stato raccontato su questo blog, ed è nell'archivio alla data 06.02.2012. Chi volesse saperne ancora di più potrebbe consultate il libro "La via del grano e del sale" di Giuseppe Matulli, disponibile alla biblioteca di Marradi.
 
Ludovico dopo qualche anno dal carcere cominciò a scrivere ai Medici e ad altri implorando la grazia. Nella prima metà del Quattrocento i Medici non erano ancora del tutto Signori della città e perciò le lettere indirizzate a loro in questo periodo sono in un fondo dell' Archivio di Stato chiamato "Mediceo Avanti il Principato". Ci sono giunte alcune lettere indirizzate a Cosimo il Vecchio, politico e banchiere, capostipite della famosa famiglia e ad Averardo de' Medici.
 

 Leggiamo questa del 2 novembre 1434, spedita ad Averardo de' Medici, che sei anni prima era stato al comando delle truppe che avevano conquistato il Castellone:

"Magnifico padre e maggiore mio: sentendo del ritorno e buona condizione vostra mi piace sommamente per ogni rispetto, e quanta cosa che essere potesse mi dà speranza ferma di essere per vostra grazia e operatione di tanta miseria liberato ...".
 



Ludovico ha una bella scrittura e se ingrandite l'immagine potete leggere da soli il resto della lettera, ma dovete avere la pazienza di risolvere tanti rebus, perché in sei secoli la lingua è cambiata ..
Vi siete già arresi? Allora riassumendo la lettera: Ludovico ricorda ad Averardo che fu imprigionato con l'inganno, anche se aveva un salvacondotto e che è disposto ad andarsene ovunque, in qualsiasi parte del mondo pur di avere la libertà ..."

 
Cosimo il Vecchio in un dipinto di Benozzo Gozzoli,
(Cappella dei Magi, nel Palazzo Medici Ricciardi)
 
La liberazione non ci fu e allora Ludovico si rivolse al papa Eugenio IV, che nel 1438 - 39 era spesso a Firenze, dove si teneva il Concilio per la riunificazione della Chiesa Romana con quella di Costantinopoli. Lo studioso Giuseppe Matulli ci dice che dedicò al papa questa poesia:

 

Speranza, fede e carità, Signore
Sommo, mi mosse a mostrarti l'affetto
dell'ardente mio cor, tanto perfetto
da conservar tuo bene e tuo onore.

Onde meglio sperava, stò in piggiore
carcere tenebroso più ristretto
confinato per sempre e con dispetto.
Soccorri a me Santissimo Pastore.
....
Del fallo sie perdono,
e se non meglio, almanco nello stato
ritorni innanzi tal notificato.

 
Dalle Carte Valgimigli Biblioteca Manfrediana, Faenza
  

Giovanni VIII Paleologo
va a Firenze per il Concilio
(Palazzo Medici Ricciardi)

 
In effetti in occasione dei Concilii spesso c'erano indulgenze e amnistie e forse Ludovico avrà sperato, soprattutto quando seppe che da Ravenna il corteo dei dignitari bizantini era arrivato a Firenze passando da Marradi. Però l'amnistia per lui non ci fu. Dagli storici dell' epoca sappiamo che l'imperatore Giovanni VIII Paleologo e il Patriarca di Costantinopoli passarono dal Passo della Colla. A Faenza attesero molti giorni e poi dopo un faticoso viaggio di tre giorni arrivarono a Firenze. Era il 7 febbraio 1439.
 

 
Il 2 febbraio 1439 Giuliano Cesarini, cardinalis sancti angeli, scrisse da Faenza a Cosimo de Medici
                                                           
  La lettera del cardinale Cesarini
 
“... Spettabile uomo e fratello umanissimo, sono qui a Faenza con l’imperatore e altri greci. Sollecitiamo l’invio di cavalli e muli e poiché vi sono 200 greci da condurre, servono 150 muli. Fate spedire i cavalli e i muli con ogni diligenza possibile e celermente, perché non possiamo aspettare di più senza gravi spese e incomodità ".

Nel 1440 Firenze era in crisi, perché in primavera il condottiero Nicolò Piccinino, al soldo del Duca di Milano, era penetrato nel Mugello da Marradi e l'aveva devastato. Il 29 giugno Firenze lo sconfisse in un' importante battaglia ad Anghiari (Arezzo) ma il pericolo rimase. Il 25 luglio 1440 Ludovico scrisse questa lettera a Cosimo il Vecchio e si offrì di combattere i Milanesi:
 

 

"Magnifico domine mio, tempo è passato meglio che mai .......  sperando la grazia e virtù vostra per la mia liberazione dalla quale risulterà prestissima ruina di vostro e miei inimici, per dio dìgnati di farlo signor mio che non avete stimadore né partigiano più fervente di me a confermare ed esaltare lo stato vostro, ma che per ogni rispetto desidera di più servire alla magnificienza vostra alla quale mi raccomando"          die 25 luglio 1440

 La grazia non venne concessa nemmeno questa volta. Dopo qualche anno (1448) Ludovico scrisse di nuovo a Cosimo e a suo padre Giovanni, questa volta in versi.

Consumata l'età, perduto l'avere
Ove bene speranza in grave lucto
Sei anni con diciotto mal conducto
In carcere tetra son contra dovere,
Misericordia degna far sapere,
Ora piacerti che non più distrutto
Da chi può sia, perché a tutto
E signori solo possono provvedere
Miei germani siano qui convocati
E se possibil fosse a lor lasciarmi
Ditelo perché niun trovi ogni sospetto
In grazia tengo che ben servatevi
Certo siate sono pronto a servirvi
In tutti i luoghi vi sarò soggetto

La poesia è bruttina, però è originale: le prime lettere di ogni verso, lette in verticale, formano le parole "Cosimo de' Medici". Un'altra poesia, dedicata a Giovanni, padre di Cosimo, in latino e un po' in italiano, dimostra che Ludovico aveva una certa cultura. E' quella a destra nel documento qui sopra. Comincia così:
 
Johannes qui gratia Dei fertur (Giovanni che è portato dalla grazia di Dio)
Ornato di virtù, ben fortunato
Hor mi soccorri si che sventurato
A domini fides morbi servatur (è protetto dalle malattie dalla fede nel Signore)

........... ecc ..............

Chi vuole sapere il resto lo può tradurre dall' originale qui sopra. Ora ci basta notare che qui si viene a formare la parola "Johannes Medici" in verticale.

Come andò a finire il disgraziato ultimo Signore di Marradi?
Nel 1459 era ancora in carcere e forse venne liberato di lì a poco su richiesta del Duca di Milano. L'ultima sua lettera è del 7 agosto 1459 ed è qui accanto. Invoca ancora la grazia e nelle ultime righe ricorda ancora il Castiglionchio, che non vedrà mai più.
 

Fonti: Archivio Mediceo Avanti il Principato

Vol.3 filza 66, pg 63 n° 36 lettera del 2 agosto 1434 ex carcere Stincharum (ad Averardo)
Vol.1 filza 11, pg 21 n° 393, lettera del 25 luglio 1440 (a Cosimo)
Vol.1 filza 8, pg 138, n° 70 (r,v) sonetti del 31 dicembre 1448 (per Cosimo)
Vol.4 filza 138, pg 296, n°52 lettera 7 agosto 1459 (ultima di Ludovico)
Vol.1 filza 11, pg 206 , n° 216 lettera del 2 febbraio 1439 (del cardinale Cesarini)
 
Altri documenti non usati in questo articolo:

Vol.1 filza 9, pg 160, n° 181 lettera dell' 8 settembre 1455
Vol.1 filza 8, pg 138 (r,v), n° 63, lettera del 19 ottobre 1448

lunedì 6 febbraio 2012

1428 Il piccolo conte di Marradi

 Un trekking al castello
di Ludovico Manfredi
ultimo signore del paese
di Claudio Mercatali



Ludovico Manfredi era un conte ambizioso, parente dei Manfredi di Faenza e in perenne lite con essi. Nel 1424 dominava su Marradi, protetto dai Fiorentini ai quali faceva comodo che un signorotto locale contrastasse le ambizioni di Faenza.
In quell'anno Filippo Maria Visconti, duca di Milano, cercò di conquistare la Romagna e scoppiò una guerra con Firenze, che si sentiva minacciata. Il Duca iniziò una lenta risalita lungo la valle del Lamone, per raggiungere il Mugello, aiutato anche dai faentini. Ludovico Manfredi era nell’esercito fiorentino, che fu sconfitto a Fognano. Dopo questa battaglia ci fu l'armistizio e i Milanesi e i loro alleati rinunciarono ai loro propositi.
Ludovico sperava di cacciare i suoi odiati parenti da Faenza ma la pace guastò i suoi piani. Si agitò, protestò, e fu invitato a Firenze “per intendersi”. Però, appena arrivato, fu imprigionato nel carcere delle Stinche.
Il Carcere delle Stinche (qui accanto) era in via Ghibellina. Prese il nome nel 1304 quando vi furono rinchiusi i prigionieri fatti al Castello delle Stinche (Greve in Chianti). Era in appalto a privati e si stava meglio o peggio a seconda di quanto si poteva pagare. Vi furono rinchiusi anche Savonarola e Machiavelli.


Eliminato il conte Ludovico, i Dieci di Balìa incaricarono Averardo de Medici di prendere il Castello di Marradi e di cacciare i suoi fratelli. Averardo, era un pignolo che annotava tutto e così conosciamo il diario dell’ assedio, giorno per giorno, per un mese intero.
Chi sa leggere la scrittura del Quattrocento potrebbe consultarlo all'Archivio di Stato nelle filze del Mediceo avanti Principato, però è come fare un rebus a ogni riga. Averardo aveva delle milizie raccogliticce comandate da Bernardino della Carda, Cecco da Chianciano, Giovanni da Cascia, Antonello da Pescopagano, Antonio da Sinalunga, tutti personaggi che per vari motivi avevano dei debiti di riconoscenza verso Firenze e avevano accettato di rendersi utili a Marradi. Perciò nessuno di costoro era disposto a rischiare più di tanto. C’era anche una compagnia di mercenari un po’ svogliati comandati da Guglielmo l’Inghilese. L’assedio fu un susseguirsi di pochi assalti e molte trattative con vari tentativi di corrompere gli assediati perché si arrendessero. Ai primi di settembre del 1428 i fratelli di Ludovico Manfredi si arresero e abbandonarono il paese.



La ricostruzione della pianta del castello 
in un plastico 
di Vitaliano Mercatali


A tutte queste vicende avevano assistito, da lontano, anche i Manfredi di Faenza, che non volevano che i Fiorentini si allargassero troppo nella vallata. Accennarono l’intervento quando le milizie fiorentine assediarono il castello di S.Martino in Gattara, e Averardo rinunciò per non creare un incidente. Così il confine fra i domini delle due città fu fissato lungo il corso del Lamone, dove ora c’è il confine di regione.
E i Marradesi? I popolani non erano rimasti per niente coinvolti in queste vicende. Dal diario di Averardo sappiamo che erano preoccupati soprattutto per il gran consumo di fieno delle milizie e per l'arrivo dell’inverno. I più pensavano che questo fosse l’ennesimo cambio della guardia fra un signore e l’altro. Invece i Fiorentini arrivavano per governare. 

Averardo de Medici

Averardo convocò tutti, chiese obbedienza, fu convincente e dopo un po’ la ottenne. Nel 1429 fu concesso lo Statuto e nel 1447 il mercato settimanale, il lunedì. Così Marradi entrò a far parte della Signoria di Firenze. Dice lo storico Repetti: “ … dondechè fu promesso dalla Signoria di trattare quelle popolazioni al pari degli abitanti del contado fiorentino, col dichiararle esenti dalle imposizioni, gabelle, gravezze e fazioni ordinarie e straordinarie ...”.


E Ludovico Manfredi? I Fiorentini non lo liberarono, nonostante le suppliche dei fratelli e l’intervento di Astorre Manfredi di Faenza, che non lo temeva più. Forse morì alle Stinche dopo più di trent'anni di carcere.

Astorre Manfredi



LA ROMAGNA TOSCANA
Marradi e Modigliana furono gli ultimi comuni romagnoli conquistati dai Fiorentini (1428). Gli altri comuni conquistati nel Quattrocento o prima e rimasti sotto Firenze fino al 1923 sono: Tredozio, S.Benedetto, Rocca S.Cassiano, Dovadola, Castrocaro, Premilcuore, S.Sofia, Bagno di Romagna, Verghereto.


E ora non rimane che andare a vedere questi posti e le rovine del castello di Ludovico. La panoramica aerea qui accanto spiega abbastanza bene com'è fatta la zona.


 Clicca sulle foto se le vuoi ingrandire



Si può fare il percorso in discesa, dalla Strada della Piegna verso Marradi, partendo da Cignato, un gruppo di case che è quasi al valico della Colla di S.Ilario, lungo la strada per Palazzuolo.
E' un trekking piacevole per chi ama le racchette da neve, che oggi sono indispensabili, e se la neve non c'è è facile e adatto per i camminatori non tanto allenati. Si prende il pulmino per Palazzuolo, che parte dalla stazione ferroviaria di Marradi alle 8.00 o alle 9.00 o alle 15.00 tutti i giorni feriali (il sabato la corsa delle 8.00 non c'è) e si scende al bivio della Piegna. Il biglietto costa 1,20 euro e lo fa l'autista.

E' incredibile come cambiano aspetto
i posti quando c'è la neve.




La prima parte della strada è in piano e si percorre bene. E' il 2 febbraio 2012 e sta nevicando. C'è mezzo metro di neve e con le racchette si affonda abbastanza. Oggi qui il mondo è in bianco e nero e non ci sono certo i bei colori dell' autunno.



Alla bocchetta delle Fosse la visuale si apre. Si vedono i tornanti e la meta, laggiù in fondo. Gli ultimi giorni di gennaio sono "i giorni della merla" che la credenza popolare considera come i più freddi dell'anno. Secondo la leggenda una merla per proteggersi dal freddo si infilò in un camino con i suoi piccoli e dopo qualche giorno tornò fuori affumicata. Da allora questi uccelli furono tutti neri.


La Bocchetta delle Fosse.




La sagoma del castello si avvicina piano piano. Nevica a vento ma non è freddissimo. La fisica dice che l'acqua ghiaccia a zero gradi e la temperatura tende a rimanere più o meno su questo valore finché nevica, poi scende.

Dopo l'ultima salita compaiono i ruderi della torre di Malacoda. Finalmente si entra dentro il perimetro del castello. Dal mastio si vede la valle del Lamone per sette o otto chilometri.

 

Sopra a destra: La torre di Malacoda
Qui a sinistra: il mastio visto da Malacoda
A destra: la porta del mastio

Se i fratelli di Ludovico Manfredi fossero riusciti a resistere fino ai primi d'autunno probabilmente l'avrebbero fatta franca, almeno fino all'anno successivo. In questo posto non è per niente facile mantenere un assedio a lungo, non c'è riparo né acqua.


 








Marradi   (a sinistra)   e   Biforco  (a destra),  visti   dal   castello

Che cosa fecero i Fiorentini dopo aver conquistato il castello? Per alcuni anni mantennero qui una guarnigione, e poi piano piano abbandonarono il maniero e alla fine lo demolirono, perché non diventasse rifugio di banditi. La Signoria di Firenze si faceva vanto di governare con i propri Gonfalonieri e Vicari dal Palazzo Pretorio al centro del paese e non da un castello, come i signorotti medievali.

 


Si scende lungo la strada che va al Ponte di Camurano. La via è facile, per niente faticosa. Si passa accanto al ponte di ferro della Costa, uno dei più belli della ferrovia Faentina e alla fine si arriva alla villa Zacchini, un bel complesso residenziale del Settecento, che è lungo la strada statale per Firenze.


Bibliografia  Giuseppe Matulli Breve storia di Marradi, Bemporad Marzocco, 1965
AA.VV Il Castellone, Edizioni Polistampa, 2002
Documenti dell’Archivio Mediceo avanti Principato (Archivio di Stato di Firenze)
Per i dettagli costruttivi del castello vedi su questo blog l'articolo "Dieci anni" dell' 8.11.2011